feb 272012
 

Ricordate la straordinaria commedia di Pirandello Il giuoco delle parti? Sì il “giuoco” era scritto proprio così, ma d’ora in poi io scriverò “gioco”. Il senso della commedia era che nella vita non si possono giocare contemporaneamente due parti se non con un rischio altissimo, quello di giocarsi la vita stessa e di morire.
La trama: Leone Gala, indifferente a tutto tranne che a spiegare ogni fatto con rigorosi procedimenti razionali, vive diviso – ma non legalmente separato – da sua moglie Silia e lascia che lei abbia un rapporto stabile con l’amante Guido Venanzi. Silia, tuttavia, è insoddisfatta e vorrebbe la morte del marito. Quando, per una serie di equivoci, viene insultata da un gruppo di giovani e, in particolare, dal marchese Aldo Miglioriti, ottimo spadaccino, cerca di rivolgere i fatti a proprio favore. Aiutata da Guido, spinge Leone a sfidare a duello Miglioriti. E Leone non solo non si rifiuta, ma accetta pienamente di proporre la sfida all’ultimo sangue. Al momento di recarsi al duello, tuttavia, Leone fa notare che, giocando la parte del marito, lui stesso ha fatto il suo dovere di sfidare Miglioriti, ma che adesso, giocando la sua parte di amante, deve essere Guido a difendere nel duello l’onore di Silia. E questo difatti avviene. Guido muore nel duello.

Ecco, nel processo nel quale Silvio Berlusconi è stato prosciolto dall’ accusa di aver corrotto con 600 mila dollari il testimone David Mills, i suoi avvocati hanno giocato due parti diverse. Come parlamentari – l’uno alla Camera dei Deputati, l’altro al Senato – hanno attivamente contribuito alla stesura e all’approvazione di una serie di norme che, permettendo all’allora premier di allungare i tempi del processo, avvicinavano la prescrizione. Come avvocati hanno utilizzato al massimo quelle norme e molti altri “trucchi del mestiere” per determinare nei fatti lo scadere dei tempi della prescrizione. E infatti il “Corriere della sera” scrive:

«Una sentenza così la impugno tutta la vita» dichiara a caldo l’avvocato Piero Longo, uno dei difensori di Silvio Berlusconi, che un’ora dopo, però, corregge il tiro («Una prescrizione a Milano per Berlusconi è un successo»).

Certo, l’avvocato, nel momento stesso nel quale aveva pronunciato quelle sue prime parole «a caldo», si era reso conto del fatto che stava giocando – diciamo così – con troppa verosimiglianza la parte dell’avvocato, decisamente in contrasto con quella del parlamentare che si era dato da fare per allungare i tempi del processo e ottenere proprio quel risultato: la prescrizione. Nulla sappiamo del travaglio intellettuale di Ghedini, ma anche lui deve aver provato la stessa difficoltà nel giocare due parti.

Eh sì, Pirandello aveva ragione. Tutti e due devono essersi resi conto che, a giocare due parti, si può morire: nel loro caso professionalmente, s’intende. Avendo prodotto, come parlamentari, il risultato della prescrizione, è sucesso che, come avvocati, sono morti. Quale innocente vorrebbe essere difeso da due tipi che cercano solo di non farlo assolvere?

feb 222012
 

Qualche mese fa ho completato la serie dei miei interventi su La speranza fallace: da Cavalcanti a Petrarca (qui l’ultimo) con l’accenno a una possibile “breve appendice” sul modo in cui Leopardi ha successivamente utilizzato il lessico petrarchesco per descrivere la propria idea della speranza. Lo spunto era costituito dal fatto che, nella mia lettura di Petrarca, avevo citato spesso il commento leopardiano al Canzoniere. Su questo commento ho scritto parecchio tempo fa un piccolo saggio, Errori, inganni e un tradimento. Leopardi dal commento al Canzoniere petrarchesco ai Grandi Idilli, in “Civiltà dei Licei”, Anno V (1998), 7. Quando scrivevo di una “breve appendice” pensavo di poter ricavare da quel saggio qualche suggestione e di sintetizzarla in questo blog.
Ma non è possibile. La questione è complessa, richiede ragionamenti – e porta a riferimenti – non facili. Inutile pensare di affrontarla in poche battute. Ecco allora che ho deciso di riprendere qui per intero, in qualche puntata, i contenuti di quel saggio (ormai, per altro, introvabile) e di approfittare dell’occasione per riformulare e aggiornare i temi che lì avevo trattato.

Chiarini-Ritratto di Leopardi

Vorrei qui partire dalla opinione diffusa e – a ragione – consolidata secondo la quale c’è un filo ben forte che lega la poesia di Leopardi, o almeno il lessico leopardiano, al Canzoniere petrarchesco. Questa opinione è confortata, oltre che da molti minori riferimenti, dal noto grandissimo plagio leopardiano di un grandissimo verso del Petrarca, plagio che risale al 1829 e appartiene alle Ricordanze (v. 92: «che di cotanta speme oggi m’avanza»); ma sembrerebbe contraddetta da una lettera all’editore Stella di tre anni prima nella quale il Leopardi dichiara a proposito del Petrarca, apparentemente senza possibilità di equivoco: «[…] io non trovo in lui se non pochissime, ma veramente pochissime bellezze poetiche».
Facciamo il punto della situazione. E cominciamo dal novembre del 1824. In quel periodo, con la stesura del Cantico del gallo silvestre, Giacomo Leopardi conclude la composizione di quelle che saranno poi chiamate le “Operette del ‘24” (in realtà pubblicate, proprio dall’editore Stella, nel 1827) per distinguerle da quelle composte negli anni seguenti e inserite per la prima volta nell’edizione del 1834. Nell’aprile del 1825 Antonio Fortunato Stella invita il poeta a stabilirsi a Milano per dirigere l’edizione di tutte le opere di Cicerone (bisogna ricordare che, subito dopo il suo viaggio a Roma del 1822-1823, si era diffusa in Italia e in Europa la fama di Leopardi come filologo classico). Lo stesso editore gli propone nel frattempo di lavorare anche a un commento al Petrarca e a una crestomazia della prosa e della poesia italiane. Nel luglio dello stesso anno, accettando queste proposte, Leopardi si reca momentaneamente a Milano, ma si stabilisce poi a Bologna dove resta fino al novembre del 1826. Ritorna quindi a Recanati, e vi resta fino al giugno del 1827, quando si trasferisce a Firenze per poi spostarsi, dal settembre di quello stesso anno, a Pisa. Qui si ferma per dieci mesi, durante i quali scrive Il risorgimento (7-13 aprile 1828) e A Silvia (19-20 aprile 1828). Dal giugno al novembre del 1828 ritorna a Firenze da dove è infine costretto a rientrare a Recanati.
Come si vede, il 1825 è l’anno decisivo per il distacco di Leopardi dalla famiglia e dal paese natio; e l’inizio del commento al Petrarca, che è il suo primo lavoro retribuito, coincide con il suo trasferimento a Bologna e con il parziale raggiungimento di una certa autonomia economica. Il lavoro viene condotto con lo scopo preciso di rendere chiaro a tutti il senso dei versi del Canzoniere e non con quello di darne una illustrazione critica. Il poeta preferisce infatti chiamare le proprie note, piuttosto che “commento”, «interpretazione». Per un verso, quel lavoro dovette quindi essere – o essere vissuto come – assai arido e, per un altro, dovette rivelarsi massacrante. In effetti, tra un trasferimento e l’altro, mentre curava l’edizione di Cicerone, sistemava le Operette del ‘24 per la pubblicazione sull’«Antologia» e poi per la consegna all’editore (per non dire di altri meno importanti ma comunque numerosi lavori portati avanti in quel periodo), in poco più di duecentocinquanta giorni, Leopardi aveva dato la parafrasi dei 366 componimenti del Canzoniere e di tutti i Trionfi. Proprio in questo infatti, come ho appena ricordato, e cioè nella «traduzione dei versi o delle parole […] in una prosa semplice e chiara», era consistito prevalentemente il suo lavoro. Non devono quindi stupire più di tanto le espressioni di “rigetto” del Petrarca che, dopo quei mesi di impegno gravoso e intensissimo, egli scrisse all’editore. Proprio queste, d’altro canto, sono le espressioni in genere utilizzate come prova di un profondo distacco del Leopardi dal Petrarca, anzi di un vero e proprio divorzio consumatosi dopo dieci mesi di forse troppo appassionato matrimonio. Ma qui vorrei dimostrare il contrario.
Queste espressioni di “rigetto” sono contenute in una famosa lettera del 13 settembre 1826 ad Antonio Fortunato Stella (quella che ho in parte già citata all’inizio di questo intervento). Leopardi risponde all’editore che gli aveva chiesto, in aggiunta al commento, un saggio sul Petrarca e scrive:

Io le confesso che, specialmente dopo maneggiato il Petrarca con tutta quell’attenzione ch’è stata necessaria per interpretarlo, io non trovo in lui se non pochissime, ma veramente pochissime bellezze poetiche, e sono totalmente divenuto partecipe dell’opinione del Sismondi, il quale nel tempo stesso che riconosce Dante degnissimo della sua fama, ed anche di maggior fama se fosse possibile, confessa che nelle poesie del Petrarca non gli è riuscito di trovar la ragione della loro celebrità.

In queste parole, per la verità, c’è ben di più di un “rigetto” da stress. Ma su questo “di più” tornerò in un prossimo intervento

feb 062012
 

Ho presentato qualche tempo fa la traduzione di una poesia di Frank O’ Hara, A Step Away from Them, appartenente alla raccolta Lunch Poems. Nella stessa raccolta si trova una delle poesie più belle di questo poeta e, forse, una delle più belle di tutta la produzione poetica americana del Novecento. È la poesia The Day Lady Died (qui il testo originale), dedicata al 17 luglio del 1959, giorno della morte di Lady Day. Con questo nome veniva chiamata la grande cantante blues Billie Holiday (1915-1959: qui sotto nella foto), amatissima dagli intellettuali newyorkesi di quegli anni e, in particolare, dal gruppo di poeti e scrittori noto come la “Scuola di New York”.

Lady-Day-1

Entrambe queste poesie hanno una eccezionale “leggerezza” sia nel seguire lo scorrere del tempo sia nell’inserire in questo scorrere, come due sorelle indivisibili, la vita e la morte.
Manhattan è lo straordinario ambiente nel quale tutto questo avviene: le sue strade, le sue librerie, le sue rivendite di alcolici, i suoi tabaccai. E, infine, i suoi locali: spesso, allora come oggi, apparentemente piccoli bar. Ma, se entri, senti subito che la musica di un pianista o di una piccola band è di alto livello e magari riconosci un volto o una voce nota che ti aspetteresti di trovare solo in rinomati teatri di Broadway. La Bowery, la zona di Manhattan che si estende a fianco di Bowery street, è piena di questi locali e Frank O’ Hara ne era uno dei più assidui frequentatori.

Ecco dunque la traduzione di The Day Lady Died.

È morta Lady Day1

Sono le dodici e venti a New York un venerdì
tre giorni dopo il giorno della Bastiglia, sicuro
è il Cinquantanove e vado in cerca di un lustrascarpe
perché parto alle quattro e diciannove, a Easthampton
arriverò alle sette e quindici e dopo subito a cena
e non so se qualcuno mi farà da mangiare

cammino su per la strada dove l’afa comincia a farsi sentire
e prendo un hamburger e un frappè e compro
quell’odioso del New World Writing, così vedo che fanno
in questi giorni i poeti del Ghana
……………………………………………vado in banca
e miss Stillwagon (l’ho saputo anch’io che di nome fa Linda)
per una volta nella vita non si mette a guardare il mio saldo
e da Golden Griffin prendo un piccolo Verlaine
per Patsy2, illustrazioni di Bonnard, ma non mi
dispiacerebbe Esiodo, trad. di Richmond Lattimore o
la nuova commedia di Brendan Behan3 o Le balcon o Les Nègres
di Genet, ma non li prendo, rimango con Verlaine
finché vado a dormire, praticamente, con irresolutezza

e per Mike faccio due passi al negozio di liquori
di Park Lane e chiedo una bottiglia di Strega
poi me ne torno per dove ero venuto fino alla Sesta Avenue
e al tabaccaio dello Ziegfield Theater e
come niente fosse chiedo una stecca di Gauloises e una stecca
di Picayunes, e una copia del New York Post dove c’è il viso di lei
e da quel momento sono pieno di sudore e penso che
me ne stavo appoggiato alla porta del cesso, al 5 spot4,
mentre lei sussurrava una canzone a Mal Waldron5 accosto
alla tastiera e tutti, me compreso, smettevamo di respirare.

——
1. Il gioco di parole del titolo originale è intraducibile
2. Patsy Southgate (1928-1998), scrittrice e traduttrice, molto vicina al gruppo di poeti della “Scuola di New York”
3. Brendan Behan (1923-1964), poeta, romanziere e scrittore teatrale irlandese, attivista repubblicano, molto rappresentato a Broadway proprio in quel periodo
4. Mitico bar cabaret al numero 5 di Cooper Square, sul lato sud di Bowery street. Dal 1956 vi si esibirono i maggiori artisti del jazz e del blues
5. Mal Waldron (1925-1902), pianista newyorkese, accompagnò regolarmente Billie Holiday dal 1957 fino alla morte della cantante