Che cosa fa la poesia? [3]
Oltre Esiodo: comincio a dirvi io che cosa fa

Nei miei due precedenti interventi su questo argomento (qui si può leggere il primo e qui il secondo) sono andato a cercare la risposta a alla domanda su che cosa fa la poesia nelle origini del fare poetico. Ho quindi riletto i primi versi della Teogonia per ricavarne quello che Esiodo ci dice in proposito, in modo implicito ed esplicito. Sì, perché io penso che la poesia fa tre cose. E la prima di queste tre cose è appunto quella di cui ci parla Esiodo in quei versi.

Ma intanto è bene che io ricordi che cosa ho scritto nei miei primi due interventi. In primo luogo ho notato che, con il suono della parola, Esiodo, attraverso ciò che dicono le Muse, “nomina”, conferisce un nome a ciò che è: nel dire delle Muse, infatti, la parola poetica ha la forza di aggiungere un nome al nome degli dei, ri-definisce, ri-crea gli dei in modo che possano essere riconoscibili dagli uomini non come loro creatori, ma come loro creature. Proprio perciò il suono di questa parola è capace di esprimere per Esiodo un rapporto diretto con l’assoluto, di raccogliere «l’alito divino» e di conferire al poeta la capacità di disvelare il vero sul manifestarsi dell’essere nel tempo: il tempo degli dei («che non hanno destino di morte» e dunque sono eterni, ma anch’essi non si sottraggono a una “storia”, a un tempo, lungo il quale scorrono le loro azioni) e il tempo delle esperienze umane che, per la loro stessa natura, sono necessariamente temporali.

Ecco dunque la prima delle tre cose che la poesia fa: attraverso il suono della parola, disvela ciò che è nel suo dispiegarsi lungo il tempo.

Ma questa prima cosa che la poesia fa richiede necessariamente una precisazione e io ho difatti concluso il mio secondo intervento con una inevitabile domanda – diciamo così – secondaria, o conseguente: che differenza c’è tra il poeta e il filosofo? La risposa a questa domanda non può che essere netta: poesia e filosofia hanno sì lo stesso oggetto, ciò che è, ma l’ἐπιστήμων, il φιλόσοφος, è colui che ama contemplare la verità nella φύσις, cioè nella natura, concepita sia come  il “ciò che è” originario dell’universo, sia come l’insieme di ciò che è. Per far questo, l’ἐπιστήμων verifica necessariamente l’alterità della φύσις rispetto a lui e, ponendosi di fronte a tale alterità, indaga su “che cosa è ciò che è”.
Il ποιητής fa il disvelamento di ciò che è attraverso la sua capacità di entrare nel tempo di ciò che è, fa – che lo voglia o no – il disvelamento della contraddizione insanabile tra il tempo e ciò che è, anzi precipita dentro questa contraddizione e lo fa confondendosi con il mito, con l’immagine (una delle possibili immagini) di «ciò che è e ciò che è stato» e, quindi, prestando al mito, dall’interno, il suono della sua parola.

Questo straordinario “fare” del poeta – che Esiodo afferma con assoluta chiarezza alle origini stesse della poesia – è stato poi misconosciuto nel corso dei secoli per il prevalere della posizione platonica. Platone nega infatti la possibilità che il poeta possa disvelare il vero e afferma anzi una divergenza irrecuperabile tra pensare (= cercare il vero con il ragionamento: l’unico modo possibile) e poetare (= allontanarsi dal vero attraverso una sorta di infiammato furore). Oggi questa interpretazione della concezione platonica della poesia è messa da più parti in discussione, ma non c’è dubbio che proprio questa concezione – o comunque il modo in cui la tradizione l’ha interpretata dall’antichità fin quasi ai giorni nostri – è all’origine del pregiudizio secondo il quale il pensiero (quello del filosofo) pensa e dunque può accedere alla conoscenza, mentre la poesia segue una ispirazione che è altro dalla conoscenza e ad essa non può accedere.
Naturalmente, tutto questo vale fino a Heidegger, nel quale, lungo una linea di riflessione che è già in nuce in Leopardi, il poeta ritrova la sua dignità di disvelatore – a suo modo e con i suoi peculiari strumenti – di verità e questo suo atto del disvelare non è altro dal pensiero, è, come scrive Heidegger, «pensiero poetante».

Ho concluso il mio secondo intervento con una importante considerazione a proposito di ciò che unisce e ciò che divide il poeta e il filosofo. Entrambi, come suggerisce Daniele Guastini (Prima dell’estetica. Poetica e filosofia nell’antichità, Roma-Bari, Laterza, 2003, p. 16) citando Aristotele, partono da un’esperienza di θαύμα (meraviglia), di reazione di fronte a qualcosa che non si sa: «Chi prova un senso di dubbio o di meraviglia avverte di non sapere (per questo colui che ama il mito è in qualche modo filosofo: infatti il mito è composto da cose che destano meraviglia)».
Le parole di Aristotele citate da Guastini ci portano in realtà a vedere, non una somiglianza, ma un altro aspetto della diversità tra ποιητής  ed ἐπιστήμων: il primo, in quanto tramite del rapporto tra suono, tempo ed essere, in quanto “trasferitore” di suono e di tempo, di tempo e di suono nel disvelamento di ciò che è, in quanto immerso in questo rapporto, non esce dalla meraviglia, risponde al θαύμα del non sapere con il θαύμα del disvelare; il secondo, che al contrario prende le distanze dall’oggetto della sua ricerca, risponde al θαύμα del non sapere con il λόγος, con un procedimento che, attraverso la parola, verifica il pensiero.

Proprio questo restare del disvelamento del poeta all’interno di una condizione di θαύμα ci porta alla seconda questione che voglio affrontare; θαυμάζειν, che per ora traduciamo approssimativamente con “meravigliare”, è esattamente la seconda cosa che fa la poesia.

Ma di questo scriverò in un prossimo intervento.

Inserito il 25 giugno '11 da , in News. Nessun commento.

Domenica mattina

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Inserito il 10 giugno '11 da , in News. Nessun commento.

Il 10 giugno alla “Notte della poesia”

Evento rinviato per il maltempo!

Anche quest’anno partecipo alla “Notte della poesia”, questa volta con la lettura Versi inutili, tratta dal mio ultimo libro Versi inutili e altre inutilità. L’appuntamento è alla Piazza dei Ragazzi – Ristorante ombre rosse, alle 21.

Come ho scritto, in occasione della mia precedente partecipazione (leggi qui), la “Notte della poesia” rappresenta, nell’ambito del Festival internazionale di Poesia di Genova, un momento magico durante il quale il centro della città si riempie di poesia e di musica in un fluire continuo di performance che comincia alle cinque del pomeriggio e va avanti fino a notte fonda. I luoghi utilizzati dagli artisti sono tutti di grandissimo interesse culturale e il pubblico si muove dall’uno all’altro spinto da una curiosità inesauribile.

Ancora una volta un grazie di cuore a Claudio Pozzani per l’invito a questa straordinaria manifestazione.
Naturalmente, rientro a Velletri in tempo per votare, il giorno 12, quattro sì ai referendum.

Inserito il 7 giugno '11 da , in News. Nessun commento.

Il 30 maggio a Roma, alla Sala della Crociera

Il 30 maggio, alle 17.30, alla Sala della Crociera (Via del Collegio Romano, 27), Versi inutili e altre inutilità, un “Concerto per voci recitanti e flauto” basato su testi di mie poesie edite e inedite.
L’evento è diviso in due parti, Niente di concreto e Versi inutili e altre inutilità. La prima parte, che comprende un piccolo prologo in prosa, presenta testi di poesie edite (tratte dal mio libro del 2008 La mente irretita) e inedite (tra queste Niente di concreto, che apre il concerto e dà il titolo a questa parte). Dopo un breve intermezzo costituito dalla lettura de La riva (poesia inedita in Italia perché apparsa soltanto ne La pensée prise au piège, traduzione francese de La mente irretita), la seconda parte presenta la lettura integrale delle tre poesie che compongono il mio ultimo libro, Versi inutili e altre inutilità, pubblicato da Edicit con le stupende illustrazioni di Marco Vagnini, parzialmente riprodotte nell’invito.

Il concerto-lettura è un dialogo tra versi e musica sulla parola poetica, sulla sua inconcretezza e sulla sua inutilità: due caratteri che, anziché renderla più debole, ne accrescono la forza e il valore.

Con Annalisa Spadolini stiamo lavorando da tempo a una ricerca sul rapporto tra il suono delle parole e il suono della musica, con particolare riferimento ai suoni che lei riesce a ricavare dal suo flauto (qui una pagina di questo stesso blog che riferisce un nostro intervento su Musica e poesia. Una partitura nel testo parlato al Convegno internazionale di studi “Musica, arti e creatività”). Ora, a questa nostra ricerca partecipa anche la bravissima attrice Stefania Jattarelli che ha acconsentito a unire la sua bella voce di professionista alla mia, tutt’altro che bella e sempre un po’ rauca.

Inserito il 23 maggio '11 da , in News. Nessun commento.

Il 16 maggio due appuntamenti a Torino

Il 16 maggio partecipo a Torino a due eventi.
Alle 15.00, al Salone del libro, Spazio Autori B, un incontro realizzato dall’Alliance Française di Cuneo, Come suonano le parole: letture incrociate in italiano e in francese (queste ultime curate da Manuela Vico) di poesie tratte da La mente irretita e dalla bellissima traduzione di Danièle Robert La pensée prise au piège.
Alle 17.30, al Teatro Alfieri, Sala Solferino, la Compagnia Torino Spettacoli mette in scena Versi inutili e altre inutilità, una performance basata sulle poesie del mio ultimo libro e su altre edite e inedite.
Qui sotto la locandina con i due appuntamenti.

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Inserito il 9 maggio '11 da , in News. Nessun commento.

Il 21 aprile a Montpellier

Il 21 aprile serata alla Maison de la poésie di Montpellier.
La Maison de la poésie si trova ai margini del quartiere monumentale “Antigone” fortemente voluto negli anni Ottanta dello scorso secolo da Georges Frêche, storico sindaco di questa città dal 1977 al 2004, e da lui affidato all’architetto spagnolo Ricardo Bofill. Rispetto alla grandiosità dei palazzi di questo quartiere La Maison si presenta come una piccola appendice che tuttavia mantiene anch’essa, nelle colonne e nella copertura in pietra, un aspetto che – se si escludono le dimensioni – si può comunque definire di severa grandezza.

All’interno, proprio il fatto che le dimensioni della sala non siano grandi rende il luogo perfetto per una lettura senza altoparlanti che restituisce piena naturalezza alla voce e dà una calda intimità alla presenza del pubblico. In questa piccola sala piena di appassionati (alcuni dei quali con una certa familiarità con la lingua italiana) l’atmosfera si è fatta a poco a poco piena di emozione, prima con la garbata introduzione al programma da parte della direttrice artistica Annie Estèves, poi con la calorosa descrizione delle attività editoriali di Vagabonde da parte di Benoît Laudier e infine con la presentazione critica del mio libro da parte di Christian Tarting, docente di Estetica all’università di Aix en Provence, conoscitore profondo della cultura italiana contemporanea e poeta egli stesso.
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In questa atmosfera la bellissima, profonda voce dell’attore Stéphane Laudier ha creato un intenso percorso musicale attraverso le parole della straordinaria traduzione di Danièle Robert e, dopo questa sorta di ouverture, è stato facile per la stessa Danièle e per me coinvolgere il pubblico in una lettura incrociata dei testi italiani e francesi perché erano tutti pronti a comprendere in che modo suonavano le parole delle poesie nelle due lingue.

Quando Annie Estèves ha concluso la serata, non ha nascosto la sua emozione e, attraverso le sue dense parole, in quel momento, la Maison de la poésie è diventata la casa di tutti noi che eravamo lì. E infatti nessuno voleva andare più via. Anche perché alcune bottiglie di delizioso vino della Languedoc ci aiutavano a non accorgerci del trascorrere del tempo.

Inserito il 25 aprile '11 da , in News. Nessun commento.

Musica e poesia

Un intervento a due voci

Si è svolta nei giorni scorsi la IV edizione del Convegno internazionale su Il fondamento filosofico del fare musica tutti nel sistema formativo. Quest’anno il tema del convegno è stato Musica, arti e creatività.
La musicista Annalisa Spadolini, che spesso ha fatto interagire la voce del suo flauto con la mia voce nelle performance realizzate sui miei testi poetici, ha tenuto insieme a me una relazione a due voci su Musica e poesia. Una partitura nel testo parlato.

In realtà, più che una relazione, è stata, anche questa volta, una performance, seguita dalla “esecuzione” per voce e flauto de La riva, poesia ancora inedita in Italia, ma accolta ne La pensée prise au piège, traduzione francese de La mente irretita.

Qui si può leggere il testo della relazione.

Inserito il 11 aprile '11 da , in News. Nessun commento.

Centrali nucleari: vogliamo spegnerle tutte.
Perché siamo uomini

Un quotidiano di destra, la destra seria (quella che c’era prima dell’era berlusconiana e ci sarà anche dopo), titolava ieri la prima pagina con una domanda altrettanto seria: «Volete spegnerle tutte?». Si riferiva, evidentemente, alle centrali nucleari e alla paura determinata dalla situazione in Giappone. La risposta, anch’essa assolutamente seria, è: sì, vogliamo spegnerle tutte. Perché siamo uomini.

E ora vi spiego come io vedo il fatto, il perché e il per come.
I reattori attivi nel mondo – ci dice l’International Nuclear Safety Center – sono 442. Sono distribuiti in 29 paesi, alcuni dei quali dipendono dal nucleare per oltre il 50% della loro produzione energetica. Ma, complessivamente, l’energia generata da questi 442 reattori è pari al 3% di quella prodotta nel mondo.

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Se si guarda al totale, si può dire allora che, facendo a meno delle centrali nucleari, il mondo continuerebbe a produrre il 97% dell’energia che gli serve. Se poi si guarda al futuro prossimo (la fine di questo secolo), bisogna aggiungere che, in ogni caso, quelle centrali chiuderebbero per mancanza di materia prima. L’uranio, infatti, non è infinito. Se vogliamo essere precisi, si tratta dunque soltanto di anticipare i tempi, ciò che vale, d’altronde, anche per la produzione di energia da fonti fossili, anch’esse non infinite.
E questo è il fatto.

Ora veniamo al perché. Anzi, ai perché.
Uno. La scienza (parlo di quella per usi pacifici) si è da sempre sviluppata in un consapevole rapporto tra innovazione e rischio. Consapevole, perché il rischio è sempre stato correlato ai benefici che l’innovazione poteva comportare e ha riguardato, nella storia umana, la vita di alcune (o anche di molte, ma non innumerevoli) persone o possibili danni materiali anche prolungati nel tempo di alcuni (o anche di molti, ma non innumerevoli) anni. Nel caso dei reattori nucleari, questa correlazione si è persa. In questo caso, per quanto grandi possano essere i benefici, i rischi riguardano quantità enormi di persone in tutto il pianeta e gli eventuali danni (per esempio quelli già provocati dai vari incidenti “non gravi” avvenuti nel corso dei decenni nelle varie centrali nucleari) si estenderanno per molte decine di migliaia di anni.
Ma vi è un secondo perché: la “ordinaria gestione” delle centrali nucleari (comprese quelle di ultima generazione delle quali si prospetta l’istallazione in Italia), a causa dell’ancora irrisolto problema del riprocessamento e della conservazione delle scorie, determina conseguenze di estremo pericolo che possono arrivare a 240.000 anni e, per certi materiali, fino a circa un milione di anni. Sono rimasto molto colpito quando ho avuto notizia degli studi su come comunicare tale pericolo ai nostri discendenti (ammesso e non concesso che un sito di stoccaggio sia davvero sicuro per un periodo così lungo), considerato che nessuna lingua umana ha mai superato la durata di qualche migliaio di anni. L’ho anche accennato in una poesia del 2006, Via Retarola:

……………………………………….. [...] Attraversare
il tempo non sarà
facile, ma avverrà, come sempre è avvenuto, e noi
non sappiamo che cosa lasciare scritto
– e in che lingua – a chi vivrà per maledirci o forse
non vivrà neppure e non potrà
profanare i nostri cimiteri e seppellire mostri
e schernire un eterno riposo tanto breve.

Infine, c’è un terzo perché. La gestione delle centrali nucleari implica un potere politico forte, in grado di impegnare una quantità enorme di risorse finanziarie per molti anni (a proposito: il quarto perché, su cui non mi dilungherò, riguarda il costo) e di tacitare in un modo o nell’altro chi solleva problemi; e un potere economico e industriale fortissimo, quello delle poche aziende al mondo – le dita delle due mani sono decisamente troppe per contarle – che sono in grado di costruirle e di mantenerle e reggono così il destino di interi popoli: un accentramento di poteri che necessariamente confligge con la democrazia e piace invece a tutte le autocrazie o aspiranti tali. Non a caso c’è spesso un massiccio strato di ideologia sotto il sostegno apparentemente “tecnico” alla soluzione nucleare del problema energetico.

Ma è tempo di passare al “per come”. Insomma, come si fa a sostituire quel 3% di energia mondiale prodotta senza distruggere né le economie dei paesi che ne dipendono (penso alla Francia: guardate la cartina!) né quelle dei paesi che dovrebbero aiutarli? In questo caso le risposte sono soltanto due.
Una. Un accordo mondiale su una exit strategy dal nucleare. Mentre sto scrivendo, Nicolas Sarkozy, dichiara che convocherà una riunione del G20 – del quale la Francia ha la presidenza di turno – per discutere delle opzioni energetiche. La mia non è dunque l’utopia di un visionario. Questo accordo mondiale dovrebbe prevedere una fase di circa dieci anni di progressiva dismissione delle centrali nella quale i paesi non nucleari esporteranno una parte dell’energia da loro prodotta per compensare la mancata produzione delle centrali in via di spegnimento.
Due. Una immediata revisione degli accordi sulle emissioni di anidride carbonica che preveda, ancora una volta a livello mondiale, un gigantesco impegno finanziario a favore della produzione di energia verde diffusa. Il principio dell’energia verde diffusa, sostenuto tra gli altri da Jeremy Rifkin, è quello della rete, molto simile a quello con cui funziona internet. Ciascuno produce l’energia che gli serve e immette nella rete quella eccedente. Sole, vento, correnti oceaniche, biomasse, idroelettrico, geotermico: tutte le fonti rinnovabili devono essere utilizzate per produrre l’energia che serve a privati e aziende e tutte le risorse della ricerca scientifica devono essere rivolte in questa direzione per raggiungere i due grandi obiettivi dello spegnimento di tutte le centrali nucleari e della fine dell’uso dei combustibili fossili. È evidente, tra l’altro, che la produzione diffusa di energia da fonti rinnovabili, per il principio della rete, difficilmente può essere messa in difficoltà da un evento naturale, per quanto catastrofico. Se da una parte venisse meno la produzione, da altri milioni di “produttori” continuerebbe a essere immessa energia nella rete.

Una prospettiva come questa ha molte buone ragioni per essere perseguita. Quelle economiche lasciano intravedere una ripresa basata su un settore destinato a toccare nel tempo tutti gli abitanti del pianeta. Quelle politiche ci dicono che, nell’ambito di una governance mondiale, questo modo di produrre energia non solo non confligge con la democrazia, ma può diventarne una struttura portante. Quelle sociali hanno a che vedere con il risparmio di energia e dunque con un modo diverso (ma chi dice che sarà peggiore?) di affrontare la questione dei consumi.

Siamo uomini. Sappiamo bene che per la natura l’intero genere umano non è necessario:

Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.
…………………….Leopardi, Dialogo della Natura e di un Islandese

Ma, a differenza degli altri esseri animati che popolano il pianeta, siamo capaci di guardare lontano con gli occhi della mente. E questo sguardo può abbracciare i millenni, le decine e le centinaia di millenni e può ancora vedere uomini su questo pianeta. Siamo uomini: perciò possiamo pensare gli altri uomini di un futuro anche lontanissimo; possiamo non sapere come saranno, ma possiamo pensarli. Per questo dovremmo considerare mostruoso questo mezzo secolo nel quale ci siamo lanciati nel cosiddetto “nucleare di pace”, a volte – e forse è proprio il caso dei giapponesi – in buona fede; nel quale abbiamo parlato della “sicurezza” dei reattori per nascondere il nostro odio del futuro; nel quale abbiamo deciso di vivere divorando i nostri figli. Dovremmo considerare mostruoso questo mezzo secolo nel quale abbiamo costruito centinaia di centrali nucleari.
Siamo uomini. Per questo vogliamo spegnerle tutte.

Inserito il 16 marzo '11 da , in News. 1 Commento.

Che cosa fa la poesia? [2]
Cerchiamo una risposta ancora nei versi di Esiodo

Nel mio precedente intervento su questo tema ho cercato di spiegare perché ha senso porsi la domanda: “che cosa fa la poesia?” Vorrei aggiungere qui che ha senso, oltre che per il motivo intrinseco che ho già spiegato, anche per uno estrinseco, ma da non sottovalutare per le conseguenze che ne derivano. Questo secondo motivo consiste nel fatto che è praticamente impossibile rispondere a un’altra – purtroppo frequentissima – domanda: “che cosa è la poesia?”. Una domanda che viene posta a quasi tutti i poeti in quasi tutte le circostanze, dagli interventi del pubblico alla fine di una lettura alle interviste degli esperti.
È capitato anche a Franco Fortini di sentirsela porre in un’intervista Rai. E ha risposto come poteva, cioè in modo formale: «[...] si può dire che nel linguaggio umano c’è una funzione che tende a mettere in evidenza soprattutto, o almeno in modo particolare, il linguaggio stesso, ad attirare l’attenzione sulla forma della comunicazione. Ebbene questa è la funzione poetica». Naturalmente Fortini precisa poi in che cosa consista esattamente questa funzione e introduce da par suo alcune importanti e nuove considerazioni. Ma resta – e non può non restare – sul piano formale. Perché la verità è che sarebbe assurdo chiedere a un falegname: “Scusi, che cos’è la falegnameria?”, cioè la sua specifica “arte del fare”, quando basterebbe chiedergli: “Scusi, ma lei, con la sua arte, che cosa fa?”. E poiché ποíησις è un fare, perché mai domandarsi che cosa è quel fare quando è tanto più semplice – e, come vedremo, più produttivo – domandarsi e domandare, appunto, che cosa fa.

Per rispondere a questa domanda (e non all’altra) sono risalito alle origini e ricorderete che ho cominciato a rileggere Esiodo, con quei suoi straordinari primi versi della Teogonia nei quali la leggerissima danza delle Muse ci parla con tutta evidenza della leggerezza della parola poetica. Leggiamo ora poco più di altri venti versi della Teogonia (si parla sempre delle Muse):

Andate via di là, dentro a una nebbia
densa camminavano insieme nella notte e lasciavano andare
la voce bellissima per levare inni
a Zeus splendido dell’egida e a Era, signora
argiva che va con calzari dorati,
e alla figlia di Zeus splendido dell’egida, Atena dagli occhi
luminosi d’azzurro e a Febo Apollo e ad Artemide che dardi
effonde e a Poseidone che possiede la terra e alla terra
causa sussulti e a Temi che dobbiamo onorare
e ad Afrodite dagli occhi
fulminanti e a Ebe dalla corona
d’oro e alla bella Dione
e a Leto, a Iapeto, a Crono dai mille raggiri,
a Eos, al grande Elio, a Selene lucente, a Gaia, al grande
Oceano, alla nera
Notte e alla sacra
stirpe di tutti coloro
che non hanno destino di morte e che sono in eterno.
Sono state loro che a Esiodo una volta
hanno insegnato come fare bei canti, mentre alle pendici
del divino Elicona portava
le pecore al pascolo. E a me prima di tutto
queste parole dissero
le dee, Muse dell’Olimpo, figlie di Zeus splendido dell’egida:
«Pastori, che vivete
nei campi e nell’avvilimento, nient’altro che stomaco, noi
sappiamo dire molte cose false che sono
simili a quelle vere, ma noi
sappiamo, quando lo vogliamo, cantare cose che il vero
disvelano».
Questo dissero le figlie del grande Zeus, dal parlare
compiuto e al posto del bastone mi offrirono un ramo
rigoglioso di alloro che avevano
appena raccolto, bellissimo; e mi ispirarono
il suono della parola che raccoglie
l’alito divino perché io celebrassi ciò che sarà e ciò che è stato
e mi ordinarono di levare inni alla stirpe
dei beati che sono in eterno,
ma cantare proprio loro per prime e per ultime, sempre.

In questi versi (9-34) Esiodo ci fa capire altre cose che si aggiungono – ma non tolgono nulla – a quell’immagine di leggerezza che ci ha così colpiti nei primi otto versi. E sono tutte cose che riguardano il “che cosa fa” la parola poetica.
In primo luogo, “nomina”, cioè conferisce un nome. Nel dire delle Muse, la parola poetica, senza cessare di essere leggera, ha tuttavia la forza di aggiungere un nome al nome degli dei. Questo nome che si aggiunge designa gli dei più del loro stesso nome proprio. È il modo attraverso il quale gli dei vengono, più ancora che ri-definiti, ri-creati, creati in modo che possano essere riconoscibili dagli uomini non come loro creatori, ma come loro creature. Ventisette secoli dopo anche Pascoli riconoscerà al poeta-fanciullino questa capacità di nominare: senza lui, cioè senza il fanciullino, «non solo non vedremmo tante cose a cui non badiamo per solito, ma non potremmo nemmeno pensarle e ridirle, perché egli è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente». «Mette il nome», e dunque ri-crea con la parola, rubando il mestiere a Dio, se così è permesso dire.
In secondo luogo, la parola poetica trasforma chi la dice. Non importa chi egli sia. Nel momento in cui sostituisce al proprio bastone (il fare quotidiano, il fare che serve per vivere) l’alloro (il fare attraverso la parola, che non ha utilità immediata), l’uomo diventa poeta e il suo compito, il compito che lo identifica, diventa far sentire la sua «αὐδήν», il suono della voce, il suono della parola.
Infine – e qui entriamo nel vivo della questione che ci siamo posta – questo suono esprime per Esiodo un rapporto con l’assoluto, «raccoglie / l’alito divino» e conferisce per questo al poeta la capacità di celebrare «ciò che sarà e ciò che è stato».

Che cosa fa dunque, per Esiodo, la poesia? Fa – questo è il senso dei versi che abbiamo letto – qualcosa di molto simile a quello che fa la filosofia. Fa il “disvelamento” del vero riguardo a «ciò che sarà e ciò che è stato» cioè alle esperienze umane – e dunque necessariamente temporali – dell’essere. Ma, allora, che differenza c’è tra ποíησις, ed ἐπιστήμη, tra il fare del poeta e il fare del sapiente (ἐπιστήμων) ? Fanno la stessa cosa?
No. Il ποιητής fa il disvelamento del vero attraverso il racconto del mito, o meglio, attraverso il suo entrare nel mito, attraverso il suo confondersi con il mito; l’ἐπιστήμων, il φιλόσοφος, è colui che ama contemplare la verità nella φύσις (la natura, concepita come essere originario dell’universo, come l’insieme di ciò che è) e, per far questo, verifica l’alterità della φύσις rispetto a lui. Entrambi, come suggerisce Daniele Guastini (Prima dell’estetica. Poetica e filosofia nell’antichità, Roma-Bari, Laterza, 2003, p. 16) citando Aristotele, partono però da un’esperienza di θαύμα (meraviglia), di reazione di fronte a qualcosa che non si sa: «Chi prova un senso di dubbio o di meraviglia avverte di non sapere (per questo colui che ama il mito è in qualche modo filosofo: infatti il mito è composto da cose che destano meraviglia)».
C’è, insomma, alle origini del pensiero greco un legame forte tra il fare poetico e la ricerca di τὰ εόντα (ciò che è): il poeta è colui che fa il disvelamento di τὰ εόντα attraverso la sua capacità di confondersi con il mito e, quindi, di dire il mito con il suono della sua parola.

Di tutto questo dovremo ricordarci quando vedremo in che modo questa idea del fare poetico è potuta arrivare fino a noi.
Naturalmente, continua …

Inserito il 9 marzo '11 da , in News. Nessun commento.

L’odore della paura

Perché il Presidente del Consiglio attacca la “scuola di Stato”

La paura ha un odore. È sgradevole, come sanno bene i nostri amici cani, che giustamente se ne offendono e rispondono per le rime. La paura della libertà ha un odore ancora più sgradevole e anche noi umani, con il nostro limitato olfatto, possiamo percepirlo. Da lontano. E a distanza di tempo. È una paura che si osserva bene in chi la libertà la nomina troppo. Perché, chi non ne ha paura, la considera una condizione “normale” del vivere civile e parla di ciò che, posta questa condizione, si dovrebbe fare.

Riferiscono i media che il Presidente del Consiglio ha detto: «Libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori». Certo, c’è in questa frase un tentativo maldestro – ma non si sa mai – di accattivarsi le simpatie della Chiesa e, attraverso di essa, di quel mondo cattolico che i sondaggi indicano come sempre più lontano dal sostegno a un uomo dai costumi non propriamente irreprensibili.
Ma c’è di più: viene fuori da questa frase, senza remore, la vecchia paura che la destra più retriva ha tradizionalmente per l’istruzione di tutti. La “scuola di Stato” (oggi veramente si chiama “sistema pubblico di istruzione e formazione” e comprende le scuole statali e quelle paritarie: la frequenza di queste ultime è finanziata dallo stato) è sempre stata la garanzia che l’istruzione possa essere davvero «aperta a tutti» (art. 34 della Costituzione), e che «libero» vi sia l’insegnamento (art. 33).

Proprio di questo ha paura il Presidente del Consiglio, come sempre hanno avuto paura – ripeto – i peggiori esponenti della destra autoritaria. Naturalmente, c’è anche una destra che non ha mai avuto paura della “scuola di Stato” e che l’ha anzi difesa come presidio di laicità. Ma non è questo il caso. Ha paura il nostro (ahimè!) Presidente che i bambini e gli adolescenti possano crescere pensando con la propria testa, e non con quella dei genitori, o di altri. Ora, proprio il confronto tra opinioni diverse, tra idee diverse della vita, tra pensieri fondati su diversi presupposti culturali (quelli dei genitori e quelli dei vari insegnanti, ciascuno differente dall’altro) fa crescere liberi. E questo tipo di crescita il nostro (ahimè!) Presidente vorrebbe impedire: la sua paura della libertà riguarda l’oggi e il domani.

Viene fuori, anche, da questa frase, una concezione della scuola non statale che fa davvero impressione e che dovrebbe suscitare lo sdegno, anziché solleticare istinti favorevoli, da parte almeno delle scuole cattoliche più serie. Il discorso, infatti, si presume che riguardi principalmente queste scuole, dato che è stato rivolto a un uditorio di “Cristiano riformisti”, partito che io non conoscevo ma che si autodefinisce – ho scoperto – di «donne e uomini cristiani animati da senso civico e che credono fortemente nella possibilità di riscatto della politica solo se essa ha dei forti punti di riferimento morali».
La scuola cattolica
sarebbe dunque, per ovvia deduzione, quella che nelle teste dei giovani ‘inculca principi identici a quelli dei genitori’. E questo sarebbe, secondo il nostro (ahimè!) Presidente, il corretto sviluppo di un processo di crescita culturale: un processo ideologico autoconservativo lungo il quale, se mai dovesse realizzarsi, la storia non riuscirebbe ad andare avanti e, anzi, si incepperebbe in una involuzione raccapricciante. Raccapricciante per tutti coloro che, a destra e a sinistra, vogliono, sia pure con visioni diverse, che un futuro, comunque, ci sia.

Ha parlato a braccio, il nostro (ahimè!) Presidente, e non si è reso conto delle deduzioni che si potevano trarre da quello che diceva. Ma l’odore della paura si sente ogni volta che questa frase viene trascritta sui quotidiani o viene ritrasmessa dalle tv. È talmente sgradevole che, nonostante il freddo, mentre leggevo il giornale, ho dovuto aprire la finestra. E, da vecchio insegnante, mi son sentito di dover rispondere per le rime. Si fa così. Me lo hanno insegnato i miei cani.

Inserito il 27 febbraio '11 da , in News. 1 Commento.