Il 26 giugno alla Biblioteca civica di Rivoli

Il 26 giugno la Biblioteca civica di Rivoli si è riempita di poesia. “La Primavera dei poeti” (direttore artistico e coordinatore Laurent Léon, rappresentante in Italia dell’evento nazionale francese “Le Printemps des poètes”) ha riunito due poeti francesi di Grasse, Brigitte Broc e Yves Hugues, la poetessa cubana Velia Lechuga Rey e due italiani, Eleonora Manzin, presidentessa onoraria dell’associazione “Les Drôles” e chi scrive. Ha letto Piero Leonardi, accompagnato da Katia Zunino (arpa e percussioni). La Biblioteca ha curato l’organizzazione con Claudia Murabito.

locandina-rivoli-260609Mentre, fuori dalla Biblioteca, la giornata piovosa si concludeva con un crepuscolo umido e poi con una notte piuttosto fredda, l’arpa di Katia Zunino ha creato, nella sala di lettura, una calda e diffusa emozione. Il pubblico ha seguito le parole dei poeti, in un arcobaleno di tre lingue diverse, come sospeso, come se non ci fosse altro lì attorno che il suono di quelle parole – dette sia dai poeti stessi sia dalla voce profonda e gentile di Piero Leonardi – e di quella musica.

Non c’era un posto vuoto.

Il 18 maggio al Salone del Libro

I segnalibri di Berlino – Berliner Lesezeichen sono stati presentati alla Fiera del Libro di Torino, il 18 maggio (qui a fianco l’invito dell’editore).

Cinzia Burzio e Maddalena Fumagalli hanno parlato del mio nuovo libro di poesie, edito da Campanotto. Cinzia Burzio ha sottolineato i rapporti tra le poesie di questo libro e quelle de La mente irretita. Maddalena Fumagalli ha messo in rilievo l’idea che emerge da queste poesie – ma anche dalla storia recente – di Berlino come metafora della Germania e dell’intera Europa.

Un grazie di cuore a entrambe.

Mario Lunetta: La forma dell’Italia

In un momento nel quale si sente esaltare la virtù di un «utilizzatore finale» contrapposta al vizio (e al possibile reato) di un inevitabile e speculare ‘avviatore iniziale’ (sarà giusto chiamarlo così?), leggere La forma dell’Italia è come cambiare paese: una sensazione al tempo stesso di esilio e di diverso punto di osservazione, quindi di prospettiva radicalmente diversa da quella alla quale, purtroppo, siamo abituati.

Quale italiano onesto non ha pensato, di questi tempi, ad “andare in esilio”, a starsene per un po’ lontano da questo paese per respirare un’aria diversa? E, se poi non lo ha fatto, questo si deve proprio al suo essere un italiano onesto.
D’altro canto, è la stessa dedica del libro di Lunetta («alla memoria di mio padre Vincenzo e di mia madre Carolina, italiani onesti») a suggerirci questa prospettiva. Leggiamo questi versi:


E Foscolo, l’Ugone Niccolò dice soltanto
(Lettera apologetica) “Quanto all’Italia d’oggi,
a me pare fatta cadavere” – nient’altro.

        Questa è la forma dell’Italia nelle ore
che stiamo vivendo come passeri strozzati.
        Questa un’eco
flebilissima della sua voce possibile, impossibile, muta


Se non ce lo dicesse la data posta a suggello del poemetto («Roma e altrove, 2007-2008») e se non ne avessimo già letto ampie anticipazioni circa un anno fa, La forma dell’Italia potrebbe sembrarci un instant book. Ma, anche attraverso l’esplicita citazione foscoliana posta quasi a conclusione del libro, l’autore, a ogni buon conto, ci avverte che non è così.
Dunque non è solo una questione di date, ma è, direi, il carattere originario di questo libro. Il poema di Lunetta è, infatti, un poema di idee e non di fatti. E, in quanto di idee, non può adattarsi a essere di attualità, ma, semmai, d’occasione nel senso più alto che questa espressione ha assunto da quando che Goethe ha definito tutta la sua poesia come «poesia d’occasione». A ciò si aggiunga il fatto che queste idee hanno il peso – e lo spessore – di una lunga storia personale e di una lunga storia del pensiero. Pensiero civile, si diceva una volta e si aggiungeva: da Dante al Foscolo.

Foscolo, appunto. La Lettera apologetica, che «l’Ugone Niccolò» scrisse poco meno di tre anni prima della morte, è un testo nel quale il poeta guarda l’Italia dall’esilio londinese e, nel rendere testimonianza di quella sua diversa prospettiva, afferma il dovere che hanno gli «onesti scrittori» di parlare liberamente. Il corsivo di onesti è mio, e come potrebbe non esserlo se, rileggendo il testo del Foscolo, a quel punto sono sobbalzato? Con la sua citazione Lunetta ci dà, infatti, la chiave per capire qual è il carattere originario di quest’opera. È una grande difesa di come si sono consolidate, nel corso di tanti anni di vita, di lettura e di scrittura, le sue idee di scrittore onesto (onesto per dna, si direbbe, data la dedica del poema, oltre che per scelta).
Ora, queste idee riguardano in primo luogo il linguaggio, così come è stato per tuta la carriera intellettuale di Lunetta: « […] chi oggi verga questi versi / decisamente prosastici» lo fa, scrive, «rischiando di non essere compreso /non perché ciò che dice è poco chiaro / ma forse perché lo è troppo; […]». D’altro canto, si tratta oggi di una necessità imprescindibile: «[…] i giorni /di quest’Italia claudicate aspirano / a una parola altra, a pronunce meno confuse, a una sillaba / netta. […]».


Niente di più lontano da un’aspirazione puristica:

Necessita alla poesia questa prosaccia buiaccàra, se
non si vuole che perfino gli animali meno dotati
      ci accusino
di ridicola arroganza lirica, di supponenza
stupidamente febbricitante, in un momento che,
vero ragazzi, meglio sarebbe forse chiudere la bocca
      e tornare ad aprire i boccaporti
del pensiero che non gioca nascondino con le ombre.


Non è, dunque, una questione di «semplificazione», ché anzi proprio la semplificazione è uno dei tarli dei nostri giorni, incapaci per incultura e per sciatteria di accedere alla «complessità»: si tratta, invece, di pervicace onestà – ancora una volta – nei confronti della vita: «Il leggere, lo scrivere: non si conoscono attività / più crudeli nella vicenda della specie. / Chi le pratica / somiglia tanto a un condannato alla penna capitale / che non smetta di sperare nella vita».
In secondo luogo, le idee di questo poema riguardano più in generale i contenuti della storia. Se dovessi trovare un concetto capace di riassumere questi contenuti, direi che è «lavoro», cioè, come lo definisce Lunetta, la «forma stessa dell’individuo storico-concreto» di cui «nessuno più parla, ormai». Ecco, attraverso il lavoro, è l’individuo storicamente determinato, quello che in ogni tempo vive il rapporto dialettico con il qui e ora, che contrappone la sua «forma» a quella dell’Italia. È questo individuo determinato che potrà «privilegiare lo strabismo / della ragione, accendere il pessimismo della gioia / con la violenza di una bora di gennaio». Perché, se non lo si fosse ancora capito, questo poema di Lunetta non è un abbandono del campo in nome dei tempi che «“non permettono di fare nulla”» come – ricorda lo stesso Lunetta – «Giorgio Morandi, pittore, diceva / nella sua lingua da monaco solitario». Piuttosto, se per Morandi la scelta era «rinuncia mica inconsapevolezza, era mite disperazione, / desiderio forse furente di immobilità», per l’autore de La forma dell’Italia si tratta invece di una urgenza di agire:


      Se questo esistere demente
è solo una catena di cadute, beh ragazzi, mettiamoci in parallelo
con la linea dell’orizzonte, finché resiste: e fingiamo
di poterla spezzare, con tutta l’ingenuità

dell’utopia, così spesso colpevole, o carente quantomeno
di coscienza della contraddizione, dentro le tasche
e la scatola cranica, le maratone del desiderio
      e le sane esigenze del Galateo
in asmatica cerca del suo Bosco1.


Non mi sembra che mai l’utopia sia stata chiamata in causa da un poeta in funzione di un agire politicamente più compromettente. Naturalmente, fuori dalla poesia, «lo zio di Treviri» (come, in un verso del poema, Lunetta chiama Marx non sai se affettuosamente o per burla o per tutt’e due) sarebbe imbattibile. Qui, ne La forma dell’Italia, l’utopia viene chiamata in causa dal poeta, in quanto poeta, per determinare una finzione che, cosciente – questa volta – della contraddizione, si propone di cambiare il quadro, spezzandone «la linea dell’orizzonte», nel momento in cui non sembrerebbero esserci le condizioni per cambiarlo, anzi, i tempi sembrano non permettere «di fare nulla».
Se Foscolo scriveva dall’esilio, Lunetta scrive da «Roma e altrove», comunque ben dentro La forma dell’Italia di cui ci parla. Eppure, come dicevo all’inizio, l’impressione che abbiamo quando leggiamo, sin dai primi versi, questo poema è quella di essere noi in esilio, di essere noi – anzi – esiliati in un labirinto nel quale, finalmente, abbiamo trovato un filo. Che il poema, come dice il sottotitolo, sia «da compiere» ci rassicura, perché sappiamo che quel filo non è destinato a finire e che, in un modo o nell’altro, ci porterà fuori.


 

La letteratura italiana nell’orizzonte europeo

Usciti nel 1993, i due volumi de La letteratura italiana nell’orizzonte europeo, destinati in particolare alla scuola secondaria di secondo grado, hanno avuto una risonanza inusuale per un libro scolastico, fino a ricevere una recensione (per la verità ambigua, ma firmata niente meno che da Pierluigi Battista) sulla prima pagina di “Tuttolibri”.

In realtà, hanno avuto una discreta fortuna in ambito scolastico, ma una maggiore in ambito universitario, con numerose adozioni anche (forse soprattutto) all’estero, in particolare nelle università degli Stati Uniti.

È noto che Eugenio Montale, nel discorso tenuto a Stoccolma nel 1975 per il conferimento del premio Nobel, definì la poesia un «prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo». E non si può negare che, soprattutto se ci si colloca nella prospettiva del lettore disinteressato (che non sia un critico, che non sia un intellettuale, che non sia egli stesso un autore), i caratteri attribuiti dal poeta genovese alla poesia si possono considerare propri dell’intero mondo delle lettere. Il fatto è però che la storia dell’umanità e – per quel che ci riguarda – quella della nostra penisola stanno lì a dimostrare che, a differenza di tanti prodotti «utili», le lettere, pur se hanno avuto alti e bassi di qualità, non hanno quasi mai conosciuto «crisi di produzione» né «cessazione di attività»; neppure in epoche storiche durante le quali la costruzione di un «libro» – su cartapecora, su carta di papiro, su lamine o tavolette dei più svariati materiali –, la sua duplicazione e la sua diffusione dovevano fare i conti con enormi difficoltà tecniche. Ma, allora, perché darsi tanto da fare per un «prodotto assolutamente inutile»?
Qui sta il punto: proprio la loro inutile godibilità colloca le lettere tra quegli aspetti dell’esistenza umana che – in una graduatoria discendente dall’amore fino alla partita di pallone – sono in grado di trasformare l’attraversamento di una «valle di lacrime» in un piacevole soggiorno.

 

Il 29 gennaio alle “Giubbe rosse” di Firenze

Il Caffè delle “Giubbe rosse”, a Firenze, è uno dei luoghi mitici della letteratura e, in particolare, della poesia degli ultimi cento anni. Essere lì a leggere i miei versi al pubblico seduto ai tavolini della della parte interna della sala, davanti al pannello di vetro i cui colori danno una particolare caldissima tonalità alla poca luce diffusa, è stata un’emozione profonda.

Da sinistra a destra, Cosma Siani, io stesso, Daniele Barca e Massimo Mori

Qualche mese prima avevo ricevuto con grande gioia l’invito di Massimo Mori, poeta e critico, responsabile degli “Incontri letterari” del caffè fiorentino. Ma Massimo ha fatto ben più che inviarmi un invito. A conclusione della serata del 29 ha svolto, in pochi minuti, un’analisi de La mente irretita, dei suoi luoghi, dei suoi ritmi, dei suoi chiodi fissi, che ha costituito per tutti i presenti una sintesi perfetta con la quale uscire dal caffè e ricordarsi del libro.La presentazione è stata svolta con una intervista di Daniele Barca – che ha costituito il filo rosso della serata – durante la quale io ho fatto alcune letture e Cosma Siani ha sviluppato interventi critici sempre puntuali e rigorosi, sia nell’analisi interna delle poesie, sia in quella degli echi della poesia novecentesca e non solo. Tra il pubblico, devo citare la presenza della poetessa Liliana Ugolini.

Daniele Barca è filologo e si occupa di comunicazione (soprattutto per la didattica). Cosma Siani, docente di «Lingua e traduzione inglese» all’università di Cassino, è un critico molto attento agli sviluppi della poesia contemporanea, in particolare anglo-americana; oltre a numerosi saggi, ha scritto recensioni e critiche per “L’Indice”, per “Poesia” e per molte riviste letterarie non solo italiane.

Il 20 ottobre all’Università di Basilea

La “Settimana della lingua italiana nel mondo” si svolge quest’anno dal 20 al 26 ottobre e ha come tema conduttore “L’italiano in piazza”. Il Consolato italiano di Basilea mi ha fatto l’onore di invitarmi ad aprire all’Università di Basilea la serata inaugurale della settimana, il 20 ottobre, con una lettura dal titolo Piazze di città, piazze della mente.

A Basilea con Luigi Catalano, che ha accompagnato la mia lettura con domande e interventi

L’invito è nato dall’interesse dell’addetto culturale, la professoressa Giuseppina Ruggieri, per il modo in cui in alcune poesie de La mente irretita viene affrontato il tema della piazza. La piazza rosa è una delle poesie di questo libro che ha maggiormente interessato i lettori.
Certo, arrivo buon ultimo – ne sono perfettamente consapevole – ad affrontare questo tema. Lo hanno fatto prima di me poeti talmente illustri che non oso citare il loro nome qui, accanto al mio.
La piazza è, in ogni città, un luogo particolare: che sia una vecchia darsena affacciata sul mare o si apra davanti a una chiesa o davanti a un palazzo civile, raccoglie sempre uno straordinario affollarsi di orme e di prospettive di vita.
E io ho guardato, più che i monumenti, queste orme e queste prospettive, appunto.
Il titolo della lettura, Piazze di città, piazze della mente, deriva proprio dal fatto che a questa idea delle “piazze di città” si può accostare un modo di pensare, o meglio, un modo di incontrarsi con gli altri per fermare, per documentare nella conversazione il proprio pensiero. Insomma, il potere dei luoghi vissuti e il potere della parola detta e ascoltata.

Il 6 ottobre a Velletri

A Velletri presentano La mente irretita, nella Sala Micara, Filippo Ferrara e Sara Gilotta. Insieme a me, legge le poesie Patrizia Audino. Filippo Ferrara da sempre anima con le sue iniziative instancabili la cultura di Velletri. Sara Gilotta, insegnante di lettere al classico, ha il dono di cogliere in quello che legge tutto ciò che può far vibrare la mente e il cuore: lo fa tutti i giorni con i suoi studenti e lo fa spesso, con delicata sensibilità, per gli amici.
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Velletri è la città dove ho scelto di vivere ormai più di venti anni fa.
Ha la giusta distanza dalla grande città e la giusta vicinanza – direi il giusto sguardo – verso il mare. Come gli altri Castelli romani, Velletri ha infatti le colline che digradano al mare tra ovest e sud e risplendono così, per gran parte del giorno, dei suoi riverberi. Sono colline di vigneti e uliveti, ma anche di agrumi e di orti; fitte di case (troppe?) che accompagnano lo sguardo fino alle città della costa, Anzio e Nettuno.
Più a sud è il Circeo a farla da padrone, a spuntare a volte, non sai se promontorio o isola, da una foschia azzurra o a emergere altre volte da un brillio d’aria asciutta, o che si asciuga dopo i temporali. In questo caso, puoi star certo che, se alzi lo sguardo, vedi anche le isole Pontine, quasi sfacciate a mostrarsi.

Il 19 settembre a Bologna

Il 19 settembre La mente irretita è stata presentata a Bologna, alle 16.45, nella sala Blu del Palazzo dei Congressi. La presentazione con una intervista di Daniele Barca e con le letture di Enrico Vagnini, accompagnato alla viola da Anna Maria Gallingani.

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Enrico Vagnini e Anna Maria Gallingani hanno realizzato, sui testi delle mie poesie, una vera e propria pièce teatrale per voce e viola di grande suggestione. L’intervista di Daniele Barca ha aperto e chiuso l’incontro la pièce.

Il 23 settembre alla libreria Odradek di Roma

odradek-roma-0908Il 23 settembre presentazione de La mente irretita da Odradek, a Roma, in via dei Banchi vecchi. Odradek è ancora una di quelle poche librerie dove si può entrare per chiedere un consiglio – e per averlo – quasi su qualsiasi genere di lettura.
È Davide Vender che risponde sempre con gentilezza e competenza d’altri tempi: ma non è un vecchio libraio, è invece un giovane che quasi ogni giorno fa della sua libreria la sede di un dibattito, di una presentazione, di una mostra.
D’altro canto, presentare un libro da Davide è come farlo a casa propria, con la stessa confidenza, con lo stesso “sentirsi bene” in mezzo ad amici, anche se magari non hai mai visto quelli del pubblico.

A presentarmi a Roma è Mario Lunetta, quello che io chiamo il mio “scopritore” perché ha avuto la pazienza di leggere i testi che, come aspirante poeta esordiente di sessant’anni, gli avevo mandato e ha poi seguito questo mio singolare esordio con una attenzione, una amicizia e una sensibilità critica che gli fanno onore, se ancora per lui ce ne fosse bisogno.

 

Il 19 agosto a Favignana

Fabrizio Corleone e Gios Strazzera, con l’assessore alla cultura del Comune, Maria Guccione, hanno presentato La mente irretita a Favignana il 19 agosto 2008.

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Favignana, è l’isola della quale nelle poesie de La mente irretita non faccio mai il nome, ma che ispira l’intera prima sezione del libro, La vita dell’isola, appunto. Si trova nell’arcipelago delle Egadi. È l’isola della mia famiglia e dei miei avi paterni, almeno fino a che li conosco.