Lettera aperta a don Matteo

Programmi tv popolari e di massa sì, ignoranza popolare e di massa no!

Caro don Matteo,

ti voglio bene da sempre (sin da quando facevi a pugni a fianco dell’indimenticabile Bud Spencer: se non eri tu, quel tipo ti assomigliava molto), seguo spesso le serie delle quali sei protagonista e, in generale, le apprezzo molto.
La ripetitività dell’intreccio mi dà sicurezza. Tu salvi un innocente e mandi in galera un colpevole che però ha vicino a sé Gesù: molto più vicino di prima e più vicino di quanto egli stesso non pensasse (confesso che non amo molto questo tipo di preti che chiamerei “giustificazionisti”; ma, se fosse possibile, tu me li faresti diventare simpatici). Nel frattempo l’allegra canonica della quale tu sei il capo brulica di fatti da nulla (dagli amoretti di una giovane ospite alle acconciature di Natalina) ai quali i diretti interessati danno un’importanza spropositata. E questo è bello: a tutti noi, difatti, capita proprio così. Altrettanto accade nell’allegra stazione dei carabinieri, tra amoretti di capitani, capitane, magistrati e magistrate e battute imperdibili (davvero, mi dispiace perderle, quando ho altro da fare) del maresciallo Cecchini. Da questi sparsi eventi la cultura è, per lo più, assente: e anche questo riflette quanto capita a tutti noi. Chi non si riconosce in queste futilità? Sono assolutamente d’accordo che debba andare così: ho scritto versi sulla bellezza e l’importanza dell’inutilità e non mi rimangio niente.

Bene. Perché allora, caro don Matteo, nell’ultima puntata, la seconda di giovedì 15 febbraio, hai mandato a monte questa ripetitività e la sicurezza che da essa deriva a me e alle masse che ti seguono? Beh, te lo assicuro: così facendo, hai mandato a monte l’intero “sistema don Matteo”.
Già, nell’ultima puntata, in un monastero che ricorda troppo da vicino (persino nell’ordine monastico che vi è coinvolto) quello de Il nome della rosa, il primo inquisito è – incredibile! – anche il colpevole. Tu, che non sei certo Guglielmo da Baskerville, di conseguenza, non puoi salvarlo; puoi soltanto far capire a tutti qual è il vero movente dell’omicidio: non il furto di un “libro del Cinquecento”, ma la difesa di chi quel “libro” aveva falsificato.

Ora, ecco, tu non sei Guglielmo da Baskerville. Questo è il problema. Trasformarti da parroco-detective in intellettuale esperto di “libri” è stato un atto di presunzione e anche un’imprudenza fatale che ti ha portato a sferrare, in questo ultimo episodio del quale sei stato protagonista, vere e proprie bordate di ignoranza alle masse di telespettatori che da te si aspettano ben altro. Vediamo di che si tratta.

Prima bordata.
Per tutta la durata del filmato si parla – e tu parli – di un “libro”, che forse era stato scritto da san Benedetto, e che comunque risaliva al “Cinquecento”. Ebbene, in quel periodo, i “libri” non esistevano. Esistevano “codici”, “manoscritti”: l’oggetto che si vede maneggiare da monaci e inquirenti nel corso dell’episodio è del tutto inverosimile come “codice” (e non “libro”) del “Cinquecento”. Il docente universitario venuto da Roma che aveva partecipato, da esperto, alla falsificazione, se non fosse stato ucciso a causa della sua volontà di ritirarsi dall’inganno, andava, lui sì, messo in galera! Per incompetenza, beninteso.

Seconda bordata.
Per tutta la puntata il secolo di Benedetto da Norcia è denominato da tutti, e dunque anche da te, “il Cinquecento”. Ma, quando ci si riferisce ai secoli che precedono l’anno Mille, si preferisce sempre usare l’ordinale: qui “il sesto secolo”. L’uso dell’ordinale evita infatti confusioni: il sesto secolo non si può in alcun modo confondere con “il Cinquecento”, espressione che di solito che si usa, in breve, per riferirsi al Millecinquecento. Ora, in questa puntata tu stesso hai fatto confusione: e che confusione! Alla fine della puntata, mentre, da presunto intenditore di “libri” del “Cinquecento”, esponi a un monaco (il falsificatore), come sono andati realmente i fatti e il modo in cui l’hai abilmente scoperto, parli inavvertitamente (!?) del “Millecinquecento”. Nell’esporre la tua singolare teoria sulle macchie lunari (tra poco ci arrivo: è la terza bordata d’ignoranza), affermi infatti: «Nel Millecinquecento le macchie lunari non erano ancora conosciute. Le avrebbe scoperte Galileo nel Milleseicento». Cito a memoria (Raiplay non mi ha aiutato), ma metto lo stesso tra virgolette perché le due date tu le dici proprio così: non dici “Fino al Millecinquecento”, dici «Nel Millecinquecento» e in questo modo, dopo un’intera puntata di equivoci sul “Cinquecento”, collochi Benedetto da Norcia (480-547 d.C.) mille anni dopo la sua reale esistenza.

Terza bordata.
E veniamo alla terza bordata di ignoranza. Le macchie lunari. Tu, con una lente d’ingrandimento degna di Sherlock Holmes o di Poirot, vedi nel “libro” la miniatura di una luna rappresentata con le macchie lunari e, a quel punto, da vero esperto (!), ti rendi conto del falso, vai dal monaco che l’ha perpetrato e gli dici la frase che ho sopra citato tra virgolette.
Ma, caro don Matteo, siccome l’uomo è dotato di vista, da quando un homo di qualsiasi specie è apparso sul nostro pianeta, gli è bastato alzare la testa all’insù per vedere le macchie lunari e, successivamente, per rappresentare la luna (anche quando la raffigurava come una falce) con le sue macchie.
Le macchie della luna sono sempre state viste da tutti. Alcuni hanno provato a spiegarne la causa. In particolare ci hanno provato i commentatori medievali di Aristotele che consideravano le teorie cosmologiche del filosofo greco il fondamento scientifico adatto alla loro visione religiosa del mondo, ma non volevano contraddire il dato di fatto inconfutabile. Tommaso d’Aquino dedica a questo problema un intero paragrafo della Lectio 12 della sua Espositio in libros Aristotelis De caelo et mundo1. Dante dedica a questo problema una parte importante del II canto del Paradiso e, nell’Inferno (XX, 128), cita una credenza popolare secondo la quale sulla luna era finito Caino con un fardello di spine e proprio dall’ombra di Caino e di quelle spine derivavano le macchie da tutti osservate.

Caro Don Matteo, così come non ha scoperto l’acqua calda, Galileo non ha scoperto neppure le macchie lunari: di queste ultime ha semplicemente spiegato la causa (nel Sidereus Nuncius, 1610) dato che con il suo cannocchiale poteva osservare la superficie della luna molto meglio di quanto non si fosse potuto fare prima di lui.
Caro don Matteo, ti prego, con sincero affetto, torna nella tua parrocchia, partecipa a quei piccoli fatti della tua allegra canonica che tanto ci fanno identificare nei personaggi che ti attorniano, fai pure il detective a tempo perso e, come conclusione delle tue indagini, esprimi pure senza mai il minimo dubbio la tua posizione di prete “giustificazionista”. Ma rinuncia a fare l’esperto di codici del VI secolo o di qualunque altro argomento culturale. Per un motivo semplice: perché un programma popolare non può diffondere ignoranza presso il popolo.

Confido nel tuo buon senso.
Grazie.
Michele


Quando perderemo la nostra identità di italiani?

L’argomento non mi consente di essere breve. Me ne scuso sin d’ora

1. La paura degli “altri”

Da parecchio tempo si è insinuata nel senso comune di molti italiani (di tutti gli italiani? Spero proprio di no), una impostazione mentale tendenzialmente razzista. Essa deriva dalla visione degli “altri” che è sbandierata da alcune forze politiche della variegata destra italiana e che può essere riassunta in una battuta: degli “altri”, in quanto tali, bisogna avere paura, disprezzo, o entrambi.
Poiché si è insinuata nel senso comune, questa impostazione tende a contagiare anche quelli di noi che non sono di destra e che non sono razzisti. Anche chi non è razzista, per esempio, è portato a ritenere in buona fede che il massiccio afflusso di profughi da ogni parte del mondo nel nostro Paese causerà la perdita dei fondamenti della nostra cultura secolare e, infine, porterà inevitabilmente alla perdita totale della nostra identità di italiani. Tutto ciò nella convinzione che gli “altri” (questi “altri”, in particolare), ammesso che non siano cattivi, sono almeno incivili, incolti e, soprattutto, capaci di trasmettere questa inciviltà e incultura a chi si trova vicino a loro.

Eugène Delacroix, Attila suivi de ses hordes barbares foule aux pieds l’Italie et les Arts (particolare, 1847),
Parigi, Palais Bourbon

Naturalmente, coloro che non sono razzisti e sono davvero in buona fede non limitano per questo pregiudizio la buona volontà nei confronti degli “altri” e continuano a considerare l’accoglienza, a seconda della prospettiva, un dovere morale o una necessità politica. Ciò non toglie che la loro testa venga dolorosamente rosa da un tarlo: quando tutti noi italiani perderemo la nostra identità? È una domanda senza alternative. La domanda non è: perderemo la nostra identità? Chi se la pone ha la certezza che la perderemo. Il suo solo dubbio riguarda: quando?
Ecco, con questo mio necessariamente non breve intervento vorrei tranquillizzare tutti coloro che si pongono questa domanda: possono stare tranquilli, quelli che sono in buona fede e quelli che non lo sono. Non hanno nessun bisogno di preoccuparsi per il futuro. La nostra identità, infatti, l’abbiamo già persa.
Quando l’abbiamo persa? Adesso. La causa di questa perdita non dipende e non dipenderà infatti dall’afflusso di profughi, per quanto smisurato e incontrollato esso possa essere o divenire. No! La causa è dipesa e dipende da noi e, in primo luogo proprio da tutte quelle forze culturali (o, per meglio dire, anti-culturali) e politiche (o, per meglio dire, anti-politiche) che ci spingono ad avere paura degli “altri” e fingono che quella paura serva a salvaguardare la nostra tradizione culturale che loro, per lo più, sono i primi a ignorare.

Ripassiamo un po’ di storia. Non è la prima volta che, nella storia del Mediterraneo, alcuni dei paesi che vi si affacciano sono stati “invasi” da ondate migratorie: ondate anche più smisurate e incontrollate di quelle odierne; e, inoltre, anche molto più violente. Per evitare di farla troppo lunga, ripassiamo soltanto un po’ della storia della penisola nella quale ci troviamo.
Ebbene, benché dominata per un certo periodo da uno degli imperi più potenti che la storia abbia conosciuto, la penisola nella quale ci troviamo è stata sottoposta, nei secoli dal quarto all’ottavo d.C., da una serie di “invasioni” di popoli diversi che hanno, tra l’altro, disintegrato quell’impero nella sua parte occidentale. Erano popoli interi, che via via hanno finito per schiacciare anche da un punto di vista numerico coloro che in questa penisola risiedevano da secoli, anzi da ben più di un millennio. Naturalmente, quel periodo, che nei nostri libri di storia è chiamato “Epoca delle invasioni barbariche”, nei libri di storia di questi altri popoli è chiamato “Völkerwanderungszeit“, cioè “Epoca della migrazione di popoli”. Popoli che, sì, erano stati spinti a quella migrazione di massa dalla forza della disperazione, ma che si erano fatti avanti anche con la forza delle armi perché erano stati attratti dalla ricchezza e dalla fertilità di un territorio che non aveva l’eguale nel resto del mondo conosciuto.
Quei popoli erano disposti a compiere viaggi durante i quali venivano decimati dalla mancanza di cibo, dalle malattie o dalle lotte contro altri popoli che facevano la stessa strada. Inoltre, una volta arrivati, erano disposti ad ammazzare e a farsi ammazzare, prima per installarsi su quel territorio che avevano così fortemente desiderato raggiungere e poi per non esserne cacciati dai sopravvenienti. Per secoli, negli stessi posti dove oggi facciamo sottili disquisizioni sull’accoglienza di gente disperata e disarmata, è andata così. In seguito sono arrivati anche, oltre agli invasori, via via nuovi dominatori. Questi erano formati da gruppi numericamente più modesti, forti più che altro per la potenza delle armi, e non avevano nessuna intenzione di sostituire i popoli già presenti sul territorio, ma semplicemente quella di sottometterli per godere delle ricchezze che essi producevano: per esempio, in Sicilia, si sono succeduti i domini degli arabi, e poi dei normanni e poi dei tedeschi e poi degli angioini e poi degli aragonesi. E gli stessi o altri altri domini si sono succeduti in altre parti della penisola. Una totale perdita di identità, dunque? Niente affatto.
Questo piccolo ripasso di storia ci è servito proprio perché, a più di un millennio di distanza dalla conclusione di quel “periodo di invasioni” o di quel “Völkerwanderungszeit“, possiamo constatare che in quei secoli non c’è stata nessuna perdita di identità. Anzi, alla fine di quel periodo di “invasioni” e di “domini” stranieri, l’Italia ha conosciuto una fioritura artistica, filosofica e letteraria ha pochi altri esempi nella storia umana. Era successo che i “barbari” avevano portato con sé nuove energie intellettuali e che queste avevano arricchito il patrimonio culturale della nostra penisola.

2. Tre potentissime forze culturali

A ottenere quel risultato, cioè a ottenere, in quel magico crogiolo di culture che fu il medioevo, la nascita dell’Italia moderna, agirono tre potentissime forze culturali, capaci al tempo stesso di mantenere la propria identità e di non snaturarsi nell’acquisire i più diversi apporti esterni. Ho parlato di forze culturali! Sì, culturali; solo culturali; niente armi, niente potere politico. Queste tre forze furono: la lingua; il diritto; l’immaginario collettivo. Vediamole una per una.

La potenza della lingua latina si basava su un lessico consolidato da oltre un millennio di uso quotidiano e da oltre sette secoli di grande letteratura: un lessico aperto a nuovi innesti che potevano facilmente prendere vita sul tronco una struttura grammaticale e sintattica relativamente semplice e, soprattutto, fortemente ancorata alla logica: ci sarebbero voluti i manuali di grammatica latina dell’Ottocento e, soprattutto, certi testi scolastici del Novecento per rendere illogica e incomprensibile una organizzazione della lingua in sé straordinariamente logica e chiara. Inoltre la lingua latina era fortificata da una – per i tempi – enorme diffusione della scrittura e dalla conseguente vastissima conservazione di testi scritti in quella lingua. La potenza della lingua latina fu tale che nessuno degli “invasori” prese mai in considerazione l’idea di imporre l’uso di una lingua diversa, cioè della propria. Semmai, gli “invasori” contribuirono ad arricchire quel lessico, già ricco, con nuovi termini adatti ai tempi: la parola “guerra”, che sostituì in quel periodo il latino “bellum”, la dice lunga a questo proposito.

Sulla potenza del diritto romano è quasi inutile spendere delle parole: tanto più sarebbe inutile da parte mia, che non sono uno specialista di questa materia. Ma sta di fatto che, dopo essere stato riordinato da Giustiniano e da Teodosio, esso era, semplicemente, “ius”. “Ius” la cui continuità fu garantita dal fatto che i popoli giunti in Italia avevano norme consuetudinarie non scritte1 e che i Longobardi, cioè coloro che si fermarono in maniera definitiva nella penisola, avevano una concezione “personale” e non “territoriale” di quelle norme2. Il diritto romano, quindi, anch’esso con innesti vitali in un corpo già di per sé vitalissimo, continuò a essere non solo conosciuto, ma praticato per secoli, prima di riapparire nell’insegnamento delle Universitates intorno al XIII secolo.

Che cosa ne è di due forze culturali così potenti comne la lingua e il diritto nell’Italia di oggi? Ne vogliamo parlare?
Centinaia di docenti universitari hanno ammesso, in un documento di un anno fa, che la lingua italiana è ignorata per lo più dai giovani italiani che si iscrivono alle varie facoltà, cioè da coloro che hanno concluso il ciclo completo degli studi e che dovrebbero conoscerla meglio degli altri. Numerose indagini internazionali dimostrano da decenni che due terzi circa degli italiani, qualunque sia il loro titolo di studio, non riescono a comprendere, nella loro lingua, un periodo, anche semplice, se esso contiene più di una informazione. Di conseguenza, ammetto con dolore che due terzi degli italiani non sono in grado di comprendere questo mio intervento.
Il diritto, a sua volta, appare ridotto a un coacervo di norme tra le quali neppure il legislatore riesce più a districarsi, tanto da sbagliare in moltissimi casi a redigere il testo di nuove leggi che vanno ad ammassarsi disordinatamente sulle precedenti. Né, per la verità, mi sembra che si possa individuare all’orizzonte un nuovo Giustiniano o un nuovo Teodosio.

La potenza dell’immaginario collettivo, del quale non a caso parlo per ultimo, fu ancora maggiore di quella della lingua e del diritto.

Locandina della prima parte del film di Fritz Lang “Die Nibelungen” (1924)

I popoli che si succedettero via via nelle varie ondate migratorie avevano il loro, di immaginario: non di rado avevano un’epica legata alle loro origini consolidata in poemi trasmessi oralmente. Tuttavia la loro tradizione culturale non cancellò la forte e articolata complessità dell’immaginario collettivo “latino”. Questo immaginario, nel quale  era a suo tempo confluito quello di origine greca, era capillarmente diffuso in tutti gli strati sociali, quindi anche tra gli analfabeti. Ciò era dovuto sia a una straordinaria, millenaria circolazione orale della poesia epica sia alla estesissima – seppure più recente – divulgazione, anch’essa in gran parte orale, attraverso la chiesa, dell’immenso patrimonio biblico. I nuovi popoli, di conseguenza, non poterono fare a meno di acquisire l’immaginario collettivo già presente e di farlo proprio. Omero (in latino), Virgilio, e con essi l’intera mitologia classica, così come la Bibbia non sparirono dall’orizzonte dei saperi dei popoli originari della penisola italiana, ma vi si radicarono sempre più: non perché fossero conosciuti con correttezza filologica, ma proprio perché furono traditi, male interpretati, e tuttavia conservati e diffusi come portatori di immagini: da Ulisse a Enea, l’immagine dell’eroe “astuto” e quella dell’eroe “fondatore”, insieme alle altre mille immagini di quel patrimonio immenso, dalla “forza di Achille” alla “follia d’amore” di Didone, dalla “fierezza nella sconfitta” di Ettore alla “saggezza” dei grandi vecchi come Priamo, Anchise, Evandro, hanno attraversato il medioevo e hanno penetrato le teste dei popoli che in quel periodo avevano “invaso” l’Italia. Così come Abramo e Mosè, l’arcangelo Gabriele e la “sacra famiglia”, la stessa fine del mondo e il giudizio universale, tutte immagini che, più ancora di quelle “classiche” ispirarono in particolare le arti visuali. Non c’era aspetto della vita umana che non trovasse un suo possibile rispecchiamento in quell’immensa raccolta di immagini e nei valori che esse portavano in sé. Un rispecchiamento che poteva essere – e veniva, di fatto – percepito non soltanto da pochi intellettuali, ma da tutti coloro che in una piazza, sul sagrato di una chiesa durante la festa del patrono, dal pulpito durante la messa, in una bettola durante una bevuta, o in altre mille occasioni di vita collettiva avevano sentito una voce che, nelle forme più diverse, aveva presentato loro quei personaggi e quegli eventi, collocati “fuori del tempo”, ma sempre pronti a essere “figura” o “simbolo” di qualcosa che accadeva “nel tempo”, “in quel tempo”.
Fino al Novecento, l’immaginario collettivo legato all’epoca classica, al patrimonio biblico e quello in seguito legato alla Commedia dantesca e, ancora dopo, all’epica ariostesca e tassesca, è stato fondante del nostro modo di pensare, proprio in quanto il primo ha attraversato quei secoli che per un certo periodo qualcuno ha considerato “bui” ed è penetrato ampiamente e profondamente nelle teste dei popoli che, in quei secoli, avevano “invaso” l’Italia. La stessa onomastica italiana ne è stata, fino a circa mezzo secolo fa, un esempio probante: da ragazzo io conoscevo personalmente persone che si chiamavano Ettore o Achille (tra queste il carissimo e, purtroppo, da tanto tempo compianto Achille Tartaro); quello che molti anni più tardi diventò un carissimo amico di famiglia si chiamava Omero e il marito di sua figlia si chiama Paride. Altrettanto si può dire dei nomi Orlando e Angelica. A questa constatazione si deve aggiungere che, dal più raffinato degli intellettuali fino al più rozzo degli analfabeti, tutti i genitori che mettevano quei nomi sapevano bene a che contesto di tradizioni culturali essi facevano riferimento. Si trattava di un comune modo di sentire innervato da un comune modo di sapere.

3. L’immaginario collettivo dissolto e la perdita dell’identità

Ecco perché qui, benché sia perfettamente consapevole di quanto forte sia stato nei secoli l’apporto della lingua e del diritto alla costruzione della nostra identità di italiani, io voglio parlare dell’immaginario collettivo, anzi – lasciatemi fare questo gioco di parole – dell’immaginario connettivo, di quell’immenso patrimonio di immagini che ha tenuto legata insieme la fantasia di tutti coloro che sono vissuti in questa parte del mondo: la fantasia di colti e di incolti, di studiosi e di studenti, di appartenenti a tutti i ceti sociali; e, soprattutto, la fantasia di un popolo diviso fino a un secolo e mezzo fa in decine di stati e staterelli. Ed ecco perché qui io voglio rammaricarmi del fatto che quell’immaginario collettivo e connettivo si è dissolto. Ciò non è accaduto di certo per colpa dei profughi che “invadono” il nostro paese né per altre cause esterne. Ora vi racconto.

Fabrizio Frizzi, attuale conduttore de “L’eredità”

Nel mio racconto comincio con il rivelare che sono un assiduo spettatore di un quiz televisivo, L’Eredità, un quiz nel complesso ben congegnato, soprattutto nell’ultima versione con le sfide lessicali tra concorrenti, e concluso con un piccolo gioco geniale, la Ghigliottina, non a caso suggerito parecchi anni fa, come esercizio mentale, da Umberto Eco3. Ora, in un gioco di quiz, i quiz sono molti e, tra questi molti, per una scelta degli autori che decisamente condivido, ne L’Eredità, alcuni riguardano proprio il nostro immaginario collettivo. Ebbene, le domande su argomenti relativi al nostro immaginario collettivo sono quelle con la percentuale più bassa di risposte esatte, in particolare quando mancano le risposte multiple e i concorrenti la soluzione devono trovarla da soli.
Faccio due esempi non proprio recenti, ma molto significativi. Primo. Alla domanda (senza risposte multiple) su chi costruì il cavallo di Troia, quattro concorrenti sui quattro che erano in gioco in quel momento (il 100% dunque!) non hanno saputo rispondere: tre hanno preferito tacere; uno ha sparato un nome a caso che evidentemente associava in qualche modo a Troia e questo nome era Ettore: un Ettore resuscitato e autolesionista, evidentemente. Quanto è vero che tante volte, come diceva Dante, «tacere è bello». Come piccola postilla a questo primo esempio aggiungo la risposta di una concorrente che ha collocato la composizione dell’Iliade al tempo di Augusto e quella, recentissima, di un’altra concorrente che, alla domanda sull’eroe che fuggì da Troia portando sulle spalle il padre Anchise, ha risposto «Achille». Ma, a proposito di Dante – e senza dimenticare Ulisse –, ecco il secondo esempio. Alla domanda su quale personaggio dantesco avesse affermato «fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza», aiutato da quattro risposte tra le quali c’era (ovviamente) quella giusta, il primo concorrente interpellato ha optato per la risposta «Farinata degli Uberti».
Potrei fare altri mille esempi di risposte sconclusionate di questo genere e, tra questi, molti riguarderebbero la pressoché generale ignoranza dei testi biblici vetero e neotestamentari. Non posso però fare a meno di ricordare l’originalità di un concorrente che, alla domanda su quali segni avesse Gesù Cristo sulle mani dopo la crocifissione, ha risposto, anziché le stigmate, «i calli» (testuale! Infatti ho usato le virgolette). Ma mi fermo qui. Gli esempi che ho fatto e quelli che non ho fatto mi servono semplicemente per affermare (cioè: «dare per certo», come spiega il Vocabolario Treccani) che in un campione “scelto” della popolazione italiana, in un campione derivato da un casting in base al quale immagino che molti vengano esclusi, beh, in quel campione “scelto” di popolazione, viene generalmente ignorato ciò che in un campione di analfabeti della generazione di mio nonno sarebbe stato conosciuto da tutti.
Come ciò è potuto accadere? Come siamo arrivati a questo punto? Da un secolo a questa parte certe letture si sono trasferite dalle piazze, dalle chiese e dalle bettole nelle aule scolastiche e, da oltre mezzo secolo a questa parte, la frequenza delle aule scolastiche è stata resa obbligatoria prima fino a quattordici anni e ora fino a sedici. Poiché quegli argomenti ai quali ho fatto riferimento come esempi di contenuti del nostro immaginario collettivo fanno parte dei programmi scolastici avremmo dovuto avere un effetto opposto: ciò che un tempo era parte di un immaginario esteso sì, ma privo di consapevolezza, di temporalità e di rapporti con il resto della “cultura generale”, sarebbe dovuto diventare la solida base fatta di immagini di un universo conoscitivo riempito di “testi” (nel senso più ampio del termine: “testi” verbali, iconici, etc.) e spiegato dalla scienza (cioè dalla capacità di trovare nella natura e nella rappresentazione di essa propria del pensiero dei rapporti di causa ed effetto). E invece nel corso di questo ultimo secolo quell’immenso patrimonio collettivo si è dissolto. La scuola non ha fatto il suo dovere? Può darsi, anzi, certamente è così. La società degli adulti non ha fatto il suo dovere? Può darsi, anzi, certamente è così. Se dovessi affrontare queste questioni il mio intervento, già troppo lungo, si trasformerebbe in un trattato. Ma io qui non voglio fare analisi, voglio affermare (cioè, ripeto, «dare per certa») una realtà che è sotto gli occhi di tutti: quel patrimonio si è dissolto, è sparito senza lasciare traccia. Noi abbiamo totalmente perso la nostra identità. Non la perderemo tra poco o tra molto tempo, per colpa di “altri”: l’abbiamo già persa, per colpa nostra, adesso.
Quando ero bambino (parlo degli anni Cinquanta del secolo scorso), un tipo che aveva più o meno l’età di mio nonno (generazione all’incirca del 1880), un analfabeta un po’ strambo che frequentava il porto di Favignana, faceva a voce alta sproloqui ai quali nessuno prestava attenzione, ma io sì: parlava non di rado degli eroi omerici (penso dunque che avrebbe risposto senza esitazione alla domanda su chi aveva ideato il cavallo di Troia o a quella sull’eroe che da Troia era fuggito portando sulle spalle il padre Anchise) e molto spesso recitava una dietro l’altra parecchie ottave dell’Orlando furioso, naturalmente nella versione in dialetto siciliano propria dell’Opera dei pupi. In quelle occasioni, mio padre, dopo che anche lui, trattenuto da me, si era fermato a sentire quel vecchio, in primo luogo concludeva, sempre nella versione dei pupari siciliani, un episodio che quel tipo strambo aveva magari lasciato a metà e, in secondo luogo, se ricordava le ottave originali dell’Ariosto (il che accadeva piuttosto spesso), me le recitava lì per lì; infine, se non le ricordava, quando tornavamo a casa, me le leggeva da una vecchia edizione del Furioso presente nella biblioteca di mio nonno insieme con i grandi classici e con I reali di Francia di Andrea da Barberino. Mio nonno era un sottufficiale di marina, non so che titolo di studio avesse, tuttavia non era né un laureato né un intellettuale; ma anche lui conosceva perfettamente le vicende tanto degli eroi omerici quanto dei paladini di Francia. Insomma, negli anni Cinquanta del secolo scorso, un analfabeta mezzo pazzo di circa settant’anni, mio nonno (con i limiti culturali che ho già detto) e mio padre (laureato in lettere e divoratore di libri) partecipavano dello stesso patrimonio di sapere collettivo: loro tre, come altri milioni di italiani, avevano un sapere in comune, avevano un patrimonio immenso di immagini in comune. In ciò consisteva la potenza di quell’immaginario collettivo. Per questo io l’ho chiamato immaginario “connettivo”.
Noi abbiamo fatto sì che quell’immaginario collettivo e connettivo sparisse. Ne siamo pienamente responsabili: non chiedetemi come abbiamo fatto. Certo nessun rifugiato, nessuna massa di rifugiati ci ha mai spinti a compiere una mostruosità del genere. L’abbiamo fatta noi questa mostruosità. Ed è per questo che ora affermo, di nuovo: come “italiani” non abbiamo più nessuna identità. Sarebbe bene non dare la colpa ad “altri”. E magari provvedere.


Attenzione! Basta un niente

Qualche mese fa avevo preparato un articolo di commento a proposito di quella domenica 22 ottobre durante la quale, nel corso di una partita, alcuni tifosi della Lazio avevano imbrattato la curva sud dello stadio Olimpico con immagini di Anna Frank usate come ingiuria nei confronti della tifoseria opposta. Poi la mia preferenza per la riflessione e gli indugi (che dichiaro qui a fianco, quasi come motto) mi ha fatto ritardare un po’ e infine i guai tecnologici che hanno afflitto questo blog (ai quali accenno qui brevemente) hanno indefinitamente rinviato la pubblicazione di quel commento.
Oggi è il momento giusto per riprenderlo e per parlare seriamente del problema.
Oggi è il momento giusto, dopo quella che è stata definita una gaffe del candidato leghista (il cui nome «tacere è bello») alla presidenza della più popolosa delle regioni italiane, la Lombardia: un sesto circa di tutti gli italiani.
Oggi è il momento giusto, perché quella gaffe, come tutti oramai sapete, è consistita in questa affermazione: «Non possiamo accettare tutti gli immigrati che arrivano: dobbiamo decidere se la nostra etnia, la nostra razza bianca, la nostra società devono continuare a esistere o devono essere cancellate».
Oggi è il momento giusto, dopo che, nei tre mesi circa trascorsi da quel 22 ottobre sono accaduti altri piccoli e grandi avvenimenti che avrebbero dovuto indurre tutti noi  a una riflessione seria su quel tema!
In questo non breve periodo, infatti, le notizie riguardanti quella specifica e ormai lontana manifestazione di odio razziale sono state superate da quelle relative ad altri risorgenti comportamenti e assalti di tipo fascistoide se non addirittura filonazisti. Il candidato leghista alla presidenza della Lombardia non ha avuto dunque neppure la dote dell’originalità.
Le notizie delle quali parlo sono state nel loro insieme, decisamente inquietanti e tuttavia hanno ricevuto per lo più condanne ovvie, quando non ipocrite, e sono state accompagnate da commenti spesso tanto dotti quanto lontani dalla sensibilità dei più.
Lascio perdere come sono state comunicate le notizie: ma non posso dimenticare che qualche giornalista ha pronunciato in tv “Frank” all’inglese: cioè “Frenk”. E lascio perdere come sono state (o non sono state) espresse le condanne. Mi limito ai commenti.

Hannah Arendt

In essi mi sembra che sia mancato il riferimento a uno strumento di analisi ormai consolidato come quello che ci ha offerto più di mezzo secolo fa Hannah Arendt: il concetto di “banalità del male” che la filosofa statunitense di origine tedesca ha elaborato in occasione del suo lavoro di inviata per il “New Yorker” al processo Eichmann (1961)1.
Riparto dal principio.
A proposito di coloro che hanno usato in modo ingiurioso l’immagine di Anna Frank si sono sprecati aggettivi del tipo “disumani”, “bestiali” e simili. Lo stesso Capo dello Stato, in una dichiarazione (che si può leggere qui e che, per il resto, è del tutto condivisibile), afferma che utilizzare l’immagine di Anna Frank «come segno di insulto e di minaccia, oltre che disumano, è allarmante per il nostro Paese [il corsivo è, ovviamente, mio]». «Allarmante», certo. Ma «disumano» perché?
Sono “disumani”, sono “bestiali” coloro che esprimono odio razziale? Vediamo.
Nella sua analisi della personalità di Eichmann, Hannah Arendt mette in evidenza quanto egli fosse in tutto e per tutto “umano”. Era uno come tanti. Era uno come noi.
Era uno scolaro che il padre aveva ritirato da scuola perché non era «molto volenteroso»: quanti alunni “molto volenterosi” conoscete? Pochi. Beh, Eichmann era uno di quegli altri; tanti altri.
Era un commesso viaggiatore (per una azienda petrolifera gestita da un ebreo al quale era stato raccomandato da un altro ebreo) che aveva perso interesse per il lavoro: quante persone conoscete che non perdono mai interesse per il proprio lavoro? Poche. Beh, Eichmann apparteneva a quell’altro tipo di persone, la maggioranza.
Era uno che si era iscritto al partito nazionalsocialista senza nemmeno averne conosciuto bene il programma2: quante persone conoscete che hanno letto riga per riga il programma del partito al quale sono iscritte o per il quale votano? Poche. Beh, Eichmann faceva come fanno molti altri, i più.
Era uno che aveva doti di organizzatore e di negoziatore, che si sentiva al sicuro nella burocrazia e che forse era anche un po’ moralista dato che dopo due giorni aveva restituito il romanzo Lolita al poliziotto israeliano che glielo aveva dato durante il processo3: quanti cittadini perfettamente innocui conoscete che tengono in ordine il taccuino con gli ordini e le vendite, amano la burocrazia e considerano immorale Lolita? Molti, certamente molti.

Adolf Eichmann durante il processo a Gerusalemme.
Foto Ansa

Ecco, di questo strumento per l’analisi del comportamento, non di un tifoso razzista o di un leghista penoso che si lascia scappare in pubblico quello che pensa veramente in privato, ma dell’organizzatore della “Soluzione finale”, nei commenti dei mesi scorsi (anche in quelli sul fatto più recente) non si è trovata traccia.
Ciò è accaduto per un motivo ben comprensibile.
Dire: “Sono bestie”, dire: “Non sono uomini”, ci mette l’anima in pace, ci rassicura. Quante “bestie”, quanti “non uomini” possono esserci accanto a noi?
E invece no, c’è poco da avere l’anima in pace, c’è poco da star sicuri. Non sono “bestie”: sono uomini. E l’analisi di Hannah Arendt ci fa capire che basta un “niente” per trasformarli, non in nostalgici da operetta, ma in carnefici da tragedia: anzi in carnefici di una tragica storia ancora possibile.
Basta un niente. Basta l’evocazione della “razza”: un tipo di classificazione che la scienza ha dichiarato non esistere per gli esseri umani, ma che suscita subito senso di appartenenza e, magari, un po’ di voglia di ammazzare il vicino di casa se per caso appartiene a un’altra “razza”.
Basta un niente. Basta l’evocazione, spacciata per libertà, di una pratica eugenetica come quella proposta dai no-vax (così vezzeggiati dalla variegata destra italiana): una pratica che non a caso è anch’essa antiscientifica e porta magari anch’essa ad ammazzare il bambino del vicino di casa (o il bambino vicino di banco) se non è abbastanza “forte” e ha un problema di salute per quale non può essere vaccinato. La selezione della “razza”, appunto.
Ora, l’aver trascurato questo strumento di analisi ci ha fatto perdere di vista proprio il fatto che in Italia quel “niente” aleggia da tempo. In Europa quel “niente” aleggia da tempo (e ha agito a pochi passi dai nostri confini, nell’ex-Jugoslavia, ancora pochi anni fa). Nel mondo quel “niente” aleggia da tempo. E a tante brave persone (non “bestie”: persone) sparse per l’Italia, per l’Europa e per il mondo basterà quel “niente” per trasformarsi con la massima tranquillità in carnefici dei loro simili. Sono convinto che la società civile possa fermare quel “niente” in ciascuno dei paesi dove esso aleggia, a patto che sia consapevole, nella sua parte più sana, dei rischi che corre. Ma intanto pongo a me stesso e a tutti una domanda: se accadesse oggi quello che è accaduto nel settembre del 1939, e cioè se una guerra fosse scatenata da un Paese nel quale hanno preso il potere tante persone (non “bestie”: persone) che quel “niente” ha trasformato in carnefici, si creerebbe una alleanza mondiale contro quel paese? Spero, naturalmente, che questa resti una domanda del tutto astratta, nell’ambito di un ragionamento per assurdo. Spero.

P.S.
In questo periodo è stata riportata dalla stampa italiana ed europea, ma in Italia con una risonanza decisamente minore rispetto ai fatti dei quali ho parlato fin qui, la notizia del restauro da parte dello storico russo Pavel Polian degli appunti di Marcel Nadjari (ora sul sito dell’Institut für Zeitgeschichte di München-Berlin), un ebreo greco che faceva parte di uno dei Sonderkommandos 4di Auschwitz.
Ma quella relativa al restauro degli appunti di uno dei pochissimi sopravvissuti dei Sonderkommandos è una notizia di importanza storica eccezionale che meriterebbe una diffusione ben più ampia nelle discussioni pubbliche e nelle scuole, perché soltanto cinque di quei sopravvissuti (compreso Marcel Nadjari) sono riusciti a superare l’orrore e la vergogna per ciò che erano stati costretti a fare e a scrivere alcuni scarni appunti. Una notizia la cui importanza è accresciuta dal fatto che Pavel Polian è in procinto di pubblicare una nuova edizione del suo libro5 nel quale descrive le testimonianze e i dati relativi ai Sonderkommandos.
Inutile aggiungere che la diffusione di queste testimonianze autentiche servirebbe anche a scoraggiare i non pochi negazionisti nostrani.

Ancora P.S.
Non ho parlato del problema sotteso alla frase razzista del candidato governatore leghista della Lombardia: quello della salvaguardia della cultura italiana (già, “cultura”, una parola probabilmente sconosciuta a chi si occupa di distinguere le “razze”) di fronte all’afflusso di tanti migranti. Lo farò presto: con i miei soliti indugi, ma presto, ve lo prometto.


Dati digitali: mamma mia che paura!
… di perderli

I lettori di questo blog sanno per esperienza che i miei interventi si succedono in modi e tempi lenti e irregolari. E tuttavia avranno notato che, prima del breve augurio del 24 dicembre scorso, era davvero parecchio che non pubblicavo assolutamente niente. Il fatto è che, in quel periodo, alla mia programmatica intempestività si era aggiunto un guaio inaspettato dovuto al passaggio del sito che ospita questo blog dal protocollo http al più sicuro https: più sicuro (per me che pubblico e per voi che leggete), ma non così facile da attivare.
Il guaio era inaspettato? Direi di no, poiché non può essere inaspettato un guaio che riguarda l’instabilità dei dati nel mondo digitale. Ne ho parlato come di «un serpentello che potrebbe mordere» in una mia poesia del 2010 pubblicata nella raccolta Viaggio all’osteria della terra. Eccola. Non temete, poi parlerò diffusamente del problema della instabilità dei dati digitali e di altri a esso connessi. Seguite, per favore, la mia lentezza.

Michele Tortorici
Chiavi uessebì, da Viaggio all’osteria della terra, (Manni, 2012)


Della possibile fallacia della chiave uessebì che porto in tasca, archivio
digitale – per quello
che si può archiviare – della vita, ho già detto1. Pochi scherzi,
il rischio di cancellazione aspetta, non ha premura e ha un sorriso
intriso di veleno. È un serpentello che potrebbe mordere. E difatti
ha già morso, per quanto riguarda me. Ormai
vecchie ferite.
          Ogni promessa
di lunga durata, come è scritto
nei manuali di queste benedette
chiavettine, ha sempre un’eccezione d’altro canto: una temperatura
da non raggiungere o da non superare, un luogo specialmente
da non frequentare; un’etichetta
di comportamento rigida, inadatta
a chi, come me, dei manuali
di istruzione fa a meno e predilige
– anche per i backup – l’imperfezione, una virtù
così vicina alla dimenticanza.

Di chiavi uessebì ne ho per giunta quattro. C’è quando mi capitano
cancellazioni non volute e quando
invece scopro vecchi file che erano
rimasti rinserrati
in un loro – a lungo non trovato – nascondiglio: stessi
imprevisti, verrebbe da dire, stessi inconvenienti
di quando si eclissavano le carte
dai miei sempre un poco stralunati cassetti – oppure ne saltavano
fuori inaspettatamente.
                Ma la possibile fallacia
delle chiavi uessebì non ha rimedio, non ti permette
di tornare indietro. Non ci sono né carte né cassetti: se succede
un pasticcio, non si accomoda. La forma che ha preso,
in quell’archivio che hai fatto,
il tuo pensiero può
non lasciare traccia.

Pensa a quando
passa un’onda e passano poi tutte le onde del corteggio
che suscita, lungo il suo cammino, il vento. Pensa ora
alla schiuma che fanno e alla sua forma: appena
non la vedi più, di questa forma
non hai nemmeno più memoria né potresti
recuperarla in nessun modo.

Nella chiave uessebì, nella possibilità che ti tradisca,
c’è – a pensarci bene – la nostra stessa umana
inaccomodabile transitorietà, la nostra stessa umana
propensione a essere simili a quella schiuma, ad apparire
cioè dal nulla e poi a farvi
indefettibilmente ritorno.

Per questo una chiave uessebì che ti ritrovi, per la sua fallacia,
rotta o illeggibile potresti,
se ti va, tenerla ancora in tasca per ricordo
− o per ammonimento, a seconda dei casi − come un tempo
si faceva con le foto
dei morti di famiglia sul comò.


Ora torno, come promesso, allo specifico problema della instabilità dei dati digitali e comincio dal principio.
Durante il processo di attivazione del protocollo https, ho incautamente modificato una riga di codice del file di login alla pagina di amministrazione e, in seguito, non ho avuto l’assistenza che mi aspettavo dallo staff del server che ospitava il mio sito: a posteriori, comprendo il fatto che quello staff non può star dietro a tutti i perditempo inesperti in vena di trasformarsi in programmatori. Comunque sia, il mio errore, irrimediabile senza un aiuto esterno, ha messo in moto un meccanismo infernale che replicava indefinitamente un comando di “redirect”: il sito e, soprattutto, la pagina di amministrazione erano irraggiungibili. La conseguenza è stata che ho dovuto procedere a un reset completo del sito per poi ripristinarlo grazie a un recente backup. Un colpo di fortuna: nei backup, come avete appena letto, sono molto impreciso nei tempi e nei modi.

Questo inconveniente, dal quale a me sono derivate conseguenze decisamente modeste (e ai miei lettori un periodo – del quale non si saranno neppure accorti – di tregua dalle mie divagazioni letterarie e no), mi ha fatto tuttavia ripensare a un problema di fronte al quale mi sono rivelato disarmato nella pratica, ma che invece, dal punto di vista teorico, affronto sempre nei corsi di formazione che tengo nelle scuole sulla lettura del testo poetico. Il problema è quello della natura e della durata dei testi digitali. Esso ha molti aspetti. Trascuro quello relativo ai cosiddetti bugs (letteralmente: ‘insetti’) che possono anche essere tenuti nascosti con metodi decisamente “mafiosi” dai padroni planetari dell’hardware e del software (come è successo proprio in questi giorni) e che possono favorire l’accesso degli hacker ai nostri dati, in genere non per fare buone azioni.

Una pagina del Codice Vaticano Latino 3196

L’aspetto che voglio osservare per primo è del tutto diverso e riguarda direttamente, per quanto possa sembrare strano, il testo poetico, o meglio, la sua storia. Fino a qualche decennio fa, di moltissimi testi poetici, anche antichi, avevamo la possibilità di “vedere” (leggere su un supporto fisico) le varianti di composizione. Del Canzoniere di Francesco Petrarca, per esempio, possiamo seguire la nascita passo passo. Il codice Vat. Lat. 31962 ci fa entrare nell’officina scrittoria del poeta e ci dà la possibilità di impicciarci di quello che faceva il Petrarca mentre scriveva – o faceva scrivere dal suo fido Giovanni – le varie stesure delle sue poesie: poesie delle quali sette secoli dopo, nelle edizioni che compriamo in libreria, vediamo soltanto l’esito finale. Le venti carte di questo codice contengono non solo testi poetici scritti dalla mano del Petrarca (e in parte poi confluiti nei Rerum vulgarium fragmenta e nei Triumphi), ma anche annotazioni sull’ora della scrittura, correzioni, appunti su semplici intenzioni, magari poi venute meno, idee di correzioni da operare successivamente e altro ancora3 Questo è il modo in cui il testo poetico è stato scritto per secoli. Un modo complesso nel quale la scrittura era continua testimonianza di ripensamenti e di modifiche. Proprio dalla documentazione di questo complesso procedere della scrittura poetica è nata negli scorsi decenni la cosiddetta “filologia delle varianti” e poi la “critica delle varianti”, un tipo di studi dei quali è stato maestro indiscusso Gianfranco Contini. Ebbene, questo metodo di approccio al testo si è potuto esercitare fino a quando gli studiosi hanno avuto per le mani i manoscritti dei poeti, fino a quelli di Leopardi, di Pascoli e, più vicino a noi (qui comprendo anche i dattiloscritti), di Montale e di tanti altri.
Ma i testi scritti attraverso strumenti digitali come un word processor e un computer, per il fatto stesso di permettere infinite correzioni e di non testimoniare nessuna di esse, escludono possibilità future di critica delle varianti, a meno che queste stesse varianti non vengano introdotte tra la stesura dell’originale e la stampa di un’edizione (in questo caso si noterà la differenza tra il testo stampato e il file consegnato all’editore, ammesso che questo file venga mai nelle mani di un critico) oppure tra una edizione e un’altra. Insomma le varianti che saranno verificabili non avranno più nulla a che vedere con la composizione del testo in senso stretto.

Il “cloud”: che cos’è?

Un altro aspetto del problema riguarda più in generale la durata di tutti i testi scritti e conservati su supporti digitali: siano essi hard disk, chiavette usb, oppure, come capita sempre più spesso, server collocati chissà dove (a proposito: il server che ospitava questo sito e quello che lo ospita attualmente dove si trovano? non lo saprò mai; tuttavia sono certo che nessuno dei due sia tanto vicino) in quella che normalmente viene chiamata cloud, la ‘nuvola’. Ebbene, di questo tipo di testi non sappiamo ancora per quanto tempo saranno accessibili: per fare solo un esempio, chi erediterà le password con le quali gli autori accedono al loro cloud? e chi fornirà quelle password agli eredi?

A questo altro aspetto del problema bisogna aggiungere che non sappiamo neanche se questi testi potranno essere ancora letti nel caso fortunato in cui fossero accessibili. Sappiamo tutti che un file scritto con un word processor degli anni Ottanta non viene più letto dai nuovi word processor e neppure, anche se può sembrare incredibile, dalla nuove versioni dello stesso software con il quale è stato scritto. Non è passato neppure mezzo secolo da quando abbiamo cominciato a scrivere con i word processor e ci troviamo di fronte a “testi” che si rivelano – letteralmente – “indecifrabili”, cioè non in grado di farci decodificare le “cifre” che compongono il linguaggio digitale di cui sono composti (“digit” significa appunto ‘cifra’). Testi scritti mezzo secolo fa sono oggi indecifrabili come capita solo per alcuni di quelli scritti magari cinquemila anni fa: solo per alcuni, dato che la maggior parte dei testi scritti cinquemila anni fa riusciamo invece a decifrarli.

È utile precisare che anche la durata in sé del supporto non è poi così sicura. Rispetto alle tavolette di argilla o persino rispetto al delicato papiro, quanto dureranno supporti come gli hard disk o come i cosiddetti dischi a stato solido? Per quanto riguarda questi ultimi (considerati di solito più affidabili degli altri e meno soggetti a rotture accidentali), un noto produttore coreano dichiara per una sua “unità ssd” un milione e cinquecentomila ore. Sembrano un’enormità, ma si riducono a poco più di 171 anni: un tempo ridicolo rispetto ai settecento anni dei manoscritti petrarcheschi, agli oltre duemila dei papiri di età ellenistica, ai circa quattromila dei Testi delle piramidi egizi o ai cinquemila delle tavolette sumeriche.
Un altro aspetto ancora del problema (che affronto per ultimo, ma che non è certo l’ultimo in ordine di importanza) consiste nella assoluta irrecuperabilità dei testi eventualmente perduti a causa di un danno al supporto digitale sul quale sono conservati. Persino dei papiri di Ercolano carbonizzati dall’eruzione del Vesuvio si pensa di poter recuperare i testi, ma di una banale chiave usb che scivoli inavvertitamente nel lavandino non si recupera più niente. Niente! Una cancellazione assoluta che, per un tipo distratto come me, è sempre fonte di timore. Come ho già accennato, faccio sì i backup, ma in maniera non regolare. E, inoltre, se i miei backup nel cloud fossero coinvolti in un incidente più serio di quello dovuto alla mia incapacità di programmatore? E i backup di testi ben più importanti dei miei, per esempio quelli di tanta letteratura contemporanea, dove si trovano? Anch’essi nel cloud, quindi, chissà dove: comunque su supporti la cui durata viene garantita per un tempo ridicolo rispetto a quella di qualsiasi supporto fisico.

Mamma mia che paura! Ma no: nessuna paura, naturalmente. Però una piccola riflessione sui supporti che oggi dovrebbero garantire la memoria dell’umanità, questa sì, vale la pena di farla.


 

«Traccie» d’intemperanza

«Se lascio tracce […]» comincia con queste parole una poesia, Non ho fatto niente, che ho scritto qualche anno fa e che ho pubblicato nella mia più recente raccolta, Il cuore in tasca. Voglio precisarlo perché il seguito di questo mio intervento non sembri una forzatura dovuta a qualche mio trascorso peccato.
Questo mio intervento, con il solito ritardo rispetto alla strombazzatura mediatica, non vuole essere una difesa del banale errore di ortografia (“traccie”, anziché “tracce”) occorso qualche giorno fa a un dipendente della società informatica che gestisce il sito del Ministero dell’Istruzione. Si propone, invece, di deplorare l’intemperanza con la quale quell’errore è stato segnalato dal “popolo del web”: un popolo che, in questo caso, è stato tanto più intemperante del solito quanto più si è sentito soddisfatto di avere segnalato un errore occorso proprio a quel Ministero che avrebbe il compito (secondo una vulgata erronea, ma diffusa) di correggere gli errori degli altri, soprattutto in tempi d’esame, come questi. “Guarda un po’ dove risiede la vera ignoranza ortografica del nostro Paese: risiede proprio in quella Amministrazione della scuola dalla quale dovrebbe scaturire la sapienza!”. Questa, naturalmente con espressioni molto meno eleganti, la sostanza delle accuse al Miur. E il Miur, sentendosi colpito e ritenendosi affondato, si è prontamente scusato con il seguente comunicato ufficiale: «Abbiamo visto il refuso sul sito degli Esami di Stato e siamo subito intervenuti per farlo correggere. Si tratta di un errore di battitura, di un errore materiale che, naturalmente, non doveva esserci, tanto più su una pagina che riguarda gli Esami».

Il fatto è che la soddisfazione del “popolo del web” nell’avere colto in fallo il Miur deriva essa stessa, probabilmente, da un modesto livello di conoscenza della lingua italiana e non da un rigoroso e consapevole ossequio alle sue regole ortografiche e grammaticali. Già, una maggiore consapevolezza avrebbe infatti indotto molti dei soddisfatti censori a porsi qualche domanda in più sulla regola che essi, in spregio al sito istituzionale che l’aveva violata, hanno ritenuto eterna, assoluta e inderogabile.
Intanto bisogna dire che la regola per la quale “traccie” è una forma errata è stata “inventata” non molto tempo fa per porre rimedio a un problema mai risolto dell’alfabeto italiano, quello della doppia pronuncia delle consonanti “c” e “g”.
Queste consonanti possono avere in italiano una pronuncia palatale, cioè effettuata con la lingua appoggiata sulla parte anteriore del palato (e quindi con un esito dolce, come in “cesto” e in “cirro”), oppure possono avere una pronuncia velare, cioè effettuata con la lingua ritratta verso la parte posteriore del palato, o “velo” (e, quindi, inevitabilmente con un esito duro come in “cane” e in “gatto”, “cosa” e “gola”, “cumulo” e “gusto”). Fino a qui è tutto semplice. Davanti alle vocali -e ed -i le consonanti “c” e “g” assumono suono palatale. Davanti alle vocali -a, -o ed -u assumono suono velare.

Tuttavia, ecco il problema, in italiano esistono parole nelle quali la pronuncia di “c” e “g” è velare anche davanti alle vocali -e ed -i: a questo si rimedia con la -h, come in “chela” o in “chilo”. Ed esistono parole nelle quali la pronuncia di “c” e “g” è palatale anche davanti ad – a, -o ed -u: in queste parole, per far capire a chi legge che il suono di quelle due consonanti è palatale e non velare, si inserisce una -i, come in “ciancia”, in “cioccolato” o in “ciurma”. Negli esempi che ho fatto la -h e la -i hanno una pura funzione diacritica, servono cioè perché chi legge un testo scritto possa distinguere il suono velare della “c” e della “g” da quello palatale delle stesse consonanti. Inutile dire che tutto sarebbe più chiaro se avessimo segni alfabetici diversi per indicare suoni diversi: per esempio, se avessimo “k” per indicare la consonante velare sorda e “c” per indicare la corrispondente palatale.

Poiché la storia della nostra lingua ha voluto altrimenti, ci sono in italiano molte parole che, al singolare, terminano in -cia e -gia. Non parlo delle parole nelle quali la -i non è un segno diacritico, ma una vocale con una sua precisa funzione fonica: per esempio quelle nelle quali la -i è accentata e dunque, se c’è al singolare, ha tutto il diritto di restare al plurale, come in “farmacia” o in “allergia”. Parlo, naturalmente, delle parole nelle quali la -i ha, come ho chiarito prima, una pura funzione diacritica, come in “pancia” e in “ciliegia”, e non velare come in “panca” e in “sega”. Dunque, al plurale, quella -i non serve più a niente. Si tratta, infatti, di parole femminili che al plurale terminano in -e: e davanti a -e il suono di “c” e “g” è di per sé, comunque, palatale.

Poiché la storia della nostra lingua ha voluto altrimenti e non abbiamo segni alfabetici diversi per suoni diversi, sarebbe bastato abolire la -i che non serve più a niente nei plurali di tutti questi nomi femminili: sarebbe stato facile avere una regola secondo la quale i plurali di “pancia” e di “ciliegia” fossero “pance” e “ciliege”. Sarebbe stato altrettanto facile avere, all’opposto, una regola secondo la quale, per mantenere – diciamo così – una sorta di continuità visiva tra singolare e plurale, la -i del singolare fosse rimasta, per quanto inutile, anche al plurale e avremmo avuto “pancie” e “ciliegie”. Sarebbe stato facile, facilissimo, ma non è stato così. Come è stato?

È stato che per molto tempo nessuno si è interessato alla questione, se non pochissimi e, per fortuna, inascoltati linguisti. Ognuno (ogni persona colta, ogni intellettuale, ogni autore di opere letterarie) scriveva come gli pareva. Un lungo periodo durante il quale la libertà aleggiava sull’uso della -i diacritica nel plurale dei nomi femminili in -cia e -gia. In questo spirito di libertà, mi sembra che prevalessero, comunque, coloro che mantenevano la -i in nome di quella che ho chiamato “continuità visiva” tra singolare e plurale rispetto a quelli che la toglievano in nome della sua inutilità come segno diacritico. Ma la mia è una impressione di lettore di testi antichi e non ha basi statistiche. Proprio per quanto riguarda il plurale di “traccia”, abbiamo due esempi che definirei probanti.
Nel 1881 il coltissimo sacerdote Giuseppe Iacopo Ferrazzi, titolare per quasi tutta la sua vita della cattedra di “umanità1, geografia e storia” nel regio ginnasio di Bassano (il glorioso Liceo “Brocchi”, fondato nel 1819 e ancor oggi punto di riferimento culturale della città), in una delle sue opere di erudizione, la Bibliografia ariostesca stampata nella stessa Bassano dalla Tipografia Sante Pozzato, scriveva: «Su ‘l finire del 15052, o su ‘l cominciare del 1506, Ludovico applicò l’animo a comporre il suo Orlando, sulle traccie di quello lasciato imperfetto dal Boiardo» (p. 61). Nessun dubbio, il professore di ginnasio voleva deliberatamente scrivere «traccie», senza rimorsi e senza scandalo.
Voleva scrivere «traccie» anche se nel Dizionario Tommaseo-Bellini, che usciva proprio in quegli anni, alla voce “traccia”3, in tutti gli esempi al plurale troviamo sempre la forma “tracce”. Ma la troviamo senza il richiamo a nessuna regola, tanto è vero che nel caso molto simile della voce “caccia” negli esempi al plurale troviamo invece la forma “caccie”.
Quasi trent’anni dopo il Ferrazzi e dopo il Tommaseo-Bellini, Giuseppe Prezzolini, uno degli intellettuali più colti che ha attraversato la storia del XX secolo, nell’opera che segnò il suo momentaneo avvicinamento al crocianesimo, Benedetto Croce, con bibliografia, ritratto e autografo, edita nel 1909 niente meno che dall’editore Riccardo Ricciardi di Napoli, scrisse a sua volta: «Corretta, o meglio, rafforzata così la teoria della pura intuizione, non manca che di vederne traccie più profonde nella critica letteraria del Croce» (p. 64). Anch’egli senza rimorsi e senza scandalo.

E che dire, infine – lasciando ora da parte il plurale di “traccia” – dei filologi contemporanei che, nello stabilire il testo della Commedia dantesca con i criteri dettati dalla odierna ortografia, trascrivono ancora così i versi 106-108 del settimo canto dell’Inferno?


In la palude va c’ ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’è disceso
al piè de le maligne piagge grige.


I vv. 106-108 del VII canto dell’Inferno secondo il manoscritto Riccardiano 1010, del XIV secolo, Firenze, Biblioteca Riccardiana.

Già, che dire del fatto che i più autorevoli tra gli antichi manoscritti della Commedia oscillano, per l’ultimo verso di questa terzina, senza rimorsi e senza scandalo, tra «piaggie» e «piagge», «grigie» e «grige» e che i filologi contemporanei hanno scelto sì “piagge” rispetto a “piaggie”, ma hanno lasciato “grige” invece di correggere in “grigie”? Si può ipotizzare che la forma “grige” sia stata suggerita ai filologi che hanno curato le recenti edizioni della Commedia dalla rima con “Stige” (però la rima, che è un fenomeno fonico e non grafico, ci sarebbe stata lo stesso). Ma, soprattutto, si può apprezzare il fatto che “il popolo del web”, nel XIV secolo come nel XIX e agli inizi del XX non fosse ancora pronto a esercitare le sue sfrenate censure e che lo stesso “popolo del web” non abbia una spiccata predilezione per una lettura filologicamente attenta della Commedia dantesca.

Ma veniamo a noi. La regola che riguarda i plurali dei nomi femminili in -cia e -gia è stata suggerita esattamente quarant’anni dopo lo scritto di Prezzolini che ho citato qui sopra. A farlo è stato il grande linguista Bruno Migliorini. Come ricorda l’Accademia della Crusca nella pagina dedicata (con molta misura) a questo problema, il Migliorini, in un articolo del 1949 sulla rivista “Lingua nostra”, pensò a semplificare un altro criterio proposto – e generalmente accettato – in precedenza per la soluzione del problema, quello cosiddetto etimologico: in base a questo precedente criterio, per decidere se mantenere o no la -i diacritica al plurale bisognava rifarsi alla origine etimologica della parola: sicché chi scriveva, per non sbagliare, doveva necessariamente conoscere il latino oppure doveva imparare a memoria i plurali di quelle parole uno per uno. La regola proposta dal Migliorini era – ed è – molto semplice, anche se, bisogna aggiungere, puramente pratica, senza nessuna ragione storica o etimologica e, forse, formulata e suggerita senza prevedere che diventasse eterna, assoluta e inderogabile. Eccola: il plurale dei nomi femminili in -cia o -gia si scrive -cie o -gie, se la consonante “c” o “g” è preceduta da vocale, si scrive -ce o -ge, se “c” o “g” è preceduta da consonante.

Da quasi settant’anni, si tende a seguire questa indicazione, proprio perché è semplicissima da applicare. “Si tende a seguire”, ho scritto, e a ragion veduta.
In primo luogo perché non tutti la seguono. L’Accademia della Crusca è stata interpellata sullo spinoso problema di questi plurali nel 2008 a proposito dell’uscita del bellissimo libro di Oriana Fallaci Un cappello pieno di ciliege. Come mai “ciliege” e non “ciliegie”? L’Accademia non ha espresso nessuna censura per la scrittrice: piuttosto ha cercato di spiegare che il cappello in questione era quello di una antenata dell’autrice vissuta nella seconda metà del XVIII secolo, quando la regola era che si dovesse scrivere “ciliege”4. Spiegazione convincente a metà, dato che il libro è scritto, anche per il periodo di quella antenata, in perfetto italiano contemporaneo e senza nessuna indulgenza per le citazioni.
In secondo luogo non bisogna mai dimenticare che anche i più severi assertori delle regole vivono nella storia. Oggi affermano una regola che ieri non era valida. Oggi correggono un errore che ieri non era errore. E domani?

Se è dunque vero che – con le regole suggerite dal Migliorini quasi settant’anni fa e oggi prevalentemente seguite – il plurale corretto di traccia è indubitabilmente “tracce”, chi si lascia sfuggire “traccie”, se si tiene conto della storia linguistica del nostro Paese, non commette un errore particolarmente grave. E chi si scatena a correggere quell’errore con l’aria del censore che opera in nome di una verità assoluta farebbe meglio a studiare quella storia linguistica che, come tutte le storie, è racconto di ciò che diviene e che, nel suo divenire, propone più multiformità che uniformità, più dubbi che certezze.
Se fossi il capufficio di quel dipendente che ha scritto “traccie” sulla pagina degli Esami di Stato del sito del Miur, gli darei una pacca sulla spalla e gli farei leggere questo mio post: in ogni caso, niente licenziamenti, per carità!

 


Oggi è facile dire Totò
Nel cinquantesimo anniversario della morte del grande attore

Ho appreso con piacere nei giorni scorsi da tutti i mezzi di comunicazione possibili che il ricordo di Totò è riuscito a impegnare, nella ricorrenza dei cinquanta anni dalla sua morte, una quantità indefinita di intellettuali (fino all’intero corpo accademico dell’Università “Federico II” di Napoli), politici (fino al capo dello Stato), uomini dello spettacolo (fino a Pippo Baudo) e non so più quante altre categorie di cittadini importanti (fino ai più importanti). Ai quali cittadini bisogna aggiungere, ovviamente, quelli senza categoria e senza importanza. L’ho appreso con piacere, anche se ho percepito nelle manifestazioni di #Totò50 (come, in funzione dell’hashtag di twitter, è stata malamente ribattezzata questa ricorrenza) qualcosa di un po’ finto, oltre che di enormemente in ritardo: tanti debitori inadempienti ben lieti di pagare anche esosi interessi di mora pur di liberarsi del loro debito (magari, in questo caso, di coscienza).

Chi ha la mia età, insomma chi cinquant’anni fa era un ventenne, dovrebbe ricordare che allora le cose erano un po’ diverse. Giovane studente universitario impegnato in politica, uscito senza danni dall’occupazione legalitaria (letteralmente: finalizzata a ristabilire la legalità) della Facoltà di Lettere seguente all’assassinio di Paolo Rossi (che ventenne non riuscì mai a diventarlo), quando dicevo a qualcuno dei colleghi d’università o dei compagni di militanza politica che andavo a vedere un film di Totò subivo sguardi degni di un mentecatto o, peggio, di un depravato: «Ma guarda questo che cose degradanti va a vedere!» pensavano. E spesso me lo dicevano apertamente.
Tutti sapevano che Totò “faceva ridere”, ma nessuno poteva ammettere quel tipo di risate nel mondo colto (o sedicente tale) e nella buona società (o sedicente tale). Si poteva accettare che Totò facesse il buffone in qualche show alla tv, ma per il resto era considerato opportuno, più ancora che elegante, tenersene lontani. Francamente non ricordo un solo intellettuale di quegli anni che abbia esaltato come meritava la specifica comicità del principe de Curtis. Lo stesso Pasolini, che ebbe il merito di far parlare di lui facendone l’interprete principale, a fianco di Ninetto Davoli, del film Uccellacci e uccellini, utilizzò più la sua “maschera” che la sua comicità.

La sua, si diceva, non era una comicità che facesse pensare. Forse chi lo diceva era lui che non pensava abbastanza per riuscire ad apprezzare lo straordinario uso della lingua che faceva Totò: lingua italiana con inflessione napoletana, ma lingua italiana; usata con la ricchezza di uno smaliziato lessicografo; storpiata (in tutti gli innumerevoli giochi di parole e anche nella famosissima lettera dettata a Peppino De Filippo e destinata alla “malafemmena”) con la sapienza di un esperto linguista. Forse chi lo diceva non riusciva a vedere l’uso straordinario che Totò faceva del proprio corpo o, meglio, ne vedeva solo la parte più esteriore, burattinesca, che comunque aveva anch’essa il tocco del genio. Forse chi lo diceva era fuorviato dalle non poche sceneggiature deboli dei suoi film e dimenticava, a causa di quelle, le grandi sceneggiature basate sulle farse di Scarpetta, sui soggetti di Vittorio Metz, sui testi di alcuni tra i migliori sceneggiatori italiani degli anni Cinquanta e Sessanta.

La stessa distribuzione dei film di Totò, d’altro canto, puntava su un pubblico “popolare” nel senso deteriore del termine: popolare = rozzo e ignorante. Basta guardare (qui sopra) la locandina del film Il medico dei pazzi. Basato su una straordinaria invenzione di Eduardo Scarpetta, interpretato da attori memorabili (Carlo Giuffrè, Arnaldo Ninchi, Tecla Scarano, la “spalla” di sempre Mario Castellani, Giacomo Furia, Pupella Maggio, Franca Marzi e persino un grande Enzo Garinei utilizzato quasi come comparsa nel ruolo del cameriere di un bar), recitato dallo stesso Totò con una finezza e una varietà di toni che non sempre le sceneggiature dei film gli consentivano, la locandina presentava Il medico dei pazzi – è evidente – come un filmetto cochon, e lasciava intendere che le attese e immancabili battute del protagonista avrebbero avuto qualche condimento piccante: come le natiche di Franca Marzi della quale invece nel film si mostra con la massima pudicizia appena qualche piccola porzione di seno. Tutto falso, dunque, compreso il fatto che Totò non vi recita affatto la parte del medico dei pazzi (studente di Psichiatria e finto medico dei pazzi è invece Carlo Giuffrè) come la locandina sembra inequivocabilmente mostrare. Un capolavoro spacciato dal suo stesso distributore per una polpetta di battute becere e donnine svestite.

Un capolavoro dove l’idea di fondo – quella secondo la quale ciascuno di noi, se visto con pregiudizio dal lato delle sue piccole e grandi manie, può apparire un pazzo – trova in Totò il catalizzatore capace di rendere possibile la reazione chimica. Sono i suoi sguardi che trasformano, senza volere (lui viene indotto in errore dal nipote che finge di essere uno psichiatra), in pazzi esseri umani che hanno l’unico torto di essere degli sconfitti della vita e, perciò, di vivere un po’ ai margini, sostenuti da una o più illusioni. Di questi esseri umani, qualcuno ha un desiderio di riscatto: la madre che cerca un marito purchessia per evitare lo zitellaggio della figlia “racchia”, il violinista fallito che sogna una tournée mondiale. Altri vivono senza più speranza: la vedova che piange la mancanza del marito, il colonnello che piange la mancanza di una guerra, il marito geloso che urla e mena ceffoni, ma solo per nascondere il fatto che accetta le scappatelle della moglie perché non saprebbe accettare la sua mancanza. Tutto considerato, poche parole da parte di Totò e molti sguardi: quelli, appunto, che cambiano le carte in tavola. E la locandina presenta questo capolavoro con uno stetoscopio poggiato sulle natiche di Franca Marzi!

Per questo mi prendevano in giro quando da ragazzo andavo a vedere i film di Totò. Erano film che, all’epoca nella quale io li cercavo nella pagina degli spettacoli dei quotidiani romani, avevano quasi tutti dieci anni o più. Tuttavia non avevano l’onore di venire proiettati nei cineforum (dove giganteggiava senza rivali Ingmar Bergman con Il posto delle fragole, Il settimo sigillo e simili), ma “passavano” per un giorno o due in quelli che allora venivano chiamati “cinema di terza visione”. Erano locali dai prezzi bassi per un pubblico, come ho detto, “popolare”, cioè di bocca buona, disposto a non guardare l’anno di uscita del film di volta in volta proiettato e attratto, di quando in quando, con proposte davvero “piccanti” (o comunque allora ritenute tali). Inoltre erano posti dove si pagava così poco che ci si poteva andare tutti i giorni. Di questi cinema ce n’era qualcuno non lontano dall’università, tra piazzale delle Province e piazza Fiume e dovevo seguirne la programmazione con una certa attenzione per non perdere i film di Totò che mi interessavano.

Da sinistra, Giacomo Furia, Peppino De Filippo e Totò ne
La banda degli onesti”

Li avete visti nei giorni scorsi? Tutti a togliersi il cappello davanti al “principe della risata”. Davanti al “principe del pensiero”, naturalmente no. Perché anche in chi ha deciso tardivamente di celebrarlo, è rimasto – seppure taciuto – il pregiudizio che la comicità di Totò non faceva pensare.
Pregiudizio, perché, per esempio, lo sketch nel quale Totò racconta a Mario Castellani di essere stato schiaffeggiato da uno che lo aveva scambiato per un certo Pasquale e che, alla domanda su perché non avesse reagito agli schiaffi, risponde con la battuta: «E che so’ Pasquale io?»: beh, quello sketch potrebbe essere utilmente usato per un corso di Filosofia. Un corso nel quale si potrebbero usare anche alcuni dei tanti paradossi di Totò destinati sì, a far ridere, ma nei casi migliori in tutto e per tutto “paradossi”, non lontani nella loro struttura da quelli usati dalle antiche scuole filosofiche che volevano mettere in crisi la logica aristotelica: ricordate “il paradosso dell’incompreso” nel dialogo con il vigile a piazza Duomo del film Totò Peppino e la malafemmina?
E le variazioni dal “voi” al “noi” (complicate dall’uso del “voi” al posto del “lei”) nella scena de La banda degli onesti nella quale Totò (il portiere Antonio Bonocore), Peppino De Filippo (il tipografo Giuseppe Lo Turco) e Giacomo Furia (il “pittore” Felice Cardoni) decidono di stampare le banconote false sarebbero di aiuto nella spiegazione delle persone verbali in un corso di grammatica italiana e forse anche in piccolo corollario di quella spiegazione dedicato al concetto di insieme.

A parte ridere, che comunque non fa mai male, quante cose si potevano imparare da quel principe!

Giorgio Bárberi Squarotti

È morto qualche giorno fa il poeta, lessicologo, storico della letteratura, dantista Giorgio Bárberi Squarotti. È stato un critico estraneo a tutte le scuole critiche, un accademico estraneo a tutte le accademie. Deve essere per questo che i giornali (quelli di carta, quelli in tv e quelli sul web: insomma, i giornali di tutti i generi) hanno dato alla sua scomparsa lo stesso spazio che avrebbero potuto dare a un incidente domestico capitato a un concorrente minore del Grande fratello.
Invece, Bárberi Squarotti è stato uno dei più grandi intellettuali che ha attraversato la storia d’Italia nell’ultimo secolo. Le poche righe che gli dedico qui, con il ritardo proprio delle notizie che do in questo blog, data la necessaria brevità degli interventi in uno strumento di comunicazione come questo, non gli rendono il merito dovuto, ma almeno possono contribuire a restituirgli – spero – la dimensione che gli spetta nel panorama della cultura italiana.

Ho messo al primo posto, tra le qualifiche con le quali ho voluto ricordarlo, quella di poeta. Ma ne parlerò alla fine di questo mio intervento. Comincio quindi da quella di lessicologo. Molti dei coccodrilli tirati fuori all’ultimo minuto nelle redazioni (anche se si sapeva che stava male e avrebbero potuto prepararli per bene nelle ultime settimane) hanno dimenticato (molti: per fortuna non tutti) l’opera colossale che lui ha diretto, il Grande dizionario della lingua italiana edito dalla UTET: dizionario intitolato sì a Salvatore Battaglia che ne ha cominciato la pubblicazione nel 1961 e l’ha curata fino alla morte (1971) portandola al settimo volume, ma diretto e condotto a compimento, fino al ventunesimo volume proprio da Bárberi Squarotti. Un lavoro titanico. Il primo e, finora, l’ultimo dopo il Dizionario del Tommaseo compilato e stampato tra il 1865 e il 1879. Sarebbe bastata quest’opera, nella quale ogni parola è accompagnata da infinite citazioni che indicano il cammino da essa percorso lungo la storia della nostra lingua, per ricordare Bárberi Squarotti come uno dei giganti della cultura italiana di questi decenni. Sarebbe bastata se della lingua italiana e della sua storia interessasse davvero qualcosa a qualcuno in un’epoca in cui tutti si lamentano che è poco conosciuta, ma sembrano farlo più per apparire nei salotti buoni delle conversazioni mondane che non per intima convinzione.
Dello storico della letteratura voglio citare qui un’altra “grande opera” da lui diretta e pubblicata dalla UTET, la Storia della civiltà letteraria italiana, una storia “all’antica”, di quelle con i dati e i fatti, con i titoli delle opere e le date, una storia, insomma di quelle alle quali affidarsi senza dubbi né esitazioni (e anche senza stare troppo a cercare dove trovare le notizie) per collocare lungo la linea del tempo un classico appena letto, la raccolta di un poeta della quale si siano sbirciati due o tre componimenti: già, ma chi legge più i classici italiani? Accanto a questa “grande opera” voglio citare, quasi per contrapposizione, tutti i saggi e gli interventi grandi e piccoli (alcuni piccolissimi) che ha dedicato alla letteratura contemporanea da lui seguita con uno scrupolo e una competenza ineguagliabile.
E ora veniamo al dantista. Studioso di Dante per tutta la vita, Bárberi Squarotti ha pubblicato con Franco Angeli nel 2011 un libretto di duecento pagine, dal titolo minimalista, Tutto l’Inferno, che rappresenta il compendio di una sapienza non sbandierata, ma praticata nell’analisi, si può dire, di ogni terzina, di ogni verso, di ogni espressione di questa cantica della Commedia. Un tesoro di osservazioni sempre documentate, molte originali, alcune di assoluta novità: tutte dettate con la sobrietà di una prosa piana e chiara, senza sbavature e senza affermazioni apodittiche. Doveva essere il primo passo di un’analisi dell’intero poema dantesco, ma – così mi aveva confidato l’ultima volta che ci siamo visti –, pur avendo rinunciato a quasi tutti gli altri suoi impegni, temeva di non riuscire a portarla a termine.

Ecco, infine, il poeta. Un poeta colto? Un poeta coltissimo? Certo, ma chi leggesse le poesie di Giorgio Bárberi Squarotti senza conoscere il nome dell’autore potrebbe avere l’impressione di una purezza del senso e del verso – un verso al tempo stesso così antico per il suo ritmo e così moderno per come riesce a sp(r)ezzare quel ritmo – dovuta all’ingenuità di un giovane poeta; potrebbe pensare che la leggerezza di certe immagini, indimenticabili quelle di certe occasioni di vita in città (la sua Torino) ma non solo, dipenda dalla leggerezza degli anni e del pensiero di chi ha scritto. Ma la grandezza di Bárberi Squarotti come poeta sta nel fatto che quella purezza e quella leggerezza sono il frutto ottenuto da una sapienza capace di dimenticare se stessa, da una dottrina vittoriosa nella battaglia condotta per liberarsi dal suo essere dotta. Le poesie di uno dei massimi critici e storici della letteratura italiana non si rivelano mai come l’esercizio “in più” di quella sapienza e di quella dottrina. Esse si rivelano a chi le legge, al contrario, come il distillato prezioso di una vita dedicata, sì al culto della parola, ma in primo luogo – e pienamente – vita.
D’altro canto è capitato a me qualcosa di singolare quando sono andato a trovarlo nella sua casa di via Duchessa Jolanda, la via – a proposito delle occasioni di vita in città – di quella «ragazza / ah forse non più giovane, ma intatta, / la maglia azzurra, corta, i fianchi lucidi, / nudi e abbronzati ancora» che sembra l’immagine più pura e leggera della giovinezza e che è, invece, il segno dell’attesa, della «pura forma davanti alla porta / vanamente aperta perché entri il tempo»1. Bene, nelle mie purtroppo rare visite in quella casa mi è capitato di chiacchierare con il professore su argomenti che sembravano cadere uno dopo l’altro senza un intendimento preciso. E poi, uscito di là, mi rendevo conto di avere un peso in più sulle spalle, come se avessi portato con me uno zaino e in quello zaino qualcuno, di nascosto, avesse aggiunto il carico di una saggezza nuova che avrei potuto possedere, sì, ma a patto di filtrarla da una inestimabile pagina di storia: quella che avevo appena vissuto nella casa che avevo appena lasciato.

P.S.
La riservatezza non può farmi trascurare qui di accennare, sia pure da ultimo e di sfuggita, all’attenzione che Bárberi Squarotti ha avuto per la mia poesia. Sin da quando ha letto la mia prima raccolta, La mente irretita (2008), mi ha scritto: «Caro Tortorici, ho letto i Suoi versi [sì, mi scriveva usando la maiuscola!] con molta ammirazione e con la gioia di incontrare una poesia tanto sapiente, profonda, valorosa». Per la mia seconda raccolta, Viaggio all’osteria della terra (2012), ha avuto una predilezione particolare. Non solo ha scritto che la considerava «un’opera di straordinaria bellezza», una poesia «grandiosa, fra visioni, viaggi, paesaggi, città strade, incontri», ma ha anche voluto essere lui a presentarla al Salone del Libro di Torino e per farlo ha interrotto, almeno per un giorno, i suoi studi danteschi. Le foto che appaiono qui sono state scattate appunto in quella occasione: nella foto qui sopra il momento nel quale Bárberi Squarotti viene presentato da Cinzia Burzio; nella foto il alto uno dei passaggi nei quali parla del mio libro. Di quella sua attenzione, di quel tempo che mi ha dedicato nonostante l’ansia che aveva di portare avanti il suo lavoro su Dante, voglio dirgli grazie. Gliel’ho già detto di persona più volte, ma oggi che tanti l’hanno dimenticato voglio dirglielo ancora più forte: GRAZIE.


 

Scusate il silenzio

È da molto tempo che non scrivo su questo blog. I miei venticinque lettori non devono pensare però che mi sia dimenticato di loro.
È vero piuttosto il contrario: ho pensato al mio pubblico e ho scritto molto. Tuttavia, poiché la mia capacità di scrivere non è infinita, sono stato costretto a trascurare questo blog, anziché altro (gli editori sono più esigenti dei lettori di blog, scusatemi).
Quello che ho scritto in questi mesi sarà pubblicato, penso, tra la fine di quest’anno e i primi mesi del prossimo. Avremo quindi modo di riparlarne.
Tuttavia, per farmi perdonare del lungo silenzio, vi propongo una poesia tratta dalla sezione Senza ragione della mia nuova raccolta di versi Il cuore in tasca, un libro del quale vi ho parlato qui.
Ecco, questa poesia parla proprio del silenzio, già nel titolo: La speranza e il silenzio. Anzi, ve lo anticipo, parla proprio di una delle ragioni del silenzio di questo blog, anche se si tratta di ragioni riferite nientemeno al luglio del 2012 (l’intervento che cito nella poesia è questo): ma c’è proprio tanta differenza tra allora e oggi? La speranza e il silenzio sarà uno dei testi che leggerò domani, quando Valerio Marucci presenterà Il cuore in tasca alle 17 nel Salone Borrominiano della Biblioteca Vallicelliana di Roma. Buona lettura.

Michele Tortorici
La speranza e il silenzio
(da Il cuore in tasca, Manni, 2016)


In questi giorni che la speranza è – come direbbe
il nostro caro e amato padre Dante –
«buia assai più che persa», il fatto che con calma io me ne vada
a spasso con le mani dietro la schiena
per il Corso può sembrare incoerente. Qualcuno potrebbe accusarmi
di scarso impegno sociale. Altri
potrebbero sollecitarmi a scrivere, se non
tutti i giorni almeno qualche volta, sul mio blog,
micheletortorici punto ittì, parole di fuoco, utili
a scuotere coscienze. Ma
c’è già chi ne scrive: lascio fare. Nel mio blog, poi,
figuriamoci! L’ultimo
post che ho scritto parlava di Ovidio, anche se l’argomento
che mi ero imposto di affrontare era quello dell’acqua
come bene comune: lo vedete? Le mie parole
si rivelano, a ben considerare, sempre inutili. Sono inguaribile.

In questi giorni che la speranza è – come direbbe
il nostro caro e amato padre Dante –
«buia assai più che persa», le parole,
quelle che, con il chiarore che hanno naturalmente
dentro di sé, potrebbero
attenuare l’oscurità mi va di pensarle e poi,
questo è il fatto, invece che di scriverle sul mio blog, mi va di tenerle
a mente come facevo con le filastrocche
che mio padre cantilenava; mi va di tenerle
a mente come se potessi imprigionarle per un incantesimo
nel tronco di una vecchia pianta – sono vecchio, infatti – rimasta
tanto tempo nello stesso posto. E queste vecchie piante, come tutte
le piante del resto, sono mute. E le filastrocche
hanno sì parole, ma le loro parole
sono senza ragione e sono senza senso, lo sanno tutti:
uno due e tre
né lu papa nun è re,
nun è re né lu papa
né lu beccu nun è crapa,
nun è crapa né lu beccu
né lu rusignolu nun è sceccu
.

In questi giorni che la speranza è – come direbbeIl fatto è che c’è un grande silenzio nella mia testa. E le parole
che penso con il fine preciso di dirle e di scriverle, quelle
inutili della poesia, non spezzano
questo silenzio, piuttosto lo accrescono. Non è da pochi giorni
d’altro canto, non so più nemmeno io da quanto tempo succede,
che la speranza è «buia assai più che persa». E pensare parole,
quelle utili
a scuotere le coscienze, scriverle
sui blog o sui giornali – lo fanno in tanti –
non funziona, è evidente. Bisogna pensarle, è vero. Bisogna pensarne
anche di quelle che possono sembrare utili: utili
almeno per scongiurare l’accusa
di scarso impegno sociale. Bisogna pensarne mica tante, però,
di queste parole. Soprattutto,
penso che sia meglio evitare di fare ricorso alle solite
parole. Allora, meglio le filastrocche. Mio padre, poi,
ne trovava di originali tanto che in seguito non le ho più sentite
dire da nessuno, mi sono rimaste
a mente, sarà per un incantesimo, anche se magari
non ricordo proprio
tutte le strofe, tutte le rime:
nun è sceccu lu rusignolu,
continua così, va bene, e poi? Forse continuava
né la ramorazza non è citrolu,
ma non ricordo proprio più: che peccato! Silenzio.

In questi giorni che la speranza è – come direbbeEcco, il silenzio. Non dico tanto: se con un minuto
di silenzio si ricordano i morti, quanto dovrebbe durare
il silenzio necessario per pensare ai vivi? Proviamo
un’ora. Si potrebbe ripetere
la prova una volta la settimana. Poi si potrebbe ripetere due volte,
tre volte, quattro, cinque, sei, sette volte la settimana: una volta
al giorno, dunque,
da raggiungere con un buon allenamento
perché è faticoso
il silenzio. La potremmo chiamare l’ora
della speranza, l’ora che la speranza
diventa meno buia, meno persa: senza ragione, solo per il silenzio.


Nonostante tutto, Auguri!
La speranza della luce in un rito del 21 dicembre a Salisburgo

Oggi, più o meno a quest’ora (scrivo alle 16.30) o poco più tardi, si svolge a Salisburgo, davanti alla cattedrale, un rito pagano. Sì, un rito pagano davanti alla cattedrale. Vi ho assistito di persona quasi dieci anni fa mentre nella grande Domplatz fervevano le attività delle bancarelle del Christkindlmarkt, il mercatino di Natale. E per questo, capite, il ricordo di quel ventuno dicembre mi è venuto in mente proprio in questi giorni.
Dalla scalinata della chiesa è uno spettacolo vedere quel mercatino nel buio della sera: un buio che sembra precipitare troppo presto e che però, lì, mette ancora più in rilievo lo scintillio delle luci.
Mi trovavo sulle scale per scattare qualche foto quando ho visto arrivare un gruppo di “mostri” danzanti. Subito si sono create due ali di folla, una dalla parte del mercatino e una dalla parte della cattedrale. In mezzo, la danza dei mostri si è conclusa, dopo molte evoluzioni, intorno a un fuoco che simboleggiava la speranza del risorgere della luce a primavera. Così mi spiegava, con pazienza per la mia pessima comprensione del tedesco, un salisburghese. Di fronte al mio stupore, lui sembrava compiaciuto del fatto che un rito pagano si svolgesse liberamente davanti alla cattedrale e in presenza delle bancarelle di Natale: «Die Hoffnung ist immer gut»,”La speranza è sempre un bene”, credo che mi abbia detto. E poi qualcos’altro che non ho capito.

Ho chiesto in seguito informazioni anche ad altre persone e ho saputo che, nelle religioni pagane pre-cristiane di quella zona delle Alpi, Frau Perchta, il capo di quei “mostri”, era una creatura semidivina che soprintendeva al passaggio del solstizio d’inverno. Le creature demoniache che l’accompagnavano si chiamavano Perchten. Le maschere che attraversavano la piazza rappresentavano per l’appunto queste straordinarie creature disposte a celebrare la luce persino nel giorno più breve e buio dell’anno. Un segno di speranza – di cocciuta speranza, mi verrebbe da dire – che mi ha quasi commosso allora e mi ha di nuovo e più fortemente commosso quando l’ho ricordato nei giorni scorsi di fronte allo scempio del mercatino di Natale sul Ku’damm di Berlino.
Attraverso quel rito salisburghese si capisce infatti perché, con o senza Frau Perchta, nessuno da quelle parti può pensare di rinunciare ai mercatini, simbolo essi stessi della luce nei giorni più bui dell’anno. Chi lo facesse rinuncerebbe anche alla speranza nel domani. E difatti i mercatini non sono, come tanti credono, soltanto un luogo di shopping ma un’importante festa di futuro. Per questo continuano a essere aperti, in Germania, in Austria e dovunque questa tradizione sia radicata.
E ci aiutano a sperare, quei mercatini. Ci aiutano tutti: noi tranquilli cittadini d’Europa così come i disperati delle parti del mondo distrutte dalle guerre. Nel profondo del buio, c’è chi celebra la luce perché sa che verrà.
Per questo, nonostante tutto, Auguri!

Trascrivo qui sotto una poesia che ho scritto allora, poco dopo essermi allontanato dalla Domplatz di Salisburgo, e che mi sembra, anche vista con il senno di poi, abbastanza rappresentativa dello spirito di quel rito del 21 dicembre.

Michele Tortorici
Il baratto dei Perchten (da Viaggio all’osteria della terra, Manni, 2012)


E poi i Perchten la luce, che la notte
precipitosa del ventuno
di dicembre aveva spenta, l’hanno riaccesa loro con le fiaccole
e insieme con le danze che mimavano
più lunghe giornate e facevano già festa
alla venuta della primavera.

Nella piazza infuocata Frau Perchta e i Perchten barattavano
– se ho ben capito – l’adesso con il dopo, il freddo e il buio
presenti con la stagione ancora da venire.

Un baratto speciale: come è possibile calcolare
la congruità di uno scambio tra quello che c’è e la speranza
di quello che sarà? Anche se
– a dire il vero – i Perchten di tutto il susseguirsi
delle stagioni, per il fatto
che di anno in anno ugualmente
si ripetono, sanno – o credono
di sapere – pressoché tutto, pensano comunque
di potersi fidare. La notte
del solstizio, in ogni caso, non hanno dubbi i Perchten
sul crescere del giorno il giorno dopo.


Mio padre e La classe degli asini

Oggi voglio ricordare i cento anni dalla nascita di mio padre. È vero che la ricorrenza cade, per la precisione, domani. Ma ci sono due ragioni per le quali non è comunque sbagliato che io la ricordi oggi.
La prima è che, per un errore dell’incaricato del Comune di Favignana che allora registrò la sua venuta al mondo, su tutti i documenti “ufficiali” mio padre, anziché il 16, risulta nato con un giorno di anticipo, il 15 novembre: oggi, appunto.
La seconda ragione è che la ricorrenza dei cento anni dalla nascita di mio padre è stata celebrata ieri sera, nientemeno, dalla Rai: naturalmente “a sua insaputa”, come capita, almeno a dire dei responsabili, per tante azioni ignobili che si commettono, ma anche, nel caso di ieri sera, per una azione nobile.
L’azione nobile è stata quella di trasmettere un film-tv, La classe degli asini, che, nonostante qualche errore storico e una notevole trascuratezza nella descrizione dell’amministrazione scolastica, ha richiamato bene e con argomenti forti alla mente degli italiani una pagina bellissima della storia della scuola italiana: anzi, una pagina che ha fatto bella la scuola italiana. Di quella pagina, la battaglia per l’abolizione delle “classi differenziali”, mio padre ha scritto non poche righe.
Ecco i fatti. Uno dei primi provvedimenti del primo governo di centro-sinistra, al quale mio padre, benché simpatizzante del Pci, guardava con diffidente simpatia, fu la riforma della scuola media. Un evento epocale che, a quindici anni dalla entrata in vigore della Costituzione, ne attuava uno dei principi fondamentali, quello dell’obbligo scolastico in un ordinamento uguale per tutti fino ai quattordici anni. Quella legge, la 1859 del 31 dicembre 1962 (sì avete letto bene: uscì nella G.U. dell’ultimo dell’anno), entrata in vigore dall’anno scolastico successivo, conteneva una serie di misure straordinariamente innovative per la società italiana che veniva da secoli di analfabetismo e che, anche in quegli anni di boom economico incipiente, aveva una percentuale altissima della popolazione che non proseguiva gli studi dopo la “licenza elementare” oppure li proseguiva in quelli che venivano chiamati “corsi di avviamento professionale”. La legge 1859 impose per tutti il nuovo ordinamento. Ripeto: un evento epocale.
Tuttavia, all’articolo 12, quella legge affermava: «Possono essere istituite classi differenziali per alunni disadatti (sic!) scolastici». In un primo tempo non tutti si resero conto che quell’articolo, pur con tutte le garanzie che prevedeva, sanciva a tutti gli effetti una una vera e propria segregazione degli alunni con difficoltà. E in molte scuole cominciarono a nascere le “classi differenziali”. Non in quelle dove mio padre è stato preside.
Con pochi colleghi sparsi un po’ in tutta Italia, ma soprattutto nel centro e al nord – e, ho scoperto ieri sera alla tv, anche con una collega di Torino che aveva un pressante motivo personale per condurre quella battaglia –, mio padre fu tra coloro che si batterono, contro la segregazione prevista da quell’articolo di legge, per un principio contenuto in una parola che allora non era particolarmente diffusa né particolarmente amata: “integrazione”.

Basandosi sul fatto che la legge prevedeva la possibilità, ma non l’obbligo, della istituzione delle classi differenziali, questi presidi chiedevano essenzialmente due cose: che gli alunni con difficoltà o disabilità anche gravi fossero inseriti nelle classi insieme a tutti gli altri; che «le forme adeguate di assistenza, l’aggiornamento degli insegnanti e ogni altra iniziativa utile» che la legge prevedeva per le classi differenziali fossero resi disponibili anche per quelle classi nelle quali, senza che fossero “differenziali”, venivano inseriti gli alunni con difficoltà o disabilità.

I presidi che condussero quella battaglia, come si è visto bene nel film-tv, si assunsero responsabilità personali molto serie e attirarono in un primo tempo le critiche sia dell’amministrazione scolastica (ricordo che mio padre parlava a casa di convocazioni non proprio “amichevoli” da parte del Provveditore agli Studi dell’epoca), sia delle famiglie che non volevano “disadattati” e “anormali” in classe a fianco dei loro figli.
Mio padre non era tipo che si facesse scoraggiare dai superiori ed era invece un tipo convincente, non per banali capacità retoriche, ma perché in lui la dedizione e la buona fede trasparivano. Insomma, la battaglia che quei pochi presidi condussero ebbe successo e portò, prima, a forme di sperimentazione di classi comprendenti alunni con difficoltà o disabilità e, nel 1977, alla approvazione della legge 517. Questa aboliva le classi differenziali e istituiva «attività scolastiche di integrazione anche a carattere interdisciplinare, organizzate per gruppi di alunni della stessa classe o di classi diverse, ed iniziative di sostegno, anche allo scopo di realizzare interventi individualizzati in relazione alle esigenze dei singoli alunni». Oggi quel principio di integrazione contenuto nella legge 517 è visto come un punto di riferimento valido a livello planetario e, sotto questo aspetto, la scuola italiana è considerata difatti una delle prime al mondo.

Ecco, di mio padre avrei potuto ricordare la sapienza di linguista, poiché fu tra i primi a studiare in Italia, negli anni Sessanta del secolo scorso, i testi fondamentali della linguistica strutturale (spendendo una fortuna nell’acquisto di libri stranieri che faceva venire dalla Francia) e fu tra i pochissimi che, invece di seguire pedissequamente quelle teorie, le reinventò in maniera originale per una didattica innovativa. Avrei potuto ricordare la passione del latinista che lo aveva portato leggere per intero la collezione dei “Classici latini” della Zanichelli e a tenere sul suo comodino, negli ultimi giorni terribili della malattia che lo ha portato alla morte, il De Officiis di Cicerone. E invece, spinto dal film-tv della Rai, ricordo oggi, nella ricorrenza dei cento anni dalla sua nascita, una battaglia civile che mi sembra connaturata al suo essere stato, nel corso della sua vita, prima ancora che un intellettuale, un uomo buono e giusto per il quale la “persona” in quanto tale veniva prima di tutto. Un uomo buono e giusto del quale tengo strette nella memoria la severa dolcezza del padre e la durissima tempra del combattente.

Grazie papà.