Archiviato in febbraio, 2010

Il 24 e il 25 febbraio a Torino e a Genova

Prima di guardare. E dopo

Il 24 febbraio a Bussolengo e a Torino, e il 25 a Genova, due belle letture. Sono stati incontri di tipo molto diverso, ma con lo stesso titolo, Prima di guardare. E dopo. Il titolo, il filo che, nelle due occasioni, ha legato i testi, è tratto da un verso della poesia Hai ragione, Bruno che i libri. Ho scritto di recente (basta leggere qui) che «la poesia non descrive, agisce». Proprio questo carattere, insito nel suo stesso nome, fa sì che la poesia, senza farlo apposta, costituisca una sorta di punto di osservazione privilegiato. La realtà che essa non descrive, ma crea, è tutta mentale. Ed è, per questo, una poderosa istigazione a riflettere. Guardare da questo punto di osservazione può essere decisivo per chi vive in una società senza altra prospettiva che quella del “prodotto” e dell’efficienza. Il fatto è che, prima di guardare, tutti possono dire: «non lo sapevo». E dopo?
Sarà per questo che leggere poesia richiede sforzo. Non perché sia meno comprensibile della prosa, ma perché impegna, anche quando non sembra, a ripensare se stessi e il mondo.

Il luogo della rivelazione

Il 24 febbraio i miei amici di Torino e della Valle di Susa hanno voluto inserire un omaggio alle mie poesie nell’ambito delle celebrazioni del 150° anniversario della fondazione del liceo “Norberto Rosa” che ha le sue sedi a Susa e a Bussoleno. Tre scuole hanno partecipato alla festa e collaborato alla lettura. Oltre al liceo “Rosa”, l’istituto professionale “Galilei”, che ha curato la parte organizzativa e la conduzione della giornata, e il liceo “Teatro Nuovo”, liceo artistico con indirizzo teatrale. A Bussoleno la mattina (Sala polivalente) e a Torino nel pomeriggio (Teatro Alfieri) quattro studenti-attori del Liceo “Teatro nuovo” di Torino, Alice Baronio, Alberto Greco, Camilla Nigro e Luca Viola, con la regia di Enrico Fasella, hanno messo in scena, con un bell’accompagnamento musicale, i testi di quindici poesie tratte da La mente irretita e da I segnalibri di Berlino.

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E i miei versi hanno cominciato un nuovo cammino. Ho già scritto che cosa significa ascoltare i versi “detti” e quale differenza ci sia tra questo ascolto e la lettura con gli occhi dalla pagina di un libro. Ho anche scritto quale emozione possa suscitare il mescolarsi della musica alla voce di chi legge: voce con voce, suono con suono, in un unico flusso di segni pur diversi tra loro.
Ma il cammino che la sperimentazione del Teatro nuovo ha fatto compiere ai miei versi è nuovo perché si è arricchito di un ulteriore universo di segni: del linguaggio gestuale. I gesti degli attori hanno aggiunto alla dimensione fonica quella spaziale, anzi, per la bravura del regista, hanno creato lo spazio adatto perché la dimensione fonica trovasse il suo luogo “naturale” per esprimersi. Unito al gesto, collocato in uno spazio che di volta in volta si espandeva ai quattro angoli del palcoscenico o si racchiudeva nel corpo dell’unico attore in quel momento recitante, ogni verso, più che detto, è stato “rivelato”, come se apparisse per cogliere lo spettatore impreparato di fronte a una emozione via via sempre più intensa.

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E ora una citazione di chi ha reso possibili le letture del 24 febbraio, letture che – bisogna dire – non hanno avuto solo il momento dello spettacolo, ma anche quello della presentazione e della riflessione sui testi.

Enzo Marvazo ha curato con intelligenza creativa tutta l’organizzazione e ha retto, dal vivo, le fila dei due eventi. Roberto Scollo ha fornito una interpretazione critica acuta e di ampio respiro dei due libri dai quali sono state tratte le poesie. Germana Erba, direttrice del Teatro nuovo, ha immesso nella realizzazione dello spettacolo tutta l’energia che anima la sua passione di artista e di persona di scuola.

E il luogo della confidenza

Il 25 febbraio ho letto una decina di poesie edite e inedite alla Stanza della Poesia di Genova, diretta da Claudio Pozzani con Claudia Pastorino. Parlare di un’atmosfera completamente diversa rispetto a quella del giorno prima è davvero poco. La Stanza della Poesia è un piccolo spazio  di una ventina di posti ricavato in un’ala di Palazzo ducale. È frequentato da habitués, lettori o autori di poesie, gente che di poesia ama parlare e che vuole capire.

In questo caso la mia voce non aveva altro accompagnamento che l’attenzione tesa di questo piccolo pubblico di habitués. Alla fine, senza aspettare che io lo chiedessi, ecco le domande, in particolare sulle suggestioni nate dalle poesie tratte da I segnalibri di Berlino.

Poi tutti a sciamare verso i carruggi che stanno lì sotto,, tranne la signora Pozzani, la mamma di Claudio. È stata lei a fermarsi per chiudere il pesante portone di legno di quel piccolo spazio di confidenza nella poesia.

Inserito il 16 febbraio '10 da admin, in Appuntamenti, News. No Comments.

La poesia non descrive, agisce

Postilla a una lettura sul paesaggio

L’altra sera sono stato invitato a leggere quattro o cinque poesie, nella saletta della Biblioteca comunale di Velletri. La lettura era nell’ambito di una manifestazione organizzata dal circolo “La Spinosa per l’Ambiente” e intitolata Prima che l’incanto sparisca. Si trattava di difendere uno straordinario “balcone” di Velletri affacciato verso sud, un “balcone” dal quale si vedono, da una parte, i monti Lepini e, dall’altra, il Circeo e le isole pontine. Nei giorni di foschia, le isole non si vedono più e tutto il resto sembra galleggiare su un’onda azzurra e appare come un incantesimo. Ora, il fatto straordinario è che questo “balcone” non si trova sul pendio di un colle fuori dalla città, ma si offre a chi passa lungo una delle vie del centro storico. Al suo posto, è prevista la costruzione di un parcheggio in parte interrato e in parte sopraelevato: tre piani destinati a oscurare per sempre una vista amata e celebrata – e dipinta – da pittori e vedutisti del Sette e dellOttocento e, soprattutto, cara a tutti gli abitanti di Velletri.

Il caso vuole che una delle mie poesie, Oggi che la pianura (si trova ne La mente irretita), sia stata scritta proprio in relazione a quel “balcone” e a quella vista. Da qui l’invito. Che ho accolto molto volentieri, ma al quale voglio ora rispondere con una postilla che, in poche parole (forse troppo poche), ho esposto anche ai presenti alla manifestazione.

Il fatto è che la poesia non descrive la realtà. Da questo punto di vista, qualche capzioso avrebbe potuto notare che la mia presenza lì era incongrua. In effetti la poesia, piuttosto, tramuta la realtà o, più semplicemente, la fa. Il verbo greco poiéin significa, per l’appunto, fare. E giustamente, in un intervento del 2004, Franco Loi ricorda: «Perché i greci l’han chiamata ‘fare’? Potevano chiamarla composizione o elaborato o racconto ecc. Ma, come sappiamo da Socrate, le parole antiche sono le più vicine alla sostanza e al senso delle cose. La poesia agisce».

Ed è proprio così. La poesia non descrive, ma «agisce». E in che cosa consiste il suo “agire”? Sembrerebbe complicato rispondere a questa domanda, ma basta dire che  il suo “agire” consiste nel “creare”, perché, come è del tutto evidente, la poesia “fa” da nulla. Da questo suo “fare” partendo da nulla dipendono sia la sua profonda necessità di un rito (le regole, quando c’erano, o sempre, la musica) sia la sua assoluta inutilità.

Qualcuno potrà pensare che con questo carattere della inutilità della poesia sono un po’ fissato (basta guardare quello che ne ho scritto qui). Ma non è così. In questo caso deduco la sua inutilità dal dato di fatto che il suo “creare”, a differenza di quello che viene attribuito alla divinità o alla natura, non produce nulla. La poesia, insomma, viene dal e approda al nulla, ma lo fa attraverso un processo che è ben diverso da quello dell’esistere che ha, in quanto “esistenza” concreta, una fase in cui la realtà c’è e si percepisce. Si potrebbe dire che la poesia approda al nulla prima ancora di esistere e che proprio per questo è, più e oltre che una grande metafora dell’esistenza, il grande specchio dove possiamo vedere, in forma – per così dire – accelerata, il nostro divenire e restarne, al tempo stesso, affascinati e sconvolti.

E dunque, seppur certamente “inutile”, in particolare ai fini urbanistici propri di quella manifestazione, la mia presenza lì non era incongrua. Nei miei versi non c’è davvero una “descrizione” della pianura che si estende tra Velletri e il Circeo, ma quella pianura “creata” dalla poesia, proprio per il suo essere nulla, per il suo essere  del tutto deresponsabilizzata da ogni rapporto con ciò che concretamente esiste, può suggerire all’immaginazione persino di più di quanto non possa fare, con la sua pur cangiante bellezza, la vista determinata e “fattuale” che si gode dal “balcone” di Velletri.

E, mi sembra, il pubblico lo ha avvertito.

Inserito il 13 febbraio '10 da admin, in Libri e articoli, News. No Comments.