Quattro anni fa, nella primavera del 2009, ho scritto alcune poesie che ho poi raccolto nel piccolo volume Versi inutili e altre inutilità pubblicato nel 2010 in quattrocentocinquanta copie numerate da Edicit di Foligno, con la copertina e alcune bellissime illustrazioni disegnate da Marco Vagnini. Allora questo libro ha avuto una certa fortuna: ha venduto molte copie, pur essendo disponibile quasi soltanto on line (vedere qui); ne ho fatto personalmente parecchie letture in diverse città; e a Torino, con l’organizzazione della splendida Germana Erba, è stato persino rappresentato in una versione teatrale al Teatro Alfieri per la regia di Enrico Fasella.
Le poesie di questo libro utilizzano la metafora della notte per evocare gli ultimi decenni della storia di questo nostro Paese: una notte di buio torbido e marcio. Non parlano del berlusconismo, che pure era – ed è – una delle cause di questa notte. Il problema, così a me sembra, è che tanti (troppi, per i miei gusti) in quel buio si trovano bene: ciascuno a coltivare il proprio interesse particolare e a ritagliarsi il suo spazio privato, naturalmente a danno dell’interesse comune e dello spazio pubblico. Da qui la mia orgogliosa rivendicazione dell’inutilità come valore forte, come la dimensione più radicalmente contraria allo straripare di una utilità vissuta come la finalità preminente dell’individuo-predatore.

In quei versi avvertivo (pre-sentivo) che non sarebbe stato facile riprendere il cammino anche quando quella notte fosse finita. Per chi si trova nel buio completo, anche un lontano barlume di luce provoca nuova cecità piuttosto che capacità di vedere. E aggiungevo: «E se questa notte è malata / e marcisce il suo buio, sarà meglio non irrorarsi / della frescura nemmeno, in ogni caso sarà meglio non credere / che la luce del giorno / arrivi per conto suo. Se la vogliamo, la luce, / toccherà a noi di trovarla».
Ecco, credo che i fatti di queste ultime ore costituiscano una conferma drammatica di quello che avevo scritto nei miei Versi inutili. Tutti, tutti coloro che sono stati chiamati (eletti) a prendere delle decisioni per il Paese sono diventati più ciechi. E anche noi che abbiamo assistito a questo triste spettacolo capiamo bene che non siamo più vicini a uscire dalla notte dell’Italia. E tuttavia, insisto: «Se la vogliamo, la luce, / toccherà a noi di trovarla».
Come cittadino di questo paese ho pensato, in questi anni di buio, che il Partito Democratico potesse essere la mano da stringere per ritrovare la strada. Non perché si rivelasse come lo strumento “perfetto” per realizzare i miei ideali di libertà, di uguaglianza e di giustizia sociale. Ma proprio per la sua imperfezione, per il suo essere complesso e composito, per le sue stesse difficoltà a trovare una leadership: segno – così mi sembrava – di una ampiezza di apporti, e di una interazione tra essi, introvabili altrove; carattere proprio – così mi sembrava – di un partito che si collocava sul fronte opposto dei populismi personalistici così cari a tanti italiani, ma così insopportabili per chi ama una democrazia compiuta e adulta.
E invece, al primo barlume che si è intravisto, anche nel caso del PD, la cecità è aumentata: una ridda di ciechi ha trasformato la complessità (che io consideravo una ricchezza) nella più povera e sventurata delle rese dei conti. E io quella mano non la stringo più. L’ho persa. E, se la ritrovassi, dove mi porterebbe? Una cosa è certa. La notte continua. «Se la vogliamo, la luce», dobbiamo tutti ripensare il futuro e dobbiamo farlo con una consapevolezza personale la più alta possibile capace, proprio perché così alta, di ritrovare un barlume nuovo di luce e di diventare consapevolezza “comune”, di ritrovare un “comune” spazio politico: un PD rinato dalle sue ceneri? un altro spazio? oggi è difficile dirlo. L’importante è non smettere di pensare. E non smettere di dire quello che si pensa. Io, almeno, farò così.
Intanto lo faccio, qui, trascrivendo i versi della poesia che apre il libro Versi inutili e altre inutilità. Versi inutili, certamente. Però forse profetici.
Versi inutili (2009)
A Giovanni ¹
Bisogna pure ricominciare per sciatteria o viltà, bisogna
– ti dico io – ricominciare ogni giorno che capita e sapere
che andare avanti può dipendere dalle quotidiane
pigrizie (o eccitazioni, fa lo stesso)
che ci spingono, comunque sia, a vivere.
Ricominciare
ogni giorno che capita. È un modo di dire. Dalla notte
dove siamo
non ce la facciamo a uscire e il buio
che s’intorbida dilata
le nostre pupille e noi aspettiamo la luce, ma quando
sarà tornata potremmo
non vedere ancora. Sarebbe bella! Uno scherzo
della nostra natura: le pupille
sono fatte così. Ma tutta
questa storia di sciatteria e viltà, questo stramaledetto verso
che mi è rimasto in testa ed è cocciuto
come un moscone ammaliato
dal non-senso del vetro dove sbatte, l’una
e l’altro non sono uno scherzo – è evidente.
Ricominciare
ogni giorno (e sia pure per modo di dire) che capita: quello che posso
fare è scrivere – non aspettarti chissà che cosa – versi
come sempre, come è
nella loro essenza,
inutili, anzi, date le circostanze, lo capisci, i più inutili
che mi vengono in mente. Non so scrivere inni d’altro canto
(sacri o profani), ammesso che gli inni (in una
qualsiasi delle due specie) siano utili, e neanche
so a che cosa inneggiare: mi viene in mente la luce perché vorrei proprio
ora vederci più chiaro.
Ma in questa notte dilata il buio che s’intorbida le nostre
pupille tanto che non sappiamo se quando
sarà tornata la luce vedremo davvero di più o se saremo
ciechi ancora.
E poi c’è un’altra cosa: non so neppure gridare, non saprei
nemmeno
per strada strillare i miei versi per farli
ascoltare, anche solo per caso, a chi è lì che cammina.
Mi chiedo come faranno
i suonatori ambulanti a fare sentire
le loro canzoni sui tram, a farle sentire persino
nelle carrozze della metro.
E poi c’è un’altra cosa
ancora ed è
più importante: non so come sia potuto accadere che i versi
di una canzone siano stati
detti uno dopo l’altro in uno stadio
di prigionieri (non si poteva
scrivere lì) e insomma siano stati creati e fermati
in una memoria
comune così come echi continuamente
ripetuti e tutto questo sia stato fatto da chi
sapeva che nessuno
di quei versi gli sarebbe servito a niente per vivere, però
di quei versi ciascuno poteva
essergli compagno per morire. Ricordi Victor Jara, Estadio Chile? ² Non so
come sia potuto accadere, ma dev’essere
stato lì tutto un mischiarsi di versi e di sangue e di mani
spezzate e di morte e so per certo che i versi
detti e ridetti tra tutto
quello che accadeva erano la cosa più inutile, però è anche vero che sono
l’unica cosa che ora
ci è rimasta di quella notte – Estadio
nacional de Chile, Santiago dall’undici
al sedici di settembre.
Ed era una notte – lo so – diversa da questa. Ma ciò
non toglie che adesso
il buio dilata, torbido
com’è, le nostre pupille e non sappiamo se quando
sarà tornata la luce vedremo davvero di più o se saremo
ciechi ancora.
Io penso che, se qualcuno riuscisse
non a gridarle, piuttosto
a spargerle nell’aria le parole
di questi versi sarebbe
come se la loro inutilità non fosse un’astrazione, ma
un aerosol da spruzzare; ci sarebbe comunque l’effetto di non soffocare,
almeno io che le ho scritte, queste parole, tu
che le leggi, gli altri, se ci saranno, che le raccoglieranno
con il loro respiro per la strada.
E se questa notte è malata
e marcisce il suo buio, sarà meglio non irrorarsi
della frescura nemmeno, in ogni caso sarà meglio non credere
che la luce del giorno
arrivi per conto suo. Se la vogliamo, la luce,
toccherà a noi di trovarla, e sia pure con tutte le nostre
quotidiane pigrizie (o eccitazioni, fa lo stesso),
o forse proprio per quelle,
per quella incompiutezza che accompagna
la nostra umanità dentro a questa storia di sciatteria e viltà che ci è
venuta addosso e non è uno scherzo – è evidente.
Versi inutili. Però è anche vero che se
– meglio di niente – la loro inutilità non fosse un’astrazione, ma
un aerosol da spruzzare e riuscissimo a spargerli
davvero in un modo o in un altro nell’aria, potremmo non soffocare
di questo marcire del buio e fare catena di mani con chi c’è (almeno
io che li ho scritti, questi versi, tu
che li leggi, gli altri, se ci saranno, che li avranno raccolti
con il loro respiro per la strada) e riusciremmo a trovarla
noi la luce del giorno. Dopo
si tratterà di vederci di nuovo, se l’avremo trovata, la luce, e sia pure
con tutte le nostre
quotidiane pigrizie (o eccitazioni, fa lo stesso),
o forse proprio per quelle,
per quella incompiutezza che accompagna
la nostra umanità dentro a questa storia di sciatteria e viltà che ci è
venuta addosso e non è uno scherzo – è evidente.
_____________
¹ Giovanni Perrino ha scritto il bel libro Ellis Island (Interlinea, 2007). Una delle poesie di questo libro comincia con il verso «Bisogna pure ricominciare, per sciatteria o viltà». Giovanni non si è dispiaciuto del fatto che ho approfittato delle sue parole, che ne ho in parte tradito il senso e che ho persino chiamato «stramaledetto» (ma solo perché ce l’ho continuamente in testa) il suo verso.
² Victor Jara (1932-1973), cantautore cileno, membro del Partito comunista, fu arrestato l’11 settembre, subito dopo il colpo di stato di Pinochet, e rinchiuso nell’Estadio nacional de Chile trasformato, come è noto, in campo di concentramento. Per evitare che potesse suonare o scrivere, gli furono spezzate le mani. Ma lui riuscì lo stesso a comporre i versi di Estadio Chile, forse dicendoli e facendoli imparare ai compagni di prigionia. Questi versi uscirono poi da quello stadio e oggi sono una delle poche cose che restano di quei giorni immediatamente successivi al golpe, di quella notte della democrazia e dell’umanità. Oggi l’Estadio nacional di Santiago del Chile si chiama Estadio “Victor Jara”.