Il male, il dolore e i dubbi del Manzoni
Una riflessione tornata d’attualità

Da parecchio tempo rifletto su quanto il Manzoni ha scritto a proposito del male e del dolore. Da una trentina d’anni. L’autore de I promessi sposi affronta questo problema, oltre che nel romanzo, un po’ in tutte le sue opere. Ma io ho posto al centro della mia riflessione una poesia poco conosciuta e che di solito non si studia a scuola, Il Natale del 1833. Ora voglio parlarne qui. Avverto subito che non è una poesia “natalizia” nel senso festoso del termine. Se ne parlo adesso non è perché siamo ancora vicini all’atmosfera delle feste appena trascorse, ma perché questa mattina la parola “male” è risuonata in un momento davvero difficile per tutte le persone che vivono nelle zone terremotate: quello segnato da nuove scosse in un territorio nel quale l’enorme quantità di neve caduta negli ultimi giorni impedisce persino di scappare. «Non so se abbiamo fatto qualcosa di male – ha detto il sindaco di Amatrice –, me lo chiedo da ieri, due metri di neve e ora pure il terremoto. Che devo dire? Non ho parole». Poco dopo, un sacerdote amante dei social network, don Aldo Antonelli, citava queste parole nel riferire  uno scambio di battute con una sua amica su Facebook. Ecco che cosa scrive il sacerdote:

Tre grandi e terribili scosse: ore 10,25 magnitudo 5,3; ore 11,14 magnitudo 5,5 e 11,26 magnitudo 5,3. Le avverto come paralizzanti mentre sto nel mio studio di Avezzano in provincia dell’Aquila e ne do notizia su facebook.
Un’amica commenta: “Don, una preghiera, Don”.
Io, lapidario, rispondo: “Per queste cose non prego!”.
L’amica aggiunge: “Boh … va beh … scusi ma non la capisco… Però… Va bene… Io prego sempre per tutto di solito!”.
Poco più tardi, il sindaco di Amatrice (mi sembra, non ricordo bene), raccontando la situazione veramente disarmante di un paese distrutto e di gente martirizzata dalla neve, dal gelo e da queste continue scosse, pone la domanda, per me infelice ma imbarazzante per certi credenti la cui fede è più vicina al credulismo dell’impaurito che alla “fedeltà” evangelica, pone la domanda: “Mi chiedo cosa abbiamo fatto di male?”.
Ecco, sia chiaro, per coloro che credono e per coloro che non credono e anche per coloro che credono di credere: il dio del Vangelo e il Dio della fede cristiana non è il dio a guardia della metereologia e/o a garanzia dei fenomeni naturali.
È il Dio che aiuta la coscienza del credente ad assumersi le sue responsabilità, a essere cosciente delle sue limitatezze e a disporre di se stesso ai fini di una convivenza solidale. In questo contesto la preghiera non è una polizza di assicurazione contro gli infortuni e gli inconvenienti legati alle nostra precarietà e all’instabilità del creato. È piuttosto un accendere in sé la coscienza della propria piccolezza e la fiamma di una forza che sa farci stare in piedi e ci dà speranza anche nelle sventure.

Avverto ancora, a proposito di queste ultime parole di don Aldo Antonelli (tra le quali ne spicca una tipicamente manzoniana: «sventure»), che la poesia della quale voglio parlare qui non è “natalizia” neanche nel senso consolatorio del termine. Che poesia è, insomma? Leggiamola.
È una poesia scritta, appunto, in occasione di una sventura personale. Alle otto di sera del 25 dicembre del 1833 era morta la moglie del Manzoni, Enrichetta Blondel. Il testo autografo de Il Natale del 1833 porta, insieme al titolo (che consiste soltanto nella data di quella morte) e all’epigrafe tratta dal Vangelo di Luca, la data del 14 marzo 1835, quella in cui probabilmente lo scrittore ne interruppe la composizione con la frase, apposta dopo la prima parola della quinta strofa, «Cecidere manus» 1.

14 marzo 1835

Tuam ipsius animam pertransivit gladius
Luc., II, 35.

Sì che Tu sei terribile!
Sì che in quei lini ascoso,
In braccio a quella Vergine,
Sovra quel sen pietoso,
Come da sopra i turbini
Regni, o Fanciul severo!
È fato il tuo pensiero,
È legge il tuo vagir.

Vedi le nostre lagrime,
Intendi i nostri gridi;
Il voler nostro interroghi,
E a tuo voler decidi.
Mentre a stornar la folgore
Trepido il prego ascende
Sorda la folgor scende
Dove tu vuoi ferir.

Ma tu pur nasci a piangere,
Ma da quel cor ferito
Sorgerà pure un gemito,
Un prego inesaudito:
E questa tua fra gli uomini
Unicamente amata,
Nel guardo tuo beata,
Ebra del tuo respir,

Vezzi or ti fa; ti supplica
Suo pargolo, suo Dio,
Ti stringe al cor, che attonito
Va ripetendo: è mio!
Un dì con altro palpito,
Un dì con altra fronte,
Ti seguirà sul monte.
E ti vedrà morir.

Onnipotente …

Cecidere manus

Questo testo non si trova di solito nelle antologie scolastiche. Esso non appartiene perciò al patrimonio culturale dei cittadini italiani, neppure di quelli che hanno studiato alle scuole superiori. È un testo conosciuto quasi soltanto dagli specialisti del Manzoni. E anche questi ultimi raramente hanno svolto studi veramente approfonditi sul Natale del 1833. Trent’anni fa Mario Pomilio ha dato il titolo di questo inno incompiuto a un suo romanzo che indaga il disperato e inquietante porsi del Manzoni di fronte al problema del dolore; tuttavia, neanche dopo la pubblicazione di quel romanzo (Rusconi, Milano 1983), la critica manzoniana è sembrata accorgersi della straordinaria importanza di questi versi. Peccato!
Il Natale del 1833 pone almeno un interrogativo tanto semplice (e forse perciò ignorato dagli specialisti, che in genere amano le cose difficili) quanto necessario: perché, dopo la morte della moglie, Manzoni scrisse di nuovo un inno sul Natale a oltre un ventennio di distanza da quando, nel 1813, ne aveva già composto un altro? Perché, insomma, il Manzoni ritenne di dover riflettere di nuovo sul rapporto tra la nascita di Cristo e la redenzione?
È vero che quello del rapporto tra la nascita (attenzione: la nascita, non la morte) di Cristo e la redenzione è uno dei grandi problemi di fede che lo scrittore si pone nell’intero corso della sua esistenza: il Dio che, per operare la redenzione dell’umanità si fa storia, anzi deve farsi storia; si fa carne, anzi deve farsi carne. Ed è anche vero che all’interno della riflessione manzoniana su questo problema la figura di Enrichetta occupa un posto decisivo. Enrichetta, con la sua conversione sofferta ma fortemente voluta, aveva determinato, in sostanza, anche la svolta di Alessandro. Enrichetta aveva costituito per lui l’occasione e lo stimolo della sua personale redenzione. Enrichetta lo aveva costretto a confrontarsi con la presenza di Dio nella storia, ad abbandonare incertezze e ambiguità e a convertirsi a sua volta con quella che possiamo considerare la prima vera e grande scelta di vita del giovane Manzoni.
Il dolore per la scomparsa della moglie si lega dunque allo smarrimento per lo spegnersi di una luce, per il venir meno di un forte punto di riferimento. Se si tiene conto di ciò, non può sorprendere che la morte di Enrichetta abbia determinato una cesura nella esistenza del Manzoni, anzi si comprende pure qualcosa che altrimenti potrebbe sembrare incredibile (soprattutto a noi moderni): e cioè che il dolore per quella perdita sia stato superiore in lui a quello per le numerose – precedenti e successive – perdite dei suoi figli. Solo se si tiene conto di ciò che Enrichetta aveva significato per la sua crescita spirituale si afferra insomma il motivo per cui le mani dell’uomo Manzoni, prima ancora che quelle del poeta, non hanno potuto proseguire nella composizione di quell’inno: il motivo non era legato semplicemente alla constatazione del male (la morte della persona amata) e alla conseguenza del dolore (in colui che l’aveva amata), ma al modo in cui il Manzoni era arrivato a scegliere, insieme a Enrichetta, una concezione – e, coerentemente, una pratica – di vita.

Quella constatazione, di per sé, non sembra essere per il Manzoni motivo di afasia e lo dimostra il fatto che l’inno, per quanto interrotto, non si possa affatto considerare un frammento né – meno che mai – un urlo sregolato. Esso è invece, come testimonia l’autografo così tormentato, una composizione di fortissimo impegno letterario la cui stessa dura tensione espressiva è determinata da una complessa struttura retorico-sintattica.
Ma c’è di più: se è vero che il testo del Natale del 1833 si presenta come lo spezzone di uno schema più ampio rimasto nella forma di scarni appunti di idee, è anche vero che la parte rimasta non ha la provvisorietà di un abbozzo, ha una sua finitezza, una sua interna coerenza e una sua solida organizzazione formale. Questa è imperniata intorno ai due «sì» con i quali si apre la prima strofa e ai due «ma» dei versi iniziali della terza. Inoltre le quattro strofe che il poeta ha portate a termine, così come sono strutturate, contengono un ragionamento in sé compiuto.

Nelle prime due strofe lo scrittore fa un’affermazione impegnativa e, al tempo stesso, compromettente: «Sì che Tu sei terribile!», un’affermazione che egli sente il bisogno di legittimare anzitutto per sé, come a rispondere con quel «Sì» a una domanda che egli stesso lungamente si era posto. Attraverso l’uso del presente dell’indicativo, sottolineato da una struttura ricca di parallelismi e di anastrofi, l’iniziale affermazione si sviluppa poi come in una dimostrazione stringente. L’essere «terribile» del Cristo nascente consiste nella imposizione della sua volontà rispetto ai destini individuali, e ciò indipendentemente da ogni preghiera umana. In tal modo la preghiera non è lo strumento attraverso il quale la constatazione del male trova una risposta né il dolore trova la possibilità di essere lenito. In questo don Aldo Antonelli ha perfettamente ragione a dire: «Per queste cose non prego». Nei versi del Manzoni la preghiera, le «lagrime», i «gridi» rivolti dall’uomo a Cristo diventano una sanzione del male avvenuto e del dolore che ha provocato: la loro essenza non può essere quella di richieste e meno che mai di richieste intese a far piegare in qualche modo il volere divino, ma è addirittura – inesorabilmente – quella di un assenso, della accettazione di una volontà inappellabile. È questo il senso dei versi conclusivi di queste prime due strofe: «Mentre a stornar la folgore / Trepido il prego ascende / Sorda la folgor scende / Dove tu vuoi ferir..».

La terza e la quarta strofa, introdotte da quei due «ma» che prima ho sottolineato, mediante l’uso di alcune importanti forme di futuro («sorgerà », «seguirà», «vedrà»), proiettano il Natale nel tempo in cui esso verrà a trovare il suo compimento attraverso il realizzarsi dell’atto della redenzione: anche questa redenzione, anche questo riscatto universale sono visti come il frutto di una preghiera inascoltata; persino dal cuore ferito del Cristo si leverà «un prego inesaudito». Non la storia dell’uomo soltanto, «ma» anche la storia di Dio, «ma» anche quella dimensione temporale nella quale Dio si è calato per farsi lui uomo sono state segnate da un «prego inesaudito». La storia degli uomini non è diversa dalla storia di Cristo né dalla storia della madre di lui. Il dolore dell’uomo che prega, inascoltato, per «stornar la folgore» da sé costituisce il ripetersi individuale della universalità di una nascita, quella di Gesù, finalizzata alla redenzione.

Qui il Manzoni vede la ragione di un Dio «onnipotente» e «terribile». E vede che il dolore non deriva dall’assenza di Dio, ma – ancora una volta: inesorabilmente – dalla sua presenza come redentore; attraverso il dolore, anzi proprio perché non può sfuggire a esso, l’uomo può individualmente redimersi. Nel mondo degli uomini il dolore non si giustifica quindi «nonostante Dio» (come sembra interpretare Mario Pomilio nel romanzo che ho citato), ma in suo nome: il dolore appartiene a quello che dovrebbe essere considerato l’atto più alto della sua misericordia. Il volere di questo Dio «terribile» e «onnipotente» si contrappone a quello dell’uomo e si afferma senza appello nei confronti dell’uomo. Il volere di questo Dio «terribile» e «onnipotente» trova la propria ragione in quella sua discesa nella storia che ha diviso in due la storia stessa: la redenzione.

Ma, all’interno di questo tipo di rapporto con Dio, qual è il posto dell’uomo nella storia? Questa è la domanda che Manzoni si pone di nuovo alla morte di Enrichetta. Il Dio di Ermengarda e di Napoleone, il Dio di Lucia e di Cristoforo, sia pure attraverso il dolore, la «provida sventura», imponeva ai chiamati dalla grazia una scelta, un sì o un no, reclamava una risposta nella quale, per un verso, si esprimeva interamente la libertà dell’uomo e, d’altra parte, si dispiegava lo stesso libero svolgimento della storia di ciascun individuo e, di conseguenza, della Storia. In quella visione guai alla creatura incapace di scegliere: Gertrude ne è l’immagine esemplare e il suo destino il destino esemplare.
Nel Natale del 1833 Manzoni dà alla domanda su qual è il posto dell’uomo nella Storia una risposta molto diversa rispetto a quella che aveva dato in passato. Altro che scelta! Ora egli vede una contraddizione insanabile tra la onnipotenza di Dio e la libera scelta dell’uomo: la prima qui sembra sopraffare la seconda; il dolore non si presenta più come una chiamata né impone, di conseguenza, alcun tipo di risposta, quanto piuttosto – per l’ennesima volta: inesorabilmente – una adesione. La contraddizione resta non risolta, né lo sarà più in alcun altro scritto del Manzoni.
Si trova forse qui la radice dell’ostinato successivo silenzio narrativo del Manzoni? Quel silenzio deriva dall’impossibilità di scrivere più una storia di uomini liberi, chiamati alla responsabilità delle proprie scelte? Quel silenzio deriva dalla motivata impossibilità che ora il Manzoni avverte, di aggiungere l’aggettivo «provida» al nome «sventura» e di dare quindi un senso al dolore? L’uomo Manzoni non sappiamo; lo scrittore chiude, con la rassegnata indifferenza alla contraddizione che gli si è aperta davanti come un baratro, un ciclo della propria esistenza che era cominciato, nel nome di Enrichetta, con la sua personale «scelta» del 1810: la conversione.


  1. Cecidere manus: queste parole, ‘le mani caddero’, sono tratte da Virgilio, Eneide, VI, 33. Si riferiscono al fatto che Dedalo, dopo aver cercato per due volte di raffigurare Icaro in una scultura aurea, cedette per il dolore: «tu quoque magnam / partem opere in tanto, sineret dolor, Icare, haberes. / Bis conatus erat casus effingere in auro, / bis patriae cecidere manus». Trad.: “Anche tu, Icaro, avresti / avuta una parte cospicua in questa così grande opera: lo avesse permesso il dolore! / Due volte aveva cercato [sottinteso: Dedalo] di scolpire quell’evento nell’oro, / due volte caddero le sue mani di padre”.

2 comments for “Il male, il dolore e i dubbi del Manzoni
Una riflessione tornata d’attualità

  1. Michele T.
    23 gennaio 2017 at 18:48

    La ringrazio di chiedermi – e di chiedersi – «che cosa io sappia del suo [di Manzoni] rapporto con il Rosmini». L’uso del congiuntivo (vivaddio, qualcuno usa ancora il congiuntivo!), che esprime evidentemente un suo dubbio, mi aiuta a rispondere: Poco.
    Il rapporto del Manzoni con il Rosmini fu, in primo luogo, personale. Quando si trovavano entrambi sul versante piemontese del lago Maggiore a meno di dieci chilometri l’uno dall’altro (il Manzoni a Lesa nella villa della sua ultima moglie Teresa Stampa, Il Rosmini a Stresa nella villa di Anna Maria Bolongaro divenuta casa-convento dei rosminiani), i due si vedevano regolarmente tutti i martedì e le loro chiacchierate erano interminabili. Nel carteggio Manzoni-Rosmini (interamente edito nel 2003 da Centro Nazionale di Studi Manzoniani) c’è solo una pallida ombra e un indiretto riflesso di quelle chiacchierate. Quello che io conosco del rapporto tra questi due grandi intellettuali è dunque un’ombra e un riflesso. Ben poco, come vede, caro lettore.
    Di quell’ombra e di quel riflesso credo che si possano sottolineare due aspetti fondamentali.
    Il primo riguarda l’amicizia che era nata tra i due. Si scrivevano di tutto, ma era soprattutto il Manzoni a sottoporre all’amico i suoi problemi personali, in particolare quelli relativi alla salute della sua famiglia, e a chiedere con devozione di essere ricordato nelle sue preghiere. Entrambi – e questo è forse il segno più significativo di una amicizia veramente profonda – senza nessuna gelosia, sottoponevano i propri scritti l’uno alla revisione dell’altro. E, questo è il bello, l’altro non si sottraeva al giudizio, al consiglio, addirittura alla proposta di correzione. Accade così per l’Ognissanti, un inno che il Manzoni aveva cominciato a comporre nel 1830 per aggiungerlo ai cinque già pubblicati, aveva poi strappato e infine aveva ripreso daccapo nell’ottobre del 1847: il Rosmini, in una lettera del 4 novembre di quell’anno, interviene con dettagliata precisione sul v. 7 e sul v. 41, indicando la propria preferenza per una o per un’altra variante. E accade così, da parte del Manzoni, niente meno che per una lettera preparata dal Rosmini nel maggio del 1848 per il capo della Penitenzieria apostolica in merito alla «condotta del Sommo Pontefice in questi affari d’Italia» (cioè alla partecipazione di Pio IX alla guerra d’Indipendenza). Anche in questo caso il Manzoni non si sottrae all’impegno e offre all’amico due suggerimenti linguistici apparentemente minori, ma – soprattutto il primo – invece importanti. E che dire di una raccomandazione? Non poteva mancare, in uno scambio di lettere tra amici. Beh, si tratta in realtà di una raccomandazione molto particolare: il Rosmini chiede al Manzoni di intervenire presso suo genero Massimo d’Azeglio non per un favore privato, ma per fare avere un visto dal regno di Sardegna a Niccolò Tommaseo, esule allora a Corfù – siamo nell’aprile del 1850 – dopo il fallimento dei moti veneziani del 1848-1849. Raccomandazione non per fatti privati e, oltretutto, raccomandazione fallita: il Tommaseo poté andare a Torino solo quattro anni dopo. Il genero non si era fatto intenerire dal suocero. Ma fu anche una raccomandazione che mette in luce per noi un carattere precipuo di quell’amicizia: il fatto di essere rinsaldata da un patriottismo che, se non si esprimeva in azioni clamorose, estranee al carattere dell’uno e dell’altro, agiva nel loro animo senza sosta (e non senza qualche rischio).
    Ho parlato molto di questo primo aspetto del rapporto tra Manzoni e Rosmini perché credo che sia prevalente rispetto a quello delle presunte influenze filosofiche del secondo sul primo. Il Manzoni non fu né volle essere filosofo e lo disse apertamente all’amico: «alla fin fine io rappresento una gran classe, quella degli ignoranti in filosofia», scrisse senza mezzi termini al Rosmini in una lettera dell’aprile 1830 nella quale lo ringraziava per avergli mandato i primi capitoli del Nuovo saggio sull’origine delle idee. E non fu né volle essere rosminiano se non quanto bastava perché l’idea dell’essere così come veniva propugnata dal sacerdote di Rovereto diventasse per lui uno stimolo di riflessione, «una questione». Anche questo lo scrisse chiaramente in una lettera del 10 luglio 1831, questa volta dopo aver ricevuto i Principii della scienza morale: «La vo studiando quest’opera, e mi trovo ad ogni istante istruito, illuminato da importanti, recondite e non meno evidenti verità speciali; come mi pare d’intendere e di gustare il principio generale, e mi par pure che lo gusterò sempre più andando innanzi; tanto più che la parte che vi fa l’idea dell’essere mi sembra indipendente dalla questione della sua origine; questione della quale Ella ha mostrato l’importanza, mostrando le singolari anzi uniche relazioni di questa idea con tutte le operazioni della mente; ma che, per me, come Ella ha potuto vedere, è rimasta, se non piuttosto è diventata questione. E dico per me; giacché veggo benissimo come questo modo d’intendere possa esser soggettivo, e mutarsi anche, quando il degno soggetto arrivi ad intendere più e meglio». Questo porsi, da parte del Manzoni, l’idea rosminiana dell’essere non come principio, ma come «questione» non toglie che, almeno in un caso, lo scrittore che non voleva essere filosofo trovò nella filosofia – e precisamente nelle sue riflessioni sulla «questione» rosminiana dell’essere – un modo per affrontare il tema della «operazione propria dell’artista». Ciò avviene nel dialogo Dell’invenzione, scritto tra il 1849 e il 1850, cioè proprio in uno dei periodi di più intensa frequentazione dei due amici. Ora, l’intero dialogo si basa sulla negazione che «l’operazione propria dell’artista» possa dirsi creazione e sull’affermazione che essa debba definirsi «invenzione». Qual è il punto di partenza di questo ragionamento? Eccolo: «Per esempio, chi dice che il poeta differisce dallo storico, in quanto deve inventare, dice quanto basta a quell’intento; ma mi lascia ancora da cercare cosa fa il poeta, quando inventa … Vediamo, però: è una parola derivata; e delle volte, non sempre, né ordinariamente, ma delle volte, l’intento di queste si vede più spiegato e più deciso, guardando quelle da cui sono derivate. Infatti: Inventare è un derivato da Inventum, o un frequentativo d’Invenire. Ecco: se mi volete dire espressamente che l’artista trova, sono contento; perché c’è sottinteso, e sottinteso necessariamente, che l’oggetto era, prima che lui ci facesse sopra la sua operazione».
    Questa mi sembra la sintesi possibile di quel poco che so a proposito del rapporto del Manzoni con il Rosmini.

  2. 19 gennaio 2017 at 11:14

    Vorrei sapere cosa lei sappia del suo rapporto con Rosmini…

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