A Natale tangenti sulla beneficenza
Naturalmente all’epoca di G.G. Belli

Inutile dire quanto sia lodevole l’intento di papa Francesco di risanare la Curia romana, intento da lui riaffermato con forza nell’indirizzo di auguri ai funzionari del vaticano che tradizionalmente precede le festività natalizie. Invece penso che sia utile ricordare al pontefice, soprattutto se non ha letto i sonetti del Belli, quanto le «malattie curiali» contro le quali egli vuole mettere in campo i necessari «antibiotici curiali» siano così fortemente radicate da richiedere forse, più che medicine, sia pure forti, veri e propri interventi chirurgici.

BelliIl sonetto che segue, il 544, è stato scritto il 3 dicembre del 1832: precede quindi di 183 anni e 17 giorni il discorso del papa sugli antibiotici necessari a guarire la Curia romana. E tuttavia che cosa ci racconta? Ci racconta di percorsi burocratici che sembrano fatti apposta, tra passaggi di mano e inutili pareri, per favorire, in una qualsiasi delle tappe delle quali si compongono, l’intervento del funzionario senza scrupoli. Anzi, nello scatenato ritmo di questo sonetto (che si presenta con ben undici versi su quattordici che hanno la prima sillaba senza un accento forte e dunque, per così dire, vanno di corsa, cercano di entrarci in testa come se fossero bocce lanciate lungo un forte pendio), il Belli ci fa capire che, secondo lui, quei percorsi burocratici non sembrano, ma sono fatti apposta per consentire a chi vuole e a chi può di arraffare tangenti. Nel nostro caso si tratta di una cospicua tangente del cinquanta per cento. E di una tangente percepita con una tale naturalezza dal funzionario che eroga il sussidio di beneficenza («je se perze tra le deta», cioè: ‘gli si perse tra le dita’) da far pensare che due secoli fa quelle abitudini fossero già vecchie di chissà quanti altri secoli.

Poiché siamo sotto Natale, che cosa posso fare? Posso fare gli auguri, in primo luogo, a Papa Francesco perché riesca a sradicare dalla Curia romana abitudini così profondamente radicate. È una prospettiva di risanamento che interessa non solo i cattolici, ma tutti i laici che vivono in Italia, un paese molto – forse troppo –condizionato da ciò che accade in quella Curia. E auguri anche a tutti noi perché le riforme della pubblica amministrazione, finora senza esito, nel semplificare i percorsi dei vari procedimenti, riescano a complicare la vita anche ai tangentisti non curiali. Ricordo a chi lo avesse dimenticato che la Curia romana due secoli fa, e fino al 1870, era la pubblica amministrazione di Roma.
Infine, a tutti i lettori di questo blog, auguri, più generalmente, di Buone feste e di un 2016 che realizzi almeno alcune delle nostre aspettative pubbliche e personali, magari proprio quelle in cima al nostro elenco dei desideri, e ci aiuti in questo modo a essere più sereni e a trovare più facilmente la via della felicità.

Giuseppe Gioachino Belli
Er zussidio

Com’è ito a ffiní cquer momoriale[1]
c’appresentai a la Bbonifiscenza[2]?
È ffinito accusí, ch’er Cardinale
prima vorze1 sentí la Presidenza2:

eppoi, doppo tornato a Ssu’ Eminenza,
lo mannò a Mmonziggnore tal’e cquale,
scrivennosce accusí: «Pe sto Natale
venti pavoli[3] all’urtima dispenza[4]».

Monziggnore lo diede ar Deputato[5]
co sto riscritto: «Signor Emme e Zzeta,
sto sussidio che cqui vvienghi pagato».

Ma cquanno agnedi3 a pprenne la moneta,
quer zor Emme me diede un colonnato[6],
e ll’antro je se perze tra le deta.

Roma, 3 dicembre 1832

Note dell’autore
1 Volle. 2 Presidenza di polizia del rione. 3 Andai.

Note
[1]Momoriale: ‘memoriale’, qui con il senso di ‘supplica’.
[2]Bbonifiscenza: ‘Istituto per la Beneficenza’.
[3]venti pavoli: equivalenti a due scudi.
[4]dispenza: ‘distribuzione’.
[5]deputato: ‘funzionario’.
[6]un colonnato: equivalente a uno scudo, quindi la metà del sussidio.

Cop46: ci sarà mai?

Il sole è precipitato in un giorno come tanti. Eravamo
al solito occupati nelle nostre
attività quotidiane e non ci fregava niente di tutto il resto: poteva succedere
qualunque cosa e neanche
ce ne accorgevamo. […]

Con questi versi comincia la prima poesia del mio nuovo libro, Fine e principio (Anicia, Roma, 2015) «quattro poemetti – ha scritto Giorgio Bárberi Squarotti – che reinventano miti e immagini». A proposito: devo ringraziare qui il grande critico per la «ammirazione profonda» che ha dichiarato di aver provato alla lettura del libro. Per usare le sue parole, la poesia della quale ho citato i primi versi “reinventa” il mito di Fetonte, il figlio di Apollo che, ottenuto dal padre il permesso di guidare il carro del Sole, ne causa la caduta sulla terra e, per effetto di essa, determina l’inaridimento di intere regioni.
Non sono un politico. Né scrivo versi “politici” (tipo il Misogallo dell’Alfieri, per intenderci). Tuttavia, scritta qualche anno fa, questa poesia ha una incredibile attinenza con la più stretta attualità politica, un fatto raro, forse unico, per quanto mi riguarda. È in corso, infatti, in questi giorni a Parigi la Cop21.
Sapete che cos’è? Non è una parata di capi di stato che, con la scusa del clima, parlano di terrorismo, come si è potuto capire dalle scarne notizie che ne hanno dato i media all’apertura, il 30 novembre scorso.

Una riunione della Cop21 a Parigi

Una riunione della Cop21 a Parigi

Faccio un po’ di storia. La Cop21 è la ventunesima riunione della Conference of Parties che, da quando fu convocata per la prima volta nel 1995 a Berlino, ha il compito di rivedere annualmente la “Rio Convention”, il primo accordo sul clima raggiunto – come dice il nome – a Rio de Janeiro nel giugno del 1992. La Rio Declaration, frutto di quella convention, affidava agli stati nazionali, senza nessun vincolo né verifica, una serie di compiti relativi alla difesa dell’ambiente. Ci sono volute tre “Cop” per arrivare al famoso Kyoto Protocol del 1997. Ce ne sono volute altre otto per arrivare al Montréal Action Plan, del 2005, il quale non era altro se non un piano di attuazione del Kyoto Protocol. Ancora altre quattro “Cop” sono state necessarie per tentare – senza riuscirci – di superare, a Copenaghen nel 2009, il Kyoto Protocol, che nel frattempo si era rivelato del tutto insufficiente. Infine, dopo altre sei “Cop”, che sono state con tutta evidenza perfettamente inutili, in quella attuale, la Cop21, abbiamo sentito dire ai capi di stato presenti che questa è «the last chance to stop ‘Global Warming’ before it’s too late» [«l’ultima opportunità di fermare il “riscaldamento globale” prima che sia troppo tardi»].

Nessuno dei partecipanti alla Cop21, tuttavia, ha spiegato bene che cosa possa significare questo “troppo tardi”.
Ma qui è bene aggiungere un piccolo corollario: coloro che che cercano di spiegare in che cosa consista il “troppo tardi”, giornalisti o scienziati, vengono in genere accusati di essere “catastrofisti”. Da chi vengono accusati di questa nefandezza? Da altri giornalisti o scienziati i quali chiedono le “prove” che il riscaldamento globale sia realmente un effetto causato dalle attività umane e che quindi possa essere a sua volta combattuto da un profondo cambiamento di queste attività.
Un esempio? Eccolo. La Società italiana di Fisica – per la verità affiancata, anche se i media non lo hanno riportato, dalla Unione delle Accademie di Agricoltura (!) e dalla Historical Oceanography Society (!) – si è rifiutata di firmare la Dichiarazione scientifica sui cambiamenti climatici redatta a conclusione del Science Symposium on Climate, una riunione di tutte le comunità scientifiche mondiali interessate al tema, che si è svolta a Roma il 19 e 20 novembre scorsi. Forse troppe riunioni e pochi fatti sul clima di questa nostra povera Terra! Ma vado avanti. In questa Dichiarazione, il capitolo introduttivo sui principali esiti delle ricerche della comunità scientifica afferma:

Human influence on the climate system is unequivocal and it is extremely likely that human activities are the dominant cause of warming since the mid-20th Century: continued warming increases the risks of severe, pervasive, and irreversible impacts on the climate system. [L’influenza umana sul sistema climatico è inequivocabile ed è estremamente probabile che le attività umane siano la causa dominante del riscaldamento verificatosi a partire dalla metà del XX secolo. Il continuo riscaldamento del pianeta aumenta i rischi di impatti gravi, pervasivi e irreversibili sul sistema climatico]

Ebbene, sulla parola «unequivocal» la Società italiana di Fisica ha posto, per voce della sua presidente, professoressa Luisa Cifarelli, una specie di veto: in un blog (qui) la professoressa ha ricordato che «La Sif è un’associazione di fisici abituati a considerare leggi fisiche regolate da equazioni più o meno complesse, e risultati espressi con il dovuto livello di confidenza o di probabilità o di verosimiglianza. Questo, del resto, è il metodo scientifico». La professoressa Cifarelli, inutile sottolinearlo, ha ragione. Sul metodo scientifico, intendo. Il metodo scientifico, per dimostrare il rapporto di causa ed effetto tra attività umane e riscaldamento globale, avrebbe bisogno di un certo numero di Terre senza presenza umana e di circa duecento anni: una volta sviluppata su una di queste Terre, per circa duecento anni, una attività antropica uguale a quella che si è storicamente realizzata nell’età industriale sull’unica Terra che abbiamo, soltanto allora, se nelle altre Terre prese a confronto non si fosse registrato nessun tipo di cambiamento climatico, si potrebbe scientificamente affermare che il rapporto di causa ed effetto tra attività umane e riscaldamento è “dimostrato”.
Questo vorrebbe dire che tale rapporto sarebbe “vero”? Certamente no: tutti sappiamo che le “verità” scientifiche hanno una certa durata storica. Dopo un certo periodo qualcuno “dimostra” che quanto era stato “dimostrato” in precedenza su un certo problema è superato da una nuova scoperta. Per essere assolutamente certi (assolutamente?) che la “dimostrazione” scientifica di cui stiamo parlando non sarà superata da una nuova scoperta, dovremmo aspettare centinaia, forse migliaia di anni. Gli scienziati che hanno firmato la Dichiarazione del Science Symposium on Climate, lo sapevano certamente meglio di me e, difatti, hanno evitato la parola «true» [vero] o altre simili e hanno usato una parola come «unequivocal» [“inequivocabile”, «detto di di cosa – afferma il Vocabolario Treccani – su cui non è possibile equivocare, che non dà luogo a equivoci, anche intenzionali»: quindi “molto chiaro”, “evidente a tutti”, ma non necessariamente “vero”], o un’espressione come «extremely likely» [“estremamente probabile”]. Questo non è bastato. La professoressa Cifarelli voleva la “dimostrazione” come richiesto dalle «leggi fisiche» che sono, in effetti, «regolate da equazioni più o meno complesse». E in attesa di questa “dimostrazione”? Ecco i catastrofisti!

Non credo di potermi annoverare tra i catastrofisti, e tuttavia, se quasi tutti gli scienziati del mondo, senza aspettare la “dimostrazione”, dichiarano come «estremamente probabile che le attività umane siano la causa dominante del riscaldamento verificatosi a partire dalla metà del XX secolo» e aggiungono che questo riscaldamento «aumenta i rischi di impatti gravi, pervasivi e irreversibili sul sistema climatico», sono portato a dar loro fiducia senza aspettare non meno di due secoli per averne la “dimostrazione”. Greenhouse-gas-emissions-007Infatti, due sono i casi. O questi scienziati hanno torto: e allora qualunque azione umana non ridurrà il riscaldamento globale e la terra cesserà di essere un pianeta abitato tra cento o duecento o trecento anni (o forse anche molto prima, dato che certi effetti prodotti dal riscaldamento globale si automoltiplicano). Oppure questi scienziati hanno ragione: e allora è il caso di cominciare a darsi da fare subito. Da questo punto di vista, le Conferences of Parties mi sembrano uno strumento, finora, assolutamente inefficace. Riunioni di flagellanti in vena di enunciare molti buoni propositi (certo: oltretutto siamo sotto Natale!) e pronti a non rispettarne neanche uno appena gli altri flagellanti abbiano voltato le spalle. Almeno, nel medioevo, i flagellanti avevano più dignità e si flagellavano anche in privato, quando nessun altro li vedeva. Non sono un politico. Non chiedetemi soluzioni. Direi, come suggeriscono alcuni economisti, di cominciare dai territori, cioè da pezzetti anche molto piccoli di questa unica Terra che abbiamo. I cittadini, se consapevoli, possono spingere le loro amministrazioni a “decarbonizzare” il territorio sul quale essi vivono, anche utilizzando tecnologie non poi così costose. Questi cittadini possono inoltre darsi come scadenza (deadline, “linea della morte” si dice in inglese e forse in questo caso è proprio la parola) un termine un po’ più vicino di quello del 2050 del quale si occupano le varie Cop: per esempio il 2030. La somma di tante decisioni di tanti cittadini in tanti territori potrebbe essere forse più efficace degli accordi dei governi, o potrebbe aiutare ad attuare questi accordi: insomma, potrebbe aiutare i flagellanti a essere coerenti. Il fatto che la bozza di accordo sulla quale discutono oggi a Parigi conti quarantotto pagine mi spinge a pensare che che gli stessi firmatari non pensino di rispettarla in tutto e per tutto: scrivereste un documento di cinquanta pagine se doveste dare istruzioni antincendio agli inquilini di un condominio? Naturalmente, perché i cittadini possano prendere decisioni, sarebbe necessario che fossero, come ho scritto sopra, consapevoli: cioè che sapessero. I media e la potenza finanziaria di chi ama i combustibili fossili sembrano alleati nel far sì che i cittadini non sappiano. Beh, i venticinque lettori di questo mio blog ora sanno qualcosa più di prima.

Il sole è precipitato in un giorno come tanti. Eravamo
al solito occupati nelle nostre
attività quotidiane e non ci fregava niente di tutto il resto: poteva succedere
qualunque cosa e neanche
ce ne accorgevamo. […]

Quel giorno io, comunque, non ci sarò più: penso alla nipotina che ho e agli altri nipotini che arriveranno. Se quel giorno sfortunatamente dovesse giungere, mi piace comunque pensare che i venticinque lettori di questo mio blog, i loro figli, i loro nipoti non saranno tra quelli ai quali non fregava «niente di tutto il resto: poteva succedere / qualunque cosa». A proposito: nel 2050, quando i miei e i vostri figli avranno all’incirca settant’anni e i miei e i vostri nipoti ne avranno all’incirca quaranta, ci sarà mai una Cop46?

 

Parigi: le mie «vie amiche» ferite a morte

La prima volta che sono stato a Parigi, circa mezzo secolo fa, avevo fatto nei mesi precedenti una vera e propria indigestione di romanzi di Simenon sul commissario Maigret. Così, di Parigi, senza averla mai vista, conoscevo strade, piazze, bar, locali di tutti i generi e un sacco di curiosità. Buona parte del tempo che vi ho trascorso sono stato in giro proprio per quei posti dei quali, attraverso le inchieste di Maigret, sapevo quasi tutto e che mi sembrava, più che di vedere per la prima volta, letteralmente, di ri-vedere. Una passeggiata senza limiti di tempo me la sono concessa a boulevard Richard-Lenoir, dove Simenon immagina che si trovi, al numero 132, la casa nella quale il commissario vive con sua moglie. Ho percorso il boulevard dalla Bastille all’incrocio con avenue de la République e poi sono tornato indietro attraverso la miriade di vie grandi e piccole (tra le prime boulevard Voltaire) che segna quella vivacissima parte di Parigi.
Dappertutto la gente affollava i locali, ma non come da noi: non per una consumazione, magari seduti a un tavolino, e via; era evidente che molti passavano lungo quelle strade la loro giornata, avevano libri, scrivevano.

lepurecafeQuando, pochi anni fa, sono ritornato a Parigi con mia moglie, ho condotto anche lei a boulevard Richard-Lenoir con l’intento di ritrovare i vecchi zincs, i bar con il bancone di zinco, che avevo frequentato tanto tempo prima nelle vie intorno alla Bastille (nella foto qui a fianco un vecchio zinc a due passi da boulevard Voltaire). Naturalmente di quei vecchi bar non ce n’era più quasi nessuno: alcuni sì, però e forse ci sono ancora perché sono tornati di moda. In ogni caso, in quasi mezzo secolo non era cambiato il modo che avevano i parigini (e i molti stranieri diventati parigini di adozione) di frequentare le proprie vie: il modo è quello di abitarci. Certe vie di Parigi sono luoghi di abitazione, non di passaggio. Sto preparando in questi giorni una lezione su Ungaretti e sul suo Porto sepolto e penso adesso che è certamente più di un secolo che funziona così: Ungaretti frequentava gli intellettuali che vivevano a Parigi nel 1914, da Apollinaire a Modigliani, da Marinetti a Palazzeschi, da Boccioni a De Chirico a tanti altri, soprattutto nei caffè di quella città; forse anche un po’ a casa loro (o, meglio, nei salotti che contavano), ma soprattutto nei caffè, nelle vie. È più di un secolo che funziona così, che le vie di Parigi sono case all’aperto dove, certo, si passa, ma soprattutto si vive. La libertà e la laicità (e, per gli artisti, la creatività) a Parigi si imparano per strada ben più che sui manuali di storia.

I terroristi hanno dunque colpito nel segno: le vie, i caffè, i locali, le sale da concerto (che spesso sono caffè di giorno). Hanno colpito luoghi, non del passaggio, ma della vita dei parigini, simbolo di una libertà della vita quotidiana (non so come altro definirla) che probabilmente non ha l’eguale nel mondo. E hanno colpito anche me, profondamente, perché io stesso – e non solo a Parigi – amo le vie delle città che visito, più dei loro monumenti o musei. Lì, nelle vie, trovo la vita delle città e ne prendo un poco in prestito. In particolare, nelle vie di Parigi mi sono sempre sentito a casa. E ci tornerò per sentirmi a casa.
Nella mia ultima raccolta di poesie, Viaggio all’osteria della terra, ho raccolto le poesie che hanno per oggetto le vie delle città in una sezione intitolata Le vie amiche. Tra queste «vie amiche» ce n’è una di Parigi, rue Lepic, che si trova, per la verità, un po’ distante dalla Bastille, nel XVIII arrondissement, ma che ha molto in comune (tra l’altro, anche la frequentazione di Maigret) con le vie che convergono verso la Bastille e che incrociano boulevard Voltaire, oggetto di alcuni degli attacchi terroristici di ieri sera. La trascrivo qua sotto (nel testo originale e nella bellissima traduzione che ne ha dato Danièle Robert) per ricordare la vita di tutti coloro che si trovavano in quelle strade, in quei locali, in quelle sale da concerto: ci si trovavano come a casa loro e adesso non ci sono più.

Michele Tortorici
Rue Lepic

Questa strada non finisce, come potrebbe sembrare, all’incrocio
con rue des Abesses. Con una specie di “u” larga fa un giro
intorno alla collina e arriva oltre
il Moulin de la Galette, comunque
non ho capito bene fino a dove. Un po’ è un inganno,
ma principalmente
è che vuole avere con te più confidenza.

Questa strada vorrebbe esserti casa, anzi vorrebbe essere
il corridoio della tua casa, il tuo cammino intimo, la quotidiana
abitudine che hai di girare per le stanze, magari
senza far niente, forse un caffè, forse, al più, qualcosa
da sbocconcellare − piedi nelle pantofole, profumo,
a certe ore, di dopobarba, ad altre
ore, di donna.

Questa strada vorrebbe esserti compagna, mettersi
sottobraccio a te, ostentare la sua civetteria per farsi stringere
più forte − farsi toccare il seno persino, scandalizzare se ci sono
benpensanti che guardano.

Questa strada vorrebbe esserti amico, parlare di libri
e di sport, cantare per te le canzoni
che escono dalle finestre aperte, sedersi
su una panchina e ascoltare quello che dici – mettersi
a cercare se da qualche parte, appostato,
c’è ancora Maigret, chi lo sa?

Questa strada vorrebbe esserti − quello che è −
strada di mulini, prestare le sue ruote alla tua mente e farti
macinare farine delle vite
che passano sui suoi marciapiedi, andari
affrancati, alternative − che non avresti pensato, fuori da qui −
del divenire, figurazioni
della tua libertà possibile. Principalmente
è che vuole avere con te più confidenza.

Rue Lepic
nella traduzione di Danièle Robert

Cette rue ne finit pas, comme on pourrait le croire, à l’angle
de la rue des Abbesses. Dans une sorte de large “u” elle tourne
autour de la colline et arrive au-delà
du Moulin de la Galette, du reste
je n’ai pas bien compris jusqu’où. C’est un peu une ruse,
mais avant tout
c’est qu’elle veut être plus en confiance avec toi.

Cette rue voudrait être pour toi une maison, ou plutôt voudrait être
le couloir de ta maison, ton chemin intime, l’habitude
que tu as chaque jour de tourner dans les pièces, même
sans rien faire, peut-être un café, peut-être, tout au plus, quelque chose
à grignoter – les pieds dans les pantoufles, parfum,
à certaines heures, d’après-rasage, à d’autres
heures, de femme.

Cette rue voudrait être pour toi une compagne, bras dessus
bras dessous, afficher sa coquetterie pour se faire serrer
plus fort – se faire même toucher la poitrine, scandaliser s’il y a
des bien-pensants qui regardent.

Cette rue voudrait être pour toi un ami, parler de livres
et de sport, chanter pour toi les chansons
qui sortent des fenêtres ouvertes, s’asseoir
sur un banc et écouter ce que tu dis – se mettre
à chercher si quelque part, embusqué,
il y a encore Maigret, qui sait ?

Cette rue voudrait être pour toi – ce qu’elle est –
la rue des moulins, prêter ses roues à ta pensée et te faire
moudre le grain des vies
qui passent sur ses trottoirs, allures
affranchies, alternatives – auxquelles tu n’aurais pas pensé, ailleurs qu’ici –
du devenir, figures
de ta liberté possible. Avant tout
c’est qu’elle veut être plus en confiance avec toi.

Due perfetti sconosciuti
Una recensione su “Europe”

“Europe” è una delle più prestigiose riviste letterarie del mondo. Perciò sono stato particolarmente emozionato dal fatto che nel suo fascicolo di giugno/luglio sia apparsa una recensione della traduzione francese del mio romanzo Due perfetti sconosciuti firmata dal critico e poeta Serge Airoldi (nella foto): photo-airoldi_0una recensione che colloca il mio romanzo in una importante linea dello sperimentalismo europeo e presenta come meglio non si potrebbe la complessità del personaggio di Odetta. Ma, poiché una recensione non si recensisce, ecco, qui sotto, la sua traduzione. Voglio segnalare che, sempre nel corso dell’estate, è apparsa, sulla pagina di amazon.it dedicata ai Due perfetti sconosciuti una recensione della giornalista Donata Zocche. Brevissima, questa recensione è un esempio di sintesi tanto chiara quanto fulminante e posso quindi trascriverla qui senza togliere troppo spazio a quella della prestigiosa rivista francese:
«Odetta – scrive Donata Zocche -, una signora un po’ impertinente che somiglia a Christine Lagarde, trascorre due ore con due perfetti sconosciuti. Nella conversazione ci sarà il suo passato di sessantottina, il circo della vita e l’immobilità della perfezione. Ma soprattutto, Odetta parlerà del suo segreto più intimo come non ha mai fatto con nessuno, neanche con la sua migliore amica.
Un libro per chi cerca il bello e il perché delle cose in ogni attimo.»

Ed ecco l’estratto dal fascicolo di giugno/luglio di

Testata Europe

Michele TORTORICI: Deux parfaits inconnus.
Tradotto dall’italiano da Danièle Robert (Les Éditions Chemin de ronde, 11 €)

di Serge Airoldi

È il libro del tempo restaurato, del racconto necessario, di uno sboccio. Alla fine di Zazie dans le métro, Raymond Queneau decide che la ragazza si risveglia e trova che è invec­chiata. Ha appena vissuto numerose avventure che hanno nutrito una storia, delle riprese, delle domande sulla verità, l’identità. Alla fine del racconto Zazie, dunque, è invecchiata. Il tempo è tornato. Ha visto. Ha detto. E più niente è come prima.

In questo libro singolare scritto da Michele Tortorici, una trama cugina si snoda nello stes­so modo. L’autore, al quale si devono raccolte di poesie, di cui la prima è stata tradotta da Danièle Robert che ne ha curato anche la prefazione (La pensée prise au piège, Vagabonde 2011) mette in scena tre personaggi: Odetta una ex libraia che affitta una parte del suo ap­partamento, un elettricista che lei chiama una domenica mattina per una riparazione e uno studente che va a visitare i luoghi prima di stabilirsi lì. Tre vite e una folle quantità di storie – tutto un groviglio -, che sviluppano nello stesso tempo inizio, mezzo, fine di romanzi in­castrati possibili.

Qui, ecco gli abiti letterari di Jacques le Fataliste («Come si erano incontrati? Per caso, come tutti. Come si chiamavano? Che vi importa?») oppure quelli di Tristam Shandy (tra digressione e tentativo di autobiografia) o ancora quelli tutti rosa di Odette, la miss Sacripant della Recherche che Proust svela così, ai fianchi del pittore Elstir e che trasforma in Odette de Forcheville, capace di maritare sua figlia con il conte Robert de Saint-Loup, legando allora il lato degli Swann e quello dei Guermantes ne Le Temps retrouvé. Odette come una padrona del tempo e dei destini, e della cinghia della vita che termina in un fermaglio.

Deux parfaits inconnus - PrimadiCopertina Nel libro di Tortorici Odetta è la sola a parlare. Ma si capisce che esiste un dialogo con l’uno, e poi con l’altro. Nessuna identità. Due perfetti sconosciuti, ai quali dice molto, enormemente, ma ai quali, certo, non dice l’essenziale. A meno che lei non dica le cose fon­da­mentali, ma alla sua maniera, in un equilibrio di idee e parole labirintico, organizzando un cammino tortuoso dove gli indizi e i riferimenti dissimulano la parte possibile della verità e della menzogna. Lei gioca con le citazioni di Dante, le battute di Totò, gli arcani del calcio, con la sua vita privata, molto intima. Intreccia con semplice malizia (?), machiavellismo (?) – e sicuramente Tortorici moltiplica il canto delle piste alla faccia e alla barba del lettore – il contrario di ciò che aspetta dall’elettricista: che districhi i fili. E poi cosa? Che dice lei veramente con questo oratorio sottile che permettono la lingua e l’arte di Tortorici e la traduzione impeccabile di Danièle Robert? Che «se non c’è tempo, non c’è movimento». E anche che «la perfezione è immutabile» e ancora che il suo «ottimismo si fonda sul fatto [che lei non ha] bisogno di questa perfezione immobile». Che lei «accetta che il tempo passi».

Con questo libro tanto strano e capace di creare dipendenza (ci si ritorna dopo averlo richiuso per trovare altre serrature da esaminare e altre chiavi idonee a con­fon­derle) che lo scenario e il titolo sembrano di una grande banalità, Tortorici inventa una trama in chiaro-scuro e dalle innumerevoli combinazioni. Il finale rafforza l’im­pres­sione ambigua che il testo ha alimentato fino là, facendo di questa anziana libraia una biblioteca essa stessa, di cui tutti i volumi a raggio sarebbero solo trattati sui para­dossi, i misteri, le false sembianze, le vere confessioni, la scienza di contro piede. Come nel calcio. Come nelle frasi di Totò e nei versi di Dante.

Il finale: questo marito di un giorno che sparisce dopo una notte di nozze che ha sconcertato Odetta. Ma Odetta può essere sconcertata proprio perché lei non ha bisogno né di niente né di nessuno «per dare un senso al cammino [che lei] compie in questo minu­scolo pezzetto di tempo limitato». Questo tempo che lei accetta che passi, per esempio parlando con due perfetti sconosciuti. Parlando del fatto che un giorno lei è diventata «la vedova di un morto presunto». Suo marito di un giorno solo.

 

pp. 325-326
(trad. di Roberta Bisini)

Una traduzione da Lawrence Ferlinghetti

Lawrence Ferlinghetti non ha bisogno di presentazioni. Di lui ho parlato tempo fa in questo stesso blog per il sessantesimo anniversario della sua casa editrice City Lights (qui). ferlinghettiMa, oltre che per le sue eccezionali capacità di organizzatore culturale, Ferlinghetti merita di essere citato per la sua produzione poetica, che spesso è stata considerata una sua “seconda” attività, ma che si è via via rivelata, nel corso della sua lunga vita, una delle più ricche e interessanti degli ultimi sessant’anni.
Dei poeti della Beat Generation, Ferlinghetti può essere considerato il più “europeo”: se tutti quei poeti furono influenzati in particolare dalla letteratura francese dell’Otto e del Novecento (che conobbero direttamente perché quasi tutti vissero a lungo a Parigi), lui più degli altri ha avuto una conoscenza ampia della letteratura di tutto il Vecchio Continente e, anche in virtù di una perfetta padronanza della nostra lingua, ha potuto avere un contatto diretto con i grandi classici italiani da Dante a Pasolini, di entrambi i quali ha tradotto non poche pagine.

Non stupirà, dunque che nella poesia della quale do qui sotto la traduzione, Woodstock Confection, l’idea del fluire del ricordo si esprima con grande naturalezza nella metafora della «Madeleine» proustiana. Ma quello che conta, in questa poesia, è lo straordinario ritmo che, mentre l’autore viaggia «dritto per Woodstock», fa viaggiare anche il lettore, prima ancora che questi possa rendersene conto, verso la parola «poem», “poesia”, quella che conclude il testo. Il difficile della traduzione è consistito per me proprio nel tentativo di restituire in italiano un ritmo il cui rapido fluire corrispondesse a quello originale. Eskimo_PieUn tentativo, appunto, compiuto da un traduttore dilettante e, per questo, niente affatto in competizione con la traduzione che Massimo Bacigalupo fa di questa stessa poesia nel volume che cito qui sotto.
Nel viaggio che farà fianco a fianco con Ferlinghetti lungo i versi di Woodstock Confection, il lettore italiano troverà una sorpresa: il “cremino”, il gelato alla crema di vaniglia ricoperto di cioccolato e infilato su uno stecco, che noi pensavamo appartenere alla nostra tradizione dolciaria, è stato invece inventato da un danese, Christian Kent Nelson, negli Stati Uniti, ha preso il nome di “Eskimo Pie” e la sua fabbrica (da tempo chiusa – «boarded up» scrive Ferlinghetti nella poesia -, perché la produzione dell’Eskimo Pie è passata a una multinazionale dell’alimentazione) si trova nel nord del New Jersey. È dunque il momento di passare anche noi davanti a questa fabbrica «boarded up» e di ricordare, insieme a Lawrence Ferlinghetti, i “cremini” della nostra infanzia. Buona lettura.

Lawrence Ferlinghetti
Woodstock Confection
(da Il lume non spento, a c. di Massimo Bacigalupo, Novara, Interlinea, 2006)[1].

Cruising north in northern New Jersey
Headed for Woodstock
I pass the Eskimo Pie factory
Boarded up
But it’s a Madeleine for me
dipped in my memory
The remembrances come floding back
Frozen all those years!
An iceberg of Eskimo Pies
Now melting in my reverie
And those hot New York summers
Parkway Road Bronxville
Down by the railroad tracks
And the first bit of Eskimo Pie
On my lips at home
About to turn
Into a poem!

Traduzione di Michele Tortorici
Dolciumi di Woodstock

In viaggio verso nord nel nord del New Jersey
Dritto per Woodstock
supero la fabbrica dell’Eskimo Pie
È sbarrata
Ma è una Madeleine per me
Inzuppata nella mia memoria
I ricordi tornano a torrenti
Ghiacciati per tanti di quegli anni!
Un iceberg di Eskimo Pie
Che si fonde ora nella mia visione
E quelle roventi estati a New York
Parkway Road, Bronxville
Lungo il tracciato dei binari
E il primo boccone di Eskimo Pie
Sulle mie labbra a casa
Pronto a mutarsi
In una poesia.

—–
[1] Il volume curato da Massimo Bacigalupo, è una antologia di poesie scritte da Lawrence Ferlinghetti tra il 2000 e il 2005 realizzata dalle edizioni Interlinea in occasione della consegna al poeta americano del premio LericiPea 2006 per l’opera poetica. Per questo il titolo originale è in italiano.

La mia poesia Porto di giorni
alle Assises de la traduction littéraire

In un post di oltre un anno fa avevo promesso ai lettori di questo mio blog di tenerli informati della pubblicazione degli Atti delle “Assises de la traduction littéraire” tenutesi ad Arles nel 2013 e dedicate al tema “Traduire la mer”.
Assises copIn quelle “Assises”, il più importante consesso mondiale di traduttori in lingua francese, la mia poesia Porto di giorni ha rappresentato la produzione poetica italiana ed è stata oggetto di un atelier de traduction curato da Danièle Robert. Ecco dunque l’estratto degli Atti contenente la relazione su quell’atelier, il cui interesse, ben al di là del fatto che riguarda una mia poesia, consiste nel proporsi come vero e proprio modello del percorso da seguire per affrontare la traduzione di un testo poetico, indipendentemente dalle lingue di origine e di arrivo. Tutto merito della bravissima Danièle Robert alla quale devo la splendida traduzione di due miei libri: uno di versi, La mente irretita (La pensée prise au piège, Vagabonde, 2010); e uno in prosa, il romanzo Due perfetti sconosciuti (Deux parfaits inconnus, Chemin de ronde, 2014).

Aggiungo una piccola postilla a quanto sulle Assises del 2013. Data l’attenzione che critici, traduttori, editori e pubblico hanno in Francia per i miei testi, nessuno si stupirà se la “voce” su Wikipedia che mi riguarda si trova sulla versione francese di wikipedia (qui) e non su quella italiana. Ringrazio di cuore gli amici francesi che la tengono aggiornata.

Trascrivo qui sotto l’estratto, ma chi vuole può scaricare il pdf semplicemente cliccando qui.

Assise della traduzione letteraria 2013
Tradurre il mare
Estratto degli Atti tradotto da Roberta Bisini
____

Atelier di italiano
curato da Danièle Robert

 Carosello di barche carosello di parole
su una poesia di Michele Tortorici, Porto di giorni
(tratta da Viaggio all’osteria della Terra, San Cesario di Lecce, Manni editori, 2012)

Per una felice coincidenza, i due ateliers d’italiano di queste Assise avevano come oggetto due autori siciliani, uno romanziere, l’altro poeta, le cui opere rispettive riflettono un approccio e una visione del mare molto diversa: all’est lo Stretto di Messina, Cariddi e Scilla, dove si svolge l’affresco monumentale di Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, all’est l’isola di Favignana, nell’arcipelago delle Egadi, inesauribile fonte di ispirazione per la poesia di Michele Tortorici.

Avevo scelto di proposito una poesia inedita in francese per favorire una lettura plurale e un largo ventaglio di proposte attraverso le quali la mia era suscettibile di modifiche: questo metodo si è rivelato estremamente ricco per me e probabilmente per la maggior parte di una sessantina di partecipanti (italianisti, specialisti di altre lingue, studenti francesi e italiani), vista la diversità e la vivacità delle loro reazioni.

Dopo una breve presentazione dell’autore – che io traduco e con il quale sono in corrispondenza regolare da qualche anno – ho distribuito ai presenti un piccolo testo scritto da lui, dando qualche indicazione molto utile per il nostro lavoro: spiega infatti Tortorici di aver “pensato” il titolo e l’insieme della poesia sul piano ritmico e prosodico riferendosi alla celebre aria di Azucena del Trovatore “Stride la Vampa” della quale abbiamo tentato un ascolto tecnicamente un po’ frustrante ma che ci ha messo in ogni caso nell’orecchio l’essenziale di quello di cui si tratta: una sottile combinazione di ritmi a due e tre tempi realizzata da una voce solista lancinante e un’orchestra molto coinvolgente. Ma Tortorici aggiunge che un po’ alla volta ha virato verso un ritmo più libero che, verso la fine della poesia, si rivela quasi prosaico.

Poi ho letto il testo in italiano:

Tornano le barche tutti i giorni al porto; e tornano
al porto i giorni con la loro
pazienza, con la cocciutaggine
che è necessaria perché non manchino mai coi loro soli
alti e bassi e poi le loro lune
cangianti. Tornano le barche e tornano
i giorni sui moli e si diffonde
l’attesa come l’eco
fa quando risuona sulle pareti alte che riparano,
dal lato di scirocco, il porto.

Porto dove le barche antiche hanno
nomi di santi usciti certe volte
da un calendario anch’esso antico, un calendario
che altrove sarà stato
dimenticato ed è rimasto qui perché si è invischiato nei detriti
salati che si ammassano e poi seguono il vento come i ragazzini
fanno con il pallone per le strade
che di là dalla Plaia alla rinfusa
si allontanano.

Porto di giorni visti mille volte, di ritorni
pervicaci tanto che li credi immutabili, di cicli ordinati, o pensati
così, comunque
rassicuranti.

Porto di giorni che fortunosamente,
uno dopo l’altro, cadono tra questi moli dove
anche loro rimangono invischiati nei detriti
che il mare accumula e che poi si disfano
in un marciume liquido: nessuno
sa quando – e se – altre correnti
riusciranno a sospingerli via di nuovo al largo.

Porto di giorni che, anche quando la folla per mercanteggiare
il pesce, d’agosto, si assiepa fin sul bordo
della banchina, ostinatamente ritornano, ai vocii
indifferenti, indifferenti a tutti i calpestii. E allo stesso modo
che respira, al tendersi
e allentarsi delle corde,
ogni barca ormeggiata, i giorni pure, col moto delle onde,
respirano qui in un alternarsi
di slanci e tregue, premure e svogliatezze. E l’eco
risuona sulle pareti alte che riparano,
dal lato di scirocco, il porto.

Una prima constatazione: questo testo non presenta problemi insormontabili sul piano lessicale: non ci sono neologismi, né invenzioni verbali, né uso del dialetto come in Horcynus Orca; in compenso, tutta l’arte della traduzione poggia qui sul modo di fare udire una “musica” che non sia a immagine del testo originale, evidentemente, ma in corrispondenza con esso, a partire dalle risorse che ci dà il francese. Abbiamo quindi rapidamente rilevato i termini che potevano impedire la comprensione dell’insieme e abbiamo identificato il loro senso primario, nell’attesa di un affinamento, poi la discussione si è incentrata sul titolo, Porto di giorni, il cui accento sulla prima e la quarta sillaba riprende quello di Stride la vampa.

Ci trovavamo in un’impasse: impossibile far cominciare il titolo francese con “Port”, troppo aspro, e ridurre a tre sillabe, senza la “e” muta, un verso di cinque. Abbiamo quindi lasciato maturare le cose e siamo passati alla prima strofa che, a sua volta, ha suscitato un buon numero di questioni sulla ripresa: Tornano le barche…e tornano i giorni” ecc. Rispettare o no l’inversione del soggetto? Scegliere “reviennent”, “retournent”, rentrent”, oppure “tournent” con il rischio di un leggero cambiamento del senso ma stando più vicini alle sonorità dell’italiano? Ero piuttosto per questa ultima soluzione perché tornare può avere letteralmente il senso di “tourner” e l’espressione “tornare le spalle” significa proprio “tourner le dos”; ma mi sono rimessa all’opinione della maggioranza che sosteneva giustamente che ciò dava un senso differente al testo.

In ogni caso era chiaro che noi dovevamo osservare sempre la struttura d’insieme della poesia, cioè questa alternanza di ritmi a due e tre tempi che è in stretta relazione con le idee, impressioni e sentimenti che sviluppa.

Un’altra pietra di inciampo ha riguardato l’impiego per due volte dell’espressione pareti alte che, nel primo caso, designa i parapetti – costruiti o naturali? – che proteggono il porto dalle intemperie ma, nel secondo caso, soltanto le pareti rocciose della costa sud molto frastagliata e scoscesa. Tra “murs” “parois” “murailles” “falaises” la scelta era insoddisfacente perché ognuno di questi termini non si adattava contemporaneamente alle due immagini. Ho proposto “parapets”, contro il parere di molti che ci vedevano una costruzione di basso profilo, ma ho spiegato la scelta: da una parte l’autore si preoccupa di precisare pareti alte; dall’altra avevo immediatamente pensato, preparando il testo, a due versi del Bateau ivre: “ Fileur eternel des immobilités bleues / Je regrette L’Europe aux anciens parapets!”. L’uso metaforico della parola in Rimbaud è analogo a quello di Michele Tortorici che senza dubbio non ha ripreso volontariamente questa immagine, ma si traduce sempre con il proprio bagaglio personale, storico, culturale ed è questo che avvicina il lavoro del traduttore con quello dell’interprete di una partitura musicale o di un testo teatrale; è anche così che si apre la porta a delle traduzioni continuamente rinnovate.

Ci sono stati molti altri punti di discussione: così tre termini che evocano l’ostinazione ma che appartengono a tre famiglie diverse: cocciutaggine, pervicaci, ostinatamente e che non devono essere tradotti con gli stessi termini; lo stesso l’unione delle parole un marciume liquido difficile da rendere perché qualifica contemporaneamente le pagine di un calendario cadute nella sabbia e i giorni che cadono sulla banchina del porto, restando le une e gli altri invischiati nei detriti. Pareri molto condivisi ma anche dubbi: tra “macération liquide”, “magma liquide”, “liquide putréfié”,” fange liquide”, quale immagine sposa meglio il movimento del testo?

L’espressione alla rinfusa / si allontanano ha dato luogo a numerosi rifiuti: “en désordre” giudicato troppo piatto; “en pagaille” troppo familiare, “à vau l’eau” – che io suggerivo – ritenuto peggiorativo. La questione è rimasta aperta.

Un lungo dibattito c’è stato anche sull’avverbio fortunosamente che designa l’oscillazione tra la buona e la cattiva sorte, la fortuna e la sfortuna, e che qualifica qui la caduta dei giorni. Avevo proposto “bon an, mal an” ma un partecipante mi ha fatto osservare che, su un piano ritmico e per dare davvero l’impressione di una incertezza, di un errare, era meglio trovare una parola più lunga, e ha proposto “aventureusement” Tutti hanno approvato.

E si è arrivati alla conclusione di questa poesia che, sebbene alla lettura possa apparire facile da “decifrare” anche per un non italianista, si rivela invece piena di trabocchetti appena si tenta la traduzione.

Restava la questione del titolo, non risolta. Ma il tempo pressava e io ho dato la mia personale soluzione: far precedere la parola “port” da un articolo indefinito. L’accento cade quindi sulla seconda e sulla quarta sillaba, e si arriva già in questo modo al movimento che si ritroverà per tutto il corso della poesia per significare l’oscillare delle barche alla fermata, quello delle onde, e il “respiro” dei giorni che si succedono.

Sulla coppia della fine della poesia: vocii/calpestii costruito in chiasmo, al tendersi e allentarsi, slanci e tregue, premure e svogliatezze, tutti sono stati d’accordo.

Il testo che presento qui è il prodotto della mia traduzione di partenza rivista ed emendata alla luce della riflessione collettiva.

Un port de jours

Retour des barques tous les jours au port ; et retour
au port des jours avec
patience, avec l’entêtement
qui leur est nécessaire pour ne jamais faillir avec leurs soleils
hauts et bas et puis leurs lunes
changeantes. Retour des barques et retour
des jours sur les môles et l’attente
s’étire comme fait l’écho
quand il résonne sur les hauts parapets qui protègent,
du côté du sirocco, le port.

Un port où les barques anciennes ont
des noms de saints parfois sortis
d’un calendrier ancien lui-même, calendrier
qui a dû être ailleurs
oublié et qui est resté là parce qu’il s’est échoué dans les détritus
salés qui s’entassent et puis suivent le vent comme font
les gamins avec leur ballon dans les rues
qui au-delà de la Plaia s’égarent
en tous sens.

Un port de jours mille fois vus, de retours
si opiniâtres qu’on les croit immuables, de cycles réguliers, ou perçus
ainsi, en tout cas
rassurants.

Un port de jours qui, aventureusement,
l’un après l’autre, tombent entre ces môles où
échoués eux aussi ils restent dans les détritus
que la mer accumule et puis se décomposent
en une fange liquide : personne
ne sait quand — et si — d’autres courants
parviendront à les pousser au large de nouveau.

Un port de jours qui, même lorsque la foule pour marchander
le poisson, en août, se presse tout au bord
du quai, obstinément retournent, aux bruits de voix
indifférents, indifférents à tous les bruits de pas. Et de la même façon
que respire, lorsque se tendent
et se relâchent les cordages,
chaque barque au mouillage, les jours aussi, au mouvement des vagues,
respirent là dans une alternance
d’impulsions et de trêves, d’empressements et d’indolences. Et l’écho
résonne sur les hauts parapets qui protègent,
du côté du sirocco, le port.

Per concludere sull’importanza essenziale ai miei occhi di tradurre sempre la poesia tenendo conto del verso che la fonda, ho distribuito e letto una magnifica traduzione de “L’Albatros” di Antonio Prete e che è presente nel saggio che ha dedicato alla traduzione del testo poetico (vedere qui sotto) e anche una canzone di Guido Cavalcanti di cui ho redatto la traduzione.

Bibliografia:

Baudelaire, Charles, I fiori del male, traduzione dal francese e cura di Antonio Prete, Milano, Feltrinelli, 2003.
Cavalcanti, Guido, Rime, traduit de l’italien, prefacé et annoté par Danièle Robert (édition bilingue), Senouillac, Vagabonde, 2012.
Prete, Antonio, À l’ombre de l’autre langue, [All’ombra dell’altra lingua, 2011], Cadenet, les éditions Chemin de ronde, coll. “Stilnovo“, 2013.
Tortorici, Michele, La pensée prise au piège , [La mente irretita , 2008], traduit da l’italien e prefacé par Danièle Robert (édition bilingue), Senouillac, Vagabonde, 2010.

Il silenzio del mare

Due anni e mezzo fa, in occasione di una strage di migranti in mezzo al Mediterraneo, ho scritto su questo blog:

«Vecchio Nereo custode di visioni / e di memorie che disvela un divino / capriccio all’improvviso per non so quale / inattesa cedevolezza» ho scritto di me stesso parecchi anni fa in una poesia, La vita dell’isola, pubblicata poi ne La mente irretita (2008).
In questa figura mitologica generata, secondo Esiodo, da Ponto (il Mare) unitosi a Gaia (la Terra), mi sono sempre riconosciuto a causa della doppia natura, terrestre e acquatica, propria di chi, come me, è originario di un’isola. Oggi, 3 ottobre 2013, giorno della strage di miei fratelli e sorelle, di miei figli e figlie migranti, morti in quello stesso mare Mediterraneo nel quale io cerco e vedo la vita ogni volta che me ne faccio avvolgere, oggi questo mio sentirmi Nereo mi porta accanto a tutti loro. Percepisco chiaramente su di me, per il semplice fatto di essermi immerso in quello stesso mare, il peso della loro morte. E, mentre maledico tutti coloro che in queste ore usano i corpi di questi miei fratelli e sorelle, figli e figlie, come strumenti di polemica politica, prego, da laico, che il mare possa offrire quell’abbraccio confortevole che il mondo e gli uomini hanno loro negato.

cimitero di Favignana

Il cimitero dell’isola di Favignana

Potrei non aggiungere altro. Però, proprio in quell’ottobre del 2013 e proprio con le parole che avevo usato nel mio post, ho cominciato a scrivere una poesia che ho finito in questi giorni, nei giorni di una nuova strage di disperati, nei giorni durante i quali in tanti hanno alzato un muro con il rumore delle loro parole e io, invece, sono stato in silenzio. Se ho taciuto, tuttavia, non è perché non avessi anch’io parole da dire, ma perché, per antica abitudine di isolano, rispetto il silenzio del mare e, in particolare, quello della morte in mare. Oggi, a tutti coloro che non hanno contribuito ad alzare quell’insopportabile muro di rumore – un muro fragile, destinato a cadere nei prossimi giorni e a restare giù fino a una nuova strage – presento questa mia poesia inedita, Il silenzio del mare, dedicata ancora a coloro che attraversano il Mediterraneo per vivere, e invece trovano la morte. Chi vuole rileggere quel mio vecchio post, lo trova qui, insieme al testo de La vita dell’isola richiamato all’inizio della nuova poesia.

Michele Tortorici
Il silenzio del mare (aprile 2015)

«Vecchio Nereo custode di visioni
e di memorie» ho scritto tempo addietro di me stesso per la vita
che mi piace condividere,
quando nuoto ore e ore, con il mare, a causa della mia doppia natura,
terrestre e acquatica. Oggi,
per la morte di tanti
fratelli e sorelle, figli e figlie che il Mediterraneo
l’attraversano con addosso
nient’altro che il dolore di vivere – e tutto
per loro finisce lì – questo mio
essermi detto Nereo, figlio della terra e del mare, abitatore
degli abissi, mi tormenta
come se dalle parole che ho scritte vedessi
tornare indietro l’immagine di una inettitudine riflessa
nell’irresolutezza di uno specchio rotto.

Il silenzio del mare che accoglie,
più benevolo e più immemore di una fossa comune, i miei tanti
fratelli e sorelle, figli e figlie
riesco a sentirlo anche dopo che si è alzato
il muro di rumore, di parole urlate, di buonsenso e di odio: a percepire
il silenzio non sono i sensi, è la mente. Ed è in questo silenzio che piango
i miei tanti
fratelli e sorelle, figli e figlie, vicino
a loro come ogni estate mi capita
di essere vicino ai miei cari, quasi un abbraccio, quando sull’isola vado
a posare fiori e parole – anch’esse
mute: è solo la mia mente
a percepirle mentre le pensa – nel piccolo cimitero che si sporge
sul mare e il silenzio
lo avvolge e per questo
un anno dopo l’altro, davanti
a una tomba la vita
mi si appiccica addosso, stretta
nel mio gomitolo di mare dove, anche se invecchio, riesco a sentirlo
il silenzio.

Fine e principio
Il mio nuovo libro di poesie

Fine e principio è un libro che ha preso forma in varie fasi nel corso degli ultimi quattro anni. Non è certo da così poco tempo che rifletto sull’idea di fine e su quella di principio, tanto strettamente legate l’una all’altra nella mia visione del divenire. Ma in questi ultimi anni mi hanno aiutato a riflettere su queste idee, da una parte, il fatto di averle ritrovate in alcune opere d’arte visuale – che ho visto o rivisto con un particolare spirito di ricerca – e, dall’altra, la rilettura delle Metamorfosi di Ovidio, un testo che non cessa mai di stupirmi per la sua bellezza e la sua profondità.
Tortorici-Fine e principio-CopertinaI versi di Fine e principio sono scaturiti dunque dalla preziosa contaminazione tra media diversi: le parole che via via prendevano forma e ritmo nella mia testa intorno a questo argomento; le parole del poema di Ovidio; e tre opere d’arte, diversissime tra loro, ma capaci tutte di suscitare emozioni forti. Queste opere sono il Giudizio universale di Giotto, che si trova sulla parete interna della facciata della Cappella degli Scrovegni a Padova, il gruppo marmoreo Apollo e Dafne del Bernini, che si trova nella Galleria Borghese a Roma, e l’installazione Schalechet (Foglie morte) di Menashe Kadishman, che si trova nello Jüdisches Museum di Berlino.
Ma non basta. Ho successivamente proposto questi versi a Marco Vagnini – industrial e graphic designer ma, in questo caso, semplicemente “illustratore” – perché mettesse in moto, per una nuova contaminazione, la sua folgorante capacità di trasformare in immagini un pensiero così complesso e dalle origini così felicemente ingarbugliate. Infine, ho riscritto i testi che compongono Fine e principio tenendo conto anche delle illustrazioni.
Benché si possa affermare che i versi della poesia di ogni tempo si siano sempre contaminati con altro da sé, a questi è certamente capitato di contaminarsi più ancora che a tutti gli altri. Da qui il sottotitolo del libro. Non è un vezzo, ma una constatazione.

A chi sfoglierà le pagine di Fine e principio sarà del tutto evidente una suddivisione delle poesie che, per la verità, è venuta da sé, senza che io la cercassi: le prime due poesie, e le illustrazioni a esse collegate, hanno in sé forte l’idea della fine, sia pure declinata in modi e con ragioni completamente diversi; le ultime due, e le relative illustrazioni, fanno invece sbocciare, con fatica e non senza dolore ma chiaramente, l’idea del principio. Per questo, per questa idea del principio che viene dopo la fine – e non viceversa -, per questa idea che è anche una speranza, il libro è dedicato alla mia nipotina Lucrezia che ha quasi due anni e che, sin da quando è venuta al mondo, ha avuto una forza di volontà e una determinazione straordinarie.
Toccherà a lei e ai suoi coetanei, almeno a coloro che avranno le stesse sue doti, scongiurare la fine che la prima poesia di questo libro racconta come un fatto normale, un fatto scontato, anzi già accaduto in un giorno come tanti altri. Quando avrà la mia età, questa è la speranza che ripongo nel dedicarle Fine e principio, Lucrezia riprenderà in mano il libro del nonno (ho raccomandato perciò all’editore di farlo robusto abbastanza), si riconoscerà nella «nuova progenie» della quale parla l’ultima poesia e potrà scrivere sui margini delle pagine: «Caro nonno, quella fine non c’è stata. Eccomi qua, io sono tra coloro che hanno contribuito a un nuovo principio».
Lo auguro a lei e a tutta l’umanità. Dunque, anche ai miei lettori.

Fine e principio è un libro colmo di presente e di futuro: ogni parola vive di ciò che è ora e dell’attesa di altro da ciò che è ora. È, nella piccola misura delle sue quattro poesie (ma anche in virtù della nuova dimensione delle immagini che le affiancano), la mia discesa all’inferno e risalita, non al paradiso, ma a questo mondo qui: con la forza di chi ci vive, con la speranza di nuove progenie che aiuta chi ci vive, con l’accettazione senza drammi di tutti i limiti che derivano dal nostro viverci.
Ma consiglio i miei lettori di usare Fine e principio anche come libro di viaggio. È un libro dalla legatura robusta, ma dalla copertina che può adattarsi a essere piegata: in ogni caso, può stare senza difficoltà nella tasca di una giacca sportiva. E allora portatelo con voi a Padova e leggete nella Cappella Scrovegni i versi che ho scritto sul Giudizio universale: versi di uno storico dell’arte sprovveduto, uno che se la prende con Giotto perché ha rinchiuso in un cerchio Gesù Cristo e, per ciò stesso, gli impedisce di sentire qualsiasi comunanza con gli esseri umani che giudica (ma intanto l’usuraio Scrovegni briga per godersi il paradiso). Portatelo con voi a Roma e leggete nella Galleria Borghese i versi che ho scritto sull’Apollo e Dafne: ancora una volta versi di uno storico dell’arte sprovveduto, uno che vede nella bellezza estatica dell’Apollo di Bernini il segno della sua stupidità, invece che quello della sua divinità, e che vede nella metamorfosi di Dafne la vera unica possibile traccia di eternità di questo mondo qui. Portatelo con voi a Berlino e leggete nello Jüdisches Museum i miei versi quando entrate nella sala dell’installazione Schalechet di Menashe Kadishman: sono versi, questa volta, non di uno sprovveduto storico dell’arte, ma di uno che ha pianto (non mi vergogno a dirlo) quando ha sentito stridere sotto i suoi piedi le «maschere di metallo con la forma / di urli», dopo l’invito della responsabile della sala a entrare e a camminare sulle “foglie morte” e, dopo il pianto, ha avuto il coraggio di pensare alle ragioni e alle possibilità di «nuove progenie».

Se i miei lettori useranno Fine e principio come libro di viaggio, allora sarà come se avessimo viaggiato insieme. E io sarò loro grato di questa comune avventura della mente.

Fine e principio, pubblicato dalle Edizioni Anicia nella collana “Le parole e i sensi”, contiene quattro poesie illustrate: Il sole è precipitato in un giorno come tanti, Il giudice nel cerchio, Fine e principio di Dafne, Nuove progenie. È stato stampato in cinquecento copie numerate che non saranno vendute attraverso la normale distribuzione libraria. Si può acquistare in tre modi. Il primo, per coloro che abitano a Roma o nei dintorni, è quello di recarsi direttamente presso la libreria Anicia, che si trova in Via di San Francesco a Ripa 104, a Trastevere. Il secondo è quello di fare un ordine on line seguendo le istruzioni contenute in questa pagina. Un terzo modo è quello di aspettare le presentazioni del libro che sono programmate, dal prossimo mese di maggio fino ai primi mesi del 2016 in numerose città d’Italia (ma perché aspettare? le copie del libro alla fine dell’anno potrebbero essere esaurite).