giu 192013
 

Nel 50° anniversario del discorso di J.F. Kennedy dal Municipio di Berlino Ovest

Il Municipio di Berlino Ovest, nel quartiere di Schöneberg, fu teatro, il 19 giugno del 1963, del famoso discorso nel quale J.F. Kennedy dichiarava, tra l’altro, «Ich bin ein Berliner» e chiamava gli europei a un nuovo modo di sentire la libertà, nella prospettiva di una fine della guerra fredda.

Kennedy a Rathaus Sconeberg01Oggi quello stesso palazzo ospita di nuovo una sede amministrativa, quella del settimo distretto della capitale tedesca, ma la suggestione che esso ispira è dovuta certamente più alla sua storia, testimoniata da una targa di bronzo, che al suo presente.
Due anni fa, durante un mio soggiorno a Berlino, sono andato a visitare Rathaus Schöneberg. Era giugno: un sabato di sole, con il cielo straordinariamente limpido.
La poesia che segue, Sabato a Rathaus Schöneberg, ora inserita in una sorta di dittico, Sabato e domenica, comprendente anche Domenica a Dresda, fa parte della mia raccolta più recente, Viaggio all’osteria della terra (Manni, 2012).

Sabato a Rathaus Schöneberg

Sarà perché è sabato mattina e l’importanza
del mercato delle pulci non è da sottovalutare, sarà per tutto
questo sole di oggi e per il cielo
di un blu così profondo che i berlinesi sono,
in molti, a testa in su,
meravigliati: insomma qualcosa sarà a far dimenticare adesso, qui,
il palazzo e, sul palazzo – das Rathaus Schöneberg, intendo – la targa
di bronzo con l’effigie
del Presidente e quella sua frase, «Ich bin ein Berliner» che dovrebbe
dire qualcosa a chi passa di qua.

O forse non dice più niente. Non posso negarlo: quarantotto
anni fa, di tanti
che oggi sono nella piazza, non doveva
esserci nessuno. Troppo giovani adesso, oppure erano allora
troppo lontani, dato che questo, è evidentemente un mercatino
per immigrati e nella storia
che racconta la targa loro
non ci sono stati. Ma chi ci è stato? Mi domando
se non rimanga, questa storia, solo nella testa
di qualche kennediano irremovibile,
granitico vecchio liberal di sinistra con in mente: l’Europa
come un fiore
della pace. “Wir sind alle Berliner”, Presidente. Così
la penso io. In questa piazza,
levate le bancarelle, già domani, qualcuno
si avvicinerà
alla targa di bronzo o perché ricorda (qualcuno
ci sarà pur stato in quella storia), o perché
– sia caso o volontà – troverà qualche cosa
nuova da conoscere. La tenacia
del bronzo non è da sottovalutare.

apr 252013
 

Quattro anni fa, nella primavera del 2009, ho scritto alcune poesie che ho poi raccolto nel piccolo volume Versi inutili e altre inutilità pubblicato nel 2010 in quattrocentocinquanta copie numerate da Edicit di Foligno, con la copertina e alcune bellissime illustrazioni disegnate da Marco Vagnini. Allora questo libro ha avuto una certa fortuna: ha venduto molte copie, pur essendo disponibile quasi soltanto on line (vedere qui); ne ho fatto personalmente parecchie letture in diverse città; e a Torino, con l’organizzazione della splendida Germana Erba, è stato persino rappresentato in una versione teatrale al Teatro Alfieri per la regia di Enrico Fasella.
Le poesie di questo libro utilizzano la metafora della notte per evocare gli ultimi decenni della storia di questo nostro Paese: una notte di buio torbido e marcio. Non parlano del berlusconismo, che pure era – ed è – una delle cause di questa notte. Il problema, così a me sembra, è che tanti (troppi, per i miei gusti) in quel buio si trovano bene: ciascuno a coltivare il proprio interesse particolare e a ritagliarsi il suo spazio privato, naturalmente a danno dell’interesse comune e dello spazio pubblico. Da qui la mia orgogliosa rivendicazione dell’inutilità come valore forte, come la dimensione più radicalmente contraria allo straripare di una utilità vissuta come la finalità preminente dell’individuo-predatore.

Copertina Versi inutili

In quei versi avvertivo (pre-sentivo) che non sarebbe stato facile riprendere il cammino anche quando quella notte fosse finita. Per chi si trova nel buio completo, anche un lontano barlume di luce provoca nuova cecità piuttosto che capacità di vedere. E aggiungevo: «E se questa notte è malata / e marcisce il suo buio, sarà meglio non irrorarsi / della frescura nemmeno, in ogni caso sarà meglio non credere / che la luce del giorno / arrivi per conto suo. Se la vogliamo, la luce, / toccherà a noi di trovarla».

Ecco, credo che i fatti di queste ultime ore costituiscano una conferma drammatica di quello che avevo scritto nei miei Versi inutili. Tutti, tutti coloro che sono stati chiamati (eletti) a prendere delle decisioni per il Paese sono diventati più ciechi. E anche noi che abbiamo assistito a questo triste spettacolo capiamo bene che non siamo più vicini a uscire dalla notte dell’Italia. E tuttavia, insisto: «Se la vogliamo, la luce, / toccherà a noi di trovarla».

Come cittadino di questo paese ho pensato, in questi anni di buio, che il Partito Democratico potesse essere la mano da stringere per ritrovare la strada. Non perché si rivelasse come lo strumento “perfetto” per realizzare i miei ideali di libertà, di uguaglianza e di giustizia sociale. Ma proprio per la sua imperfezione, per il suo essere complesso e composito, per le sue stesse difficoltà a trovare una leadership: segno – così mi sembrava – di una ampiezza di apporti, e di una interazione tra essi, introvabili altrove; carattere proprio – così mi sembrava – di un partito che si collocava sul fronte opposto dei populismi personalistici così cari a tanti italiani, ma così insopportabili per chi ama una democrazia compiuta e adulta.
E invece, al primo barlume che si è intravisto, anche nel caso del PD, la cecità è aumentata: una ridda di ciechi ha trasformato la complessità (che io consideravo una ricchezza) nella più povera e sventurata delle rese dei conti. E io quella mano non la stringo più. L’ho persa. E, se la ritrovassi, dove mi porterebbe? Una cosa è certa. La notte continua. «Se la vogliamo, la luce», dobbiamo tutti ripensare il futuro e dobbiamo farlo con una consapevolezza personale la più alta possibile capace, proprio perché così alta, di ritrovare un barlume nuovo di luce e di diventare consapevolezza “comune”, di ritrovare un “comune” spazio politico: un PD rinato dalle sue ceneri? un altro spazio? oggi è difficile dirlo. L’importante è non smettere di pensare. E non smettere di dire quello che si pensa. Io, almeno, farò così.

Intanto lo faccio, qui, trascrivendo i versi della poesia che apre il libro Versi inutili e altre inutilità. Versi inutili, certamente. Però forse profetici.

Versi inutili (2009)

A Giovanni ¹

Bisogna pure ricominciare per sciatteria o viltà, bisogna
– ti dico io – ricominciare ogni giorno che capita e sapere
che andare avanti può dipendere dalle quotidiane
pigrizie (o eccitazioni, fa lo stesso)
che ci spingono, comunque sia, a vivere.

Ricominciare
ogni giorno che capita. È un modo di dire. Dalla notte
dove siamo
non ce la facciamo a uscire e il buio
che s’intorbida dilata
le nostre pupille e noi aspettiamo la luce, ma quando
sarà tornata potremmo
non vedere ancora. Sarebbe bella! Uno scherzo
della nostra natura: le pupille
sono fatte così. Ma tutta
questa storia di sciatteria e viltà, questo stramaledetto verso
che mi è rimasto in testa ed è cocciuto
come un moscone ammaliato
dal non-senso del vetro dove sbatte, l’una
e l’altro non sono uno scherzo – è evidente.

Ricominciare
ogni giorno (e sia pure per modo di dire) che capita: quello che posso
fare è scrivere – non aspettarti chissà che cosa – versi
come sempre, come è
nella loro essenza,
inutili, anzi, date le circostanze, lo capisci, i più inutili
che mi vengono in mente. Non so scrivere inni d’altro canto
(sacri o profani), ammesso che gli inni (in una
qualsiasi delle due specie) siano utili, e neanche
so a che cosa inneggiare: mi viene in mente la luce perché vorrei proprio
ora vederci più chiaro.

Ma in questa notte dilata il buio che s’intorbida le nostre
pupille tanto che non sappiamo se quando
sarà tornata la luce vedremo davvero di più o se saremo
ciechi ancora.

E poi c’è un’altra cosa: non so neppure gridare, non saprei
nemmeno
per strada strillare i miei versi per farli
ascoltare, anche solo per caso, a chi è lì che cammina.

Mi chiedo come faranno
i suonatori ambulanti a fare sentire
le loro canzoni sui tram, a farle sentire persino
nelle carrozze della metro.

E poi c’è un’altra cosa
ancora ed è
più importante: non so come sia potuto accadere che i versi
di una canzone siano stati
detti uno dopo l’altro in uno stadio
di prigionieri (non si poteva
scrivere lì) e insomma siano stati creati e fermati
in una memoria
comune così come echi continuamente
ripetuti e tutto questo sia stato fatto da chi
sapeva che nessuno
di quei versi gli sarebbe servito a niente per vivere, però
di quei versi ciascuno poteva
essergli compagno per morire. Ricordi Victor Jara, Estadio Chile? ²  Non so
come sia potuto accadere, ma dev’essere
stato lì tutto un mischiarsi di versi e di sangue e di mani
spezzate e di morte e so per certo che i versi
detti e ridetti tra tutto
quello che accadeva erano la cosa più inutile, però è anche vero che sono
l’unica cosa che ora
ci è rimasta di quella notte – Estadio
nacional de Chile, Santiago dall’undici
al sedici di settembre.

Ed era una notte – lo so – diversa da questa. Ma ciò
non toglie che adesso
il buio dilata, torbido
com’è, le nostre pupille e non sappiamo se quando
sarà tornata la luce vedremo davvero di più o se saremo
ciechi ancora.

Io penso che, se qualcuno riuscisse
non a gridarle, piuttosto
a spargerle nell’aria le parole
di questi versi sarebbe
come se la loro inutilità non fosse un’astrazione, ma
un aerosol da spruzzare; ci sarebbe comunque l’effetto di non soffocare,
almeno io che le ho scritte, queste parole, tu
che le leggi, gli altri, se ci saranno, che le raccoglieranno
con il loro respiro per la strada.

E se questa notte è malata
e marcisce il suo buio, sarà meglio non irrorarsi
della frescura nemmeno, in ogni caso sarà meglio non credere
che la luce del giorno
arrivi per conto suo. Se la vogliamo, la luce,
toccherà a noi di trovarla, e sia pure con tutte le nostre
quotidiane pigrizie (o eccitazioni, fa lo stesso),
o forse proprio per quelle,
per quella incompiutezza che accompagna
la nostra umanità dentro a questa storia di sciatteria e viltà che ci è
venuta addosso e non è uno scherzo – è evidente.

Versi inutili. Però è anche vero che se
– meglio di niente – la loro inutilità non fosse un’astrazione, ma
un aerosol da spruzzare e riuscissimo a spargerli
davvero in un modo o in un altro nell’aria, potremmo non soffocare
di questo marcire del buio e fare catena di mani con chi c’è (almeno
io che li ho scritti, questi versi, tu
che li leggi, gli altri, se ci saranno, che li avranno raccolti
con il loro respiro per la strada) e riusciremmo a trovarla
noi la luce del giorno. Dopo
si tratterà di vederci di nuovo, se l’avremo trovata, la luce, e sia pure
con tutte le nostre
quotidiane pigrizie (o eccitazioni, fa lo stesso),
o forse proprio per quelle,
per quella incompiutezza che accompagna
la nostra umanità dentro a questa storia di sciatteria e viltà che ci è
venuta addosso e non è uno scherzo – è evidente.

_____________
¹ Giovanni Perrino ha scritto il bel libro Ellis Island (Interlinea, 2007). Una delle poesie di questo libro comincia con il verso «Bisogna pure ricominciare, per sciatteria o viltà». Giovanni non si è dispiaciuto del fatto che ho approfittato delle sue parole, che ne ho in parte tradito il senso e che ho persino chiamato «stramaledetto» (ma solo perché ce l’ho continuamente in testa) il suo verso.
² Victor Jara (1932-1973), cantautore cileno, membro del Partito comunista, fu arrestato l’11 settembre, subito dopo il colpo di stato di Pinochet, e rinchiuso nell’Estadio nacional de Chile trasformato, come è noto, in campo di concentramento. Per evitare che potesse suonare o scrivere, gli furono spezzate le mani. Ma lui riuscì lo stesso a comporre i versi di Estadio Chile, forse dicendoli e facendoli imparare ai compagni di prigionia. Questi versi uscirono poi da quello stadio e oggi sono una delle poche cose che restano di quei giorni immediatamente successivi al golpe, di quella notte della democrazia e dell’umanità. Oggi l’Estadio nacional di Santiago del Chile si chiama Estadio “Victor Jara”.

apr 182013
 

“La poesia del giorno” oggi sulla home page di questo blog

“La poesia del giorno” è un testo di Gabriella Sobrino (nella foto qui a fianco) in ricordo di Amelia Rosselli.
Questa Italia che non cambia mai. Nel dialogo tra le due poetesse si rivela la preoccupazione e, «allo stesso tempo», la rassegnazione di Amelia Rosselli, figlia di Carlo, il patriota antifascista ucciso a Parigi nel 1937 dai sicari di Mussolini.Gabriella Sobrino Volete sapere perché mi è venuta in mente questa poesia proprio oggi? Accendete la tv e guardate che cosa ha combinato il leader che si è fatto eleggere (che io ho eletto) per il cambiamento! Va bene. Mi accontenterò anch’io, per ora, di «un gelato / alla fragola e limone». Ma solo per ora.

Amelia Rosselli, si è suicidata, dopo anni di gravi malattie e di depressione, nel febbraio del 1996 (quindi poco tempo prima di questo ricordo che ne fa Gabriella Sobrino: la sua tomba si trova in quel cimitero acattolico di Roma del quale parla Pasolini ne Le ceneri di Gramsci) e non ha avuto la forza, nei suoi ultimi terribili anni, di lottare per il cambiamento dell’Italia.
Ma io, finché la salute mi assiste, non smetterò di combattere (con la parola, non ho altre armi e non ne vorrei) perché questo paese esca una buona volta dalla oscura notte di melma che da troppo tempo oramai lo ha inghiottito. Prendere un buon gelato non mi impedirà di farlo, ve lo assicuro.

Gabriella Sobrino
Ricordo di Amelia Rosselli

Mi parlasti dell’OVRA¹ che ti spiava
in un nostro incontro al tuo attichetto
sui tetti di Roma e
sulle strade che a quel punto formano
un intricato labirinto².
Parlammo della paura, dei sospetti, della possibilità
di rivedere il nero in un prossimo futuro.
Eri preoccupata e rassegnata
allo stesso tempo.
(Le tue mani scosse in un tremito continuo³)
Poi, all’improvviso, rompesti il silenzio
con un timido sorriso e una proposta:
ce lo vogliamo prendere un gelato
alla fragola e limone?

Da Inediti (1996-1998), in Poesie scelte. 1978-1998, Loggia de’ Lanzi, 1998.

_____________
1. OVRA: la polizia segreta del regime fascista, attiva in Italia dal 1930 e, successivamente, fino al 1945, nella Repubblica di Salò.
2. attichetto … labirinto: Amelia Rosselli abitava in via del Corallo, nel “labirinto di strade tra via del Governo vecchio e Piazza Navona.
3. le tue mani scosse in un tremito continuo: il morbo di Parkinson era una delle malattie di cui soffriva Amelia Rosselli.

apr 052013
 

Mary Jo Salter (n. 1954), originaria del Michigan ma cresciuta a Detroit e Baltimora, ha la straordinaria capacità di passare facilmente dai temi legati alla sua conoscenza diretta di molti paesi, in particolare europei, ad argomenti che appartengono alla più schietta, e talvolta confidenziale, quotidianità domestica.

MaryJoSalterLa poesia della quale propongo la traduzione, Video Blues (qui il testo originale), rientra con tutta evidenza tra questi argomenti. In essa il linguaggio generalmente leggero che caratterizza lo stile di Mary Jo Salter trova equilibrio e misura proprio nell’avvicinarsi a un campo di esperienza solo apparentemente ristretto, ma che in realtà si rivela un mondo complesso e vivace, osservato sempre con consapevolezza e umana comprensione. Da qui una felicità di tono che avvicina questi versi ai migliori esempi della poesia americana dell’ultimo mezzo secolo.

In particolare, Video Blues, come suggerisce il titolo (che lascio senza traduzione perché è abbastanza perspicuo di per sé), valorizza questa felicità di tono con il ritmo e le rime propri di una ballata. La poetessa crea così un’atmosfera nella quale, da una parte, viene voglia di cantare i suoi versi con il sorriso sulle labbra mentre, dall’altra, si capisce bene che la storia raccontata è quella di una ricorrente frustrazione: il rapporto tra l’autore e il lettore si arricchisce in questo modo di un ammiccamento, diventa intesa, arriva alla complicità.

Nella traduzione italiana ho cercato di mantenere la leggerezza  e la scioltezza del linguaggio. Per farlo mi sono preso alcune – piccole, per il vero – libertà. Per esempio, nella seconda strofa, ho eliminato nel secondo verso “da ripetere” (nella traduzione di too long to repeat), anche tenuto conto del fatto che in italiano è superfluo; invece che “Ragazzo”, al v. 13, ho tradotto “Dai” che in italiano scorre di più in fine di verso e che ha, in sostanza, lo stesso senso. Poiché tuttavia non volevo stravolgere il testo originale, ho omesso l’uso delle rime. Ho tuttavia mantenuto sempre in fine di verso, puntando sull’effetto di parole-rima, sia ”Myrna Loy”  sia l’espressione “mandar giù” con la quale traduco il non facile (in questo caso) “enjoy” dell’originale.

Video Blues

Mio marito ha una cotta per Myrna Loy
e gli piace affittare i suoi film per spassarsela.
Certe sere è proprio dura da mandar giù.

L’elenco delle attrici che potrebbero
averlo al loro servizio è troppo lungo.
(Mio marito ha una cotta per Myrna Loy

Carole Lombard, Pulette Goddard, la timida
Jean Arthur con quella voce secca come grano …)
Certe sere è proprio dura da mandar giù.

Lui svela tutto questo solo per dar fastidio
a una moglie fedele? So che non posso competere.
Mio marito ha una cotta per Myrna Loy.

E una donna non può avere il suo uomo dei sogni? Dai,
io non voglio dire che mi manchi qualcosa nella vita
ma qualche sera potrei davvero godermi

due ore con Cary Grant come con un gioco tutto mio.
Suppongo, tuttavia, che siamo desinati a non incontrarci.
Mio marito ha una cotta per Myrna Loy,
che certe sere è proprio dura da mandar giù.

mar 302013
 

La novella di Verga Cavalleria rusticana (qui il testo completo) è una storia piena di disonore; è la storia di un quadruplice tradimento: Turiddu, uno di quelli che vorrebbe «fare il bravo» («bravo» nel senso manzoniano del termine») ma non ne ha il coraggio, tornato dal servizio militare, scopre che la sua vecchia fidanzata, Lola, sta per sposare il carrettiere Alfio. Piuttosto che affrontare il rivale, per farle dispetto – ecco il primo tradimento – si mette a corteggiare un’altra ragazza, Santa, fino a farla innamorare. Nel frattempo Lola, a sua volta ingelosita, benché abbia effettivamente sposato Alfio, cerca – ed ecco il secondo tradimento – di riprendersi Turiddu. E quest’ultimo – ecco il terzo tradimento -, dimenticata Santa, cede alla rinnovata seduzione di Lola. Sarà infine Santa a far precipitare gli eventi con un quarto tradimento: avverte infatti Alfio della relazione di Lola e Turiddu e causa il duello rusticano durante il quale, nel giorno di Pasqua, Turiddu, infine, viene ucciso senza poter «profferire nemmeno: “Ah, mamma mia!”», come scrive, in conclusione della novella, il Verga.
Soltanto nella riduzione del testo verghiano a libretto dell’opera di Mascagni (riduzione di G. Targioni Tozzetti e G. Menasci: qui nelle edizioni del Teatro alla Scala), compare quella che è diventata poi una delle frasi più famose dell’intera storia: la maledizione «A te la mala Pasqua» lanciata da Santa a Turiddu.
In tutti e due i testi ciascuno dei personaggi agisce in nome del disonore: pensa a sé e e al piccolo cerchio del proprio sentimento e, in nome di questo, è disposto a tradire o, come Alfio, a servirsi di chi tradisce e a essere sleale pur di vincere il duello. Un concentrato di disonore che non lascia scampo a nessuno.

Cavalleria_Rusticana_sonzogno

Anche questa nostra Pasqua è piena di disonore.
Un ministro degli esteri del governo in carica che manca alla parola data in sede internazionale (anche se poi è costretto a ripensarci, ma intanto si guadagna l’ammirazione incondizionata della destra più svergognata del mondo); il “capo” del secondo partito italiano, il Movimento 5S, che si lava le mani da tutto e aspetta sulla riva del fiume di vedere passare il cadavere del paese che odia (il suo!), trascinato dalla corrente; un ex presidente del consiglio accusato da un reo confesso e da altri testimoni di aver comprato i voti per far cadere il governo guidato dal suo avversario politico.
Queste sono alcune delle ferite più recenti che segnano il volto dell’Italia del disonore. 
Sarebbe troppo lungo enumerarle tutte. Ma va almeno segnalata, tra le altre ferite, la non sempre taciuta vicinanza con posizioni razziste e antisemite di esponenti di Pdl, Lega e M5S: una vicinanza dovuta (e non sai quale delle due ragioni sia la peggiore) alla ricerca di qualche voto in più o a sincera convinzione.

Verrebbe da dire: se questa è l’Italia che piace agli italiani, che se la tengano.
Ma io non la penso così. Penso che gli italiani, che pure sono confusi e – perché non riconoscerlo? – attratti da promesse populiste e da messaggi di rigenerazione palingenetica, possano ancora tornare a ragionare sul bene del paese: se non hanno in testa anche loro (qualcuno ce ne sarà, ma non tutti!) una qualche forma di tradimento, se non odiano il loro stesso paese fino a voler cadere con esso per la gioia di chi aspetta sulla riva del fiume, se non vogliono servirsene per scamparla dalle loro malefatte.
Penso che gli italiani abbiano bisogno di un semplice e chiaro messaggio di verità e di speranza: poche cose da fare – da poter fare sul serio – per il «bene comune» (una volta si diceva così, non è vero?).
Non sono un politico. Ho in testa tre grandi obiettivi: sapere, energia, lavoro (non ultimo obiettivo, ma necessaria conseguenza dell’intervento sugli altri due). Naturalmente, altri più esperti di me avranno in testa altri campi di azione e di decisione. Se è così, lo dicano. Lo dicano presto. Al Parlamento o agli elettori; meglio ancora all’uno – se ve ne sarà la possibilità – e agli altri. L’Italia aspetta: l’Italia dei milioni di cittadini che, con onore, tutti i giorni fanno il loro dovere.

È in nome di questa Italia di cittadini onorati che ai mestieranti del disonore io dico «A voi la mala Pasqua».

mar 202013
 

Il 23 marzo alle 18.00, a Bologna, nella Sala conferenze dell’Università “Primo Levi”, Gian Paolo Roffi, esponente della “poesia totale” e – come lui stesso si definisce – «mixed media artist», presenta il mio recente libro di versi Viaggio all’osteria della terra.

prima

Alle tre parti nelle quali Roffi articolerà il suo intervento corrisponderanno tre sessioni di mie letture di alcune poesie del libro.

La cortesia della presidente dell’Università “Primo Levi”, Paola De Donato, ha trasformato questa presentazione-lettura in un vero e proprio evento: un «aperitivo letterario da non perdere!» come dice, con un’enfasi di cui sono grato e onorato, l’annuncio sulla home page del sito web dell’Università.

mar 092013
 

Ci sarà un governo dopo queste elezioni? Si faranno altre elezioni? Non apprezzo chi, come Grillo, aspetta sulla sponda del fiume che il cadavere dell’Italia passi sotto i suoi occhi. Penso infatti che, nella storia d’Europa e in quella del mondo sviluppato, l’Italia possa svolgere ancora, da viva, un ruolo di primo piano. Sì, penso che l’Italia abbia ancora voglia di vivere, anche se non passa certo un momento allegro.
Tuttavia, siccome i problemi ci sono, voglio parlarvi di un problema, invece che di proclami di palingenesi. E, per farlo, vi racconto ventiquattro ore di ordinaria assenza di cultura digitale. Naturalmente, dal mio piccolo osservatorio di uomo comune, intendo parlare della cultura digitale (e delle relative infrastrutture) nella vita di tutti i giorni, non del digitale sbandierato come un’ideologia e usato per dirette in streaming senza interlocuzione. Quanto ci costa, nella vita quotidiana, l’assenza di cultura digitale?

Due piccole avvertenze preliminari. La prima: non farò nomi perché non voglio mettere alla gogna nessuno; le persone che hanno avuto una parte in queste ventiquattro ore sono state con me di una gentilezza squisita e sono convinto che non abbiano responsabilità personali. La seconda: non sono un “fissato” dei media digitali (per esempio, scrivo spesso a mano, leggo più libri cartacei che e-book); ma uso molto i media digitali sia perché mi consentono di organizzare – e trasportare – meglio le informazioni e le conoscenze che mi servono, sia perché mi aiutano (forse dovrei dire: potrebbero aiutarmi) a semplificare molti aspetti della vita pratica.

Computer-e-carta

Ecco dunque le mie ventiquattro ore.
Sono andato tempo fa a ***  per tenere una lezione in un seminario di formazione per docenti.

In albergo, un quattro stelle, la sera prima della lezione. Chiedo per telefono alla reception come collegarmi alla rete wi-fi con il portatile. Nonostante il recente pronunciamento del Garante della privacy che prevede il collegamento libero nei locali pubblici, non trovo nessuna libertà (e nessuna privacy): mi dicono che devo usare un userid e una password ed entrambi mi vengono – gentilmente, ma ben poco riservatamente – dettati per telefono. Tutto facile con il computer. Un po’ meno con lo smartphone: infatti userid e password servono per accedere con un browser al portale dell’albergo e, cominciando da qui – e solo da qui – si può successivamente navigare. Dunque è necessario l’uso di un browser e non si possono usare app che richiedano direttamente il collegamento wi-fi. Il quale ultimo è, per altro, di una lentezza esasperante.

A scuola, per la lezione. La scuola che ospita il seminario si può definire tecnologicamente avanzata, con laboratori ben forniti e, a quanto posso constatare, molto usati (probabilmente anche ben usati). Tengo regolarmente la mia lezione e, successivamente, vado in segreteria per la documentazione delle spese di viaggio. Chiedo un indirizzo email per poter mandare le ricevute dei biglietti ferroviari. No, l’impiegato della segreteria mi dice che ci vogliono gli originali di carta. Originali che naturalmente non ho, perché ho fatto i biglietti on line e le mie “ricevute” non sono altro che file pdf. Tiro fuori la mia chiavetta usb, dove ho provvidenzialmente salvato i file in questione e l’impiegato, inserita la mia chiavetta nel suo computer, stampa le ricevute. Subito dopo mi consegna dei moduli di carta che devo riempire a mano con i miei dati e mette in una cartellina un bel malloppo di fogli che contengono dati che verranno poi copiati in un file che a sua volta verrà stampato e così via per l’eternità, o quasi.

In treno al ritorno. Non ho parlato dell’andata semplicemente perché, sul treno per ***, nessuno, in oltre due ore di viaggio con due cambi, mi ha controllato i biglietti, cioè i famosi (o famigerati) file pdf che avevo per comodità e per sicurezza trasferito, oltre che sulla chiavetta usb, anche sullo smartphone. Questa volta il controllo c’è. Mostro il file sul display dello smartphone. Il controllore mi guarda desolato spiegandomi che, per viaggiare sui treni regionali, i biglietti devono essere stampati su carta. È incredibile, ma è vero. Una avvertenza che non avevo notato recita quanto segue: «Il Biglietto Elettronico regionale è emesso già convalidato. Stampa l’allegato pdf alla mail di conferma che costituisce biglietto. Il biglietto è nominativo e associato a nome e cognome inseriti all’atto della registrazione online o nei dati del viaggiatore, pertanto a bordo tali dati saranno soggetti a riscontro con documento d’identità valido». Il controllore è comprensivo: con un dito che benevolmente minaccia, mi indica che per questa volta lascia correre e perdona la mia birichinata. Io riconosco apertamente il mio errore e dentro di me rifletto: Trenitalia (che, non si sa bene perché, mi dà del “tu”) mi aveva effettivamente intimato: «Stampa l’allegato pdf alla mail di conferma». Io avrei scritto, per gentilezza e chiarezza: «La preghiamo di spampare il pdf che troverà allegato alla mail di conferma» e magari lo avrei scritto grande in alto sulla pagina. Ma questo è il meno. Il fatto è che i biglietti dei treni regionali, quelli di carta che si comprano nelle biglietterie, non sono nominativi, mai e per nessuno (solo i “biglietti integrati a tempo lo sono). Pertanto chi acquista il biglietto on line (con risparmio di tempo, personale e carta per Trenitalia) viene fatto oggetto di un doppio sopruso: è costretto a stamparsi in proprio «l’allegato pdf» che contiene anche la pubblicità a colori di «servizi accessori post-vedita» come noleggio auto e così via; se poi decide di non viaggiare lui, non può, come tutti gli altri viaggiatori, cedere il biglietto al parente o all’amico, perché chi si è permesso una tale audacia digitale deve essere in qualche modo vessato per essere spinto a non permettersela più.

Ecco. Il racconto finisce qui. Moltiplicate adesso le mie ventiquattro ore per i milioni di persone che ogni giorno si spostano per lavoro, devono fare biglietti, documentare i loro spostamenti (soprattutto nella Pubblica Amministrazione) e, secondo le pubblicità che affollano il web, possono felicemente lavorare nel “cloud”, nella “nuvola” dove i dati sono (o dovrebbero essere) sempre disponibili. Calcolate, moltiplicando ancora per circa 280 giorni lavorativi all’anno, lo spreco astronomico provocato ogni anno in Italia da questo aspetto della assenza di cultura digitale. Aggiungete gli altri sprechi astronomici dovuti ai tanti altri aspetti che questa assenza assume. E vedrete se non è vero che si può fare una spending review in Italia senza colpire necessariamente pensionati e malati.

feb 262013
 

La poesia del giorno oggi sulla home page di questo blog

Tutti i giorni, in una pagina di questo blog che trovate indicata nella testata, pubblico “La poesia del giorno”, un appuntamento di lettura e di riflessione per tutti coloro che mi seguono. Oggi, oltre che nella pagina che le è quotidianamente destinata, “La poesia del giorno la pubblico anche qui.
Temo che gli Italiani, il trenta per cento dei quali continua a votare una coalizione di centrodestra che ha portato questo paese allo sfascio culturale e morale, prima ancora che economico, abbiano la tendenza a dimenticare.

Quasimodo

Questa bellissima poesia di Salvatore Quasimodo, che vi propongo oggi come poesia del giorno, è stata scritta nell’anno in cui io sono nato, il 1947. Ed è un antidoto alla dimenticanza. È infatti la poesia dei «poeti che non dimenticano» e che, soprattutto nelle difficoltà, proprio in quanto fortificati dalla loro memoria, riescono a cantare «anche il pianto», anche «il limpido lutto delle madri» perché sanno che lì si trova, in certi momenti della storia di un paese, «la sua vita». Ecco, nel difficile momento di oggi, nel momento in cui è bene ricordare che «i morti non si vendono» (perché non si vendono i valori in nome dei quali sono morti), credo che sia giusto, nonostante tutto, cantare la vita del mio paese, fra tristezza e speranza: la speranza che nessun poeta italiano debba più cantare pianti e lutti.

Salvatore Quasimodo
Il mio paese è l’Italia

Più i giorni s’allontanano dispersi
e più ritornano nel cuore dei poeti.
Là i campi di Polonia, la piana di Kutno
con le colline di cadaveri che bruciano
in nuvole di nafta, là i reticolati
per la quarantena d’Israele,
il sangue tra i rifiuti, l’esantema torrido,
le catene di poveri già morti da gran tempo
e fulminati sulle fosse aperte dalle loro mani,
là Buchenwald, la mite selva di faggi,
i suoi forni maledetti; là Stalingrado,
e Minsk sugli acquitrini e la neve putrefatta.
I poeti non dimenticano. Oh la folla dei vili,
dei vinti, dei perdonati dalla misericordia!
Tutto si travolge, ma i morti non si vendono.
Il mio paese è l’Italia, nemico più straniero¹,
e io canto il suo popolo, e anche il pianto
coperto dal rumore del suo mare,
il limpido lutto delle madri, canto la sua vita.

Da La vita non è sogno, Mondadori, 1949

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1. È vocativo. In una prima stesura della poesia era preceduto da “o”.

feb 222013
 

Oggi l’Italia è a un bivio.
Non si trova a un incrocio con molte strade, non ha numerose possibilità. È a un bivio, purtroppo.

Da una parte c’è la strada che porta al degrado della civiltà spinto dal populismo berlusconiano becero, volgare, contagioso, straccione – tanto più straccione quanto più si mostra miliardario -, la strada che porta verso l’uscita inevitabile (dopo la progressiva perdita di credibilità) dal gruppo delle nazioni che hanno l’autorevolezza, prima e più che il potere economico, per farsi ascoltare nei consessi internazionali, la strada che porta a un tempo di avventura – determinata da alleanze con partiti neofascisti, dal domino nei media, dagli slogan antieuropei che possono da un momento all’altro trasformarsi in decisioni – con esiti imprevedibili, ma sicuramente gravidi di sciagura.

L’altra strada non porta verso il paradiso. Altrimenti, che problema ci sarebbe a fare una scelta? Quest’altra strada è segnata in primo luogo dalle difficoltà di una sinistra di governo: difficoltà che però derivano da una ricerca di senso per il futuro, dal fatto che questa sinistra ha cercato in tutti i modi, magari con timidezze e ritardi ma con coraggio, di fare i conti con la grande svolta della storia mondiale che si è verificata nell’89. Quest’altra strada non porta verso proposte miracolistiche: tuttavia ci fa arrivare a strategie che tengono conto della crisi, non solo economica, nella quale il berlusconismo ci ha fatti precipitare, ci fa sentire parole di verità – da quanto tempo non le ascoltavamo? -, ci porta ad alzare lo sguardo verso un’Italia giusta – da quanto tempo non riuscivamo a parlare di questo semplice aggettivo? – e, infine, ci porta a un tornante non facile dove è possibile finalmente invertire la rotta e fare sì che il nostro paese riprenda nelle sue mani il proprio destino, la finisca di delegarne la gestione a uomini della provvidenza, ricominci a progettare in modo democratico la sua crescita, anche in questo caso non solo economica, ma in primo luogo morale e civile.
Da questa parte non c’è il paradiso, ma c’è pazienza e verità.
E io voto per questa parte. Voto per il Pd.

PD

Poi ci sono gli altri.
L’altro populismo, in primo luogo, quello di Grillo, che agita a volte temi seri, ma li fa sprofondare nella promessa nebulosa di uno strabiliante stato nuovo e puro, senza più né destra né sinistra, rigenerato dal rogo dei partiti e dei sindacati, raggiunto da uno “tsunami”, da un’onda anomala che dovrebbe ripulirlo ma che, come ognuno sa, quando arriva, travolge tutto e, quando si ritira, lascia solo macerie; qualche volta neanche quelle.
L’altra sinistra, in secondo luogo, quella che i conti con l’89 non ha voluto o potuto farli e che dunque, nell’agitare alcuni grandi valori (grandi sì: e come non condividerli?), finisce per radicarli in un terreno che la storia ha spazzato via e rischia per questo, contro la sua stessa volontà, di fare inaridire quei valori e di farli diventare slogan.
C’è anche l’altra destra, non bisogna dimenticarlo: quella di tutte le sigle create per sfruttare le pieghe perverse della legge elettorale e ricavare qualche seggio in più, in ogni caso specchio perfetto del populismo berlusconiano. E c’è, sempre a destra, la stampella leghista, capace di tutto, rapace di tutto.
Infine, trascurando forze minori, c’è la parte che si propone come centro, come scelta civica. E ci ripresenta piuttosto una sorta di Dc a scartamento ridotto: invece del grande treno della Democrazia cristiana che portava nei suoi vagoni tutte le contraddizioni del mondo cattolico novecentesco, si propone come un piccolo treno locale per turisti di buon gusto e cattolici di buon cuore, magari un po’ retro.
Questi altri – alcuni rispettabili, altri vicini alla mia sensibilità, altri che considero impresentabili in un paese civile – non potranno incidere sulla scelta di fondo: potranno soltanto aggravarne o attenuarne gli effetti.

Perché l’Italia, purtroppo, è a un bivio. L’Italia che si è abituata a vivere di volgarità e di bluff, a perdere ogni giorno qualche piccolo o grande spazio di libertà della comunicazione, a ingaglioffirsi nell’elogio – talvolta spudorato e palese – dell’ignoranza. L’Italia che ha cominciato ad allontanarsi in modo preoccupante dalle regole della vita comune, dallo stile di vita e dall’esercizio dei diritti propri dei paesi con i quali condivide lo stesso livello di ricchezza. L’Italia che sembra affetta da una sorta di stanchezza dello spirito e che ha impoverito la sua scuola pubblica. L’Italia dove si corre a una omologazione verso il basso, verso l’urlo a volume più alto, verso la volgarità più limacciosa, verso la ostentazione dell’impostura: fino – è inevitabile – al disprezzo per le forme della democrazia. Questa Italia può ancora arrivare a quel tornante e invertire la rotta.

Al bivio bisogna scegliere. E io voto Pd.

 

feb 072013
 

Ron Koertge (n. 1940) è uno scrittore dell’Illinois la cui fama è dovuta in particolare ai suoi libri per ragazzi, ma scrive anche romanzi di altro genere e poesie nelle quali la sua sensibilità – quella che gli fa avere con i ragazzi un intenso rapporto di condivisione e partecipazione – determina una straordinaria vicinanza alle cose e, tramite le cose, alle parole.

Ron_Koertge

A descriverne il carattere basta questa citazione tratta dal suo sito:
Sometimes I walk into a classroom for a school visit and the students look at each other with a Who’s-the-old-guy? expression on their faces.  I don’t blame them.  It seems odd to me, too.  If my readers are around fifteen, I’m about five times as old as they are.
[Qualche volta entro in una classe per un incontro scolastico e gli studenti si guardano l'un l'altro con un'espressione sulle loro facce che vuol dire: chi è quel vecchio individuo? Non li biasimo. Anche a me sembra strano. Se i miei lettori hanno all'incirca quindici anni, io ho un'età che è quasi cinque volte la loro.]

La poesia Il libro bruciato (recentissima, 2012: qui il testo originale) coglie cose e parole – verrebbe da dire – allo stato puro, come elementi incorrotti, anzi, come elementi che, per il loro stesso essere incorrotti, incontaminati, sono destinati a sublimare. È così con il libro la cui delicatezza lo fa spaginare e le cui pagine diventano fumo; ed è così per le parole, per i nomi di sentimenti che, con una straordinaria invenzione, egli legge sulle lingue dei ragazzi che guardano la neve a bocca aperta. Ron Koertge si accosta alla realtà del mondo in punta dei piedi, sì, ma nondimeno porta con sé tutti gli attrezzi che servono per scavarci dentro. E di questo scavo ci mostra, quasi con timidezza, i reperti preziosi.

Ron Koertge
Il libro bruciato

L’antologia di poesie d’amore che ho comprato
per pochi centesimi è, chissà perché, fragile
e si rovina quando la leggo.

Una per volta, butto le pagine sul fuoco
e guardo il fumo che sale
e se ne va.

Sono quasi all’indice quando sento
un brusio nella strada. I miei vicini
stanno a guardare la neve.

Mi metto il giaccone blu e li raggiungo.
I bambini sono in piedi con le bocche
aperte.

Posso vedere nomi – desiderio, estasi, beatitudine –
atterrare sulle loro lingue, poi sparire.