Il mese di giugno e le erbe amare d’Europa

Il poeta Folgòre da San Gimignano (vissuto tra gli ultimi decenni del Duecento e i primi del Trecento: quindi contemporaneo di Dante)1 è noto in particolare per i Sonetti de’ Mesi (scritti probabilmente intorno al 1309). Sono poesie che imitano il genere dei plazer provenzali nei quali si cantavano aspirazioni di bellezza, amabilità e nobiltà d’animo. Le aspirazioni di Folgòre sono chiare: la piacevolezza di una vita ricca e senza preoccupazioni quale poteva offrirsi alla allegra brigata di giovani borghesi alla quale l’intera “corona” dei Sonetti de’ mesi è dedicata. In particolare, il componimento che ci parla del mese di Giugno, con le sue due quartine ricolme di diminutivi e vezzeggiativi e con la descrizione più di una miniatura che di un vero paesaggio, ci dice quanto forti fossero quelle sue aspirazioni e, al tempo stesso, quanto fossero ancora distanti dalla realtà. In ogni caso, giugno è tra tutti i mesi cantati da Folgòre, quello che più risponde a un ideale di plazer totale affermato in particolare nei concetti espressi dalle parole in rima dell’ultima terzina: amore, cortesia, grazia.


  Di giugno dovvi una montagnetta
coperta di bellissimi arbuscelli,
con trenta ville e dodici castelli
che sieno intorno ad una cittadetta,
  ch’abbia nel mezzo una sua fontanetta;
e faccia mille rami e fiumicelli,
ferendo per giardini e praticelli
e rifrescando la minuta erbetta.
  Aranci e cedri, dattili e lumìe
e tutte l’altre frutte savorose
impergolate sieno per le vie;
  e le genti vi sien tutte amorose,
e faccianvisi tante cortesie
ch’a tutto ‘l mondo sieno graziose.


In realtà la storia d’Europa ci dice che il mese di giugno è stato spesso contraddistinto da situazioni che si collocano all’opposto delle aspirazioni di Folgòre. In quello stesso 1309 nel quale – probabilmente – lui scriveva questo sonetto, proprio nel mese di giugno, appena al di là degli Appennini, si svolgeva, il giorno 7, quella che passò alla storia come una delle più sanguinose battaglie tra Guelfi e Ghibellini: la battaglia di Camerata Picena, che vide contrapposti, da una parte, i Guelfi di Ancona e i loro alleati e, dall’altra, i Ghibellini di Jesi e i loro alleati. Vi furono forse quattromila morti tra i soli anconetani. La tradizione vuole che il campo di battaglia fosse così impregnato di sangue che le erbe che vi crebbero sopra furono amare in seguito per moltissimo tempo.

I resti di un soldato tra le canne della riva del Piave. © Museo Risorgimento Bologna | Certosa

Sempre nel mese di giugno, il giorno 15, poco più di sei secoli dopo la battaglia di Camerata Picena, nell’ultimo anno della Grande Guerra, il 1918, l’esercito austroungarico scatenò la cosiddetta Battaglia del Solstizio2: un estremo tentativo di superare la linea di difesa italiana sul Piave, dettato anche dalla difficoltà di rifornimenti da parte dell’esercito imperiale e dalla conseguente necessità di arrivare alle pianure del Veneto dove in quei giorni il grano era maturo. Un tentativo che si rivelò tanto disperato quanto sanguinoso. In una decina di giorni, dei 500.000 uomini impegnati dagli austroungarici in quell’azione di sfondamento, ne morirono circa 150.000: tra questi, moltissimi “ragazzi dell’Uno”, diciassettenni reclutati all’ultimo momento più per fare numero, dunque per fare da carne da macello, che non per combattere. I caduti italiani furono 90.000: tra questi, moltissimi “ragazzi del Novantanove” diciannovenni reclutati per lo stesso scopo per il quale erano stati reclutati i loro “nemici” austroungarici.
Inutile parlare di tutti i morti, militari e civili provocati in Europa da quella guerra sciagurata provocata dallo scontro feroce di nazionalismi: circa diciotto milioni, dai quali restano esclusi i morti dell’epidemia di influenza3 che si diffuse proprio nei mesi finali del conflitto: soltanto in Italia, in mancanza di cifre ufficiali, si stima che i morti causati da quella epidemia siano stati da un minimo di 370.00  a un massimo di 650.000.

Sempre nel mese di giugno, il giorno 22, appena 23 anni dopo la Battaglia del Solstizio, appena 77 anni fa, Hitler lanciava tre milioni di uomini nell’invasione dell’Unione Sovietica. Quasi un terzo di quei tre milioni cadranno soltanto nella Battaglia di Stalingrado. Ma intanto erano caduti quasi quattro milioni di soldati sovietici: oltre un milione solo nella stessa Battaglia di Stalingrado.
Inutile parlare dei morti civili di quell’invasione.
Inutile parlare di tutti i morti, militari e civili, provocati in Europa da quella guerra sciagurata scatenata dai nazisti: circa quaranta milioni.

Questo è stato il mese di giugno nell’Europa dei secoli passati.
Questo è stato il mese di giugno in quell’Europa senza regole comuni, senza discipline alle quali i singoli stati devono sottostare, senza controlli dei bilanci, insomma senza tutte quelle norme che una “unione”, qualunque essa sia, anche la più sgangherata delle polisportive, impone a chi ne fa parte.
Questo è stato il mese di giugno in quella Europa i cui campi inondati di sangue avranno prodotto anch’essi per secoli erbe amare come quelli delle splendide colline marchigiane macchiate dallo scontro fratricida del 1309.
Questo è stato il mese di giugno in quella Europa che oggi sognano i sostenitori del “sovranismo”, quello che una volta si chiamava, più semplicemente, nazionalismo.

Io non voglio tornare a quell’Europa là.
Io preferisco il mese di giugno al quale aspirava Folgòre. Lo so che è un sogno. Ma, almeno, è un bel sogno. E l’Unione Europea che c’è oggi, quella con tante difficoltà e tanti problemi, nonostante quelle difficoltà e quei problemi, mi aiuta a tenerlo nel cassetto.

 


Come comincia la tragedia di Romeo e Giulietta

Come tutti sanno, per la tragedia di Romeo e Giulietta (1594-1595), William Shakespeare si è ispirato alla novella di Luigi Da Porto (1485-1529) Historia novellamente ritrovata dei due nobili amanti, con la loro pietosa morte intervenuta già nella città di Verona nel tempo del signor Bartolomeo della Scala.

In questa novella, scritta intorno al 1524, un’aria fosca regna sin dalle prime righe. Essa comincia infatti con la descrizione della «crudelissima nimistà1» che regnava tra le due famiglie dei Capelletti e dei Monticoli (poi sempre chiamati Montecchi). Nella tragedia di Shakespeare è tutto diverso. Dopo il Prologo che dà notizia dei tristi eventi che seguiranno, l’azione scenica vera e propria comincia con un dialogo tra due servitori attraverso il quale solo indirettamente veniamo informati dei contrasti tra Capuleti e Montecchi. Non si tratta affatto di un dialogo dal tono cupo e angosciato come l’argomento sembrerebbe richiedere. Tutt’altro. Quello con il quale Shakespeare dà avvio a una delle più dolorose tragedie che egli abbia scritto è un dialogo comico, infarcito di battutacce, doppi sensi (che hanno da sempre messo in difficoltà i traduttori), volgarità: una buffonata che certamente, nel pubblico dell’epoca, in grado di capire al volo battute che oggi mettono in difficoltà persino gli anglofoni, doveva suscitare un’ilarità generalizzata. Per capire meglio e per ricordare questo dialogo a chi da un po’ di tempo non avesse letto o non avesse visto a teatro lo trascrivo qui sotto. L’originale si può leggere qui, in una pagina del bellissimo sito che contiene tutte le opere del drammaturgo inglese accuratamente commentate. La traduzione è mia.

William Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto I, Scena I


Sansone – Ah, Gregorio, puoi star certo che a dire zozzerie non ci frega nessuno.
Gregorio – No, tant’è vero che inzozzare è il nostro mestiere.
Sansone – E se ci fanno zozzate, allora tiro fuori questa (indica la spada).
Gregorio – Fin che vivi, il naso zozzo te lo pulisci con le mani degli altri.
Sansone – Sì, ma se mi fanno incazzare, scatto io veloce con le mie mani.
Gregorio – Però non sei così veloce a farti provocare.
Sansone – Un cane della casa dei Montecchi, quello mi fa scattare.
Gregorio – Già, se ti provocano, scatti, ma chi ha coraggio sta fermo. Tra scattare e scappare la differenza è poca.
Sansone – Un cane di quella casa mi fa scattare a star fermo: uomo o donna dei Montecchi, se ne incontro uno, dalla parte del muro non mi sposto.
Gregorio – Oh, come si vede che sei delicato! Dalla parte del muro passa sempre il più delicato.
Sansone – Vero. Per questo le donne, che sono il massimo della delicatezza, vanno sempre spinte contro il muro. E per questo io caccio dal muro i servi dei Montecchi e ci ripasso le serve.
Gregorio – Qua i padroni se la vedono coi padroni e i servi coi servi.
Sansone – Per me è lo stesso. Mi comporterò comunque da prepotente. Combatterò con i loro uomini e sarò crudele con le loro donne: fino a levargli le teste.
Gregorio – Le teste? alle donne?
Sansone – Le teste alle donne. Ma certo: gli levo la veste. Non è questo che volevi sentirmi dire?
Gregorio – Sono loro che devono sentirlo per bene quando lo prendono.
Sansone – Oh, finché sono capace di stare in piedi, glielo faccio sentire. Lo sanno che sono un bel pezzo di carne.
Gregorio – Davvero? Una carpa? Ma no: se fossi un pesce tu saresti un baccalà. Dai, se hai un’arma, tirala fuori: arrivano due di casa Montecchi.
Sansone – Ho già sguainato la spada. Attacca tu che io ti vengo dietro.
Gregorio – Come? Ti giri indietro e scappi?
Sansone – Non aver paura per me.
Gregorio – Orca madosca, ho paura di te.
Sansone – Restiamo dalla parte della legge: lascia che comincino loro.
Gregorio – Quando gli passo davanti gli do un’occhiataccia e facciano quello che gli piace.
Sansone – Facciano quello di cui sono capaci, piuttosto. Mi mordo il pollice: è un modo di provocarli. Vediamo come la prendono.


Shakespeare, un genio nell’analisi dell’animo umano e delle azioni umane, sapeva benissimo che, sia negli accadimenti più banali sia in quelli di maggiore importanza, può capitare che una tragedia cominci con una pagliacciata.

 


Le api del mio giardino

20 maggio 2018: prima Giornata mondiale delle api

Accolgo con gioia la notizia (fornita dall’Ansa, ma – mi sembra – ben poco ripresa dalla stampa, tutta protesa a informarci del “royal wedding”) che, dopo decenni di disattenzione delle istituzioni nazionali e sovranazionali verso i metodi della produzione agricola, qualcuno si è accorto dell’importanza delle api. Si tratta, niente meno, della Fao (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura).

Un’ape su un fiore di peonia nell’isola di Mainau, la cosiddetta “Blumeninseln” (Isola dei fiori) sul lago di Costanza. La foto è mia.

Ecco, nella convinzione – finalmente! – che tutti i paesi e i singoli individui debbano «fare di più per proteggere le api e gli altri impollinatori», la Fao ha istituito la Giornata mondiale delle api che si celebra oggi per la prima volta. Ho deciso, in questa occasione senza i miei soliti indugi e ritardi, che fosse il caso festeggiare tempestivamente l’evento.
Come? Naturalmente con alcuni versi. Si dà il caso, infatti, che delle api io parli, senza che nessuno me l’abbia suggerito, nel mio libro più recente, Piante del mio giardino, del quale vi ho dato notizie nel post precedente.
In questo mio libro parlo delle api una prima volta, rapidamente, a proposito di quegli sciami che, proprio in questa stagione, anzi in questi giorni, volano sui grappoli di fiori bianchi delle robinie e che, oltre al resto, «offrono, per la somma / dei molti ronzii, un’armonia la cui origine / accidentale non toglie niente alla grazia / musicale del risultato ultimo». Ma soprattutto ne parlo a proposito della mietitura delle spighe di lavanda, che deve ancora venire: il suo tempo verrà tra la fine di giugno e i primi di luglio. Il fatto è che le api sono molto ghiotte del polline della lavanda. Ma c’è un modo per non disturbarle. Di questo parlano i versi che seguono. Il libro Piante del mio giardino, edito da Campanotto, è già in libreria. Se non doveste trovarlo, lo riceverete più o meno una settimana dopo l’ordine. Altrimenti si trova nelle librerie on line, in particolare qui.


[…]
Quando mi decido a mieterle devo stare attento
a non infastidire le api che, innumerevoli,
si affollano intorno alle spighe fiorite: si affollano
– è proprio la parola giusta – tanto che a volte
avrei persino un certo timore a passare lì a fianco,
se le stesse api,
quando mi avvicino, non mostrassero
una certa indifferenza e non dessero prova,
in questo modo, di volere
intrecciare con me una di quelle amicizie basate
sul principio, che forse sarà un po’ cinico ma certo
è efficace, di evitare
a vicenda di molestarsi. Rispettoso
della natura di questa amicizia,
per non molestare le api, sistemo ogni volta
tutta la faccenda della mietitura quando loro
si sono già ritirate: me la sbrigo
in non più di un’ora, alle luci
estreme del giorno. Aspetto
difatti che si sia allontanata anche l’ultima
«ape tardiva», come la chiamerebbe il mio caro,
indimenticabile Giovannone, Giovannino,
però, per le sorelle nelle quali i ricordi
d’infanzia prevalevano
sulla considerazione delle visibilmente non piccole
dimensioni del fratello poeta. Parlo – devo
proprio spiegarlo? – di Pascoli: vi avevo
preavvertiti […]
1.


Il mio nuovo libro: Piante del mio giardino

È uscito in questi giorni il mio nuovo libro di poesie, Piante del mio giardino, un poemetto che dichiara sin da una breve citazione in epigrafe , «Genus omne animantum», la sua ispirazione lucreziana, (Lucrezio, De rerum natura, I, 4), ma che non si propone affatto come un poema scientifico e, meno che mai, filosofico.

In questo poemetto riferisco, molto più semplicemente, le conversazioni che faccio con le mie piante e il modo in cui trascorriamo insieme il tempo. Come racconto nella breve Premessa«tutti quelli che mi conoscono sanno perfettamente che io parlo con le mie piante. Penso che la giudichino una piccola stravaganza, ma che l’accettino senza problemi forse perché sanno che, comunque, non nuoce». Tuttavia, fino a qualche anno fa avrei evitato di far conoscere questa mia abitudine a un pubblico diverso da quello dei miei amici. Poi è capitato qualcosa che mi ha fatto cambiare idea. Avevo appena messo a dimora nel mio giardino due due rododendri di una varietà dalla crescita moderata e dai fiori bianchi delicatamente screziati di rosa e, cito ancora dalla Premessa, «in quello stesso periodo mi era capitata sotto mano (o forse avevo cercato: con i libri non è sempre così facile distinguere il caso dalla scelta) una raccolta di poesie di Ralph Waldo Emerson, poeta e filosofo americano del XIX secolo (Boston, 1803 – Concord, 1882): un contemporaneo, da giovane, di Giacomo Leopardi e, da vecchio, di Emily Dickinson […]. Tra le poesie di Emerson mi colpì allora proprio quella dedicata alla pianta del rododendro, del 1834». Oltre alla sua bellezza, mi aveva colpito il fatto che in essa Emerson dava del tu al rododendro, gli parlava, lo esortava, lo consigliava: come faccio io. «[…] il fatto di aver trovato un così autorevole precursore mi ha spinto a pensare a questa mia stravaganza come a una forma mentis, a un habitus che non solo non era indice di pazzia, ma che poteva addirittura rivelarsi appropriato per un intellettuale. È stato allora che non ho più avuto remore a parlarne». L’ho fatto in primo luogo in una poesia nella quale anch’io mi rivolgevo ai miei rododendri e poi in altre occasioni. Ma, finora, non l’avevo mai fatto in modo così pieno e disteso.

Ho parlato dell’ispirazione lucreziana. Essa è evidente, oltre che per la citazione in epigrafe, anche, per esempio, in questi versi:


Ci sono in questo mio giardino piante
che per gran parte vi ho trovate già e altre
che invece ho messe io a dimora e che ho curate
in seguito sia per fortificarle sia, se possibile,
per rendere la loro crescita più lieta. Sappiamo bene
le mie piante e io di appartenere, senza
poi troppi distinguo, alla progenie
di tutto ciò che vive e muore; ed è in particolare
per questo motivo – penso – che ci piace condividere
il tempo mentre scorre e il susseguirsi, dentro
a quel suo scorrere, delle stagioni.


Più in generale, questa ispirazione è evidente nel modo in cui, lungo tutto il poemetto, seguo i cicli vitali che si susseguono nel mio giardino: con allegra adesione ai ritmi del divenire, ma anche con precise descrizioni della mia partecipazione a questi ritmi in qualità di giardiniere, «giardiniere, per volontà e competenza, / “professionale” (non amo / la falsa modestia), ma per lampanti e immodificabili / dati biografici, “non professionista”», come mi è sembrato giusto precisare nel poemetto.

Riflessione sulla vita? Manuale di giardinaggio in versi? Non chiedete a me di rispondere a queste domande. Leggete il libro e rispondete voi stessi: vi avverto sin d’ora che il libro susciterà in voi tanti altri interrogativi. Piante del mio giardino, nello splendido allestimento “all’antica” e con la splendida grafica dell’editore Campanotto, si può ordinare in tutte le librerie ed è disponibile in quelle on line. Inoltre, come sempre, farò un piccolo tour di letture in alcune città e molti versi di questo poemetto potrete ascoltarli direttamente dalla mia voce. Vi avvertirò.

Lettera aperta a don Matteo

Programmi tv popolari e di massa sì, ignoranza popolare e di massa no!

Caro don Matteo,

ti voglio bene da sempre (sin da quando facevi a pugni a fianco dell’indimenticabile Bud Spencer: se non eri tu, quel tipo ti assomigliava molto), seguo spesso le serie delle quali sei protagonista e, in generale, le apprezzo molto.
La ripetitività dell’intreccio mi dà sicurezza. Tu salvi un innocente e mandi in galera un colpevole che però ha vicino a sé Gesù: molto più vicino di prima e più vicino di quanto egli stesso non pensasse (confesso che non amo molto questo tipo di preti che chiamerei “giustificazionisti”; ma, se fosse possibile, tu me li faresti diventare simpatici). Nel frattempo l’allegra canonica della quale tu sei il capo brulica di fatti da nulla (dagli amoretti di una giovane ospite alle acconciature di Natalina) ai quali i diretti interessati danno un’importanza spropositata. E questo è bello: a tutti noi, difatti, capita proprio così. Altrettanto accade nell’allegra stazione dei carabinieri, tra amoretti di capitani, capitane, magistrati e magistrate e battute imperdibili (davvero, mi dispiace perderle, quando ho altro da fare) del maresciallo Cecchini. Da questi sparsi eventi la cultura è, per lo più, assente: e anche questo riflette quanto capita a tutti noi. Chi non si riconosce in queste futilità? Sono assolutamente d’accordo che debba andare così: ho scritto versi sulla bellezza e l’importanza dell’inutilità e non mi rimangio niente.

Bene. Perché allora, caro don Matteo, nell’ultima puntata, la seconda di giovedì 15 febbraio, hai mandato a monte questa ripetitività e la sicurezza che da essa deriva a me e alle masse che ti seguono? Beh, te lo assicuro: così facendo, hai mandato a monte l’intero “sistema don Matteo”.
Già, nell’ultima puntata, in un monastero che ricorda troppo da vicino (persino nell’ordine monastico che vi è coinvolto) quello de Il nome della rosa, il primo inquisito è – incredibile! – anche il colpevole. Tu, che non sei certo Guglielmo da Baskerville, di conseguenza, non puoi salvarlo; puoi soltanto far capire a tutti qual è il vero movente dell’omicidio: non il furto di un “libro del Cinquecento”, ma la difesa di chi quel “libro” aveva falsificato.

Ora, ecco, tu non sei Guglielmo da Baskerville. Questo è il problema. Trasformarti da parroco-detective in intellettuale esperto di “libri” è stato un atto di presunzione e anche un’imprudenza fatale che ti ha portato a sferrare, in questo ultimo episodio del quale sei stato protagonista, vere e proprie bordate di ignoranza alle masse di telespettatori che da te si aspettano ben altro. Vediamo di che si tratta.

Prima bordata.
Per tutta la durata del filmato si parla – e tu parli – di un “libro”, che forse era stato scritto da san Benedetto, e che comunque risaliva al “Cinquecento”. Ebbene, in quel periodo, i “libri” non esistevano. Esistevano “codici”, “manoscritti”: l’oggetto che si vede maneggiare da monaci e inquirenti nel corso dell’episodio è del tutto inverosimile come “codice” (e non “libro”) del “Cinquecento”. Il docente universitario venuto da Roma che aveva partecipato, da esperto, alla falsificazione, se non fosse stato ucciso a causa della sua volontà di ritirarsi dall’inganno, andava, lui sì, messo in galera! Per incompetenza, beninteso.

Seconda bordata.
Per tutta la puntata il secolo di Benedetto da Norcia è denominato da tutti, e dunque anche da te, “il Cinquecento”. Ma, quando ci si riferisce ai secoli che precedono l’anno Mille, si preferisce sempre usare l’ordinale: qui “il sesto secolo”. L’uso dell’ordinale evita infatti confusioni: il sesto secolo non si può in alcun modo confondere con “il Cinquecento”, espressione che di solito che si usa, in breve, per riferirsi al Millecinquecento. Ora, in questa puntata tu stesso hai fatto confusione: e che confusione! Alla fine della puntata, mentre, da presunto intenditore di “libri” del “Cinquecento”, esponi a un monaco (il falsificatore), come sono andati realmente i fatti e il modo in cui l’hai abilmente scoperto, parli inavvertitamente (!?) del “Millecinquecento”. Nell’esporre la tua singolare teoria sulle macchie lunari (tra poco ci arrivo: è la terza bordata d’ignoranza), affermi infatti: «Nel Millecinquecento le macchie lunari non erano ancora conosciute. Le avrebbe scoperte Galileo nel Milleseicento». Cito a memoria (Raiplay non mi ha aiutato), ma metto lo stesso tra virgolette perché le due date tu le dici proprio così: non dici “Fino al Millecinquecento”, dici «Nel Millecinquecento» e in questo modo, dopo un’intera puntata di equivoci sul “Cinquecento”, collochi Benedetto da Norcia (480-547 d.C.) mille anni dopo la sua reale esistenza.

Terza bordata.
E veniamo alla terza bordata di ignoranza. Le macchie lunari. Tu, con una lente d’ingrandimento degna di Sherlock Holmes o di Poirot, vedi nel “libro” la miniatura di una luna rappresentata con le macchie lunari e, a quel punto, da vero esperto (!), ti rendi conto del falso, vai dal monaco che l’ha perpetrato e gli dici la frase che ho sopra citato tra virgolette.
Ma, caro don Matteo, siccome l’uomo è dotato di vista, da quando un homo di qualsiasi specie è apparso sul nostro pianeta, gli è bastato alzare la testa all’insù per vedere le macchie lunari e, successivamente, per rappresentare la luna (anche quando la raffigurava come una falce) con le sue macchie.
Le macchie della luna sono sempre state viste da tutti. Alcuni hanno provato a spiegarne la causa. In particolare ci hanno provato i commentatori medievali di Aristotele che consideravano le teorie cosmologiche del filosofo greco il fondamento scientifico adatto alla loro visione religiosa del mondo, ma non volevano contraddire il dato di fatto inconfutabile. Tommaso d’Aquino dedica a questo problema un intero paragrafo della Lectio 12 della sua Espositio in libros Aristotelis De caelo et mundo1. Dante dedica a questo problema una parte importante del II canto del Paradiso e, nell’Inferno (XX, 128), cita una credenza popolare secondo la quale sulla luna era finito Caino con un fardello di spine e proprio dall’ombra di Caino e di quelle spine derivavano le macchie da tutti osservate.

Caro Don Matteo, così come non ha scoperto l’acqua calda, Galileo non ha scoperto neppure le macchie lunari: di queste ultime ha semplicemente spiegato la causa (nel Sidereus Nuncius, 1610) dato che con il suo cannocchiale poteva osservare la superficie della luna molto meglio di quanto non si fosse potuto fare prima di lui.
Caro don Matteo, ti prego, con sincero affetto, torna nella tua parrocchia, partecipa a quei piccoli fatti della tua allegra canonica che tanto ci fanno identificare nei personaggi che ti attorniano, fai pure il detective a tempo perso e, come conclusione delle tue indagini, esprimi pure senza mai il minimo dubbio la tua posizione di prete “giustificazionista”. Ma rinuncia a fare l’esperto di codici del VI secolo o di qualunque altro argomento culturale. Per un motivo semplice: perché un programma popolare non può diffondere ignoranza presso il popolo.

Confido nel tuo buon senso.
Grazie.
Michele


Quando perderemo la nostra identità di italiani?

L’argomento non mi consente di essere breve. Me ne scuso sin d’ora

1. La paura degli “altri”

Da parecchio tempo si è insinuata nel senso comune di molti italiani (di tutti gli italiani? Spero proprio di no), una impostazione mentale tendenzialmente razzista. Essa deriva dalla visione degli “altri” che è sbandierata da alcune forze politiche della variegata destra italiana e che può essere riassunta in una battuta: degli “altri”, in quanto tali, bisogna avere paura, disprezzo, o entrambi.
Poiché si è insinuata nel senso comune, questa impostazione tende a contagiare anche quelli di noi che non sono di destra e che non sono razzisti. Anche chi non è razzista, per esempio, è portato a ritenere in buona fede che il massiccio afflusso di profughi da ogni parte del mondo nel nostro Paese causerà la perdita dei fondamenti della nostra cultura secolare e, infine, porterà inevitabilmente alla perdita totale della nostra identità di italiani. Tutto ciò nella convinzione che gli “altri” (questi “altri”, in particolare), ammesso che non siano cattivi, sono almeno incivili, incolti e, soprattutto, capaci di trasmettere questa inciviltà e incultura a chi si trova vicino a loro.

Eugène Delacroix, Attila suivi de ses hordes barbares foule aux pieds l’Italie et les Arts (particolare, 1847),
Parigi, Palais Bourbon

Naturalmente, coloro che non sono razzisti e sono davvero in buona fede non limitano per questo pregiudizio la buona volontà nei confronti degli “altri” e continuano a considerare l’accoglienza, a seconda della prospettiva, un dovere morale o una necessità politica. Ciò non toglie che la loro testa venga dolorosamente rosa da un tarlo: quando tutti noi italiani perderemo la nostra identità? È una domanda senza alternative. La domanda non è: perderemo la nostra identità? Chi se la pone ha la certezza che la perderemo. Il suo solo dubbio riguarda: quando?
Ecco, con questo mio necessariamente non breve intervento vorrei tranquillizzare tutti coloro che si pongono questa domanda: possono stare tranquilli, quelli che sono in buona fede e quelli che non lo sono. Non hanno nessun bisogno di preoccuparsi per il futuro. La nostra identità, infatti, l’abbiamo già persa.
Quando l’abbiamo persa? Adesso. La causa di questa perdita non dipende e non dipenderà infatti dall’afflusso di profughi, per quanto smisurato e incontrollato esso possa essere o divenire. No! La causa è dipesa e dipende da noi e, in primo luogo proprio da tutte quelle forze culturali (o, per meglio dire, anti-culturali) e politiche (o, per meglio dire, anti-politiche) che ci spingono ad avere paura degli “altri” e fingono che quella paura serva a salvaguardare la nostra tradizione culturale che loro, per lo più, sono i primi a ignorare.

Ripassiamo un po’ di storia. Non è la prima volta che, nella storia del Mediterraneo, alcuni dei paesi che vi si affacciano sono stati “invasi” da ondate migratorie: ondate anche più smisurate e incontrollate di quelle odierne; e, inoltre, anche molto più violente. Per evitare di farla troppo lunga, ripassiamo soltanto un po’ della storia della penisola nella quale ci troviamo.
Ebbene, benché dominata per un certo periodo da uno degli imperi più potenti che la storia abbia conosciuto, la penisola nella quale ci troviamo è stata sottoposta, nei secoli dal quarto all’ottavo d.C., da una serie di “invasioni” di popoli diversi che hanno, tra l’altro, disintegrato quell’impero nella sua parte occidentale. Erano popoli interi, che via via hanno finito per schiacciare anche da un punto di vista numerico coloro che in questa penisola risiedevano da secoli, anzi da ben più di un millennio. Naturalmente, quel periodo, che nei nostri libri di storia è chiamato “Epoca delle invasioni barbariche”, nei libri di storia di questi altri popoli è chiamato “Völkerwanderungszeit“, cioè “Epoca della migrazione di popoli”. Popoli che, sì, erano stati spinti a quella migrazione di massa dalla forza della disperazione, ma che si erano fatti avanti anche con la forza delle armi perché erano stati attratti dalla ricchezza e dalla fertilità di un territorio che non aveva l’eguale nel resto del mondo conosciuto.
Quei popoli erano disposti a compiere viaggi durante i quali venivano decimati dalla mancanza di cibo, dalle malattie o dalle lotte contro altri popoli che facevano la stessa strada. Inoltre, una volta arrivati, erano disposti ad ammazzare e a farsi ammazzare, prima per installarsi su quel territorio che avevano così fortemente desiderato raggiungere e poi per non esserne cacciati dai sopravvenienti. Per secoli, negli stessi posti dove oggi facciamo sottili disquisizioni sull’accoglienza di gente disperata e disarmata, è andata così. In seguito sono arrivati anche, oltre agli invasori, via via nuovi dominatori. Questi erano formati da gruppi numericamente più modesti, forti più che altro per la potenza delle armi, e non avevano nessuna intenzione di sostituire i popoli già presenti sul territorio, ma semplicemente quella di sottometterli per godere delle ricchezze che essi producevano: per esempio, in Sicilia, si sono succeduti i domini degli arabi, e poi dei normanni e poi dei tedeschi e poi degli angioini e poi degli aragonesi. E gli stessi o altri altri domini si sono succeduti in altre parti della penisola. Una totale perdita di identità, dunque? Niente affatto.
Questo piccolo ripasso di storia ci è servito proprio perché, a più di un millennio di distanza dalla conclusione di quel “periodo di invasioni” o di quel “Völkerwanderungszeit“, possiamo constatare che in quei secoli non c’è stata nessuna perdita di identità. Anzi, alla fine di quel periodo di “invasioni” e di “domini” stranieri, l’Italia ha conosciuto una fioritura artistica, filosofica e letteraria ha pochi altri esempi nella storia umana. Era successo che i “barbari” avevano portato con sé nuove energie intellettuali e che queste avevano arricchito il patrimonio culturale della nostra penisola.

2. Tre potentissime forze culturali

A ottenere quel risultato, cioè a ottenere, in quel magico crogiolo di culture che fu il medioevo, la nascita dell’Italia moderna, agirono tre potentissime forze culturali, capaci al tempo stesso di mantenere la propria identità e di non snaturarsi nell’acquisire i più diversi apporti esterni. Ho parlato di forze culturali! Sì, culturali; solo culturali; niente armi, niente potere politico. Queste tre forze furono: la lingua; il diritto; l’immaginario collettivo. Vediamole una per una.

La potenza della lingua latina si basava su un lessico consolidato da oltre un millennio di uso quotidiano e da oltre sette secoli di grande letteratura: un lessico aperto a nuovi innesti che potevano facilmente prendere vita sul tronco una struttura grammaticale e sintattica relativamente semplice e, soprattutto, fortemente ancorata alla logica: ci sarebbero voluti i manuali di grammatica latina dell’Ottocento e, soprattutto, certi testi scolastici del Novecento per rendere illogica e incomprensibile una organizzazione della lingua in sé straordinariamente logica e chiara. Inoltre la lingua latina era fortificata da una – per i tempi – enorme diffusione della scrittura e dalla conseguente vastissima conservazione di testi scritti in quella lingua. La potenza della lingua latina fu tale che nessuno degli “invasori” prese mai in considerazione l’idea di imporre l’uso di una lingua diversa, cioè della propria. Semmai, gli “invasori” contribuirono ad arricchire quel lessico, già ricco, con nuovi termini adatti ai tempi: la parola “guerra”, che sostituì in quel periodo il latino “bellum”, la dice lunga a questo proposito.

Sulla potenza del diritto romano è quasi inutile spendere delle parole: tanto più sarebbe inutile da parte mia, che non sono uno specialista di questa materia. Ma sta di fatto che, dopo essere stato riordinato da Giustiniano e da Teodosio, esso era, semplicemente, “ius”. “Ius” la cui continuità fu garantita dal fatto che i popoli giunti in Italia avevano norme consuetudinarie non scritte1 e che i Longobardi, cioè coloro che si fermarono in maniera definitiva nella penisola, avevano una concezione “personale” e non “territoriale” di quelle norme2. Il diritto romano, quindi, anch’esso con innesti vitali in un corpo già di per sé vitalissimo, continuò a essere non solo conosciuto, ma praticato per secoli, prima di riapparire nell’insegnamento delle Universitates intorno al XIII secolo.

Che cosa ne è di due forze culturali così potenti comne la lingua e il diritto nell’Italia di oggi? Ne vogliamo parlare?
Centinaia di docenti universitari hanno ammesso, in un documento di un anno fa, che la lingua italiana è ignorata per lo più dai giovani italiani che si iscrivono alle varie facoltà, cioè da coloro che hanno concluso il ciclo completo degli studi e che dovrebbero conoscerla meglio degli altri. Numerose indagini internazionali dimostrano da decenni che due terzi circa degli italiani, qualunque sia il loro titolo di studio, non riescono a comprendere, nella loro lingua, un periodo, anche semplice, se esso contiene più di una informazione. Di conseguenza, ammetto con dolore che due terzi degli italiani non sono in grado di comprendere questo mio intervento.
Il diritto, a sua volta, appare ridotto a un coacervo di norme tra le quali neppure il legislatore riesce più a districarsi, tanto da sbagliare in moltissimi casi a redigere il testo di nuove leggi che vanno ad ammassarsi disordinatamente sulle precedenti. Né, per la verità, mi sembra che si possa individuare all’orizzonte un nuovo Giustiniano o un nuovo Teodosio.

La potenza dell’immaginario collettivo, del quale non a caso parlo per ultimo, fu ancora maggiore di quella della lingua e del diritto.

Locandina della prima parte del film di Fritz Lang “Die Nibelungen” (1924)

I popoli che si succedettero via via nelle varie ondate migratorie avevano il loro, di immaginario: non di rado avevano un’epica legata alle loro origini consolidata in poemi trasmessi oralmente. Tuttavia la loro tradizione culturale non cancellò la forte e articolata complessità dell’immaginario collettivo “latino”. Questo immaginario, nel quale  era a suo tempo confluito quello di origine greca, era capillarmente diffuso in tutti gli strati sociali, quindi anche tra gli analfabeti. Ciò era dovuto sia a una straordinaria, millenaria circolazione orale della poesia epica sia alla estesissima – seppure più recente – divulgazione, anch’essa in gran parte orale, attraverso la chiesa, dell’immenso patrimonio biblico. I nuovi popoli, di conseguenza, non poterono fare a meno di acquisire l’immaginario collettivo già presente e di farlo proprio. Omero (in latino), Virgilio, e con essi l’intera mitologia classica, così come la Bibbia non sparirono dall’orizzonte dei saperi dei popoli originari della penisola italiana, ma vi si radicarono sempre più: non perché fossero conosciuti con correttezza filologica, ma proprio perché furono traditi, male interpretati, e tuttavia conservati e diffusi come portatori di immagini: da Ulisse a Enea, l’immagine dell’eroe “astuto” e quella dell’eroe “fondatore”, insieme alle altre mille immagini di quel patrimonio immenso, dalla “forza di Achille” alla “follia d’amore” di Didone, dalla “fierezza nella sconfitta” di Ettore alla “saggezza” dei grandi vecchi come Priamo, Anchise, Evandro, hanno attraversato il medioevo e hanno penetrato le teste dei popoli che in quel periodo avevano “invaso” l’Italia. Così come Abramo e Mosè, l’arcangelo Gabriele e la “sacra famiglia”, la stessa fine del mondo e il giudizio universale, tutte immagini che, più ancora di quelle “classiche” ispirarono in particolare le arti visuali. Non c’era aspetto della vita umana che non trovasse un suo possibile rispecchiamento in quell’immensa raccolta di immagini e nei valori che esse portavano in sé. Un rispecchiamento che poteva essere – e veniva, di fatto – percepito non soltanto da pochi intellettuali, ma da tutti coloro che in una piazza, sul sagrato di una chiesa durante la festa del patrono, dal pulpito durante la messa, in una bettola durante una bevuta, o in altre mille occasioni di vita collettiva avevano sentito una voce che, nelle forme più diverse, aveva presentato loro quei personaggi e quegli eventi, collocati “fuori del tempo”, ma sempre pronti a essere “figura” o “simbolo” di qualcosa che accadeva “nel tempo”, “in quel tempo”.
Fino al Novecento, l’immaginario collettivo legato all’epoca classica, al patrimonio biblico e quello in seguito legato alla Commedia dantesca e, ancora dopo, all’epica ariostesca e tassesca, è stato fondante del nostro modo di pensare, proprio in quanto il primo ha attraversato quei secoli che per un certo periodo qualcuno ha considerato “bui” ed è penetrato ampiamente e profondamente nelle teste dei popoli che, in quei secoli, avevano “invaso” l’Italia. La stessa onomastica italiana ne è stata, fino a circa mezzo secolo fa, un esempio probante: da ragazzo io conoscevo personalmente persone che si chiamavano Ettore o Achille (tra queste il carissimo e, purtroppo, da tanto tempo compianto Achille Tartaro); quello che molti anni più tardi diventò un carissimo amico di famiglia si chiamava Omero e il marito di sua figlia si chiama Paride. Altrettanto si può dire dei nomi Orlando e Angelica. A questa constatazione si deve aggiungere che, dal più raffinato degli intellettuali fino al più rozzo degli analfabeti, tutti i genitori che mettevano quei nomi sapevano bene a che contesto di tradizioni culturali essi facevano riferimento. Si trattava di un comune modo di sentire innervato da un comune modo di sapere.

3. L’immaginario collettivo dissolto e la perdita dell’identità

Ecco perché qui, benché sia perfettamente consapevole di quanto forte sia stato nei secoli l’apporto della lingua e del diritto alla costruzione della nostra identità di italiani, io voglio parlare dell’immaginario collettivo, anzi – lasciatemi fare questo gioco di parole – dell’immaginario connettivo, di quell’immenso patrimonio di immagini che ha tenuto legata insieme la fantasia di tutti coloro che sono vissuti in questa parte del mondo: la fantasia di colti e di incolti, di studiosi e di studenti, di appartenenti a tutti i ceti sociali; e, soprattutto, la fantasia di un popolo diviso fino a un secolo e mezzo fa in decine di stati e staterelli. Ed ecco perché qui io voglio rammaricarmi del fatto che quell’immaginario collettivo e connettivo si è dissolto. Ciò non è accaduto di certo per colpa dei profughi che “invadono” il nostro paese né per altre cause esterne. Ora vi racconto.

Fabrizio Frizzi, attuale conduttore de “L’eredità”

Nel mio racconto comincio con il rivelare che sono un assiduo spettatore di un quiz televisivo, L’Eredità, un quiz nel complesso ben congegnato, soprattutto nell’ultima versione con le sfide lessicali tra concorrenti, e concluso con un piccolo gioco geniale, la Ghigliottina, non a caso suggerito parecchi anni fa, come esercizio mentale, da Umberto Eco3. Ora, in un gioco di quiz, i quiz sono molti e, tra questi molti, per una scelta degli autori che decisamente condivido, ne L’Eredità, alcuni riguardano proprio il nostro immaginario collettivo. Ebbene, le domande su argomenti relativi al nostro immaginario collettivo sono quelle con la percentuale più bassa di risposte esatte, in particolare quando mancano le risposte multiple e i concorrenti la soluzione devono trovarla da soli.
Faccio due esempi non proprio recenti, ma molto significativi. Primo. Alla domanda (senza risposte multiple) su chi costruì il cavallo di Troia, quattro concorrenti sui quattro che erano in gioco in quel momento (il 100% dunque!) non hanno saputo rispondere: tre hanno preferito tacere; uno ha sparato un nome a caso che evidentemente associava in qualche modo a Troia e questo nome era Ettore: un Ettore resuscitato e autolesionista, evidentemente. Quanto è vero che tante volte, come diceva Dante, «tacere è bello». Come piccola postilla a questo primo esempio aggiungo la risposta di una concorrente che ha collocato la composizione dell’Iliade al tempo di Augusto e quella, recentissima, di un’altra concorrente che, alla domanda sull’eroe che fuggì da Troia portando sulle spalle il padre Anchise, ha risposto «Achille». Ma, a proposito di Dante – e senza dimenticare Ulisse –, ecco il secondo esempio. Alla domanda su quale personaggio dantesco avesse affermato «fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza», aiutato da quattro risposte tra le quali c’era (ovviamente) quella giusta, il primo concorrente interpellato ha optato per la risposta «Farinata degli Uberti».
Potrei fare altri mille esempi di risposte sconclusionate di questo genere e, tra questi, molti riguarderebbero la pressoché generale ignoranza dei testi biblici vetero e neotestamentari. Non posso però fare a meno di ricordare l’originalità di un concorrente che, alla domanda su quali segni avesse Gesù Cristo sulle mani dopo la crocifissione, ha risposto, anziché le stigmate, «i calli» (testuale! Infatti ho usato le virgolette). Ma mi fermo qui. Gli esempi che ho fatto e quelli che non ho fatto mi servono semplicemente per affermare (cioè: «dare per certo», come spiega il Vocabolario Treccani) che in un campione “scelto” della popolazione italiana, in un campione derivato da un casting in base al quale immagino che molti vengano esclusi, beh, in quel campione “scelto” di popolazione, viene generalmente ignorato ciò che in un campione di analfabeti della generazione di mio nonno sarebbe stato conosciuto da tutti.
Come ciò è potuto accadere? Come siamo arrivati a questo punto? Da un secolo a questa parte certe letture si sono trasferite dalle piazze, dalle chiese e dalle bettole nelle aule scolastiche e, da oltre mezzo secolo a questa parte, la frequenza delle aule scolastiche è stata resa obbligatoria prima fino a quattordici anni e ora fino a sedici. Poiché quegli argomenti ai quali ho fatto riferimento come esempi di contenuti del nostro immaginario collettivo fanno parte dei programmi scolastici avremmo dovuto avere un effetto opposto: ciò che un tempo era parte di un immaginario esteso sì, ma privo di consapevolezza, di temporalità e di rapporti con il resto della “cultura generale”, sarebbe dovuto diventare la solida base fatta di immagini di un universo conoscitivo riempito di “testi” (nel senso più ampio del termine: “testi” verbali, iconici, etc.) e spiegato dalla scienza (cioè dalla capacità di trovare nella natura e nella rappresentazione di essa propria del pensiero dei rapporti di causa ed effetto). E invece nel corso di questo ultimo secolo quell’immenso patrimonio collettivo si è dissolto. La scuola non ha fatto il suo dovere? Può darsi, anzi, certamente è così. La società degli adulti non ha fatto il suo dovere? Può darsi, anzi, certamente è così. Se dovessi affrontare queste questioni il mio intervento, già troppo lungo, si trasformerebbe in un trattato. Ma io qui non voglio fare analisi, voglio affermare (cioè, ripeto, «dare per certa») una realtà che è sotto gli occhi di tutti: quel patrimonio si è dissolto, è sparito senza lasciare traccia. Noi abbiamo totalmente perso la nostra identità. Non la perderemo tra poco o tra molto tempo, per colpa di “altri”: l’abbiamo già persa, per colpa nostra, adesso.
Quando ero bambino (parlo degli anni Cinquanta del secolo scorso), un tipo che aveva più o meno l’età di mio nonno (generazione all’incirca del 1880), un analfabeta un po’ strambo che frequentava il porto di Favignana, faceva a voce alta sproloqui ai quali nessuno prestava attenzione, ma io sì: parlava non di rado degli eroi omerici (penso dunque che avrebbe risposto senza esitazione alla domanda su chi aveva ideato il cavallo di Troia o a quella sull’eroe che da Troia era fuggito portando sulle spalle il padre Anchise) e molto spesso recitava una dietro l’altra parecchie ottave dell’Orlando furioso, naturalmente nella versione in dialetto siciliano propria dell’Opera dei pupi. In quelle occasioni, mio padre, dopo che anche lui, trattenuto da me, si era fermato a sentire quel vecchio, in primo luogo concludeva, sempre nella versione dei pupari siciliani, un episodio che quel tipo strambo aveva magari lasciato a metà e, in secondo luogo, se ricordava le ottave originali dell’Ariosto (il che accadeva piuttosto spesso), me le recitava lì per lì; infine, se non le ricordava, quando tornavamo a casa, me le leggeva da una vecchia edizione del Furioso presente nella biblioteca di mio nonno insieme con i grandi classici e con I reali di Francia di Andrea da Barberino. Mio nonno era un sottufficiale di marina, non so che titolo di studio avesse, tuttavia non era né un laureato né un intellettuale; ma anche lui conosceva perfettamente le vicende tanto degli eroi omerici quanto dei paladini di Francia. Insomma, negli anni Cinquanta del secolo scorso, un analfabeta mezzo pazzo di circa settant’anni, mio nonno (con i limiti culturali che ho già detto) e mio padre (laureato in lettere e divoratore di libri) partecipavano dello stesso patrimonio di sapere collettivo: loro tre, come altri milioni di italiani, avevano un sapere in comune, avevano un patrimonio immenso di immagini in comune. In ciò consisteva la potenza di quell’immaginario collettivo. Per questo io l’ho chiamato immaginario “connettivo”.
Noi abbiamo fatto sì che quell’immaginario collettivo e connettivo sparisse. Ne siamo pienamente responsabili: non chiedetemi come abbiamo fatto. Certo nessun rifugiato, nessuna massa di rifugiati ci ha mai spinti a compiere una mostruosità del genere. L’abbiamo fatta noi questa mostruosità. Ed è per questo che ora affermo, di nuovo: come “italiani” non abbiamo più nessuna identità. Sarebbe bene non dare la colpa ad “altri”. E magari provvedere.


Attenzione! Basta un niente

Qualche mese fa avevo preparato un articolo di commento a proposito di quella domenica 22 ottobre durante la quale, nel corso di una partita, alcuni tifosi della Lazio avevano imbrattato la curva sud dello stadio Olimpico con immagini di Anna Frank usate come ingiuria nei confronti della tifoseria opposta. Poi la mia preferenza per la riflessione e gli indugi (che dichiaro qui a fianco, quasi come motto) mi ha fatto ritardare un po’ e infine i guai tecnologici che hanno afflitto questo blog (ai quali accenno qui brevemente) hanno indefinitamente rinviato la pubblicazione di quel commento.
Oggi è il momento giusto per riprenderlo e per parlare seriamente del problema.
Oggi è il momento giusto, dopo quella che è stata definita una gaffe del candidato leghista (il cui nome «tacere è bello») alla presidenza della più popolosa delle regioni italiane, la Lombardia: un sesto circa di tutti gli italiani.
Oggi è il momento giusto, perché quella gaffe, come tutti oramai sapete, è consistita in questa affermazione: «Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate».
Oggi è il momento giusto, dopo che, nei tre mesi circa trascorsi da quel 22 ottobre sono accaduti altri piccoli e grandi avvenimenti che avrebbero dovuto indurre tutti noi  a una riflessione seria su quel tema!
In questo non breve periodo, infatti, le notizie riguardanti quella specifica e ormai lontana manifestazione di odio razziale sono state superate da quelle relative ad altri risorgenti comportamenti e assalti di tipo fascistoide se non addirittura filonazisti. Il candidato leghista alla presidenza della Lombardia non ha avuto dunque neppure la dote dell’originalità.
Le notizie delle quali parlo sono state nel loro insieme, decisamente inquietanti e tuttavia hanno ricevuto per lo più condanne ovvie, quando non ipocrite, e sono state accompagnate da commenti spesso tanto dotti quanto lontani dalla sensibilità dei più.
Lascio perdere come sono state comunicate le notizie: ma non posso dimenticare che qualche giornalista ha pronunciato in tv “Frank” all’inglese: cioè “Frenk”. E lascio perdere come sono state (o non sono state) espresse le condanne. Mi limito ai commenti.

Hannah Arendt

In essi mi sembra che sia mancato il riferimento a uno strumento di analisi ormai consolidato come quello che ci ha offerto più di mezzo secolo fa Hannah Arendt: il concetto di “banalità del male” che la filosofa statunitense di origine tedesca ha elaborato in occasione del suo lavoro di inviata per il “New Yorker” al processo Eichmann (1961)1.
Riparto dal principio.
A proposito di coloro che hanno usato in modo ingiurioso l’immagine di Anna Frank si sono sprecati aggettivi del tipo “disumani”, “bestiali” e simili. Lo stesso Capo dello Stato, in una dichiarazione (che si può leggere qui e che, per il resto, è del tutto condivisibile), afferma che utilizzare l’immagine di Anna Frank «come segno di insulto e di minaccia, oltre che disumano, è allarmante per il nostro Paese [il corsivo è, ovviamente, mio]». «Allarmante», certo. Ma «disumano» perché?
Sono “disumani”, sono “bestiali” coloro che esprimono odio razziale? Vediamo.
Nella sua analisi della personalità di Eichmann, Hannah Arendt mette in evidenza quanto egli fosse in tutto e per tutto “umano”. Era uno come tanti. Era uno come noi.
Era uno scolaro che il padre aveva ritirato da scuola perché non era «molto volenteroso»: quanti alunni “molto volenterosi” conoscete? Pochi. Beh, Eichmann era uno di quegli altri; tanti altri.
Era un commesso viaggiatore (per una azienda petrolifera gestita da un ebreo al quale era stato raccomandato da un altro ebreo) che aveva perso interesse per il lavoro: quante persone conoscete che non perdono mai interesse per il proprio lavoro? Poche. Beh, Eichmann apparteneva a quell’altro tipo di persone, la maggioranza.
Era uno che si era iscritto al partito nazionalsocialista senza nemmeno averne conosciuto bene il programma2: quante persone conoscete che hanno letto riga per riga il programma del partito al quale sono iscritte o per il quale votano? Poche. Beh, Eichmann faceva come fanno molti altri, i più.
Era uno che aveva doti di organizzatore e di negoziatore, che si sentiva al sicuro nella burocrazia e che forse era anche un po’ moralista dato che dopo due giorni aveva restituito il romanzo Lolita al poliziotto israeliano che glielo aveva dato durante il processo3: quanti cittadini perfettamente innocui conoscete che tengono in ordine il taccuino con gli ordini e le vendite, amano la burocrazia e considerano immorale Lolita? Molti, certamente molti.

Adolf Eichmann durante il processo a Gerusalemme.
Foto Ansa

Ecco, di questo strumento per l’analisi del comportamento, non di un tifoso razzista o di un leghista penoso che si lascia scappare in pubblico quello che pensa veramente in privato, ma dell’organizzatore della “Soluzione finale”, nei commenti dei mesi scorsi (anche in quelli sul fatto più recente) non si è trovata traccia.
Ciò è accaduto per un motivo ben comprensibile.
Dire: “Sono bestie”, dire: “Non sono uomini”, ci mette l’anima in pace, ci rassicura. Quante “bestie”, quanti “non uomini” possono esserci accanto a noi?
E invece no, c’è poco da avere l’anima in pace, c’è poco da star sicuri. Non sono “bestie”: sono uomini. E l’analisi di Hannah Arendt ci fa capire che basta un “niente” per trasformarli, non in nostalgici da operetta, ma in carnefici da tragedia: anzi in carnefici di una tragica storia ancora possibile.
Basta un niente. Basta l’evocazione della “razza”: un tipo di classificazione che la scienza ha dichiarato non esistere per gli esseri umani, ma che suscita subito senso di appartenenza e, magari, un po’ di voglia di ammazzare il vicino di casa se per caso appartiene a un’altra “razza”.
Basta un niente. Basta l’evocazione, spacciata per libertà, di una pratica eugenetica come quella proposta dai no-vax (così vezzeggiati dalla variegata destra italiana): una pratica che non a caso è anch’essa antiscientifica e porta magari anch’essa ad ammazzare il bambino del vicino di casa (o il bambino vicino di banco) se non è abbastanza “forte” e ha un problema di salute per quale non può essere vaccinato. La selezione della “razza”, appunto.
Ora, l’aver trascurato questo strumento di analisi ci ha fatto perdere di vista proprio il fatto che in Italia quel “niente” aleggia da tempo. In Europa quel “niente” aleggia da tempo (e ha agito a pochi passi dai nostri confini, nell’ex-Jugoslavia, ancora pochi anni fa). Nel mondo quel “niente” aleggia da tempo. E a tante brave persone (non “bestie”: persone) sparse per l’Italia, per l’Europa e per il mondo basterà quel “niente” per trasformarsi con la massima tranquillità in carnefici dei loro simili. Sono convinto che la società civile possa fermare quel “niente” in ciascuno dei paesi dove esso aleggia, a patto che sia consapevole, nella sua parte più sana, dei rischi che corre. Ma intanto pongo a me stesso e a tutti una domanda: se accadesse oggi quello che è accaduto nel settembre del 1939, e cioè se una guerra fosse scatenata da un Paese nel quale hanno preso il potere tante persone (non “bestie”: persone) che quel “niente” ha trasformato in carnefici, si creerebbe una alleanza mondiale contro quel paese? Spero, naturalmente, che questa resti una domanda del tutto astratta, nell’ambito di un ragionamento per assurdo. Spero.

P.S.
In questo periodo è stata riportata dalla stampa italiana ed europea, ma in Italia con una risonanza decisamente minore rispetto ai fatti dei quali ho parlato fin qui, la notizia del restauro da parte dello storico russo Pavel Polian degli appunti di Marcel Nadjari (ora sul sito dell’Institut für Zeitgeschichte di München-Berlin), un ebreo greco che faceva parte di uno dei Sonderkommandos 4di Auschwitz.
Ma quella relativa al restauro degli appunti di uno dei pochissimi sopravvissuti dei Sonderkommandos è una notizia di importanza storica eccezionale che meriterebbe una diffusione ben più ampia nelle discussioni pubbliche e nelle scuole, perché soltanto cinque di quei sopravvissuti (compreso Marcel Nadjari) sono riusciti a superare l’orrore e la vergogna per ciò che erano stati costretti a fare e a scrivere alcuni scarni appunti. Una notizia la cui importanza è accresciuta dal fatto che Pavel Polian è in procinto di pubblicare una nuova edizione del suo libro5 nel quale descrive le testimonianze e i dati relativi ai Sonderkommandos.
Inutile aggiungere che la diffusione di queste testimonianze autentiche servirebbe anche a scoraggiare i non pochi negazionisti nostrani.

Ancora P.S.
Non ho parlato del problema sotteso alla frase razzista del candidato governatore leghista della Lombardia: quello della salvaguardia della cultura italiana (già, “cultura”, una parola probabilmente sconosciuta a chi si occupa di distinguere le “razze”) di fronte all’afflusso di tanti migranti. Lo farò presto: con i miei soliti indugi, ma presto, ve lo prometto.


Dati digitali: mamma mia che paura!
… di perderli

I lettori di questo blog sanno per esperienza che i miei interventi si succedono in modi e tempi lenti e irregolari. E tuttavia avranno notato che, prima del breve augurio del 24 dicembre scorso, era davvero parecchio che non pubblicavo assolutamente niente. Il fatto è che, in quel periodo, alla mia programmatica intempestività si era aggiunto un guaio inaspettato dovuto al passaggio del sito che ospita questo blog dal protocollo http al più sicuro https: più sicuro (per me che pubblico e per voi che leggete), ma non così facile da attivare.
Il guaio era inaspettato? Direi di no, poiché non può essere inaspettato un guaio che riguarda l’instabilità dei dati nel mondo digitale. Ne ho parlato come di «un serpentello che potrebbe mordere» in una mia poesia del 2010 pubblicata nella raccolta Viaggio all’osteria della terra. Eccola. Non temete, poi parlerò diffusamente del problema della instabilità dei dati digitali e di altri a esso connessi. Seguite, per favore, la mia lentezza.

Michele Tortorici
Chiavi uessebì, da Viaggio all’osteria della terra, (Manni, 2012)


Della possibile fallacia della chiave uessebì che porto in tasca, archivio
digitale – per quello
che si può archiviare – della vita, ho già detto1. Pochi scherzi,
il rischio di cancellazione aspetta, non ha premura e ha un sorriso
intriso di veleno. È un serpentello che potrebbe mordere. E difatti
ha già morso, per quanto riguarda me. Ormai
vecchie ferite.
          Ogni promessa
di lunga durata, come è scritto
nei manuali di queste benedette
chiavettine, ha sempre un’eccezione d’altro canto: una temperatura
da non raggiungere o da non superare, un luogo specialmente
da non frequentare; un’etichetta
di comportamento rigida, inadatta
a chi, come me, dei manuali
di istruzione fa a meno e predilige
– anche per i backup – l’imperfezione, una virtù
così vicina alla dimenticanza.

Di chiavi uessebì ne ho per giunta quattro. C’è quando mi capitano
cancellazioni non volute e quando
invece scopro vecchi file che erano
rimasti rinserrati
in un loro – a lungo non trovato – nascondiglio: stessi
imprevisti, verrebbe da dire, stessi inconvenienti
di quando si eclissavano le carte
dai miei sempre un poco stralunati cassetti – oppure ne saltavano
fuori inaspettatamente.
                Ma la possibile fallacia
delle chiavi uessebì non ha rimedio, non ti permette
di tornare indietro. Non ci sono né carte né cassetti: se succede
un pasticcio, non si accomoda. La forma che ha preso,
in quell’archivio che hai fatto,
il tuo pensiero può
non lasciare traccia.

Pensa a quando
passa un’onda e passano poi tutte le onde del corteggio
che suscita, lungo il suo cammino, il vento. Pensa ora
alla schiuma che fanno e alla sua forma: appena
non la vedi più, di questa forma
non hai nemmeno più memoria né potresti
recuperarla in nessun modo.

Nella chiave uessebì, nella possibilità che ti tradisca,
c’è – a pensarci bene – la nostra stessa umana
inaccomodabile transitorietà, la nostra stessa umana
propensione a essere simili a quella schiuma, ad apparire
cioè dal nulla e poi a farvi
indefettibilmente ritorno.

Per questo una chiave uessebì che ti ritrovi, per la sua fallacia,
rotta o illeggibile potresti,
se ti va, tenerla ancora in tasca per ricordo
− o per ammonimento, a seconda dei casi − come un tempo
si faceva con le foto
dei morti di famiglia sul comò.


Ora torno, come promesso, allo specifico problema della instabilità dei dati digitali e comincio dal principio.
Durante il processo di attivazione del protocollo https, ho incautamente modificato una riga di codice del file di login alla pagina di amministrazione e, in seguito, non ho avuto l’assistenza che mi aspettavo dallo staff del server che ospitava il mio sito: a posteriori, comprendo il fatto che quello staff non può star dietro a tutti i perditempo inesperti in vena di trasformarsi in programmatori. Comunque sia, il mio errore, irrimediabile senza un aiuto esterno, ha messo in moto un meccanismo infernale che replicava indefinitamente un comando di “redirect”: il sito e, soprattutto, la pagina di amministrazione erano irraggiungibili. La conseguenza è stata che ho dovuto procedere a un reset completo del sito per poi ripristinarlo grazie a un recente backup. Un colpo di fortuna: nei backup, come avete appena letto, sono molto impreciso nei tempi e nei modi.

Questo inconveniente, dal quale a me sono derivate conseguenze decisamente modeste (e ai miei lettori un periodo – del quale non si saranno neppure accorti – di tregua dalle mie divagazioni letterarie e no), mi ha fatto tuttavia ripensare a un problema di fronte al quale mi sono rivelato disarmato nella pratica, ma che invece, dal punto di vista teorico, affronto sempre nei corsi di formazione che tengo nelle scuole sulla lettura del testo poetico. Il problema è quello della natura e della durata dei testi digitali. Esso ha molti aspetti. Trascuro quello relativo ai cosiddetti bugs (letteralmente: ‘insetti’) che possono anche essere tenuti nascosti con metodi decisamente “mafiosi” dai padroni planetari dell’hardware e del software (come è successo proprio in questi giorni) e che possono favorire l’accesso degli hacker ai nostri dati, in genere non per fare buone azioni.

Una pagina del Codice Vaticano Latino 3196

L’aspetto che voglio osservare per primo è del tutto diverso e riguarda direttamente, per quanto possa sembrare strano, il testo poetico, o meglio, la sua storia. Fino a qualche decennio fa, di moltissimi testi poetici, anche antichi, avevamo la possibilità di “vedere” (leggere su un supporto fisico) le varianti di composizione. Del Canzoniere di Francesco Petrarca, per esempio, possiamo seguire la nascita passo passo. Il codice Vat. Lat. 31962 ci fa entrare nell’officina scrittoria del poeta e ci dà la possibilità di impicciarci di quello che faceva il Petrarca mentre scriveva – o faceva scrivere dal suo fido Giovanni – le varie stesure delle sue poesie: poesie delle quali sette secoli dopo, nelle edizioni che compriamo in libreria, vediamo soltanto l’esito finale. Le venti carte di questo codice contengono non solo testi poetici scritti dalla mano del Petrarca (e in parte poi confluiti nei Rerum vulgarium fragmenta e nei Triumphi), ma anche annotazioni sull’ora della scrittura, correzioni, appunti su semplici intenzioni, magari poi venute meno, idee di correzioni da operare successivamente e altro ancora3 Questo è il modo in cui il testo poetico è stato scritto per secoli. Un modo complesso nel quale la scrittura era continua testimonianza di ripensamenti e di modifiche. Proprio dalla documentazione di questo complesso procedere della scrittura poetica è nata negli scorsi decenni la cosiddetta “filologia delle varianti” e poi la “critica delle varianti”, un tipo di studi dei quali è stato maestro indiscusso Gianfranco Contini. Ebbene, questo metodo di approccio al testo si è potuto esercitare fino a quando gli studiosi hanno avuto per le mani i manoscritti dei poeti, fino a quelli di Leopardi, di Pascoli e, più vicino a noi (qui comprendo anche i dattiloscritti), di Montale e di tanti altri.
Ma i testi scritti attraverso strumenti digitali come un word processor e un computer, per il fatto stesso di permettere infinite correzioni e di non testimoniare nessuna di esse, escludono possibilità future di critica delle varianti, a meno che queste stesse varianti non vengano introdotte tra la stesura dell’originale e la stampa di un’edizione (in questo caso si noterà la differenza tra il testo stampato e il file consegnato all’editore, ammesso che questo file venga mai nelle mani di un critico) oppure tra una edizione e un’altra. Insomma le varianti che saranno verificabili non avranno più nulla a che vedere con la composizione del testo in senso stretto.

Il “cloud”: che cos’è?

Un altro aspetto del problema riguarda più in generale la durata di tutti i testi scritti e conservati su supporti digitali: siano essi hard disk, chiavette usb, oppure, come capita sempre più spesso, server collocati chissà dove (a proposito: il server che ospitava questo sito e quello che lo ospita attualmente dove si trovano? non lo saprò mai; tuttavia sono certo che nessuno dei due sia tanto vicino) in quella che normalmente viene chiamata cloud, la ‘nuvola’. Ebbene, di questo tipo di testi non sappiamo ancora per quanto tempo saranno accessibili: per fare solo un esempio, chi erediterà le password con le quali gli autori accedono al loro cloud? e chi fornirà quelle password agli eredi?

A questo altro aspetto del problema bisogna aggiungere che non sappiamo neanche se questi testi potranno essere ancora letti nel caso fortunato in cui fossero accessibili. Sappiamo tutti che un file scritto con un word processor degli anni Ottanta non viene più letto dai nuovi word processor e neppure, anche se può sembrare incredibile, dalla nuove versioni dello stesso software con il quale è stato scritto. Non è passato neppure mezzo secolo da quando abbiamo cominciato a scrivere con i word processor e ci troviamo di fronte a “testi” che si rivelano – letteralmente – “indecifrabili”, cioè non in grado di farci decodificare le “cifre” che compongono il linguaggio digitale di cui sono composti (“digit” significa appunto ‘cifra’). Testi scritti mezzo secolo fa sono oggi indecifrabili come capita solo per alcuni di quelli scritti magari cinquemila anni fa: solo per alcuni, dato che la maggior parte dei testi scritti cinquemila anni fa riusciamo invece a decifrarli.

È utile precisare che anche la durata in sé del supporto non è poi così sicura. Rispetto alle tavolette di argilla o persino rispetto al delicato papiro, quanto dureranno supporti come gli hard disk o come i cosiddetti dischi a stato solido? Per quanto riguarda questi ultimi (considerati di solito più affidabili degli altri e meno soggetti a rotture accidentali), un noto produttore coreano dichiara per una sua “unità ssd” un milione e cinquecentomila ore. Sembrano un’enormità, ma si riducono a poco più di 171 anni: un tempo ridicolo rispetto ai settecento anni dei manoscritti petrarcheschi, agli oltre duemila dei papiri di età ellenistica, ai circa quattromila dei Testi delle piramidi egizi o ai cinquemila delle tavolette sumeriche.
Un altro aspetto ancora del problema (che affronto per ultimo, ma che non è certo l’ultimo in ordine di importanza) consiste nella assoluta irrecuperabilità dei testi eventualmente perduti a causa di un danno al supporto digitale sul quale sono conservati. Persino dei papiri di Ercolano carbonizzati dall’eruzione del Vesuvio si pensa di poter recuperare i testi, ma di una banale chiave usb che scivoli inavvertitamente nel lavandino non si recupera più niente. Niente! Una cancellazione assoluta che, per un tipo distratto come me, è sempre fonte di timore. Come ho già accennato, faccio sì i backup, ma in maniera non regolare. E, inoltre, se i miei backup nel cloud fossero coinvolti in un incidente più serio di quello dovuto alla mia incapacità di programmatore? E i backup di testi ben più importanti dei miei, per esempio quelli di tanta letteratura contemporanea, dove si trovano? Anch’essi nel cloud, quindi, chissà dove: comunque su supporti la cui durata viene garantita per un tempo ridicolo rispetto a quella di qualsiasi supporto fisico.

Mamma mia che paura! Ma no: nessuna paura, naturalmente. Però una piccola riflessione sui supporti che oggi dovrebbero garantire la memoria dell’umanità, questa sì, vale la pena di farla.


 

Auguri!
Una traduzione da Robert Bly

Ritorno a pubblicare qualcosa su questo blog dopo parecchio tempo. Non si è trattato solo della mia programmatica inattualità (che dichiaro con orgoglio qui a fianco) o dei miei giustificati silenzi (dei quali ho parlato qui). Il fatto è che il mio sito è “fuori servizio” da un bel po’ di tempo per cause tecniche con le quali non vi annoio, ma delle quali tornerò a parlare presto perché la questione della conservazione dei dati digitali non è affatto solo tecnica.
Sono riuscito in parte a ripristinare il sito e, quando tra non molto completerò l’opera, il sito sarà come prima. A proposito, ora collegatevi a https://www.micheletortorici.it; i problemi tecnici sono nati proprio a causa del passaggio dal protocollo http a quello https, più sicuro per me e per voi. Comunque sia, è bene che io sia riuscito a ripristinare il sito in tempo (e sia pure appena in tempo) per fare a tutti gli auguri di Serene Festività e di Felice Anno nuovo.

Una strada innevata nel Minnesota

Faccio seguire a questi auguri la traduzione di alcuni versi di Robert Bly, un poeta del Minnesota, ormai più che novantenne. La poesia alla quale mi riferisco, Driving My Parents Home at Christmas (1962) ha più di mezzo secolo e fa parte della raccolta Silence in the Snowy Fields 1 che contiene parecchie poesie sulla guida nel paesaggio nevoso (per es.: Driving to Town Late to Mail a Letter e Driving Toward the Lac Qui Parle River).
D’altro canto, il paesaggio nevoso è costitutivo del territorio del Minnesota. Anni fa un carissimo zio di mia moglie, Eginhart Ehlers (oggi scomparso: ne traccio un ricordo qui), mi presentò, mentre mi trovavo presso di lui a Toronto, un suo amico del Minnesota. Quando, durante la conversazione, io  chiesi a quest’ultimo di parlarmi del suo paese, lui rispose con poche parole che posso citare alla lettera: «È un paese straordinario dove è inverno per nove mesi».

In Robert Bly quel paesaggio è sempre evocativo, suscita immagini, o meglio quelle che egli stesso chiamava «leaping images2» (immagini che saltano), con riferimento a una corrente critica che si era diffusa allora  negli Stati Uniti insieme con la psicologia Junghiana: “voli pindarici”, diremmo noi da questa parte dell’Atlantico, senza scomodare né Jung né Freud né altri. Ma, soprattutto, quel paesaggio suscita i sensi: nel nostro caso più l’udito che la vista. E suscita una sospensione del tempo. La poesia Driving to Town Late to Mail a Letter si conclude con un verso particolarmente emblematico: «Driving around, I will waste more time [Sprecherò ancora del tempo, guidando senza meta]». E anche in quella che vi propongo, che, nonostante il titolo, non è propriamente “natalizia”, a un certo punto non riusciamo a capire quanto tempo passa, quanto tempo è passato. È più importante percorrere la strada e, in essa far “saltare le immagini” (bellissima quella della quercia che, pur cadendo, a distanza di miglia non rompe il silenzio). Proprio in questa tentazione di collocarsi in una sospensione del tempo dove è più importante camminare che raggiungere una meta mi sento vicino a questo vecchio poeta. Buona lettura e auguri!

Robert Bly
Driving My Parents Home at Christmas


As I drive my parents home through the snow
their frailty hesitates on the edge of a mountainside.
I call over the cliff
only snow answers.
They talk quietly
of hauling water of eating an orange
of a grandchild’s photograph left behind last night.
When they open the door of their house they disappear.
And the oak when it falls in the forest who hears it
through miles and miles of silence?
They sit so close to each other … as if pressed together
by the snow.


Traduzione di Michele Tortorici
Mentre porto a casa i miei genitori a Natale


Mentre porto a casa i miei genitori in mezzo alla neve
la loro fragilità è sospesa sul ciglio di un versante montano.
Io chiamo di là dalla rupe
solo la neve risponde.
Discorrono calmi
di trasportare l’acqua di mangiare un’arancia
della fotografia di un nipote dimenticata la notte scorsa.
Quando aprono la porta di casa scompaiono.
E la quercia quando cade nella foresta chi la sente
lungo miglia e miglia di silenzio?
Siedono così vicino l’uno all’altra … come se fossero pigiati
dalla neve.


Potete ascoltare la poesia dalla viva voce di Robert Bly su questa pagina del bellissimo sito poets.org


 

«Traccie» d’intemperanza

«Se lascio tracce […]» comincia con queste parole una poesia, Non ho fatto niente, che ho scritto qualche anno fa e che ho pubblicato nella mia più recente raccolta, Il cuore in tasca. Voglio precisarlo perché il seguito di questo mio intervento non sembri una forzatura dovuta a qualche mio trascorso peccato.
Questo mio intervento, con il solito ritardo rispetto alla strombazzatura mediatica, non vuole essere una difesa del banale errore di ortografia (“traccie”, anziché “tracce”) occorso qualche giorno fa a un dipendente della società informatica che gestisce il sito del Ministero dell’Istruzione. Si propone, invece, di deplorare l’intemperanza con la quale quell’errore è stato segnalato dal “popolo del web”: un popolo che, in questo caso, è stato tanto più intemperante del solito quanto più si è sentito soddisfatto di avere segnalato un errore occorso proprio a quel Ministero che avrebbe il compito (secondo una vulgata erronea, ma diffusa) di correggere gli errori degli altri, soprattutto in tempi d’esame, come questi. “Guarda un po’ dove risiede la vera ignoranza ortografica del nostro Paese: risiede proprio in quella Amministrazione della scuola dalla quale dovrebbe scaturire la sapienza!”. Questa, naturalmente con espressioni molto meno eleganti, la sostanza delle accuse al Miur. E il Miur, sentendosi colpito e ritenendosi affondato, si è prontamente scusato con il seguente comunicato ufficiale: «Abbiamo visto il refuso sul sito degli Esami di Stato e siamo subito intervenuti per farlo correggere. Si tratta di un errore di battitura, di un errore materiale che, naturalmente, non doveva esserci, tanto più su una pagina che riguarda gli Esami».

Il fatto è che la soddisfazione del “popolo del web” nell’avere colto in fallo il Miur deriva essa stessa, probabilmente, da un modesto livello di conoscenza della lingua italiana e non da un rigoroso e consapevole ossequio alle sue regole ortografiche e grammaticali. Già, una maggiore consapevolezza avrebbe infatti indotto molti dei soddisfatti censori a porsi qualche domanda in più sulla regola che essi, in spregio al sito istituzionale che l’aveva violata, hanno ritenuto eterna, assoluta e inderogabile.
Intanto bisogna dire che la regola per la quale “traccie” è una forma errata è stata “inventata” non molto tempo fa per porre rimedio a un problema mai risolto dell’alfabeto italiano, quello della doppia pronuncia delle consonanti “c” e “g”.
Queste consonanti possono avere in italiano una pronuncia palatale, cioè effettuata con la lingua appoggiata sulla parte anteriore del palato (e quindi con un esito dolce, come in “cesto” e in “cirro”), oppure possono avere una pronuncia velare, cioè effettuata con la lingua ritratta verso la parte posteriore del palato, o “velo” (e, quindi, inevitabilmente con un esito duro come in “cane” e in “gatto”, “cosa” e “gola”, “cumulo” e “gusto”). Fino a qui è tutto semplice. Davanti alle vocali -e ed -i le consonanti “c” e “g” assumono suono palatale. Davanti alle vocali -a, -o ed -u assumono suono velare.

Tuttavia, ecco il problema, in italiano esistono parole nelle quali la pronuncia di “c” e “g” è velare anche davanti alle vocali -e ed -i: a questo si rimedia con la -h, come in “chela” o in “chilo”. Ed esistono parole nelle quali la pronuncia di “c” e “g” è palatale anche davanti ad – a, -o ed -u: in queste parole, per far capire a chi legge che il suono di quelle due consonanti è palatale e non velare, si inserisce una -i, come in “ciancia”, in “cioccolato” o in “ciurma”. Negli esempi che ho fatto la -h e la -i hanno una pura funzione diacritica, servono cioè perché chi legge un testo scritto possa distinguere il suono velare della “c” e della “g” da quello palatale delle stesse consonanti. Inutile dire che tutto sarebbe più chiaro se avessimo segni alfabetici diversi per indicare suoni diversi: per esempio, se avessimo “k” per indicare la consonante velare sorda e “c” per indicare la corrispondente palatale.

Poiché la storia della nostra lingua ha voluto altrimenti, ci sono in italiano molte parole che, al singolare, terminano in -cia e -gia. Non parlo delle parole nelle quali la -i non è un segno diacritico, ma una vocale con una sua precisa funzione fonica: per esempio quelle nelle quali la -i è accentata e dunque, se c’è al singolare, ha tutto il diritto di restare al plurale, come in “farmacia” o in “allergia”. Parlo, naturalmente, delle parole nelle quali la -i ha, come ho chiarito prima, una pura funzione diacritica, come in “pancia” e in “ciliegia”, e non velare come in “panca” e in “sega”. Dunque, al plurale, quella -i non serve più a niente. Si tratta, infatti, di parole femminili che al plurale terminano in -e: e davanti a -e il suono di “c” e “g” è di per sé, comunque, palatale.

Poiché la storia della nostra lingua ha voluto altrimenti e non abbiamo segni alfabetici diversi per suoni diversi, sarebbe bastato abolire la -i che non serve più a niente nei plurali di tutti questi nomi femminili: sarebbe stato facile avere una regola secondo la quale i plurali di “pancia” e di “ciliegia” fossero “pance” e “ciliege”. Sarebbe stato altrettanto facile avere, all’opposto, una regola secondo la quale, per mantenere – diciamo così – una sorta di continuità visiva tra singolare e plurale, la -i del singolare fosse rimasta, per quanto inutile, anche al plurale e avremmo avuto “pancie” e “ciliegie”. Sarebbe stato facile, facilissimo, ma non è stato così. Come è stato?

È stato che per molto tempo nessuno si è interessato alla questione, se non pochissimi e, per fortuna, inascoltati linguisti. Ognuno (ogni persona colta, ogni intellettuale, ogni autore di opere letterarie) scriveva come gli pareva. Un lungo periodo durante il quale la libertà aleggiava sull’uso della -i diacritica nel plurale dei nomi femminili in -cia e -gia. In questo spirito di libertà, mi sembra che prevalessero, comunque, coloro che mantenevano la -i in nome di quella che ho chiamato “continuità visiva” tra singolare e plurale rispetto a quelli che la toglievano in nome della sua inutilità come segno diacritico. Ma la mia è una impressione di lettore di testi antichi e non ha basi statistiche. Proprio per quanto riguarda il plurale di “traccia”, abbiamo due esempi che definirei probanti.
Nel 1881 il coltissimo sacerdote Giuseppe Iacopo Ferrazzi, titolare per quasi tutta la sua vita della cattedra di “umanità1, geografia e storia” nel regio ginnasio di Bassano (il glorioso Liceo “Brocchi”, fondato nel 1819 e ancor oggi punto di riferimento culturale della città), in una delle sue opere di erudizione, la Bibliografia ariostesca stampata nella stessa Bassano dalla Tipografia Sante Pozzato, scriveva: «Su ‘l finire del 15052, o su ‘l cominciare del 1506, Ludovico applicò l’animo a comporre il suo Orlando, sulle traccie di quello lasciato imperfetto dal Boiardo» (p. 61). Nessun dubbio, il professore di ginnasio voleva deliberatamente scrivere «traccie», senza rimorsi e senza scandalo.
Voleva scrivere «traccie» anche se nel Dizionario Tommaseo-Bellini, che usciva proprio in quegli anni, alla voce “traccia”3, in tutti gli esempi al plurale troviamo sempre la forma “tracce”. Ma la troviamo senza il richiamo a nessuna regola, tanto è vero che nel caso molto simile della voce “caccia” negli esempi al plurale troviamo invece la forma “caccie”.
Quasi trent’anni dopo il Ferrazzi e dopo il Tommaseo-Bellini, Giuseppe Prezzolini, uno degli intellettuali più colti che ha attraversato la storia del XX secolo, nell’opera che segnò il suo momentaneo avvicinamento al crocianesimo, Benedetto Croce, con bibliografia, ritratto e autografo, edita nel 1909 niente meno che dall’editore Riccardo Ricciardi di Napoli, scrisse a sua volta: «Corretta, o meglio, rafforzata così la teoria della pura intuizione, non manca che di vederne traccie più profonde nella critica letteraria del Croce» (p. 64). Anch’egli senza rimorsi e senza scandalo.

E che dire, infine – lasciando ora da parte il plurale di “traccia” – dei filologi contemporanei che, nello stabilire il testo della Commedia dantesca con i criteri dettati dalla odierna ortografia, trascrivono ancora così i versi 106-108 del settimo canto dell’Inferno?


In la palude va c’ ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’è disceso
al piè de le maligne piagge grige.


I vv. 106-108 del VII canto dell’Inferno secondo il manoscritto Riccardiano 1010, del XIV secolo, Firenze, Biblioteca Riccardiana.

Già, che dire del fatto che i più autorevoli tra gli antichi manoscritti della Commedia oscillano, per l’ultimo verso di questa terzina, senza rimorsi e senza scandalo, tra «piaggie» e «piagge», «grigie» e «grige» e che i filologi contemporanei hanno scelto sì “piagge” rispetto a “piaggie”, ma hanno lasciato “grige” invece di correggere in “grigie”? Si può ipotizzare che la forma “grige” sia stata suggerita ai filologi che hanno curato le recenti edizioni della Commedia dalla rima con “Stige” (però la rima, che è un fenomeno fonico e non grafico, ci sarebbe stata lo stesso). Ma, soprattutto, si può apprezzare il fatto che “il popolo del web”, nel XIV secolo come nel XIX e agli inizi del XX non fosse ancora pronto a esercitare le sue sfrenate censure e che lo stesso “popolo del web” non abbia una spiccata predilezione per una lettura filologicamente attenta della Commedia dantesca.

Ma veniamo a noi. La regola che riguarda i plurali dei nomi femminili in -cia e -gia è stata suggerita esattamente quarant’anni dopo lo scritto di Prezzolini che ho citato qui sopra. A farlo è stato il grande linguista Bruno Migliorini. Come ricorda l’Accademia della Crusca nella pagina dedicata (con molta misura) a questo problema, il Migliorini, in un articolo del 1949 sulla rivista “Lingua nostra”, pensò a semplificare un altro criterio proposto – e generalmente accettato – in precedenza per la soluzione del problema, quello cosiddetto etimologico: in base a questo precedente criterio, per decidere se mantenere o no la -i diacritica al plurale bisognava rifarsi alla origine etimologica della parola: sicché chi scriveva, per non sbagliare, doveva necessariamente conoscere il latino oppure doveva imparare a memoria i plurali di quelle parole uno per uno. La regola proposta dal Migliorini era – ed è – molto semplice, anche se, bisogna aggiungere, puramente pratica, senza nessuna ragione storica o etimologica e, forse, formulata e suggerita senza prevedere che diventasse eterna, assoluta e inderogabile. Eccola: il plurale dei nomi femminili in -cia o -gia si scrive -cie o -gie, se la consonante “c” o “g” è preceduta da vocale, si scrive -ce o -ge, se “c” o “g” è preceduta da consonante.

Da quasi settant’anni, si tende a seguire questa indicazione, proprio perché è semplicissima da applicare. “Si tende a seguire”, ho scritto, e a ragion veduta.
In primo luogo perché non tutti la seguono. L’Accademia della Crusca è stata interpellata sullo spinoso problema di questi plurali nel 2008 a proposito dell’uscita del bellissimo libro di Oriana Fallaci Un cappello pieno di ciliege. Come mai “ciliege” e non “ciliegie”? L’Accademia non ha espresso nessuna censura per la scrittrice: piuttosto ha cercato di spiegare che il cappello in questione era quello di una antenata dell’autrice vissuta nella seconda metà del XVIII secolo, quando la regola era che si dovesse scrivere “ciliege”4. Spiegazione convincente a metà, dato che il libro è scritto, anche per il periodo di quella antenata, in perfetto italiano contemporaneo e senza nessuna indulgenza per le citazioni.
In secondo luogo non bisogna mai dimenticare che anche i più severi assertori delle regole vivono nella storia. Oggi affermano una regola che ieri non era valida. Oggi correggono un errore che ieri non era errore. E domani?

Se è dunque vero che – con le regole suggerite dal Migliorini quasi settant’anni fa e oggi prevalentemente seguite – il plurale corretto di traccia è indubitabilmente “tracce”, chi si lascia sfuggire “traccie”, se si tiene conto della storia linguistica del nostro Paese, non commette un errore particolarmente grave. E chi si scatena a correggere quell’errore con l’aria del censore che opera in nome di una verità assoluta farebbe meglio a studiare quella storia linguistica che, come tutte le storie, è racconto di ciò che diviene e che, nel suo divenire, propone più multiformità che uniformità, più dubbi che certezze.
Se fossi il capufficio di quel dipendente che ha scritto “traccie” sulla pagina degli Esami di Stato del sito del Miur, gli darei una pacca sulla spalla e gli farei leggere questo mio post: in ogni caso, niente licenziamenti, per carità!