Attenzione! Basta un niente

Qualche mese fa avevo preparato un articolo di commento a proposito di quella domenica 22 ottobre durante la quale, nel corso di una partita, alcuni tifosi della Lazio avevano imbrattato la curva sud dello stadio Olimpico con immagini di Anna Frank usate come ingiuria nei confronti della tifoseria opposta. Poi la mia preferenza per la riflessione e gli indugi (che dichiaro qui a fianco, quasi come motto) mi ha fatto ritardare un po’ e infine i guai tecnologici che hanno afflitto questo blog (ai quali accenno qui brevemente) hanno indefinitamente rinviato la pubblicazione di quel commento.
Oggi è il momento giusto per riprenderlo e per parlare seriamente del problema.
Oggi è il momento giusto, dopo quella che è stata definita una gaffe del candidato leghista (il cui nome «tacere è bello») alla presidenza della più popolosa delle regioni italiane, la Lombardia: un sesto circa di tutti gli italiani.
Oggi è il momento giusto, perché quella gaffe, come tutti oramai sapete, è consistita in questa affermazione: «Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate».
Oggi è il momento giusto, dopo che, nei tre mesi circa trascorsi da quel 22 ottobre sono accaduti altri piccoli e grandi avvenimenti che avrebbero dovuto indurre tutti noi  a una riflessione seria su quel tema!
In questo non breve periodo, infatti, le notizie riguardanti quella specifica e ormai lontana manifestazione di odio razziale sono state superate da quelle relative ad altri risorgenti comportamenti e assalti di tipo fascistoide se non addirittura filonazisti. Il candidato leghista alla presidenza della Lombardia non ha avuto dunque neppure la dote dell’originalità.
Le notizie delle quali parlo sono state nel loro insieme, decisamente inquietanti e tuttavia hanno ricevuto per lo più condanne ovvie, quando non ipocrite, e sono state accompagnate da commenti spesso tanto dotti quanto lontani dalla sensibilità dei più.
Lascio perdere come sono state comunicate le notizie: ma non posso dimenticare che qualche giornalista ha pronunciato in tv “Frank” all’inglese: cioè “Frenk”. E lascio perdere come sono state (o non sono state) espresse le condanne. Mi limito ai commenti.

Hannah Arendt

In essi mi sembra che sia mancato il riferimento a uno strumento di analisi ormai consolidato come quello che ci ha offerto più di mezzo secolo fa Hannah Arendt: il concetto di “banalità del male” che la filosofa statunitense di origine tedesca ha elaborato in occasione del suo lavoro di inviata per il “New Yorker” al processo Eichmann (1961)1.
Riparto dal principio.
A proposito di coloro che hanno usato in modo ingiurioso l’immagine di Anna Frank si sono sprecati aggettivi del tipo “disumani”, “bestiali” e simili. Lo stesso Capo dello Stato, in una dichiarazione (che si può leggere qui e che, per il resto, è del tutto condivisibile), afferma che utilizzare l’immagine di Anna Frank «come segno di insulto e di minaccia, oltre che disumano, è allarmante per il nostro Paese [il corsivo è, ovviamente, mio]». «Allarmante», certo. Ma «disumano» perché?
Sono “disumani”, sono “bestiali” coloro che esprimono odio razziale? Vediamo.
Nella sua analisi della personalità di Eichmann, Hannah Arendt mette in evidenza quanto egli fosse in tutto e per tutto “umano”. Era uno come tanti. Era uno come noi.
Era uno scolaro che il padre aveva ritirato da scuola perché non era «molto volenteroso»: quanti alunni “molto volenterosi” conoscete? Pochi. Beh, Eichmann era uno di quegli altri; tanti altri.
Era un commesso viaggiatore (per una azienda petrolifera gestita da un ebreo al quale era stato raccomandato da un altro ebreo) che aveva perso interesse per il lavoro: quante persone conoscete che non perdono mai interesse per il proprio lavoro? Poche. Beh, Eichmann apparteneva a quell’altro tipo di persone, la maggioranza.
Era uno che si era iscritto al partito nazionalsocialista senza nemmeno averne conosciuto bene il programma2: quante persone conoscete che hanno letto riga per riga il programma del partito al quale sono iscritte o per il quale votano? Poche. Beh, Eichmann faceva come fanno molti altri, i più.
Era uno che aveva doti di organizzatore e di negoziatore, che si sentiva al sicuro nella burocrazia e che forse era anche un po’ moralista dato che dopo due giorni aveva restituito il romanzo Lolita al poliziotto israeliano che glielo aveva dato durante il processo3: quanti cittadini perfettamente innocui conoscete che tengono in ordine il taccuino con gli ordini e le vendite, amano la burocrazia e considerano immorale Lolita? Molti, certamente molti.

Adolf Eichmann durante il processo a Gerusalemme.
Foto Ansa

Ecco, di questo strumento per l’analisi del comportamento, non di un tifoso razzista o di un leghista penoso che si lascia scappare in pubblico quello che pensa veramente in privato, ma dell’organizzatore della “Soluzione finale”, nei commenti dei mesi scorsi (anche in quelli sul fatto più recente) non si è trovata traccia.
Ciò è accaduto per un motivo ben comprensibile.
Dire: “Sono bestie”, dire: “Non sono uomini”, ci mette l’anima in pace, ci rassicura. Quante “bestie”, quanti “non uomini” possono esserci accanto a noi?
E invece no, c’è poco da avere l’anima in pace, c’è poco da star sicuri. Non sono “bestie”: sono uomini. E l’analisi di Hannah Arendt ci fa capire che basta un “niente” per trasformarli, non in nostalgici da operetta, ma in carnefici da tragedia: anzi in carnefici di una tragica storia ancora possibile.
Basta un niente. Basta l’evocazione della “razza”: un tipo di classificazione che la scienza ha dichiarato non esistere per gli esseri umani, ma che suscita subito senso di appartenenza e, magari, un po’ di voglia di ammazzare il vicino di casa se per caso appartiene a un’altra “razza”.
Basta un niente. Basta l’evocazione, spacciata per libertà, di una pratica eugenetica come quella proposta dai no-vax (così vezzeggiati dalla variegata destra italiana): una pratica che non a caso è anch’essa antiscientifica e porta magari anch’essa ad ammazzare il bambino del vicino di casa (o il bambino vicino di banco) se non è abbastanza “forte” e ha un problema di salute per quale non può essere vaccinato. La selezione della “razza”, appunto.
Ora, l’aver trascurato questo strumento di analisi ci ha fatto perdere di vista proprio il fatto che in Italia quel “niente” aleggia da tempo. In Europa quel “niente” aleggia da tempo (e ha agito a pochi passi dai nostri confini, nell’ex-Jugoslavia, ancora pochi anni fa). Nel mondo quel “niente” aleggia da tempo. E a tante brave persone (non “bestie”: persone) sparse per l’Italia, per l’Europa e per il mondo basterà quel “niente” per trasformarsi con la massima tranquillità in carnefici dei loro simili. Sono convinto che la società civile possa fermare quel “niente” in ciascuno dei paesi dove esso aleggia, a patto che sia consapevole, nella sua parte più sana, dei rischi che corre. Ma intanto pongo a me stesso e a tutti una domanda: se accadesse oggi quello che è accaduto nel settembre del 1939, e cioè se una guerra fosse scatenata da un Paese nel quale hanno preso il potere tante persone (non “bestie”: persone) che quel “niente” ha trasformato in carnefici, si creerebbe una alleanza mondiale contro quel paese? Spero, naturalmente, che questa resti una domanda del tutto astratta, nell’ambito di un ragionamento per assurdo. Spero.

P.S.
In questo periodo è stata riportata dalla stampa italiana ed europea, ma in Italia con una risonanza decisamente minore rispetto ai fatti dei quali ho parlato fin qui, la notizia del restauro da parte dello storico russo Pavel Polian degli appunti di Marcel Nadjari (ora sul sito dell’Institut für Zeitgeschichte di München-Berlin), un ebreo greco che faceva parte di uno dei Sonderkommandos 4di Auschwitz.
Ma quella relativa al restauro degli appunti di uno dei pochissimi sopravvissuti dei Sonderkommandos è una notizia di importanza storica eccezionale che meriterebbe una diffusione ben più ampia nelle discussioni pubbliche e nelle scuole, perché soltanto cinque di quei sopravvissuti (compreso Marcel Nadjari) sono riusciti a superare l’orrore e la vergogna per ciò che erano stati costretti a fare e a scrivere alcuni scarni appunti. Una notizia la cui importanza è accresciuta dal fatto che Pavel Polian è in procinto di pubblicare una nuova edizione del suo libro5 nel quale descrive le testimonianze e i dati relativi ai Sonderkommandos.
Inutile aggiungere che la diffusione di queste testimonianze autentiche servirebbe anche a scoraggiare i non pochi negazionisti nostrani.

Ancora P.S.
Non ho parlato del problema sotteso alla frase razzista del candidato governatore leghista della Lombardia: quello della salvaguardia della cultura italiana (già, “cultura”, una parola probabilmente sconosciuta a chi si occupa di distinguere le “razze”) di fronte all’afflusso di tanti migranti. Lo farò presto: con i miei soliti indugi, ma presto, ve lo prometto.


Dati digitali: mamma mia che paura!
… di perderli

I lettori di questo blog sanno per esperienza che i miei interventi si succedono in modi e tempi lenti e irregolari. E tuttavia avranno notato che, prima del breve augurio del 24 dicembre scorso, era davvero parecchio che non pubblicavo assolutamente niente. Il fatto è che, in quel periodo, alla mia programmatica intempestività si era aggiunto un guaio inaspettato dovuto al passaggio del sito che ospita questo blog dal protocollo http al più sicuro https: più sicuro (per me che pubblico e per voi che leggete), ma non così facile da attivare.
Il guaio era inaspettato? Direi di no, poiché non può essere inaspettato un guaio che riguarda l’instabilità dei dati nel mondo digitale. Ne ho parlato come di «un serpentello che potrebbe mordere» in una mia poesia del 2010 pubblicata nella raccolta Viaggio all’osteria della terra. Eccola. Non temete, poi parlerò diffusamente del problema della instabilità dei dati digitali e di altri a esso connessi. Seguite, per favore, la mia lentezza.

Michele Tortorici
Chiavi uessebì, da Viaggio all’osteria della terra, (Manni, 2012)


Della possibile fallacia della chiave uessebì che porto in tasca, archivio
digitale – per quello
che si può archiviare – della vita, ho già detto6. Pochi scherzi,
il rischio di cancellazione aspetta, non ha premura e ha un sorriso
intriso di veleno. È un serpentello che potrebbe mordere. E difatti
ha già morso, per quanto riguarda me. Ormai
vecchie ferite.
          Ogni promessa
di lunga durata, come è scritto
nei manuali di queste benedette
chiavettine, ha sempre un’eccezione d’altro canto: una temperatura
da non raggiungere o da non superare, un luogo specialmente
da non frequentare; un’etichetta
di comportamento rigida, inadatta
a chi, come me, dei manuali
di istruzione fa a meno e predilige
– anche per i backup – l’imperfezione, una virtù
così vicina alla dimenticanza.

Di chiavi uessebì ne ho per giunta quattro. C’è quando mi capitano
cancellazioni non volute e quando
invece scopro vecchi file che erano
rimasti rinserrati
in un loro – a lungo non trovato – nascondiglio: stessi
imprevisti, verrebbe da dire, stessi inconvenienti
di quando si eclissavano le carte
dai miei sempre un poco stralunati cassetti – oppure ne saltavano
fuori inaspettatamente.
                Ma la possibile fallacia
delle chiavi uessebì non ha rimedio, non ti permette
di tornare indietro. Non ci sono né carte né cassetti: se succede
un pasticcio, non si accomoda. La forma che ha preso,
in quell’archivio che hai fatto,
il tuo pensiero può
non lasciare traccia.

Pensa a quando
passa un’onda e passano poi tutte le onde del corteggio
che suscita, lungo il suo cammino, il vento. Pensa ora
alla schiuma che fanno e alla sua forma: appena
non la vedi più, di questa forma
non hai nemmeno più memoria né potresti
recuperarla in nessun modo.

Nella chiave uessebì, nella possibilità che ti tradisca,
c’è – a pensarci bene – la nostra stessa umana
inaccomodabile transitorietà, la nostra stessa umana
propensione a essere simili a quella schiuma, ad apparire
cioè dal nulla e poi a farvi
indefettibilmente ritorno.

Per questo una chiave uessebì che ti ritrovi, per la sua fallacia,
rotta o illeggibile potresti,
se ti va, tenerla ancora in tasca per ricordo
− o per ammonimento, a seconda dei casi − come un tempo
si faceva con le foto
dei morti di famiglia sul comò.


Ora torno, come promesso, allo specifico problema della instabilità dei dati digitali e comincio dal principio.
Durante il processo di attivazione del protocollo https, ho incautamente modificato una riga di codice del file di login alla pagina di amministrazione e, in seguito, non ho avuto l’assistenza che mi aspettavo dallo staff del server che ospitava il mio sito: a posteriori, comprendo il fatto che quello staff non può star dietro a tutti i perditempo inesperti in vena di trasformarsi in programmatori. Comunque sia, il mio errore, irrimediabile senza un aiuto esterno, ha messo in moto un meccanismo infernale che replicava indefinitamente un comando di “redirect”: il sito e, soprattutto, la pagina di amministrazione erano irraggiungibili. La conseguenza è stata che ho dovuto procedere a un reset completo del sito per poi ripristinarlo grazie a un recente backup. Un colpo di fortuna: nei backup, come avete appena letto, sono molto impreciso nei tempi e nei modi.

Questo inconveniente, dal quale a me sono derivate conseguenze decisamente modeste (e ai miei lettori un periodo – del quale non si saranno neppure accorti – di tregua dalle mie divagazioni letterarie e no), mi ha fatto tuttavia ripensare a un problema di fronte al quale mi sono rivelato disarmato nella pratica, ma che invece, dal punto di vista teorico, affronto sempre nei corsi di formazione che tengo nelle scuole sulla lettura del testo poetico. Il problema è quello della natura e della durata dei testi digitali. Esso ha molti aspetti. Trascuro quello relativo ai cosiddetti bugs (letteralmente: ‘insetti’) che possono anche essere tenuti nascosti con metodi decisamente “mafiosi” dai padroni planetari dell’hardware e del software (come è successo proprio in questi giorni) e che possono favorire l’accesso degli hacker ai nostri dati, in genere non per fare buone azioni.

Una pagina del Codice Vaticano Latino 3196

L’aspetto che voglio osservare per primo è del tutto diverso e riguarda direttamente, per quanto possa sembrare strano, il testo poetico, o meglio, la sua storia. Fino a qualche decennio fa, di moltissimi testi poetici, anche antichi, avevamo la possibilità di “vedere” (leggere su un supporto fisico) le varianti di composizione. Del Canzoniere di Francesco Petrarca, per esempio, possiamo seguire la nascita passo passo. Il codice Vat. Lat. 31967 ci fa entrare nell’officina scrittoria del poeta e ci dà la possibilità di impicciarci di quello che faceva il Petrarca mentre scriveva – o faceva scrivere dal suo fido Giovanni – le varie stesure delle sue poesie: poesie delle quali sette secoli dopo, nelle edizioni che compriamo in libreria, vediamo soltanto l’esito finale. Le venti carte di questo codice contengono non solo testi poetici scritti dalla mano del Petrarca (e in parte poi confluiti nei Rerum vulgarium fragmenta e nei Triumphi), ma anche annotazioni sull’ora della scrittura, correzioni, appunti su semplici intenzioni, magari poi venute meno, idee di correzioni da operare successivamente e altro ancora8 Questo è il modo in cui il testo poetico è stato scritto per secoli. Un modo complesso nel quale la scrittura era continua testimonianza di ripensamenti e di modifiche. Proprio dalla documentazione di questo complesso procedere della scrittura poetica è nata negli scorsi decenni la cosiddetta “filologia delle varianti” e poi la “critica delle varianti”, un tipo di studi dei quali è stato maestro indiscusso Gianfranco Contini. Ebbene, questo metodo di approccio al testo si è potuto esercitare fino a quando gli studiosi hanno avuto per le mani i manoscritti dei poeti, fino a quelli di Leopardi, di Pascoli e, più vicino a noi (qui comprendo anche i dattiloscritti), di Montale e di tanti altri.
Ma i testi scritti attraverso strumenti digitali come un word processor e un computer, per il fatto stesso di permettere infinite correzioni e di non testimoniare nessuna di esse, escludono possibilità future di critica delle varianti, a meno che queste stesse varianti non vengano introdotte tra la stesura dell’originale e la stampa di un’edizione (in questo caso si noterà la differenza tra il testo stampato e il file consegnato all’editore, ammesso che questo file venga mai nelle mani di un critico) oppure tra una edizione e un’altra. Insomma le varianti che saranno verificabili non avranno più nulla a che vedere con la composizione del testo in senso stretto.

Il “cloud”: che cos’è?

Un altro aspetto del problema riguarda più in generale la durata di tutti i testi scritti e conservati su supporti digitali: siano essi hard disk, chiavette usb, oppure, come capita sempre più spesso, server collocati chissà dove (a proposito: il server che ospitava questo sito e quello che lo ospita attualmente dove si trovano? non lo saprò mai; tuttavia sono certo che nessuno dei due sia tanto vicino) in quella che normalmente viene chiamata cloud, la ‘nuvola’. Ebbene, di questo tipo di testi non sappiamo ancora per quanto tempo saranno accessibili: per fare solo un esempio, chi erediterà le password con le quali gli autori accedono al loro cloud? e chi fornirà quelle password agli eredi?

A questo altro aspetto del problema bisogna aggiungere che non sappiamo neanche se questi testi potranno essere ancora letti nel caso fortunato in cui fossero accessibili. Sappiamo tutti che un file scritto con un word processor degli anni Ottanta non viene più letto dai nuovi word processor e neppure, anche se può sembrare incredibile, dalla nuove versioni dello stesso software con il quale è stato scritto. Non è passato neppure mezzo secolo da quando abbiamo cominciato a scrivere con i word processor e ci troviamo di fronte a “testi” che si rivelano – letteralmente – “indecifrabili”, cioè non in grado di farci decodificare le “cifre” che compongono il linguaggio digitale di cui sono composti (“digit” significa appunto ‘cifra’). Testi scritti mezzo secolo fa sono oggi indecifrabili come capita solo per alcuni di quelli scritti magari cinquemila anni fa: solo per alcuni, dato che la maggior parte dei testi scritti cinquemila anni fa riusciamo invece a decifrarli.

È utile precisare che anche la durata in sé del supporto non è poi così sicura. Rispetto alle tavolette di argilla o persino rispetto al delicato papiro, quanto dureranno supporti come gli hard disk o come i cosiddetti dischi a stato solido? Per quanto riguarda questi ultimi (considerati di solito più affidabili degli altri e meno soggetti a rotture accidentali), un noto produttore coreano dichiara per una sua “unità ssd” un milione e cinquecentomila ore. Sembrano un’enormità, ma si riducono a poco più di 171 anni: un tempo ridicolo rispetto ai settecento anni dei manoscritti petrarcheschi, agli oltre duemila dei papiri di età ellenistica, ai circa quattromila dei Testi delle piramidi egizi o ai cinquemila delle tavolette sumeriche.
Un altro aspetto ancora del problema (che affronto per ultimo, ma che non è certo l’ultimo in ordine di importanza) consiste nella assoluta irrecuperabilità dei testi eventualmente perduti a causa di un danno al supporto digitale sul quale sono conservati. Persino dei papiri di Ercolano carbonizzati dall’eruzione del Vesuvio si pensa di poter recuperare i testi, ma di una banale chiave usb che scivoli inavvertitamente nel lavandino non si recupera più niente. Niente! Una cancellazione assoluta che, per un tipo distratto come me, è sempre fonte di timore. Come ho già accennato, faccio sì i backup, ma in maniera non regolare. E, inoltre, se i miei backup nel cloud fossero coinvolti in un incidente più serio di quello dovuto alla mia incapacità di programmatore? E i backup di testi ben più importanti dei miei, per esempio quelli di tanta letteratura contemporanea, dove si trovano? Anch’essi nel cloud, quindi, chissà dove: comunque su supporti la cui durata viene garantita per un tempo ridicolo rispetto a quella di qualsiasi supporto fisico.

Mamma mia che paura! Ma no: nessuna paura, naturalmente. Però una piccola riflessione sui supporti che oggi dovrebbero garantire la memoria dell’umanità, questa sì, vale la pena di farla.


 

«Traccie» d’intemperanza

«Se lascio tracce […]» comincia con queste parole una poesia, Non ho fatto niente, che ho scritto qualche anno fa e che ho pubblicato nella mia più recente raccolta, Il cuore in tasca. Voglio precisarlo perché il seguito di questo mio intervento non sembri una forzatura dovuta a qualche mio trascorso peccato.
Questo mio intervento, con il solito ritardo rispetto alla strombazzatura mediatica, non vuole essere una difesa del banale errore di ortografia (“traccie”, anziché “tracce”) occorso qualche giorno fa a un dipendente della società informatica che gestisce il sito del Ministero dell’Istruzione. Si propone, invece, di deplorare l’intemperanza con la quale quell’errore è stato segnalato dal “popolo del web”: un popolo che, in questo caso, è stato tanto più intemperante del solito quanto più si è sentito soddisfatto di avere segnalato un errore occorso proprio a quel Ministero che avrebbe il compito (secondo una vulgata erronea, ma diffusa) di correggere gli errori degli altri, soprattutto in tempi d’esame, come questi. “Guarda un po’ dove risiede la vera ignoranza ortografica del nostro Paese: risiede proprio in quella Amministrazione della scuola dalla quale dovrebbe scaturire la sapienza!”. Questa, naturalmente con espressioni molto meno eleganti, la sostanza delle accuse al Miur. E il Miur, sentendosi colpito e ritenendosi affondato, si è prontamente scusato con il seguente comunicato ufficiale: «Abbiamo visto il refuso sul sito degli Esami di Stato e siamo subito intervenuti per farlo correggere. Si tratta di un errore di battitura, di un errore materiale che, naturalmente, non doveva esserci, tanto più su una pagina che riguarda gli Esami».

Il fatto è che la soddisfazione del “popolo del web” nell’avere colto in fallo il Miur deriva essa stessa, probabilmente, da un modesto livello di conoscenza della lingua italiana e non da un rigoroso e consapevole ossequio alle sue regole ortografiche e grammaticali. Già, una maggiore consapevolezza avrebbe infatti indotto molti dei soddisfatti censori a porsi qualche domanda in più sulla regola che essi, in spregio al sito istituzionale che l’aveva violata, hanno ritenuto eterna, assoluta e inderogabile.
Intanto bisogna dire che la regola per la quale “traccie” è una forma errata è stata “inventata” non molto tempo fa per porre rimedio a un problema mai risolto dell’alfabeto italiano, quello della doppia pronuncia delle consonanti “c” e “g”.
Queste consonanti possono avere in italiano una pronuncia palatale, cioè effettuata con la lingua appoggiata sulla parte anteriore del palato (e quindi con un esito dolce, come in “cesto” e in “cirro”), oppure possono avere una pronuncia velare, cioè effettuata con la lingua ritratta verso la parte posteriore del palato, o “velo” (e, quindi, inevitabilmente con un esito duro come in “cane” e in “gatto”, “cosa” e “gola”, “cumulo” e “gusto”). Fino a qui è tutto semplice. Davanti alle vocali -e ed -i le consonanti “c” e “g” assumono suono palatale. Davanti alle vocali -a, -o ed -u assumono suono velare.

Tuttavia, ecco il problema, in italiano esistono parole nelle quali la pronuncia di “c” e “g” è velare anche davanti alle vocali -e ed -i: a questo si rimedia con la -h, come in “chela” o in “chilo”. Ed esistono parole nelle quali la pronuncia di “c” e “g” è palatale anche davanti ad – a, -o ed -u: in queste parole, per far capire a chi legge che il suono di quelle due consonanti è palatale e non velare, si inserisce una -i, come in “ciancia”, in “cioccolato” o in “ciurma”. Negli esempi che ho fatto la -h e la -i hanno una pura funzione diacritica, servono cioè perché chi legge un testo scritto possa distinguere il suono velare della “c” e della “g” da quello palatale delle stesse consonanti. Inutile dire che tutto sarebbe più chiaro se avessimo segni alfabetici diversi per indicare suoni diversi: per esempio, se avessimo “k” per indicare la consonante velare sorda e “c” per indicare la corrispondente palatale.

Poiché la storia della nostra lingua ha voluto altrimenti, ci sono in italiano molte parole che, al singolare, terminano in -cia e -gia. Non parlo delle parole nelle quali la -i non è un segno diacritico, ma una vocale con una sua precisa funzione fonica: per esempio quelle nelle quali la -i è accentata e dunque, se c’è al singolare, ha tutto il diritto di restare al plurale, come in “farmacia” o in “allergia”. Parlo, naturalmente, delle parole nelle quali la -i ha, come ho chiarito prima, una pura funzione diacritica, come in “pancia” e in “ciliegia”, e non velare come in “panca” e in “sega”. Dunque, al plurale, quella -i non serve più a niente. Si tratta, infatti, di parole femminili che al plurale terminano in -e: e davanti a -e il suono di “c” e “g” è di per sé, comunque, palatale.

Poiché la storia della nostra lingua ha voluto altrimenti e non abbiamo segni alfabetici diversi per suoni diversi, sarebbe bastato abolire la -i che non serve più a niente nei plurali di tutti questi nomi femminili: sarebbe stato facile avere una regola secondo la quale i plurali di “pancia” e di “ciliegia” fossero “pance” e “ciliege”. Sarebbe stato altrettanto facile avere, all’opposto, una regola secondo la quale, per mantenere – diciamo così – una sorta di continuità visiva tra singolare e plurale, la -i del singolare fosse rimasta, per quanto inutile, anche al plurale e avremmo avuto “pancie” e “ciliegie”. Sarebbe stato facile, facilissimo, ma non è stato così. Come è stato?

È stato che per molto tempo nessuno si è interessato alla questione, se non pochissimi e, per fortuna, inascoltati linguisti. Ognuno (ogni persona colta, ogni intellettuale, ogni autore di opere letterarie) scriveva come gli pareva. Un lungo periodo durante il quale la libertà aleggiava sull’uso della -i diacritica nel plurale dei nomi femminili in -cia e -gia. In questo spirito di libertà, mi sembra che prevalessero, comunque, coloro che mantenevano la -i in nome di quella che ho chiamato “continuità visiva” tra singolare e plurale rispetto a quelli che la toglievano in nome della sua inutilità come segno diacritico. Ma la mia è una impressione di lettore di testi antichi e non ha basi statistiche. Proprio per quanto riguarda il plurale di “traccia”, abbiamo due esempi che definirei probanti.
Nel 1881 il coltissimo sacerdote Giuseppe Iacopo Ferrazzi, titolare per quasi tutta la sua vita della cattedra di “umanità9, geografia e storia” nel regio ginnasio di Bassano (il glorioso Liceo “Brocchi”, fondato nel 1819 e ancor oggi punto di riferimento culturale della città), in una delle sue opere di erudizione, la Bibliografia ariostesca stampata nella stessa Bassano dalla Tipografia Sante Pozzato, scriveva: «Su ‘l finire del 150510, o su ‘l cominciare del 1506, Ludovico applicò l’animo a comporre il suo Orlando, sulle traccie di quello lasciato imperfetto dal Boiardo» (p. 61). Nessun dubbio, il professore di ginnasio voleva deliberatamente scrivere «traccie», senza rimorsi e senza scandalo.
Voleva scrivere «traccie» anche se nel Dizionario Tommaseo-Bellini, che usciva proprio in quegli anni, alla voce “traccia”11, in tutti gli esempi al plurale troviamo sempre la forma “tracce”. Ma la troviamo senza il richiamo a nessuna regola, tanto è vero che nel caso molto simile della voce “caccia” negli esempi al plurale troviamo invece la forma “caccie”.
Quasi trent’anni dopo il Ferrazzi e dopo il Tommaseo-Bellini, Giuseppe Prezzolini, uno degli intellettuali più colti che ha attraversato la storia del XX secolo, nell’opera che segnò il suo momentaneo avvicinamento al crocianesimo, Benedetto Croce, con bibliografia, ritratto e autografo, edita nel 1909 niente meno che dall’editore Riccardo Ricciardi di Napoli, scrisse a sua volta: «Corretta, o meglio, rafforzata così la teoria della pura intuizione, non manca che di vederne traccie più profonde nella critica letteraria del Croce» (p. 64). Anch’egli senza rimorsi e senza scandalo.

E che dire, infine – lasciando ora da parte il plurale di “traccia” – dei filologi contemporanei che, nello stabilire il testo della Commedia dantesca con i criteri dettati dalla odierna ortografia, trascrivono ancora così i versi 106-108 del settimo canto dell’Inferno?


In la palude va c’ ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’è disceso
al piè de le maligne piagge grige.


I vv. 106-108 del VII canto dell’Inferno secondo il manoscritto Riccardiano 1010, del XIV secolo, Firenze, Biblioteca Riccardiana.

Già, che dire del fatto che i più autorevoli tra gli antichi manoscritti della Commedia oscillano, per l’ultimo verso di questa terzina, senza rimorsi e senza scandalo, tra «piaggie» e «piagge», «grigie» e «grige» e che i filologi contemporanei hanno scelto sì “piagge” rispetto a “piaggie”, ma hanno lasciato “grige” invece di correggere in “grigie”? Si può ipotizzare che la forma “grige” sia stata suggerita ai filologi che hanno curato le recenti edizioni della Commedia dalla rima con “Stige” (però la rima, che è un fenomeno fonico e non grafico, ci sarebbe stata lo stesso). Ma, soprattutto, si può apprezzare il fatto che “il popolo del web”, nel XIV secolo come nel XIX e agli inizi del XX non fosse ancora pronto a esercitare le sue sfrenate censure e che lo stesso “popolo del web” non abbia una spiccata predilezione per una lettura filologicamente attenta della Commedia dantesca.

Ma veniamo a noi. La regola che riguarda i plurali dei nomi femminili in -cia e -gia è stata suggerita esattamente quarant’anni dopo lo scritto di Prezzolini che ho citato qui sopra. A farlo è stato il grande linguista Bruno Migliorini. Come ricorda l’Accademia della Crusca nella pagina dedicata (con molta misura) a questo problema, il Migliorini, in un articolo del 1949 sulla rivista “Lingua nostra”, pensò a semplificare un altro criterio proposto – e generalmente accettato – in precedenza per la soluzione del problema, quello cosiddetto etimologico: in base a questo precedente criterio, per decidere se mantenere o no la -i diacritica al plurale bisognava rifarsi alla origine etimologica della parola: sicché chi scriveva, per non sbagliare, doveva necessariamente conoscere il latino oppure doveva imparare a memoria i plurali di quelle parole uno per uno. La regola proposta dal Migliorini era – ed è – molto semplice, anche se, bisogna aggiungere, puramente pratica, senza nessuna ragione storica o etimologica e, forse, formulata e suggerita senza prevedere che diventasse eterna, assoluta e inderogabile. Eccola: il plurale dei nomi femminili in -cia o -gia si scrive -cie o -gie, se la consonante “c” o “g” è preceduta da vocale, si scrive -ce o -ge, se “c” o “g” è preceduta da consonante.

Da quasi settant’anni, si tende a seguire questa indicazione, proprio perché è semplicissima da applicare. “Si tende a seguire”, ho scritto, e a ragion veduta.
In primo luogo perché non tutti la seguono. L’Accademia della Crusca è stata interpellata sullo spinoso problema di questi plurali nel 2008 a proposito dell’uscita del bellissimo libro di Oriana Fallaci Un cappello pieno di ciliege. Come mai “ciliege” e non “ciliegie”? L’Accademia non ha espresso nessuna censura per la scrittrice: piuttosto ha cercato di spiegare che il cappello in questione era quello di una antenata dell’autrice vissuta nella seconda metà del XVIII secolo, quando la regola era che si dovesse scrivere “ciliege”12. Spiegazione convincente a metà, dato che il libro è scritto, anche per il periodo di quella antenata, in perfetto italiano contemporaneo e senza nessuna indulgenza per le citazioni.
In secondo luogo non bisogna mai dimenticare che anche i più severi assertori delle regole vivono nella storia. Oggi affermano una regola che ieri non era valida. Oggi correggono un errore che ieri non era errore. E domani?

Se è dunque vero che – con le regole suggerite dal Migliorini quasi settant’anni fa e oggi prevalentemente seguite – il plurale corretto di traccia è indubitabilmente “tracce”, chi si lascia sfuggire “traccie”, se si tiene conto della storia linguistica del nostro Paese, non commette un errore particolarmente grave. E chi si scatena a correggere quell’errore con l’aria del censore che opera in nome di una verità assoluta farebbe meglio a studiare quella storia linguistica che, come tutte le storie, è racconto di ciò che diviene e che, nel suo divenire, propone più multiformità che uniformità, più dubbi che certezze.
Se fossi il capufficio di quel dipendente che ha scritto “traccie” sulla pagina degli Esami di Stato del sito del Miur, gli darei una pacca sulla spalla e gli farei leggere questo mio post: in ogni caso, niente licenziamenti, per carità!

 


Oggi è facile dire Totò
Nel cinquantesimo anniversario della morte del grande attore

Ho appreso con piacere nei giorni scorsi da tutti i mezzi di comunicazione possibili che il ricordo di Totò è riuscito a impegnare, nella ricorrenza dei cinquanta anni dalla sua morte, una quantità indefinita di intellettuali (fino all’intero corpo accademico dell’Università “Federico II” di Napoli), politici (fino al capo dello Stato), uomini dello spettacolo (fino a Pippo Baudo) e non so più quante altre categorie di cittadini importanti (fino ai più importanti). Ai quali cittadini bisogna aggiungere, ovviamente, quelli senza categoria e senza importanza. L’ho appreso con piacere, anche se ho percepito nelle manifestazioni di #Totò50 (come, in funzione dell’hashtag di twitter, è stata malamente ribattezzata questa ricorrenza) qualcosa di un po’ finto, oltre che di enormemente in ritardo: tanti debitori inadempienti ben lieti di pagare anche esosi interessi di mora pur di liberarsi del loro debito (magari, in questo caso, di coscienza).

Chi ha la mia età, insomma chi cinquant’anni fa era un ventenne, dovrebbe ricordare che allora le cose erano un po’ diverse. Giovane studente universitario impegnato in politica, uscito senza danni dall’occupazione legalitaria (letteralmente: finalizzata a ristabilire la legalità) della Facoltà di Lettere seguente all’assassinio di Paolo Rossi (che ventenne non riuscì mai a diventarlo), quando dicevo a qualcuno dei colleghi d’università o dei compagni di militanza politica che andavo a vedere un film di Totò subivo sguardi degni di un mentecatto o, peggio, di un depravato: «Ma guarda questo che cose degradanti va a vedere!» pensavano. E spesso me lo dicevano apertamente.
Tutti sapevano che Totò “faceva ridere”, ma nessuno poteva ammettere quel tipo di risate nel mondo colto (o sedicente tale) e nella buona società (o sedicente tale). Si poteva accettare che Totò facesse il buffone in qualche show alla tv, ma per il resto era considerato opportuno, più ancora che elegante, tenersene lontani. Francamente non ricordo un solo intellettuale di quegli anni che abbia esaltato come meritava la specifica comicità del principe de Curtis. Lo stesso Pasolini, che ebbe il merito di far parlare di lui facendone l’interprete principale, a fianco di Ninetto Davoli, del film Uccellacci e uccellini, utilizzò più la sua “maschera” che la sua comicità.

La sua, si diceva, non era una comicità che facesse pensare. Forse chi lo diceva era lui che non pensava abbastanza per riuscire ad apprezzare lo straordinario uso della lingua che faceva Totò: lingua italiana con inflessione napoletana, ma lingua italiana; usata con la ricchezza di uno smaliziato lessicografo; storpiata (in tutti gli innumerevoli giochi di parole e anche nella famosissima lettera dettata a Peppino De Filippo e destinata alla “malafemmena”) con la sapienza di un esperto linguista. Forse chi lo diceva non riusciva a vedere l’uso straordinario che Totò faceva del proprio corpo o, meglio, ne vedeva solo la parte più esteriore, burattinesca, che comunque aveva anch’essa il tocco del genio. Forse chi lo diceva era fuorviato dalle non poche sceneggiature deboli dei suoi film e dimenticava, a causa di quelle, le grandi sceneggiature basate sulle farse di Scarpetta, sui soggetti di Vittorio Metz, sui testi di alcuni tra i migliori sceneggiatori italiani degli anni Cinquanta e Sessanta.

La stessa distribuzione dei film di Totò, d’altro canto, puntava su un pubblico “popolare” nel senso deteriore del termine: popolare = rozzo e ignorante. Basta guardare (qui sopra) la locandina del film Il medico dei pazzi. Basato su una straordinaria invenzione di Eduardo Scarpetta, interpretato da attori memorabili (Carlo Giuffrè, Arnaldo Ninchi, Tecla Scarano, la “spalla” di sempre Mario Castellani, Giacomo Furia, Pupella Maggio, Franca Marzi e persino un grande Enzo Garinei utilizzato quasi come comparsa nel ruolo del cameriere di un bar), recitato dallo stesso Totò con una finezza e una varietà di toni che non sempre le sceneggiature dei film gli consentivano, la locandina presentava Il medico dei pazzi – è evidente – come un filmetto cochon, e lasciava intendere che le attese e immancabili battute del protagonista avrebbero avuto qualche condimento piccante: come le natiche di Franca Marzi della quale invece nel film si mostra con la massima pudicizia appena qualche piccola porzione di seno. Tutto falso, dunque, compreso il fatto che Totò non vi recita affatto la parte del medico dei pazzi (studente di Psichiatria e finto medico dei pazzi è invece Carlo Giuffrè) come la locandina sembra inequivocabilmente mostrare. Un capolavoro spacciato dal suo stesso distributore per una polpetta di battute becere e donnine svestite.

Un capolavoro dove l’idea di fondo – quella secondo la quale ciascuno di noi, se visto con pregiudizio dal lato delle sue piccole e grandi manie, può apparire un pazzo – trova in Totò il catalizzatore capace di rendere possibile la reazione chimica. Sono i suoi sguardi che trasformano, senza volere (lui viene indotto in errore dal nipote che finge di essere uno psichiatra), in pazzi esseri umani che hanno l’unico torto di essere degli sconfitti della vita e, perciò, di vivere un po’ ai margini, sostenuti da una o più illusioni. Di questi esseri umani, qualcuno ha un desiderio di riscatto: la madre che cerca un marito purchessia per evitare lo zitellaggio della figlia “racchia”, il violinista fallito che sogna una tournée mondiale. Altri vivono senza più speranza: la vedova che piange la mancanza del marito, il colonnello che piange la mancanza di una guerra, il marito geloso che urla e mena ceffoni, ma solo per nascondere il fatto che accetta le scappatelle della moglie perché non saprebbe accettare la sua mancanza. Tutto considerato, poche parole da parte di Totò e molti sguardi: quelli, appunto, che cambiano le carte in tavola. E la locandina presenta questo capolavoro con uno stetoscopio poggiato sulle natiche di Franca Marzi!

Per questo mi prendevano in giro quando da ragazzo andavo a vedere i film di Totò. Erano film che, all’epoca nella quale io li cercavo nella pagina degli spettacoli dei quotidiani romani, avevano quasi tutti dieci anni o più. Tuttavia non avevano l’onore di venire proiettati nei cineforum (dove giganteggiava senza rivali Ingmar Bergman con Il posto delle fragole, Il settimo sigillo e simili), ma “passavano” per un giorno o due in quelli che allora venivano chiamati “cinema di terza visione”. Erano locali dai prezzi bassi per un pubblico, come ho detto, “popolare”, cioè di bocca buona, disposto a non guardare l’anno di uscita del film di volta in volta proiettato e attratto, di quando in quando, con proposte davvero “piccanti” (o comunque allora ritenute tali). Inoltre erano posti dove si pagava così poco che ci si poteva andare tutti i giorni. Di questi cinema ce n’era qualcuno non lontano dall’università, tra piazzale delle Province e piazza Fiume e dovevo seguirne la programmazione con una certa attenzione per non perdere i film di Totò che mi interessavano.

Da sinistra, Giacomo Furia, Peppino De Filippo e Totò ne
La banda degli onesti”

Li avete visti nei giorni scorsi? Tutti a togliersi il cappello davanti al “principe della risata”. Davanti al “principe del pensiero”, naturalmente no. Perché anche in chi ha deciso tardivamente di celebrarlo, è rimasto – seppure taciuto – il pregiudizio che la comicità di Totò non faceva pensare.
Pregiudizio, perché, per esempio, lo sketch nel quale Totò racconta a Mario Castellani di essere stato schiaffeggiato da uno che lo aveva scambiato per un certo Pasquale e che, alla domanda su perché non avesse reagito agli schiaffi, risponde con la battuta: «E che so’ Pasquale io?»: beh, quello sketch potrebbe essere utilmente usato per un corso di Filosofia. Un corso nel quale si potrebbero usare anche alcuni dei tanti paradossi di Totò destinati sì, a far ridere, ma nei casi migliori in tutto e per tutto “paradossi”, non lontani nella loro struttura da quelli usati dalle antiche scuole filosofiche che volevano mettere in crisi la logica aristotelica: ricordate “il paradosso dell’incompreso” nel dialogo con il vigile a piazza Duomo del film Totò Peppino e la malafemmina?
E le variazioni dal “voi” al “noi” (complicate dall’uso del “voi” al posto del “lei”) nella scena de La banda degli onesti nella quale Totò (il portiere Antonio Bonocore), Peppino De Filippo (il tipografo Giuseppe Lo Turco) e Giacomo Furia (il “pittore” Felice Cardoni) decidono di stampare le banconote false sarebbero di aiuto nella spiegazione delle persone verbali in un corso di grammatica italiana e forse anche in piccolo corollario di quella spiegazione dedicato al concetto di insieme.

A parte ridere, che comunque non fa mai male, quante cose si potevano imparare da quel principe!

Giorgio Bárberi Squarotti

È morto qualche giorno fa il poeta, lessicologo, storico della letteratura, dantista Giorgio Bárberi Squarotti. È stato un critico estraneo a tutte le scuole critiche, un accademico estraneo a tutte le accademie. Deve essere per questo che i giornali (quelli di carta, quelli in tv e quelli sul web: insomma, i giornali di tutti i generi) hanno dato alla sua scomparsa lo stesso spazio che avrebbero potuto dare a un incidente domestico capitato a un concorrente minore del Grande fratello.
Invece, Bárberi Squarotti è stato uno dei più grandi intellettuali che ha attraversato la storia d’Italia nell’ultimo secolo. Le poche righe che gli dedico qui, con il ritardo proprio delle notizie che do in questo blog, data la necessaria brevità degli interventi in uno strumento di comunicazione come questo, non gli rendono il merito dovuto, ma almeno possono contribuire a restituirgli – spero – la dimensione che gli spetta nel panorama della cultura italiana.

Ho messo al primo posto, tra le qualifiche con le quali ho voluto ricordarlo, quella di poeta. Ma ne parlerò alla fine di questo mio intervento. Comincio quindi da quella di lessicologo. Molti dei coccodrilli tirati fuori all’ultimo minuto nelle redazioni (anche se si sapeva che stava male e avrebbero potuto prepararli per bene nelle ultime settimane) hanno dimenticato (molti: per fortuna non tutti) l’opera colossale che lui ha diretto, il Grande dizionario della lingua italiana edito dalla UTET: dizionario intitolato sì a Salvatore Battaglia che ne ha cominciato la pubblicazione nel 1961 e l’ha curata fino alla morte (1971) portandola al settimo volume, ma diretto e condotto a compimento, fino al ventunesimo volume proprio da Bárberi Squarotti. Un lavoro titanico. Il primo e, finora, l’ultimo dopo il Dizionario del Tommaseo compilato e stampato tra il 1865 e il 1879. Sarebbe bastata quest’opera, nella quale ogni parola è accompagnata da infinite citazioni che indicano il cammino da essa percorso lungo la storia della nostra lingua, per ricordare Bárberi Squarotti come uno dei giganti della cultura italiana di questi decenni. Sarebbe bastata se della lingua italiana e della sua storia interessasse davvero qualcosa a qualcuno in un’epoca in cui tutti si lamentano che è poco conosciuta, ma sembrano farlo più per apparire nei salotti buoni delle conversazioni mondane che non per intima convinzione.
Dello storico della letteratura voglio citare qui un’altra “grande opera” da lui diretta e pubblicata dalla UTET, la Storia della civiltà letteraria italiana, una storia “all’antica”, di quelle con i dati e i fatti, con i titoli delle opere e le date, una storia, insomma di quelle alle quali affidarsi senza dubbi né esitazioni (e anche senza stare troppo a cercare dove trovare le notizie) per collocare lungo la linea del tempo un classico appena letto, la raccolta di un poeta della quale si siano sbirciati due o tre componimenti: già, ma chi legge più i classici italiani? Accanto a questa “grande opera” voglio citare, quasi per contrapposizione, tutti i saggi e gli interventi grandi e piccoli (alcuni piccolissimi) che ha dedicato alla letteratura contemporanea da lui seguita con uno scrupolo e una competenza ineguagliabile.
E ora veniamo al dantista. Studioso di Dante per tutta la vita, Bárberi Squarotti ha pubblicato con Franco Angeli nel 2011 un libretto di duecento pagine, dal titolo minimalista, Tutto l’Inferno, che rappresenta il compendio di una sapienza non sbandierata, ma praticata nell’analisi, si può dire, di ogni terzina, di ogni verso, di ogni espressione di questa cantica della Commedia. Un tesoro di osservazioni sempre documentate, molte originali, alcune di assoluta novità: tutte dettate con la sobrietà di una prosa piana e chiara, senza sbavature e senza affermazioni apodittiche. Doveva essere il primo passo di un’analisi dell’intero poema dantesco, ma – così mi aveva confidato l’ultima volta che ci siamo visti –, pur avendo rinunciato a quasi tutti gli altri suoi impegni, temeva di non riuscire a portarla a termine.

Ecco, infine, il poeta. Un poeta colto? Un poeta coltissimo? Certo, ma chi leggesse le poesie di Giorgio Bárberi Squarotti senza conoscere il nome dell’autore potrebbe avere l’impressione di una purezza del senso e del verso – un verso al tempo stesso così antico per il suo ritmo e così moderno per come riesce a sp(r)ezzare quel ritmo – dovuta all’ingenuità di un giovane poeta; potrebbe pensare che la leggerezza di certe immagini, indimenticabili quelle di certe occasioni di vita in città (la sua Torino) ma non solo, dipenda dalla leggerezza degli anni e del pensiero di chi ha scritto. Ma la grandezza di Bárberi Squarotti come poeta sta nel fatto che quella purezza e quella leggerezza sono il frutto ottenuto da una sapienza capace di dimenticare se stessa, da una dottrina vittoriosa nella battaglia condotta per liberarsi dal suo essere dotta. Le poesie di uno dei massimi critici e storici della letteratura italiana non si rivelano mai come l’esercizio “in più” di quella sapienza e di quella dottrina. Esse si rivelano a chi le legge, al contrario, come il distillato prezioso di una vita dedicata, sì al culto della parola, ma in primo luogo – e pienamente – vita.
D’altro canto è capitato a me qualcosa di singolare quando sono andato a trovarlo nella sua casa di via Duchessa Jolanda, la via – a proposito delle occasioni di vita in città – di quella «ragazza / ah forse non più giovane, ma intatta, / la maglia azzurra, corta, i fianchi lucidi, / nudi e abbronzati ancora» che sembra l’immagine più pura e leggera della giovinezza e che è, invece, il segno dell’attesa, della «pura forma davanti alla porta / vanamente aperta perché entri il tempo»1. Bene, nelle mie purtroppo rare visite in quella casa mi è capitato di chiacchierare con il professore su argomenti che sembravano cadere uno dopo l’altro senza un intendimento preciso. E poi, uscito di là, mi rendevo conto di avere un peso in più sulle spalle, come se avessi portato con me uno zaino e in quello zaino qualcuno, di nascosto, avesse aggiunto il carico di una saggezza nuova che avrei potuto possedere, sì, ma a patto di filtrarla da una inestimabile pagina di storia: quella che avevo appena vissuto nella casa che avevo appena lasciato.

P.S.
La riservatezza non può farmi trascurare qui di accennare, sia pure da ultimo e di sfuggita, all’attenzione che Bárberi Squarotti ha avuto per la mia poesia. Sin da quando ha letto la mia prima raccolta, La mente irretita (2008), mi ha scritto: «Caro Tortorici, ho letto i Suoi versi [sì, mi scriveva usando la maiuscola!] con molta ammirazione e con la gioia di incontrare una poesia tanto sapiente, profonda, valorosa». Per la mia seconda raccolta, Viaggio all’osteria della terra (2012), ha avuto una predilezione particolare. Non solo ha scritto che la considerava «un’opera di straordinaria bellezza», una poesia «grandiosa, fra visioni, viaggi, paesaggi, città strade, incontri», ma ha anche voluto essere lui a presentarla al Salone del Libro di Torino e per farlo ha interrotto, almeno per un giorno, i suoi studi danteschi. Le foto che appaiono qui sono state scattate appunto in quella occasione: nella foto qui sopra il momento nel quale Bárberi Squarotti viene presentato da Cinzia Burzio; nella foto il alto uno dei passaggi nei quali parla del mio libro. Di quella sua attenzione, di quel tempo che mi ha dedicato nonostante l’ansia che aveva di portare avanti il suo lavoro su Dante, voglio dirgli grazie. Gliel’ho già detto di persona più volte, ma oggi che tanti l’hanno dimenticato voglio dirglielo ancora più forte: GRAZIE.


 

Scusate il silenzio

È da molto tempo che non scrivo su questo blog. I miei venticinque lettori non devono pensare però che mi sia dimenticato di loro.
È vero piuttosto il contrario: ho pensato al mio pubblico e ho scritto molto. Tuttavia, poiché la mia capacità di scrivere non è infinita, sono stato costretto a trascurare questo blog, anziché altro (gli editori sono più esigenti dei lettori di blog, scusatemi).
Quello che ho scritto in questi mesi sarà pubblicato, penso, tra la fine di quest’anno e i primi mesi del prossimo. Avremo quindi modo di riparlarne.
Tuttavia, per farmi perdonare del lungo silenzio, vi propongo una poesia tratta dalla sezione Senza ragione della mia nuova raccolta di versi Il cuore in tasca, un libro del quale vi ho parlato qui.
Ecco, questa poesia parla proprio del silenzio, già nel titolo: La speranza e il silenzio. Anzi, ve lo anticipo, parla proprio di una delle ragioni del silenzio di questo blog, anche se si tratta di ragioni riferite nientemeno al luglio del 2012 (l’intervento che cito nella poesia è questo): ma c’è proprio tanta differenza tra allora e oggi? La speranza e il silenzio sarà uno dei testi che leggerò domani, quando Valerio Marucci presenterà Il cuore in tasca alle 17 nel Salone Borrominiano della Biblioteca Vallicelliana di Roma. Buona lettura.

Michele Tortorici
La speranza e il silenzio
(da Il cuore in tasca, Manni, 2016)


In questi giorni che la speranza è – come direbbe
il nostro caro e amato padre Dante –
«buia assai più che persa», il fatto che con calma io me ne vada
a spasso con le mani dietro la schiena
per il Corso può sembrare incoerente. Qualcuno potrebbe accusarmi
di scarso impegno sociale. Altri
potrebbero sollecitarmi a scrivere, se non
tutti i giorni almeno qualche volta, sul mio blog,
micheletortorici punto ittì, parole di fuoco, utili
a scuotere coscienze. Ma
c’è già chi ne scrive: lascio fare. Nel mio blog, poi,
figuriamoci! L’ultimo
post che ho scritto parlava di Ovidio, anche se l’argomento
che mi ero imposto di affrontare era quello dell’acqua
come bene comune: lo vedete? Le mie parole
si rivelano, a ben considerare, sempre inutili. Sono inguaribile.

In questi giorni che la speranza è – come direbbe
il nostro caro e amato padre Dante –
«buia assai più che persa», le parole,
quelle che, con il chiarore che hanno naturalmente
dentro di sé, potrebbero
attenuare l’oscurità mi va di pensarle e poi,
questo è il fatto, invece che di scriverle sul mio blog, mi va di tenerle
a mente come facevo con le filastrocche
che mio padre cantilenava; mi va di tenerle
a mente come se potessi imprigionarle per un incantesimo
nel tronco di una vecchia pianta – sono vecchio, infatti – rimasta
tanto tempo nello stesso posto. E queste vecchie piante, come tutte
le piante del resto, sono mute. E le filastrocche
hanno sì parole, ma le loro parole
sono senza ragione e sono senza senso, lo sanno tutti:
uno due e tre
né lu papa nun è re,
nun è re né lu papa
né lu beccu nun è crapa,
nun è crapa né lu beccu
né lu rusignolu nun è sceccu
.

In questi giorni che la speranza è – come direbbeIl fatto è che c’è un grande silenzio nella mia testa. E le parole
che penso con il fine preciso di dirle e di scriverle, quelle
inutili della poesia, non spezzano
questo silenzio, piuttosto lo accrescono. Non è da pochi giorni
d’altro canto, non so più nemmeno io da quanto tempo succede,
che la speranza è «buia assai più che persa». E pensare parole,
quelle utili
a scuotere le coscienze, scriverle
sui blog o sui giornali – lo fanno in tanti –
non funziona, è evidente. Bisogna pensarle, è vero. Bisogna pensarne
anche di quelle che possono sembrare utili: utili
almeno per scongiurare l’accusa
di scarso impegno sociale. Bisogna pensarne mica tante, però,
di queste parole. Soprattutto,
penso che sia meglio evitare di fare ricorso alle solite
parole. Allora, meglio le filastrocche. Mio padre, poi,
ne trovava di originali tanto che in seguito non le ho più sentite
dire da nessuno, mi sono rimaste
a mente, sarà per un incantesimo, anche se magari
non ricordo proprio
tutte le strofe, tutte le rime:
nun è sceccu lu rusignolu,
continua così, va bene, e poi? Forse continuava
né la ramorazza non è citrolu,
ma non ricordo proprio più: che peccato! Silenzio.

In questi giorni che la speranza è – come direbbeEcco, il silenzio. Non dico tanto: se con un minuto
di silenzio si ricordano i morti, quanto dovrebbe durare
il silenzio necessario per pensare ai vivi? Proviamo
un’ora. Si potrebbe ripetere
la prova una volta la settimana. Poi si potrebbe ripetere due volte,
tre volte, quattro, cinque, sei, sette volte la settimana: una volta
al giorno, dunque,
da raggiungere con un buon allenamento
perché è faticoso
il silenzio. La potremmo chiamare l’ora
della speranza, l’ora che la speranza
diventa meno buia, meno persa: senza ragione, solo per il silenzio.


Nonostante tutto, Auguri!
La speranza della luce in un rito del 21 dicembre a Salisburgo

Oggi, più o meno a quest’ora (scrivo alle 16.30) o poco più tardi, si svolge a Salisburgo, davanti alla cattedrale, un rito pagano. Sì, un rito pagano davanti alla cattedrale. Vi ho assistito di persona quasi dieci anni fa mentre nella grande Domplatz fervevano le attività delle bancarelle del Christkindlmarkt, il mercatino di Natale. E per questo, capite, il ricordo di quel ventuno dicembre mi è venuto in mente proprio in questi giorni.
Dalla scalinata della chiesa è uno spettacolo vedere quel mercatino nel buio della sera: un buio che sembra precipitare troppo presto e che però, lì, mette ancora più in rilievo lo scintillio delle luci.
Mi trovavo sulle scale per scattare qualche foto quando ho visto arrivare un gruppo di “mostri” danzanti. Subito si sono create due ali di folla, una dalla parte del mercatino e una dalla parte della cattedrale. In mezzo, la danza dei mostri si è conclusa, dopo molte evoluzioni, intorno a un fuoco che simboleggiava la speranza del risorgere della luce a primavera. Così mi spiegava, con pazienza per la mia pessima comprensione del tedesco, un salisburghese. Di fronte al mio stupore, lui sembrava compiaciuto del fatto che un rito pagano si svolgesse liberamente davanti alla cattedrale e in presenza delle bancarelle di Natale: «Die Hoffnung ist immer gut»,”La speranza è sempre un bene”, credo che mi abbia detto. E poi qualcos’altro che non ho capito.

Ho chiesto in seguito informazioni anche ad altre persone e ho saputo che, nelle religioni pagane pre-cristiane di quella zona delle Alpi, Frau Perchta, il capo di quei “mostri”, era una creatura semidivina che soprintendeva al passaggio del solstizio d’inverno. Le creature demoniache che l’accompagnavano si chiamavano Perchten. Le maschere che attraversavano la piazza rappresentavano per l’appunto queste straordinarie creature disposte a celebrare la luce persino nel giorno più breve e buio dell’anno. Un segno di speranza – di cocciuta speranza, mi verrebbe da dire – che mi ha quasi commosso allora e mi ha di nuovo e più fortemente commosso quando l’ho ricordato nei giorni scorsi di fronte allo scempio del mercatino di Natale sul Ku’damm di Berlino.
Attraverso quel rito salisburghese si capisce infatti perché, con o senza Frau Perchta, nessuno da quelle parti può pensare di rinunciare ai mercatini, simbolo essi stessi della luce nei giorni più bui dell’anno. Chi lo facesse rinuncerebbe anche alla speranza nel domani. E difatti i mercatini non sono, come tanti credono, soltanto un luogo di shopping ma un’importante festa di futuro. Per questo continuano a essere aperti, in Germania, in Austria e dovunque questa tradizione sia radicata.
E ci aiutano a sperare, quei mercatini. Ci aiutano tutti: noi tranquilli cittadini d’Europa così come i disperati delle parti del mondo distrutte dalle guerre. Nel profondo del buio, c’è chi celebra la luce perché sa che verrà.
Per questo, nonostante tutto, Auguri!

Trascrivo qui sotto una poesia che ho scritto allora, poco dopo essermi allontanato dalla Domplatz di Salisburgo, e che mi sembra, anche vista con il senno di poi, abbastanza rappresentativa dello spirito di quel rito del 21 dicembre.

Michele Tortorici
Il baratto dei Perchten (da Viaggio all’osteria della terra, Manni, 2012)


E poi i Perchten la luce, che la notte
precipitosa del ventuno
di dicembre aveva spenta, l’hanno riaccesa loro con le fiaccole
e insieme con le danze che mimavano
più lunghe giornate e facevano già festa
alla venuta della primavera.

Nella piazza infuocata Frau Perchta e i Perchten barattavano
– se ho ben capito – l’adesso con il dopo, il freddo e il buio
presenti con la stagione ancora da venire.

Un baratto speciale: come è possibile calcolare
la congruità di uno scambio tra quello che c’è e la speranza
di quello che sarà? Anche se
– a dire il vero – i Perchten di tutto il susseguirsi
delle stagioni, per il fatto
che di anno in anno ugualmente
si ripetono, sanno – o credono
di sapere – pressoché tutto, pensano comunque
di potersi fidare. La notte
del solstizio, in ogni caso, non hanno dubbi i Perchten
sul crescere del giorno il giorno dopo.


Mio padre e La classe degli asini

Oggi voglio ricordare i cento anni dalla nascita di mio padre. È vero che la ricorrenza cade, per la precisione, domani. Ma ci sono due ragioni per le quali non è comunque sbagliato che io la ricordi oggi.
La prima è che, per un errore dell’incaricato del Comune di Favignana che allora registrò la sua venuta al mondo, su tutti i documenti “ufficiali” mio padre, anziché il 16, risulta nato con un giorno di anticipo, il 15 novembre: oggi, appunto.
La seconda ragione è che la ricorrenza dei cento anni dalla nascita di mio padre è stata celebrata ieri sera, nientemeno, dalla Rai: naturalmente “a sua insaputa”, come capita, almeno a dire dei responsabili, per tante azioni ignobili che si commettono, ma anche, nel caso di ieri sera, per una azione nobile.
L’azione nobile è stata quella di trasmettere un film-tv, La classe degli asini, che, nonostante qualche errore storico e una notevole trascuratezza nella descrizione dell’amministrazione scolastica, ha richiamato bene e con argomenti forti alla mente degli italiani una pagina bellissima della storia della scuola italiana: anzi, una pagina che ha fatto bella la scuola italiana. Di quella pagina, la battaglia per l’abolizione delle “classi differenziali”, mio padre ha scritto non poche righe.
Ecco i fatti. Uno dei primi provvedimenti del primo governo di centro-sinistra, al quale mio padre, benché simpatizzante del Pci, guardava con diffidente simpatia, fu la riforma della scuola media. Un evento epocale che, a quindici anni dalla entrata in vigore della Costituzione, ne attuava uno dei principi fondamentali, quello dell’obbligo scolastico in un ordinamento uguale per tutti fino ai quattordici anni. Quella legge, la 1859 del 31 dicembre 1962 (sì avete letto bene: uscì nella G.U. dell’ultimo dell’anno), entrata in vigore dall’anno scolastico successivo, conteneva una serie di misure straordinariamente innovative per la società italiana che veniva da secoli di analfabetismo e che, anche in quegli anni di boom economico incipiente, aveva una percentuale altissima della popolazione che non proseguiva gli studi dopo la “licenza elementare” oppure li proseguiva in quelli che venivano chiamati “corsi di avviamento professionale”. La legge 1859 impose per tutti il nuovo ordinamento. Ripeto: un evento epocale.
Tuttavia, all’articolo 12, quella legge affermava: «Possono essere istituite classi differenziali per alunni disadatti (sic!) scolastici». In un primo tempo non tutti si resero conto che quell’articolo, pur con tutte le garanzie che prevedeva, sanciva a tutti gli effetti una una vera e propria segregazione degli alunni con difficoltà. E in molte scuole cominciarono a nascere le “classi differenziali”. Non in quelle dove mio padre è stato preside.
Con pochi colleghi sparsi un po’ in tutta Italia, ma soprattutto nel centro e al nord – e, ho scoperto ieri sera alla tv, anche con una collega di Torino che aveva un pressante motivo personale per condurre quella battaglia –, mio padre fu tra coloro che si batterono, contro la segregazione prevista da quell’articolo di legge, per un principio contenuto in una parola che allora non era particolarmente diffusa né particolarmente amata: “integrazione”.

Basandosi sul fatto che la legge prevedeva la possibilità, ma non l’obbligo, della istituzione delle classi differenziali, questi presidi chiedevano essenzialmente due cose: che gli alunni con difficoltà o disabilità anche gravi fossero inseriti nelle classi insieme a tutti gli altri; che «le forme adeguate di assistenza, l’aggiornamento degli insegnanti e ogni altra iniziativa utile» che la legge prevedeva per le classi differenziali fossero resi disponibili anche per quelle classi nelle quali, senza che fossero “differenziali”, venivano inseriti gli alunni con difficoltà o disabilità.

I presidi che condussero quella battaglia, come si è visto bene nel film-tv, si assunsero responsabilità personali molto serie e attirarono in un primo tempo le critiche sia dell’amministrazione scolastica (ricordo che mio padre parlava a casa di convocazioni non proprio “amichevoli” da parte del Provveditore agli Studi dell’epoca), sia delle famiglie che non volevano “disadattati” e “anormali” in classe a fianco dei loro figli.
Mio padre non era tipo che si facesse scoraggiare dai superiori ed era invece un tipo convincente, non per banali capacità retoriche, ma perché in lui la dedizione e la buona fede trasparivano. Insomma, la battaglia che quei pochi presidi condussero ebbe successo e portò, prima, a forme di sperimentazione di classi comprendenti alunni con difficoltà o disabilità e, nel 1977, alla approvazione della legge 517. Questa aboliva le classi differenziali e istituiva «attività scolastiche di integrazione anche a carattere interdisciplinare, organizzate per gruppi di alunni della stessa classe o di classi diverse, ed iniziative di sostegno, anche allo scopo di realizzare interventi individualizzati in relazione alle esigenze dei singoli alunni». Oggi quel principio di integrazione contenuto nella legge 517 è visto come un punto di riferimento valido a livello planetario e, sotto questo aspetto, la scuola italiana è considerata difatti una delle prime al mondo.

Ecco, di mio padre avrei potuto ricordare la sapienza di linguista, poiché fu tra i primi a studiare in Italia, negli anni Sessanta del secolo scorso, i testi fondamentali della linguistica strutturale (spendendo una fortuna nell’acquisto di libri stranieri che faceva venire dalla Francia) e fu tra i pochissimi che, invece di seguire pedissequamente quelle teorie, le reinventò in maniera originale per una didattica innovativa. Avrei potuto ricordare la passione del latinista che lo aveva portato leggere per intero la collezione dei “Classici latini” della Zanichelli e a tenere sul suo comodino, negli ultimi giorni terribili della malattia che lo ha portato alla morte, il De Officiis di Cicerone. E invece, spinto dal film-tv della Rai, ricordo oggi, nella ricorrenza dei cento anni dalla sua nascita, una battaglia civile che mi sembra connaturata al suo essere stato, nel corso della sua vita, prima ancora che un intellettuale, un uomo buono e giusto per il quale la “persona” in quanto tale veniva prima di tutto. Un uomo buono e giusto del quale tengo strette nella memoria la severa dolcezza del padre e la durissima tempra del combattente.

Grazie papà.

Ignoranza digitale: Eschilo e Dante possono aiutarci a capire

Alcuni recenti fatti di cronaca (uno molto triste, il suicidio di una donna di trentuno anni, uno decisamente salottiero se non addirittura frivolo, l’assalto di molti internauti alla giornalista Natalia Aspesi per la sua confessione di non conoscere il Foscolo) hanno spinto tanti “esperti” e “commentatori” ad affrontare di fretta un tema che merita forse una attenzione e una riflessione più distese e comunque slegate dall’attualità.
Il tema è quello dell’essenza dei new media. Essa consisterebbe – riassumo e, necessariamente, banalizzo – nel fatto che questi media sono incontrollabili per la velocità della divulgazione delle informazioni e per la conseguente diffusione di queste ultime in misura esponenziale: cioè, a ogni livello della velocissima divulgazione delle informazioni, il numero di coloro che ne vengono a conoscenza non si moltiplica per due, per tre etc., ma si eleva alla seconda, alla terza potenza e così via.
Il che è vero. Ma è anche vero che nessuno si è preso la briga di insegnarci come ci si comporta in relazione a questi media. Insegnare, non dico a quelli della mia generazione (per i quali tuttavia, una volta, c’era il maestro Manzi: che nostalgia!) ma almeno a quelli che, ben dopo l’avvento di questi media, sono andati a scuola e hanno ora trenta o quarant’anni e a quelli che a scuola ci vanno adesso e ci andranno nei prossimi anni.
Veloci, e dunque incontrollabili, questi media. Anche le onde del mare in tempesta lo sono e nessuno pretende di controllarle: però è abbastanza normale che ciascuno di noi voglia uscire vivo da una imbarcazione che navighi attraverso quelle onde.

Da oltre sessant’anni, da quando McLuhan parlava di «età elettrica» della comunicazione e inventava il concetto di «villaggio globale» (ricordate: «L’elettricità ha ridotto il globo a poco più che un villaggio»1?), si è affermata la tendenza a vedere nella velocità il carattere specifico dei new media. Magari, nei sistemi aziendali, la velocità unita all’organizzazione2. ma soprattutto la velocità. Questa tendenza si è accentuata negli ultimi decenni, con il passaggio dall’«età elettrica» della quale parlava McLuhan a quella “digitale”. Ancora di più si è rafforzata da quando in questa “età digitale” sono entrati di prepotenza gli smartphone, cioè dal 2007 in poi. Ma è un errore. E questo errore non ci aiuta a capire il fenomeno: e dunque non ci aiuta, per riprendere la metafora precedente, a uscire vivi dalle onde del mare in tempesta.

La velocità della trasmissione non è affatto, di per sé, una prerogativa dei media dell’età “elettrica” o di quella digitale. Basta leggere questo brano che risale – niente meno! – alla metà del quinto secolo a.C.:


GUARDIA
Dei ! Vi chiedo di liberarmi da questo tormento, questa guardia che dura da un anno. Dormire qui rannicchiato, sulla reggia degli Atridi, accovacciato come un cane! Ormai so riconoscere le costellazioni degli astri notturni, quali portano l’inverno, quali l’estate ai mortali: i signori luminosi del cielo, so quando tramontano, so quando sorgono.
Anche ora sto all’erta, aspettando il segnale di una fiaccola: un lampo di fuoco da Troia che porti la notizia, l’annuncio che la città è stata presa.
Questo comanda il cuore maschio della signora, questo spera. E io, nella notte inquieta, sto in questo giaciglio umido che non protegge i miei sogni – la paura, non il sonno, mi è vicina, sempre presente e non mi lascia chiudere serenamente le palpebre al sonno – e quando provo a intonare una nenia, a canterellare piano piano – così, con la musica, cerco di combattere il sonno – allora piango la disgrazia di questa casa e lamento com’era governata bene un tempo.
Ma dovrebbe arrivare finalmente la liberazione da questa fatica: dovrebbe apparire dalle tenebre la buona novella con la luce del fuoco.
Eccoti, fiaccola! Ecco il bagliore che fa splendere nella notte la luce del giorno e una lunga serie di danze, in Argo, per la grazia di questo evento.


Eschilo, Agamennone (459/458 a.C.), Atto I, scena I

Non basta? Vogliamo un’altra testimonianza? Eccola:


Io dico, seguitando, ch’assai prima
che noi fossimo al piè de l’alta torre,
li occhi nostri n’andar suso a la cima

per due fiammette che i vedemmo porre,
e un’altra da lungi render cenno,
tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.

E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
dissi: “Questo che dice? e che risponde
quell’altro foco? e chi son quei che ’l fenno?”.


Dante Alighieri, Inferno, VIII, 1-9

Nel primo brano Eschilo ci parla della velocità e dell’efficacia del sistema di comunicazione organizzato per ricevere a Micene la notizia della vittoria dei Greci nella guerra di Troia. Nel secondo brano, Dante ci descrive un sistema sostanzialmente identico e altrettanto efficace usato dai diavoli della Città di Dite (la parte più bassa dell’inferno) per comunicare tra loro. Scritti a circa millesettecento anni di distanza l’uno dall’altro e il più recente settecento anni fa, entrambi questi brani ci ricordano che le informazioni potevano correre alla velocità della luce (o quasi) anche molto tempo fa. Il fatto è che tanto Eschilo quanto Dante pongono l’accento, più che sulla velocità della comunicazione, su altri aspetti decisamente più importanti – allora come oggi.

Nella tragedia di Eschilo il punto della questione è l’uso che viene fatto di quella comunicazione veloce. Come è noto, essa permise a Clitennestra e a Egisto di preparare con molto anticipo l’assassinio di Agamennone e consentì loro di compiere il delitto – per così dire – con la sicurezza del risultato: cioè con il massimo dell’efficacia. Nell’ottavo canto dell’Inferno Dante ci descrive con precisione quello che potremmo chiamare “l’effetto di tracimazione” della comunicazione: nelle teorie della prima metà del Novecento, la comunicazione è stata spesso descritta come un processo che avviene dentro un canale, ma nella realtà colui che in quelle teorie veniva chiamato l’«emittente» non sa mai – mai – a chi, oltre che al destinatario designato, arriverà il suo messaggio: un messaggio necessariamente portato a tracimare dalle sponde di quel “canale”. Sulle mura della Città di Dite i diavoli si scambiano un messaggio i cui destinatari sono loro stessi e un altro diavolo (Flegiàs); tuttavia, persino in un posto non poi tanto frequentato (certamente molto meno del web ai nostri giorni), quel messaggio tracima verso due destinatari imprevisti che non riescono magari a coglierne il contenuto preciso, ma sanno che esso è stato inviato e tanto basta perché si mettano in guardia. Quando Flegiàs arriva, Virgilio, il più “esperto” dei due “destinatari imprevisti” del messaggio, è già pronto ad accogliere quel diavolo a modo suo: «Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto», gli urla (con un verso dal ritmo bellissimo, sul quale meriterebbe di fare uno studio a parte) e quello, che già godeva per la soddisfazione di traghettare sulla palude Stigia altre due anime dannate, è costretto a ricredersi:


Qual è colui che grande inganno ascolta
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.


Dante Alighieri, Inferno, VIII, 22-24

Se dunque la velocità non è, di per sé, il fatto nuovo che rende nuovi i media “digitali” (anche a differenza di quelli “elettrici”), che cos’altro è che li rende tali?
Il fatto nuovo, rispetto al quale bisognerebbe attrezzarsi con nuove competenze, è questo: i contenuti, una volta che siano stati digitalizzati, non sono altro che “bit”3, con tutto ciò che questo comporta, come aveva già capito nel 1995 Nicholas Negroponte:


Quando tutti i media saranno digitali – poiché i bit sono bit – si avranno immediatamente due risultati fondamentali.
Primo, i bit si possono mescolare facilmente. Si possono usare e riusare, insieme o separatamente. L’insieme di audio, video e dati viene chiamato multimedia; sembra complicato, ma non è altro che una mescolanza di bit.
Secondo, nasce un nuovo tipo di bit – un bit che ti parla di altri bit. Questi nuovi bit hanno tipicamente la funzione delle “etichette”, usate dai giornalisti per identificare i loro appunti. Esse sono normalmente usate anche dagli autori scientifici ai quali si chiede di fornire, insieme all’articolo, alcune parole chiave. Questi bit supplementari possono costituire un indice del contenuto o una descrizione sintetica dei dati che seguono. […] Questi bit non si possono né vedere né sentire, ma danno delle informazioni a voi, al vostro computer o a strumentazioni particolari4.


In sostanza, ci fa capire Negroponte, oltre ai caratteri della immodificabilità, della riproducibilità e della “mescolabilità” (qui si aprirebbe un discorso sul concetto di multimedia, che io invece non apro affatto), il contenuto trasmesso da un medium digitale ne ha almeno altri due particolarmente importanti: quello che è espresso in sequenze di bit (byte), quindi, sempre nello stesso modo, e quello che il dato digitale può contenere al suo stesso interno un metadato, cioè un aiuto per capire di che categoria di informazione si tratta.

Si noti che la disponibilità di metadati differenti (da intendere qui come codifiche differenti) porta a differenti interpretazioni: […] la stringa di 3 byte 01000001 01000001 01000001 può essere intesa come tre caratteri alfabetici (e allora, secondo il codice ASCII, decodificata in “AAA”) oppure come i livelli delle tre luci componenti un colore (e allora, secondo la codifica RGB, decodificata in un grigio scuro)5.

Negroponte non parla di velocità, ma di qualità delle informazioni trasmesse con strumenti digitali. C’è qualcuno che ha ragionato in questi decenni su una questione così decisiva? Forse qualche studioso, ma certo non le persone comuni che pure tutti i giorni a tutte le ore usano quegli strumenti e fruiscono delle informazioni codificate e trasmesse da quegli strumenti.

Tra le tante belle parole a vuoto scritte nei documenti dell’Unione Europea ci sono quelle con le quali la «competenza digitale» è stata inserita tra le «otto competenze chiave per l’apprendimento permanente» dei cittadini: «apprendimento permanente», quindi diritto anche di coloro che hanno la mia età. Altre belle parole a vuoto si trovano nelle “raccomandazioni” rivolte dall’Unione ai paesi membri perché questi facciano conseguire ai loro cittadini questa competenza, naturalmente insieme alle altre. Se, invece di essere parole a vuoto, fossero azioni di politica culturale e scolastica, sarebbe interessante notare quanto quelle contenute nella Raccomandazione relativa alla «competenza digitale» (la trovate qui, insieme alle altre sulle «otto competenze chiave») abbiano a che vedere con ciò che ci hanno detto, ormai un po’ di tempo fa, Eschilo e Dante.

Infatti, quando la Raccomandazione parla di «spirito critico» nell’uso delle «tecnologie della società dell’informazione», di «consapevolezza delle opportunità e dei potenziali rischi di Internet e della comunicazione tramite i supporti elettronici» e finalizza l’uso del computer a «reperire» e «valutare» le informazioni (oltre che a tutto il resto), ci fa capire che la «competenza digitale» riguarda prevalentemente, non la velocità, ma il trattamento delle informazioni. La «competenza digitale» è insomma centrata sul contenuto, su quel contenuto che nei media digitali sembra dissolversi in sequenze di bit e, invece, è sempre là, con la sua forza e – starei per dire – con la sua fisicità. La «competenza digitale» è dunque una sorta di epistemologia applicata, in quanto si occupa dei fondamenti, della natura, dei limiti e delle condizioni di validità del sapere compreso nei contenuti digitali, e, dall’altra – di conseguenza –, è una delle condizioni per la riflessione critica di chi voglia consapevolmente esercitare la propria cittadinanza.

Come avevamo già capito con la lettura di Eschilo e di Dante, il problema non è allora la velocità della comunicazione ma è – da sempre – quello della consapevolezza che abbiamo di come si usa, di perché si usa e di chi usa l’informazione in essa contenuta. Il fatto che essa sia trasmessa attraverso media digitali, se siamo “competenti”, può aiutarci a verificarne la pertinenza, la validità e a collocarla al posto giusto nel sistema – non necessariamente sequenziale, anzi preferibilmente ipertestuale (ma qui si aprirebbe un altro non facile capitolo di riflessione e approfondimento) – nel quale organizziamo tutte le informazioni che acquisiamo: quella che una volta si chiamava, senza troppe complicazioni, “conoscenza”.
Se non siamo “competenti”, può aiutarci ad affondare alla guida di una imbarcazione non adatta ad attraversare le onde del mare in tempesta.


 

Il centenario della battaglia di Verdun

Il presidente francese Mitterrand e il cancelliere tedesco Kohl si tengono per mano davanti all’ossario di Douaumont (settembre 1984)

Nessun giornale italiano ne parla (non ho una completa rassegna stampa, ma da una rapida occhiata che ho dato in edicola, temo proprio che sia così: intanto ecco che cosa ne dice la BBC) e dunque rimedio io per i venticinque lettori di questo blog. Ecco la notizia: si celebra oggi in Francia, con un incontro tra il presidente francese Hollande e la cancelliera tedesca Merkel, il centenario della battaglia di Verdun (21 gennaio-15 dicembre 1916).
Naturalmente, domani anche i giornali italiani – e oggi i telegiornali – parleranno di questo incontro per quanto di attuale i due leader diranno in tema di economia, di migrazioni, di banche, di lavoro e di chissà che altro. Io voglio invece parlare del motivo inattuale per il quale i due leader si incontrano. Lo fanno perché da poco più di settanta anni in Europa di battaglie come queste non ce ne sono state più. E loro due sono tra coloro che si augurano che non ce ne siano mai più. È vero, ci sono state altre guerre in Europa in questi settanta anni: la Guerra dei Balcani (1991-1995), con l’assedio di Sarajevo – a pochi passi dai nostri confini –, ha dimostrato a chi lo avesse dimenticato a quali atrocità può portare un conflitto armato tra popoli fino a poco prima “amici”. Ma non ci sono state battaglie atroci e sanguinose come quella di Verdun nella quale persero la vita sul campo più di quattrocentomila soldati tedeschi e francesi: quattrocentomila morti tra i quali non sono “computati”, perché non si è mai riusciti a contarli, i militari e i civili che morirono tra i circa ottocentomila avvelenati dai gas: molto più di un milione tra morti e feriti in un solo campo di battaglia!

Mi sembra opportuno ricordare con solennità questo centenario perché vedo accanto a me, in Italia e fuori d’Italia, il risorgere di partiti isolazionisti e nazionalisti oggi alleati tra loro nel volere la fine dell’Unione Europea e domani, necessariamente, pronti a scannarsi l’un l’altro (anzi pronti a mandare a scannarsi i giovani dei rispettivi paesi, mentre loro staranno a guardare) per un lembo di territorio, per un orgoglio ferito, per una alleanza non rispettata, per un migrante in più o in meno da accogliere o non accogliere.

Ho avuto la fortuna di vivere nel più lungo periodo di pace che questa parte del mondo ha conosciuto in tutta la sua storia millenaria. Per millenni, per un motivo o per un altro (spesso, nell’antichità, per risolvere problemi di esistenza), popoli vicini, tribù diverse dello stesso popolo, fazioni avverse delle stesse tribù si sono scannati senza interruzioni se non di pochi anni (al massimo poco più di una quarantina tra il 1870 e il 1914) seminando, in particolare, il territorio lungo il quale corrono oggi i confini tra Francia e Germania di una quantità incalcolabile di cadaveri: decine di milioni? No, forse centinaia di milioni. Oggi, là dove ci sono ancora certamente i resti scheletriti o solo le polveri di quei cadaveri, corrono autostrade che attraversano i confini da uno stato all’altro senza bisogno di passaporto e dove in un minuto si vedono passare auto con targhe di venti diversi paesi europei (mi sono preso il gusto di fare questo conto una volta che percorrevo l’autostrada da Baden Baden a Strasburgo): auto di persone che vanno a divertirsi, che vanno a fare affari, magari anche affari sporchi, che vanno a insegnare o a studiare, che vanno a fare l’amore. Tutto, tranne che la guerra.

Ecco perché mi sembra opportuno ricordare il centenario di Verdun: non per quanto di attuale potranno dirsi oggi Hollande e Merkel, ma per quanto di inattuale c’è nel ricordo, che giustamente loro vogliono celebrare, di una guerra europea. Anche per i miei nipoti vorrei che il ricordo di una guerra europea fosse inattuale. Voi no?