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	<title>Michele Tortorici</title>
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		<title>Il mio amore per la Germania</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 11:13:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo scorso 27 gennaio, Giornata della Memoria, &#8220;Il Giornale&#8221; è uscito con un editoriale del direttore, A noi Schettino, a voi Auschwitz. Questo titolo terrificante voleva rispondere a un articolo del settimanale &#8220;Der Spiegel&#8221; che &#8211; sembra &#8211; attaccava, per la codardia del comandante della Costa Concordia, tutti gli italiani. Non sono riuscito in alcun modo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo scorso 27 gennaio, Giornata della Memoria, &#8220;Il Giornale&#8221; è uscito con un editoriale del direttore, <em>A noi Schettino, a voi Auschwitz</em>. Questo titolo terrificante voleva rispondere a un articolo del settimanale &#8220;Der Spiegel&#8221; che &#8211; sembra &#8211; attaccava, per la codardia del comandante della Costa Concordia, tutti gli italiani. Non sono riuscito in alcun modo a trovare on line l&#8217;articolo in questione e non ho avuto né tempo né voglia di cercarlo nelle edicole che hanno giornali stranieri. Ma non ha importanza: di stupidaggini ne scrivono tutti in tutto il mondo. Forse, e sottolineo il forse, ne è stata scritta una anche su &#8220;Der Spiegel&#8221;. Non sarebbe la prima.</p>
<p>Considero però, eventualmente, stupidi il titolo e l&#8217;articolo attribuiti al settimanale tedesco e terrificanti il titolo e l&#8217;articolo del giornale italiano. Terrificante il titolo, perché attribuisce a tutti i tedeschi e a tutta la odierna Germania la responsabilità dei campi di sterminio. E invece proprio la Germania sta compiendo, con un coraggio che in Italia è mancato e ancora manca, uno straordinario e doloroso percorso culturale e politico di presa di coscienza delle proprie responsabilità. Terrificante l&#8217;articolo perché usa con una disinvoltura che non ricordo in tempi recenti sia la parola &#8220;razza&#8221; sia soprattutto il concetto che essa esprime così come elaborato dal nazismo e ripreso poi dal fascismo. Il senso dell&#8217;editoriale si può infatti così riassumere: i tedeschi, «quelli della razza di Jan Fleischauer (autore dell’articolo)» sono, in quanto tali, cioè in quanto tedeschi, sterminatori di ebrei, sparatori alla schiena di donne e bambini, «arroganti e pericolosi per l&#8217;Europa».</p>
<p>Non aggiungo altro se non la mia profonda vergogna per il fatto che questo articolo delirante pretende di rappresentarmi in quanto italiano.<br />
Ebbene no. Non mi rappresenta.</p>
<p>Amo la Germania, la sua musica, la sua letteratura, la sua poesia, le sue città faticosamente ricostruite dopo l&#8217;ultima guerra e oggi piene di una straordinaria vitalità sociale e artistica, i suoi viaggiatori che da secoli si emozionano di fronte alle bellezze e alla cultura del nostro paese, il suo popolo. Piango, insieme a questo popolo, gli orrori che in suo nome il nazismo ha perpetrato. Ammiro il coraggio con il quale questo popolo oggi in ogni piazza, in ogni strada, ricorda il suo terribile passato ed è capace di fare i conti con le sue non meno terribili responsabilità. Non mi importa nulla se in Germania qualche giornalista e qualche testata giornalistica sono in vena di sparate anti-italiane. Nella mia testa non agisce in alcun modo il concetto di &#8220;razza&#8221;, cioè quello che attribuisce una caratterizzazione agli individui per ragioni naturali (di appartenenza etnica o nazionale) e non per le specifiche scelte che <em>ciascuno di essi</em> compie.</p>
<p>Ho scritto qualche anno fa un libriccino di poesie, <em>I segnalibri di Berlino</em>, che è al tempo stesso un diario di viaggio e una dichiarazione di amore per questa città e per la sua capacità di vivere la memoria del proprio passato. Ma non voglio qui fare una citazione di me stesso. Voglio invece trascrivere alcuni bellissimi testi poetici che rappresentano, senza bisogno di alcun commento, la fraternità di due culture che da sempre trovano ispirazione l&#8217;una nell&#8217;altra. Il primo testo è di Heinrich Heine (1797-1856): si tratta della poesia <em>Mit schwarzen Segeln</em>, tratta dalle <em>Neue Gedichte</em> (1844). Il secondo testo è la traduzione di quella poesia a opera di Giosue Carducci (1835-1907), tratta dal terzo libro delle <em>Rime nuove</em> (1887). Il terzo testo è la straordinaria reinterpretazione, in dialetto veneto, di quella stessa poesia da parte di Giacomo Noventa (1898-1960).<br />
Ecco dunque i testi. Lasciamo che parlino da soli dei nodi che legano due popoli e due culture.</p>
<blockquote><p><span style="color: #ffffff;">..</span>Mit schwarzen Segeln segelt mein Schiff<br />
Wohl über das wilde Meer;<br />
Du weißt, wie sehr ich traurig bin<br />
Und kränkst mich doch so schwer.<br />
<span style="color: #ffffff;">..</span>Dein Herz ist treulos wie der Wind<br />
Und flattert hin und her;<br />
Mit schwarzen Segeln segelt mein Schiff<br />
Wohl über das wilde Meer.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">..</span>Passa la nave mia con vele nere<br />
Con vele nere pe &#8216;l selvaggio mare.<br />
Ho in petto una ferita di dolore,<br />
Tu ti diverti a farla sanguinare.<br />
<span style="color: #ffffff;">..</span>È, come il vento, perfido il tuo core,<br />
E sempre qua e là presto a voltare.<br />
Passa la nave mia con vele nere,<br />
Con vele nere pe &#8216;l selvaggio mare.</p>
<p><span style="color: #ffffff;">..</span>Gò vestìo, sì, de luto la me barca,<br />
E me fido del mar;<br />
Tì ti-sa ben che mi gò perso tuto,<br />
Par volerte amar.<br />
<span style="color: #ffffff;">..</span>El to cuor m’à tradìo, come fa ’l vento<br />
A ùn che sa dove andar;<br />
Mi gò vestìo de luto la me barca,<br />
E me fido del mar.</p></blockquote>
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		<title>La cultura del privilegio (e dell&#8217;ossequio) &#8230;</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Jan 2012 12:07:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8230; e l&#8217;insegnamento di mio padre
C&#8217;è una cosa che accomuna i fatti, apparentemente diversi, dei quali si è parlato &#8211; o ri-parlato &#8211; nei giorni scorsi a proposito della &#8220;casta&#8221;: un appartamento in buona parte pagato da generosi donatori all&#8217;insaputa del compratore; un altro, a pochi passi dal primo, acquistato sottocosto per la sentenza di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4 style="font-family: Georgia; line-height: normal; font-size: medium; padding: 0px; margin: 0px;"><span style="color: #666699;"><em><em><em><em><em><em><em><em>&#8230; e l&#8217;insegnamento di mio padre</em></em></em></em></em></em></em></em></span></h4>
<p>C&#8217;è una cosa che accomuna i fatti, apparentemente diversi, dei quali si è parlato &#8211; o ri-parlato &#8211; nei giorni scorsi a proposito della &#8220;casta&#8221;: un appartamento in buona parte pagato da generosi donatori all&#8217;insaputa del compratore; un altro, a pochi passi dal primo, acquistato sottocosto per la sentenza di un organo amministrativo <em>forse</em> influenzato da uno dei compratori che di quello stesso organo faceva parte; una vacanza regalata da altri generosi donatori, e sempre all&#8217;insaputa del destinatario; una contiguità &#8220;culturale&#8221; con la camorra (indipendente dall&#8217;eventuale concorso in associazione di stampo camorristico, che solo un processo penale potrà accertare) per un deputato lasciato in libertà dal voto &#8220;di coscienza&#8221; della maggioranza dei suoi colleghi. La cosa che accomuna questi fatti è quella che io chiamo la cultura del privilegio: l&#8217;idea che far parte di un gruppo consenta di sfruttare le prerogative pubbliche o private, il potere legittimo o criminale di quel gruppo per fini personali, di solito raggiungibili anche in altro modo. Un magistrato non può forse accendere un mutuo più oneroso, o un alto dirigente dello Stato non può pagarsi una vacanza di lusso? Un deputato di lungo corso non può forse comprare una casa anche molto costosa con i suoi soldi? Un altro non può acquisire prestigio differenziandosi (magari con qualche rischio) piuttosto che partecipando ai valori di una cultura di stampo camorristico? Certamente sì, ma i mille esempi che abbiamo davanti, dei quali quelli oggetto di clamore sono una piccolissima parte, ci dicono che viene preferita una via diversa. E ciò a causa di una cultura lungamente coltivata nel nostro paese per la quale il privilegio è tale solo se visibilmente eccede la misura della normalità. A che pro avere una posizione di privilegio, se poi, per comprare una casa, devo fare come gli altri?</p>
<p>Naturalmente, c&#8217;è un rovescio della medaglia. Il mettere concretamente in atto questa cultura comporta un piccolo pedaggio da pagare: quello dell&#8217;obbedienza a poteri più forti, a privilegi ancora più radicati. Un regalo, tanto più quando è accolto da un destinatario che, se scoperto, dovrà dichiararsene inconsapevole (e dunque affermare la propria imbecillità), richiama a un doveroso ricambio del favore, che potrebbe anche non essere richiesto, ma che comunque resta lì nell&#8217;aria. Se dovesse essere reclamato, chi potrebbe negare quel ricambio?</p>
<p style="text-align: center; ">* * *</p>
<p>Ero andato a trovare mio padre, che non vedevo da tempo perché era stato impegnato a lungo come presidente di una commissione d&#8217;esame di corsi abilitanti per docenti. Eravamo a metà degli anni Settanta, se non ricordo male, e accadde un episodio che mi è tornato alla mente proprio in questi giorni.<br />
Bussarono alla porta e andai ad aprire io. Era un fattorino che consegnò un pacchetto, mi fece firmare qualcosa e se ne andò. Quando mio padre aprì il pacco lo vidi diventare improvvisamente serio. Afferrò malamente l&#8217;elegante scatola che vi era contenuta, la posò sul grande tavolo ingombro di libri del suo studio, prese l&#8217;elenco telefonico, lo consultò con una certa frenesia e infine compose un numero. Io nel frattempo avevo guardato il contenuto della &#8220;elegante scatola&#8221;: una bellissima stilografica d&#8217;oro e un biglietto con molte firme.<br />
La telefonata fu breve, secca. Accertatosi di chi fosse l&#8217;interlocutore, mio padre gli ordinò perentoriamente di venire o di mandare qualcuno a riprendersi subito il pacchetto. Punto e basta. Nessuna discussione era possibile.<br />
Naturalmente, quando vidi che posava il telefono, finalmente tranquillo, gli chiesi di che si trattava. Era un regalo dei partecipanti al corso abilitante i cui esami si erano appena conclusi. Devo ricordare, per i più giovani, che quegli esami si erano svolti all&#8217;insegna di una violenta polemica dei sindacati: la richiesta era che non fosse bocciato nessun corsista (chi non ricorda l&#8217;estremismo della CGIL scuola di quegli anni, guidata da un certo Aurelio Misiti?). Al di là delle prese di posizione ufficiali, per quieto vivere, molte commissioni avevano, di fatto, promosso tutti. Quella della quale era presidente mio padre, no. Ma il regalo era stato inviato dai promossi e dai bocciati, tutti riconoscenti &#8211; questo era il senso del biglietto e delle firme &#8211; per l&#8217;equo rigore che aveva accompagnato un esame svolto con correttezza e serenità.<br />
Perché allora il rifiuto? mi venne spontaneo chiedere a mio padre.<br />
Perché, mi rispose, questa non sarà l&#8217;ultima mia commissione di esame. Nessuno deve pensare che io, come presidente, accetti regali d&#8217;oro. Né prima né dopo gli esami. Si tratta di un&#8217;ombra che ti accompagna. Se fosse stato un libro sarebbe stato diverso, ma oro no. Mai. Poco più tardi bussò qualcuno che, senza una parola, si riprese il pacchetto.</p>
<p>Molti anni dopo, quando mio padre morì, trovai sul suo comodino un <em>De Officiis</em> di Cicerone con un segno su una pagina del terzo libro. La frase segnata era questa:</p>
<blockquote><p>C&#8217;è forse qualcosa di così grande valore, o un vantaggio così desiderabile da indurti a perdere la splendida reputazione di &#8220;vir bonus&#8221;? E davvero che cosa di tanto grande può procurarci questo privilegio, ammesso che sia tale, che eguagli ciò che può portarci via una volta che ci abbia strappato la reputazione di &#8220;vir bonus&#8221; e ci abbia tolto ogni sentimento di lealtà e di giustizia?</p></blockquote>
<p>Non è necessario che io aggiunga altro, né per ricordare l&#8217;insegnamento lasciato da mio padre, né per manifestare tutto il mio disprezzo per la cultura del privilegio, che è al tempo stesso &#8211; non dimentichiamolo mai &#8211; dell&#8217;ossequio.</p>
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		<title>Una traduzione da Frank O&#8217; Hara</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Jan 2012 10:03:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Frank O’ Hara (1926-1966) è un poeta vissuto troppo poco. È stato un artista multiforme, amante della musica ed esperto di arti visuali, tanto da essere curatore delle sezioni di Pittura e Scultura del Museum of Modern Art di New York. A questa città ha dedicato molti dei suoi versi, tra i quali questa poesia, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="Frank O' Hara - Wikipedia" href="http://en.wikipedia.org/wiki/Frank_O'Hara" target="_blank">Frank O’ Hara</a> (1926-1966) è un poeta vissuto troppo poco. È stato un artista multiforme, amante della musica ed esperto di arti visuali, tanto da essere curatore delle sezioni di Pittura e Scultura del Museum of Modern Art di New York. A questa città ha dedicato molti dei suoi versi, tra i quali questa poesia, <em>A Step Away from Them </em>(<a title="A step away from them" href="http://www.poetryfoundation.org/poem/171374" target="_blank">qui</a> il testo originale), della quale offro una nuova traduzione. La poesia è già stata egregiamente tradotta da Paolo Fabrizio Iacuzzi nel volume <span style="font-variant: small-caps">Frank O&#8217; Hara</span>, <em>Lunch Poems</em>, edito negli Oscar Mondadori nel 1998. Sui marciapiedi di Manhattan (non bisogna dimenticare che O&#8217; Hara lavorava al Moma, sulla 53th, a due passi dalla 5th Avenue) la vita che passa all&#8217;ora della pausa pranzo si incontra &#8211; come per caso, ma non per caso &#8211; con ricordi di amici da poco scomparsi, ma soprattutto con il cuore che il poeta si porta in tasca: perché si tratta, semplicemente, di un libro di poesie. Buona lettura e buon anno.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.micheletortorici.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/Frank-OHara.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1518" title="Frank OHara" src="http://www.micheletortorici.it/blog/wp-content/uploads/2012/01/Frank-OHara.jpg" alt="Frank OHara" width="119" height="159" /></a></p>
<p><em><strong><span style="color: #666699;">A un passo da loro</span></strong></em></p>
<blockquote><p>È la mia pausa pranzo, così vado<br />
a spasso in mezzo ai taxi dai colori<br />
ronzanti<a href="#_ftn1">[1]</a>. Prima, scendo lungo il marciapiede<br />
dove i manovali riempiono di sandwich<br />
e Coca cola i loro torsi sporchi<br />
e unti e hanno gli elmetti gialli<br />
in testa. Li proteggono dai mattoni<br />
che cadono, suppongo. Poi lungo la<br />
Avenue dove le gonne fanno mulinello<br />
sui tacchi e si sollevano al passare sopra<br />
le grate. Il sole è caldo, ma i<br />
taxi rimescolano l’aria. Io guardo<br />
gli orologi a prezzi scontati. Ci<br />
sono gatti che giocano nella segatura.<br />
<span style="color: #ffffff;"> &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</span>Su<br />
verso Times Square dove il cartellone<br />
luminoso soffia il fumo sulla mia testa e più in alto<br />
cola una cascata di luce. Un<br />
negro sta in un portone e muove uno<br />
stuzzicadenti svogliatamente su e giù.<br />
Da una fila una ragazza bionda gli fa l’occhiolino: lui<br />
sorride e si gratta il mento. Tutto<br />
all’improvviso è un clacson che suona: sono le dodici e quaranta di<br />
un giovedì.<br />
<span style="color: #ffffff;"> &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</span>I neon alla luce del giorno sono<br />
proprio una delizia, come potrebbe scrivere<br />
Edwin Denby<a href="#_ftn2">[2]</a>, e così le lampadine alla luce del giorno.<br />
Mi fermo per un cheeseburger al <span style="font-variant: small-caps">Jiuliet’s</span><br />
<span style="font-variant: small-caps">corner</span>. Giulietta Masina, moglie di<br />
Federico Fellini, <em>è bell’attrice</em> <a href="#_ftn3">[3]</a>.<br />
E frappè di cioccolato. Una signora<br />
in volpe in una giornata come questa fa salire il barboncino<br />
su un taxi.<br />
<span style="color: #ffffff;"> &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</span>Ci sono tanti Porto<br />
Ricani sull’Avenue oggi e questo<br />
la rende bella e calda. Prima<br />
è morta Bunny<a href="#_ftn4">[4]</a>, poi John Latouche<a href="#_ftn5">[5]</a>,<br />
poi Jackson Pollock<a href="#_ftn6">[6]</a>. Ma la<br />
terra è piena, come lo era la vita, di loro?<br />
E uno ha mangiato e uno va a spasso,<br />
supera le edicole con le riviste di nudi<br />
e i manifesti della <span style="font-variant: small-caps">corrida</span> e<br />
il Manhattan Storage Warehouse<a href="#_ftn7">[7]</a>,<br />
che presto butteranno giù. Io<br />
pensavo sempre che ci avrebbero fatto l’<em>Armory</em><br />
<em>Show</em><a href="#_ftn8">[8]</a> là.<br />
<span style="color: #ffffff;"> &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</span>Un bicchiere di succo di papaya<br />
e di nuovo al lavoro. Il cuore me lo porto in<br />
tasca, è il libro di <em>Poesie</em> di Pierre Reverdy<a href="#_ftn9">[9]</a>.</p></blockquote>
<p><a href="#_ftnref1">[1]</a> Taxi … ronzio: traduco così la bellissima e intraducibile espressione “hum-colored / cabs”. <em>Hum</em> è il ‘ronzio’ e i taxi newyorkesi hanno appunto il colore, giallo e nero, delle api ronzanti.<br />
<a href="#_ftnref2">[2]</a> Edwin Denby, (1903-1983), poeta e critico che frequentava a New York la cerchia di artisti della quale faceva parte Frank O’ Hara.<br />
<a href="#_ftnref3">[3]</a> In italiano nel testo originale.<br />
<a href="#_ftnref4">[4]</a> Violet R. “Bunny” Lang (1924-1956), attrice, scrittrice, poetessa, animatrice del Poets’ Theater di Cambridge nel Massachusets.<br />
<a href="#_ftnref5">[5]</a> John Latouche  (1914-1956), musicista e scrittore (in particolare librettista) molto popolare a New York negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento.<br />
<a href="#_ftnref6">[6]</a> Jackson Pollock (1912-1956), pittore, reso famoso dal suo stile detto “action painting” che ha influenzato per decenni l’arte americana ed europea.<br />
<a href="#_ftnref7">[7]</a> Manhattan Storage Warehouse, storica costruzione sulla Quarantaduesima strada, effettivamente abbattuto pochi anni dopo.<br />
<a href="#_ftnref8">[8]</a> <em>Armory Show</em>, titolo attribuito alla mitica mostra d’arte tenuta nel 1913 nel deposito di armi del 69° Reggimento a New York. In quella mostra furono presentate circa 1300 opere delle avanguardie europee che per la prima volta vennero conosciute oltre Atlantico. Dopo quella data ci furono negli Stati Uniti alcune mostre simili, anche se meno importanti, che mantennero comunque il nome di <em>Armory Show</em>.<br />
<a href="#_ftnref9">[9]</a> Pierre Reverdy (1889-1960), poeta francese amato dai surrealisti e dai cubisti, ritratto da Modigliani, molto noto negli Stati Uniti dove però solo nel 1969 uscì una antologia delle sue poesie tradotte.</p>
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		<title>La poesia con il quotidiano</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Dec 2011 10:03:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ho lamentato più volte, anche su questo blog, la disattenzione dei quotidiani nei confronti della poesia. Disattenzione che, in parte, è certamente conseguenza del fatto che la poesia, con la sua originaria e costituzionale inutilità, contraddice tutte le regole di produttività, di competitività e di mercato alle quali la società contemporanea si ispira e delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho lamentato più volte, anche su questo blog, la disattenzione dei quotidiani nei confronti della poesia. Disattenzione che, in parte, è certamente conseguenza del fatto che la poesia, con la sua originaria e costituzionale inutilità, contraddice tutte le regole di produttività, di competitività e di mercato alle quali la società contemporanea si ispira e delle quali i media, dal canto loro, si fanno &#8211; tranne rare eccezioni &#8211; portabandiera. Ma, in parte, questa stessa disattenzione è frutto anche di negligenza e ignoranza. La lettura della poesia richiede fatica. Il &#8220;verso&#8221;, ciascun &#8220;verso&#8221; di cui un testo poetico è composto, è, come dice la parola, una &#8220;svolta&#8221;: una &#8220;svolta&#8221; determinata dal suono (quelle che Pessoa, attraverso il suo eteronimo Álvaro De Campos, chiamava «pause speciali e innaturali»), che mette ogni volta il lettore di fronte a una scelta di senso. Nessun altro tipo di lettura ci spinge in maniera così costante e perentoria a un simile esercizio della coscienza e della libertà. Non a caso Harold Bloom parla di una vera e propria «missione» della poesia (sul termine «missione», che traduce «mission», si potrebbe discutere, ma non è questo il luogo): quella di «<em>aiutarci</em> a diventare liberi artefici di noi stessi» e afferma che «l&#8217;arte di leggere la poesia è un autentico esercizio di accrescimento della coscienza, forse il più autentico fra tutti i modi salutari».</p>
<p>Ma in questi giorni è successo qualcosa che, almeno in piccola misura, contraddice questa accusa che io rivolgo ai quotidiani. Il &#8220;Corriere della Sera&#8221; annuncia infatti la collana <em>Un secolo di poesia</em>, trenta volumi a costo contenuto che verranno allegati al giornale una volta la settimana nei prossimi mesi e di cui viene fornita una prima prova, al costo simbolico di un euro, con l&#8217;<em>Elogio dei sogni</em> di Wisława Szymborska. Una scelta, quella del &#8220;Corriere della Sera&#8221; alla quale plaudo senza riserve, al di là dei poeti e dei testi che saranno scelti.</p>
<p>Tuttavia, come dimostra la permanenza di varie copie del volume della Szymborska sul bancone del mio giornalaio, c&#8217;è ancora molto da fare. La gente è così disabituata alla possibilità stessa di leggere libri di poesia che, a quanto pare, non ha voluto aggiungere neppure un euro al costo del giornale per portarsi a casa l&#8217;<em>Elogio dei sogni</em>. E non è questione di crisi: è che siamo spinti tutti, piuttosto che alla fatica della scelta, piuttosto che alla verifica di senso dopo ogni svolta che facciamo, alla riposante tranquillità che deriva dal lasciare che altri scelgano al posto nostro e che altri diano un senso alle nostre vite.</p>
<p>Sennò, perché avremmo vissuto così questi ultimi venti anni?</p>
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		<title>George Whitman: l&#8217;eco della poesia americana in Europa</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Dec 2011 15:34:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nella provincia culturale d&#8217;Italia che riempie le pagine dei giornali con i dibattiti sui lucchetti e che sembra non riuscire più ad alzare lo sguardo, la morte di George Whitman, avvenuta il 14 dicembre scorso, ha rappresentato soltanto l&#8217;occasione per più o meno idealizzati necrologi, quasi sempre rielaborati a partire da quello pubblicato nel sito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nella provincia culturale d&#8217;Italia che riempie le pagine dei giornali con i dibattiti sui lucchetti e che sembra non riuscire più ad alzare lo sguardo, la morte di George Whitman, avvenuta il 14 dicembre scorso, ha rappresentato soltanto l&#8217;occasione per più o meno idealizzati necrologi, quasi sempre rielaborati a partire da quello pubblicato nel sito della sua mitica libreria parigina &#8220;Shakespeare and Company&#8221;. Con un colonnino &#8220;di colore&#8221; nelle pagine della cultura i maggiori quotidiani nazionali (con alcune illustri eccezioni: per esempio &#8220;Repubblica&#8221;, che l&#8217;ha dimenticato del tutto) hanno ritenuto di adempiere al loro obbligo professionale. Coscienza a posto per una ventina di righe. E poi subito a occuparsi ancora di lucchetti.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.micheletortorici.it/blog/wp-content/uploads/2011/12/George-Whitman.jpeg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-1471" title="George-Whitman" src="http://www.micheletortorici.it/blog/wp-content/uploads/2011/12/George-Whitman-266x300.jpg" alt="George-Whitman" width="221" height="250" /></a></p>
<p>Il fatto è che Whitman, con quella libreria al 37 di Rue de la <span style="color: #464646; font-family: Georgia, Palatino, serif; font-size: 14px; line-height: 21px;">Bûcherie, non ha fatto soltanto una lunghissima opera di diffusione del libro e della lettura, non ha soltanto portato avanti una rivoluzione del costume mettendo letti per scrittori e lettori in viaggio vicino agli scaffali e omettendo di denunciare i ladri di libri del suo negozio: George Whitman ha costituito una eco decisiva per l&#8217;Europa di ciò che accadeva, soprattutto negli anni Sessanta, nella cultura e nella poesia americana.<br />
Chi di noi avrebbe conosciuto i Ginsberg, i Corso, i Burroughs, i Ferlinghetti, se non ci fosse stata questa eco europea di quello che loro scrivevano e facevano? È vero che la altezzosissima Europa (con l&#8217;arretratissima Italia, naturalmente, al primo posto) ha poi pensato di poter fare a meno delle straordinarie suggestioni che da questi poeti giungevano. Ma intanto chi voleva ha potuto conoscerli, si è poi affidato a qualche introduzione e traduzione di Fernanda Pivano, ha seguito le loro storie che si sono via via spostate da New York a San Francisco, ha imparato un linguaggio nuovo che, almeno a qualcuno (e io sono tra questi), ha liberato la testa da tanto ermetismo d&#8217;accatto vigente in Italia in quegli stessi anni e ancora oggi non sradicato, ha permesso di trovare nuovi ritmi e di affacciarsi su nuovi orizzonti: questi ultimi collocati sul versante opposto rispetto a quello che la neoavanguardia italiana, magari con scopi analoghi, percorreva contemporaneamente.</span></p>
<p><span style="color: #464646; font-family: Georgia, Palatino, serif; font-size: 14px; line-height: 21px;">Da lì, da quella libreria anglo-americana di Parigi, abbiamo avuto l&#8217;eco di un&#8217;epoca nuova della cultura occidentale. Nuova e al tempo stesso antichissima: non è forse vero che, sulla porta della &#8220;Shakespeare and Company&#8221;, la poesia è tornata a essere suono, a essere detta ed eseguita, come ai tempi di Omero e di Esiodo, dopo secoli di poesia soltanto scritta? Naturalmente, bisognava stare a sentire. Anche allora, come oggi, bisognava leggere notiziole più di costume e &#8220;di colore&#8221; che di cultura, affidarsi a trafiletti di poche righe, poi leggere i versi della Beat generation e aspettare che germogliasse qualcosa nella propria anima.<br />
Nel frattempo è successo anche il contrario. È successo che, preso esempio da Whitman, Lawrence Ferlinghetti ha creato la sua libreria &#8220;City Lights&#8221; a San Francisco, dove ha fatto conoscere e amare i poeti europei (tra gli italiani, più di ogni altro, Pasolini). In quella libreria di San Francisco è nata la grande stagione dei readings, delle letture (rimaste nella storia quelle di Ginsberg) che anche in America, soprattutto in America, hanno riportato la poesia alla essenza sonora delle sue origini.</span></p>
<p><span style="color: #464646; font-family: Georgia, Palatino, serif; font-size: 14px; line-height: 21px;">Non sarebbe il caso di discutere di tutto questo? Non sarebbe il caso di farlo in questo paese dove i readings li abbiamo scoperti decenni dopo per farne una piccola moda un po&#8217; snob da esibire nei festival di poesia? Non sarebbe il caso di farlo in questo paese dove si discute di librerie solo quando chiudono?<br />
Evidentemente non è il caso. O così pensano i nostri intellettuali.<br />
Lasciamoli parlare di lucchetti!</span></p>
<p>P.S.<br />
<span style="color: #464646; font-family: Georgia, Palatino, serif; font-size: 14px; line-height: 21px;">Trascrivo qui sotto la traduzione del necrologio apparso sul sito della libreria &#8220;Shakespeare and Company&#8221;.</span></p>
<blockquote><p>Mercoledì 14 Dicembre 2011 George Whitman è morto serenamente nella sua casa, un appartamento sopra la sua libreria, &#8220;Shakespeare and Company&#8221;, a Parigi. George aveva avuto un ictus due mesi fa, ma ha mostrato incredibile forza e determinazione fino alla fine, continuando a leggere ogni giorno in compagnia di sua figlia, Sylvia, dei suoi amici, del suo gatto e del cane. È morto due giorni dopo il suo novantottesimo compleanno.<br />
Nato il 12 Dicembre 1913, a East Orange, nel New Jersey, George si trasferì a Parigi nel 1948 e vi aprì nel 1951 la libreria “Le Mistral”, in seguito ribattezzata &#8220;Shakespeare and Company&#8221;. Il negozio, stipato da parete a parete da libri e da letti destinati agli scrittori in viaggio, è cresciuto rapidamente fino a essere un paradiso per gli amanti dei libri e per gli autori, mentre George diventava un&#8217;istituzione originalissima della Parigi letteraria. Nel 2006 fu premiato con l’Officier des Art et Lettres dal ministro della Cultura francese per il contributo da lui dato alle arti durante tutta la sua vita.<br />
Dopo una vita interamente dedicata ai libri, agli autori e ai lettori, George mancherà molto a tutti i suoi cari e ai bibliofili di tutto il mondo che hanno letto, scritto e e sono stati nella sua libreria per oltre 60 anni. Soprannominato il Don Chisciotte del Quartiere Latino, George sarà ricordato per il suo spirito libero, la sua eccentricità e la sua generosità, tutti e tre riassunti nei versi di Yeats scritti sui muri della sua libreria sempre aperta e frequentatissima: «Non essere inospitale con gli sconosciuti / potrebbero essere angeli sotto mentite spoglie &#8221;.<br />
George sarà sepolto al cimitero di Père Lachaise a Parigi, in compagnia di altri uomini e donne di lettere, come Guillaume Apollinaire, Colette, Oscar Wilde e Balzac. La sua libreria continua, gestita dalla figlia.</p></blockquote>
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