Auguri!
Una traduzione da Robert Bly

Ritorno a pubblicare qualcosa su questo blog dopo parecchio tempo. Non si è trattato solo della mia programmatica inattualità (che dichiaro con orgoglio qui a fianco) o dei miei giustificati silenzi (dei quali ho parlato qui). Il fatto è che il mio sito è “fuori servizio” da un bel po’ di tempo per cause tecniche con le quali non vi annoio, ma delle quali tornerò a parlare presto perché la questione della conservazione dei dati digitali non è affatto solo tecnica.
Sono riuscito in parte a ripristinare il sito e, quando tra non molto completerò l’opera, il sito sarà come prima. A proposito, ora collegatevi a https://www.micheletortorici.it; i problemi tecnici sono nati proprio a causa del passaggio dal protocollo http a quello https, più sicuro per me e per voi. Comunque sia, è bene che io sia riuscito a ripristinare il sito in tempo (e sia pure appena in tempo) per fare a tutti gli auguri di Serene Festività e di Felice Anno nuovo.

Una strada innevata nel Minnesota

Faccio seguire a questi auguri la traduzione di alcuni versi di Robert Bly, un poeta del Minnesota, ormai più che novantenne. La poesia alla quale mi riferisco, Driving My Parents Home at Christmas (1962) ha più di mezzo secolo e fa parte della raccolta Silence in the Snowy Fields 1 che contiene parecchie poesie sulla guida nel paesaggio nevoso (per es.: Driving to Town Late to Mail a Letter e Driving Toward the Lac Qui Parle River).
D’altro canto, il paesaggio nevoso è costitutivo del territorio del Minnesota. Anni fa un carissimo zio di mia moglie, Eginhart Ehlers (oggi scomparso: ne traccio un ricordo qui), mi presentò, mentre mi trovavo presso di lui a Toronto, un suo amico del Minnesota. Quando, durante la conversazione, io  chiesi a quest’ultimo di parlarmi del suo paese, lui rispose con poche parole che posso citare alla lettera: «È un paese straordinario dove è inverno per nove mesi».

In Robert Bly quel paesaggio è sempre evocativo, suscita immagini, o meglio quelle che egli stesso chiamava «leaping images2» (immagini che saltano), con riferimento a una corrente critica che si era diffusa allora  negli Stati Uniti insieme con la psicologia Junghiana: “voli pindarici”, diremmo noi da questa parte dell’Atlantico, senza scomodare né Jung né Freud né altri. Ma, soprattutto, quel paesaggio suscita i sensi: nel nostro caso più l’udito che la vista. E suscita una sospensione del tempo. La poesia Driving to Town Late to Mail a Letter si conclude con un verso particolarmente emblematico: «Driving around, I will waste more time [Sprecherò ancora del tempo, guidando senza meta]». E anche in quella che vi propongo, che, nonostante il titolo, non è propriamente “natalizia”, a un certo punto non riusciamo a capire quanto tempo passa, quanto tempo è passato. È più importante percorrere la strada e, in essa far “saltare le immagini” (bellissima quella della quercia che, pur cadendo, a distanza di miglia non rompe il silenzio). Proprio in questa tentazione di collocarsi in una sospensione del tempo dove è più importante camminare che raggiungere una meta mi sento vicino a questo vecchio poeta. Buona lettura e auguri!

Robert Bly
Driving My Parents Home at Christmas


As I drive my parents home through the snow
their frailty hesitates on the edge of a mountainside.
I call over the cliff
only snow answers.
They talk quietly
of hauling water of eating an orange
of a grandchild’s photograph left behind last night.
When they open the door of their house they disappear.
And the oak when it falls in the forest who hears it
through miles and miles of silence?
They sit so close to each other … as if pressed together
by the snow.


Traduzione di Michele Tortorici
Mentre porto a casa i miei genitori a Natale


Mentre porto a casa i miei genitori in mezzo alla neve
la loro fragilità è sospesa sul ciglio di un versante montano.
Io chiamo di là dalla rupe
solo la neve risponde.
Discorrono calmi
di trasportare l’acqua di mangiare un’arancia
della fotografia di un nipote dimenticata la notte scorsa.
Quando aprono la porta di casa scompaiono.
E la quercia quando cade nella foresta chi la sente
lungo miglia e miglia di silenzio?
Siedono così vicino l’uno all’altra … come se fossero pigiati
dalla neve.


Potete ascoltare la poesia dalla viva voce di Robert Bly su questa pagina del bellissimo sito poets.org


 

Una traduzione da Lawrence Ferlinghetti

Lawrence Ferlinghetti non ha bisogno di presentazioni. Di lui ho parlato tempo fa in questo stesso blog per il sessantesimo anniversario della sua casa editrice City Lights (qui). Ma, più che per le sue eccezionali capacità di organizzatore culturale, Ferlinghetti merita di essere citato per la sua produzione poetica. Spesso considerata una sua “seconda” attività, essa ha via via rivelato, nel corso della sua lunga vita, una straordinaria ricchezza e profondità.
Dei poeti della Beat Generation, Ferlinghetti può essere considerato il più “europeo”: se tutti quei poeti furono influenzati in particolare dalla letteratura francese dell’Otto e del Novecento (che conobbero direttamente perché quasi tutti vissero a lungo a Parigi), lui più degli altri ha avuto una conoscenza ampia della letteratura di tutto il Vecchio Continente e, anche in virtù di una perfetta padronanza della nostra lingua, ha potuto avere un contatto diretto con i grandi classici italiani da Dante a Pasolini, di entrambi i quali ha tradotto non poche pagine.

Non stupirà, dunque che nella poesia della quale do qui sotto la traduzione, Woodstock Confection, l’idea del fluire del ricordo si esprima con grande naturalezza nella metafora della «Madeleine» proustiana. Ma quello che conta, in questa poesia, è lo straordinario ritmo che, mentre l’autore viaggia «dritto per Woodstock», fa viaggiare anche il lettore, prima ancora che questi possa rendersene conto, verso la parola «poem», “poesia”, quella che conclude il testo. Il difficile della traduzione è consistito per me proprio nel tentativo di restituire in italiano un ritmo il cui rapido fluire corrispondesse a quello originale. Un tentativo, appunto, compiuto da un traduttore dilettante e, per questo, niente affatto in competizione con la traduzione che Massimo Bacigalupo fa di questa stessa poesia nel volume che cito qui sotto.
Nel viaggio che farà fianco a fianco con Ferlinghetti lungo i versi di Woodstock Confection, il lettore italiano troverà una sorpresa: il “cremino”, il gelato alla crema di vaniglia ricoperto di cioccolato e infilato su uno stecco, che tutti noi consideriamo proprio della nostra tradizione dolciaria, è stato invece inventato da un danese, Christian Kent Nelson, negli Stati Uniti, ha preso il nome di “Eskimo Pie” e la sua fabbrica (da tempo chiusa – «boarded up» scrive Ferlinghetti nella poesia -, perché la produzione dell’Eskimo Pie è passata a una multinazionale dell’alimentazione) si trova nel nord del New Jersey. È dunque il momento di passare anche noi davanti a questa fabbrica «boarded up» e di ricordare, insieme a Lawrence Ferlinghetti, i “cremini” della nostra infanzia. Buona lettura.

Lawrence Ferlinghetti
Woodstock Confection
(da Il lume non spento, a c. di Massimo Bacigalupo, Novara, Interlinea, 2006)1.


Cruising north in northern New Jersey
Headed for Woodstock
I pass the Eskimo Pie factory
Boarded up
But it’s a Madeleine for me
dipped in my memory
The remembrances come floding back
Frozen all those years!
An iceberg of Eskimo Pies
Now melting in my reverie
And those hot New York summers
Parkway Road Bronxville
Down by the railroad tracks
And the first bit of Eskimo Pie
On my lips at home
About to turn
Into a poem!


Traduzione di Michele Tortorici
Dolciumi di Woodstock


In viaggio verso nord nel nord del New Jersey
Dritto per Woodstock
supero la fabbrica dell’Eskimo Pie
È sbarrata
Ma è una Madeleine per me
Inzuppata nella mia memoria
I ricordi tornano a torrenti
Ghiacciati per tanti di quegli anni!
Un iceberg di Eskimo Pie
Che si fonde ora nella mia visione
E quelle roventi estati a New York
Parkway Road, Bronxville
Lungo il tracciato dei binari
E il primo boccone di Eskimo Pie
Sulle mie labbra a casa
Pronto a mutarsi
In una poesia.


 


La mia poesia Porto di giorni
alle Assises de la traduction littéraire

Si sono svolte nel novembre del 2013 ad Arles, le trentesime Assises de la traduction littéraire, il più importante appuntamento riservato a coloro che traducono da tutte le lingue del mondo in francese. Il tema dell’appuntamento dello scorso novembre è stato “Traduire la mer”, e un posto d’onore è stato riservato al romanzo di Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, del quale Monique Baccelli e Antonio Werli stavano portando a compimento l’immane opera di traduzione per le Éditions Attila.
Ma il fatto che mi ha toccato direttamente – e che continua ad emozionarmi nel profondo per l’esplicito e autorevole riconoscimento nei confronti del mio lavoro – è che la produzione poetica italiana è stata rappresentata in quelle Assises dalla poesia Porto di giorni, tratta dalla mia più recente raccolta di versi, Viaggio all’osteria della terra. In questa raccolta Porto di giorni dà il titolo alla intera prima sezione dedicata al mio rapporto con il mare e con l’isola di Favignana, che è centrale nella mia poesia. Mi ha fatto perciò particolarmente piacere che questo mio testo sia stato scelto proprio nell’anno nel quale le Assises hanno come tema “Traduire la mer”.
In quelle “Assises” la mia poesia Porto di giorni è stata oggetto di un atelier de traduction curato da Danièle Robert.
A distanza di un anno e mezzo posso presentare l’estratto degli Atti contenente la relazione su quell’atelier, il cui interesse, ben al di là del fatto che riguarda una mia poesia, consiste nel proporsi come vero e proprio modello del percorso da seguire per affrontare la traduzione di un testo poetico, indipendentemente dalle lingue di origine e di arrivo. Tutto merito della bravissima Danièle Robert alla quale devo la splendida traduzione di due miei libri: uno di versi, La mente irretita (La pensée prise au piège, Vagabonde, 2010); e uno in prosa, il romanzo Due perfetti sconosciuti (Deux parfaits inconnus, Chemin de ronde, 2014).

Aggiungo una piccola postilla a quanto sulle Assises del 2013. Data l’attenzione che critici, traduttori, editori e pubblico hanno in Francia per i miei testi, nessuno si stupirà se la “voce” su Wikipedia che mi riguarda si trova sulla versione francese di wikipedia (qui) e non su quella italiana. Ringrazio di cuore gli (ignoti) amici francesi che la tengono aggiornata.

Trascrivo qui sotto l’estratto.


Assise della traduzione letteraria 2013
Tradurre il mare
Estratto degli Atti tradotto da Roberta Bisini
____

Atelier di italiano
curato da Danièle Robert

Carosello di barche carosello di parole
su una poesia di Michele Tortorici, Porto di giorni
(tratta da Viaggio all’osteria della Terra, San Cesario di Lecce, Manni editori, 2012)

Per una felice coincidenza, i due ateliers d’italiano di queste Assise avevano come oggetto due autori siciliani, uno romanziere, l’altro poeta, le cui opere rispettive riflettono un approccio e una visione del mare molto diversa: all’est lo Stretto di Messina, Cariddi e Scilla, dove si svolge l’affresco monumentale di Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, all’est l’isola di Favignana, nell’arcipelago delle Egadi, inesauribile fonte di ispirazione per la poesia di Michele Tortorici.

Avevo scelto di proposito una poesia inedita in francese per favorire una lettura plurale e un largo ventaglio di proposte attraverso le quali la mia era suscettibile di modifiche: questo metodo si è rivelato estremamente ricco per me e probabilmente per la maggior parte di una sessantina di partecipanti (italianisti, specialisti di altre lingue, studenti francesi e italiani), vista la diversità e la vivacità delle loro reazioni.

Dopo una breve presentazione dell’autore – che io traduco e con il quale sono in corrispondenza regolare da qualche anno – ho distribuito ai presenti un piccolo testo scritto da lui, dando qualche indicazione molto utile per il nostro lavoro: spiega infatti Tortorici di aver “pensato” il titolo e l’insieme della poesia sul piano ritmico e prosodico riferendosi alla celebre aria di Azucena del Trovatore “Stride la Vampa” della quale abbiamo tentato un ascolto tecnicamente un po’ frustrante ma che ci ha messo in ogni caso nell’orecchio l’essenziale di quello di cui si tratta: una sottile combinazione di ritmi a due e tre tempi realizzata da una voce solista lancinante e un’orchestra molto coinvolgente. Ma Tortorici aggiunge che un po’ alla volta ha virato verso un ritmo più libero che, verso la fine della poesia, si rivela quasi prosaico.

Poi ho letto il testo in italiano:

Tornano le barche tutti i giorni al porto; e tornano
al porto i giorni con la loro
pazienza, con la cocciutaggine
che è necessaria perché non manchino mai coi loro soli
alti e bassi e poi le loro lune
cangianti. Tornano le barche e tornano
i giorni sui moli e si diffonde
l’attesa come l’eco
fa quando risuona sulle pareti alte che riparano,
dal lato di scirocco, il porto.

Porto dove le barche antiche hanno
nomi di santi usciti certe volte
da un calendario anch’esso antico, un calendario
che altrove sarà stato
dimenticato ed è rimasto qui perché si è invischiato nei detriti
salati che si ammassano e poi seguono il vento come i ragazzini
fanno con il pallone per le strade
che di là dalla Plaia alla rinfusa
si allontanano.

Porto di giorni visti mille volte, di ritorni
pervicaci tanto che li credi immutabili, di cicli ordinati, o pensati
così, comunque
rassicuranti.

Porto di giorni che fortunosamente,
uno dopo l’altro, cadono tra questi moli dove
anche loro rimangono invischiati nei detriti
che il mare accumula e che poi si disfano
in un marciume liquido: nessuno
sa quando – e se – altre correnti
riusciranno a sospingerli via di nuovo al largo.

Porto di giorni che, anche quando la folla per mercanteggiare
il pesce, d’agosto, si assiepa fin sul bordo
della banchina, ostinatamente ritornano, ai vocii
indifferenti, indifferenti a tutti i calpestii. E allo stesso modo
che respira, al tendersi
e allentarsi delle corde,
ogni barca ormeggiata, i giorni pure, col moto delle onde,
respirano qui in un alternarsi
di slanci e tregue, premure e svogliatezze. E l’eco
risuona sulle pareti alte che riparano,
dal lato di scirocco, il porto.

Una prima constatazione: questo testo non presenta problemi insormontabili sul piano lessicale: non ci sono neologismi, né invenzioni verbali, né uso del dialetto come in Horcynus Orca; in compenso, tutta l’arte della traduzione poggia qui sul modo di fare udire una “musica” che non sia a immagine del testo originale, evidentemente, ma in corrispondenza con esso, a partire dalle risorse che ci dà il francese. Abbiamo quindi rapidamente rilevato i termini che potevano impedire la comprensione dell’insieme e abbiamo identificato il loro senso primario, nell’attesa di un affinamento, poi la discussione si è incentrata sul titolo, Porto di giorni, il cui accento sulla prima e la quarta sillaba riprende quello di Stride la vampa.

Ci trovavamo in un’impasse: impossibile far cominciare il titolo francese con “Port”, troppo aspro, e ridurre a tre sillabe, senza la “e” muta, un verso di cinque. Abbiamo quindi lasciato maturare le cose e siamo passati alla prima strofa che, a sua volta, ha suscitato un buon numero di questioni sulla ripresa: Tornano le barche…e tornano i giorni” ecc. Rispettare o no l’inversione del soggetto? Scegliere “reviennent”, “retournent”, rentrent”, oppure “tournent” con il rischio di un leggero cambiamento del senso ma stando più vicini alle sonorità dell’italiano? Ero piuttosto per questa ultima soluzione perché tornare può avere letteralmente il senso di “tourner” e l’espressione “tornare le spalle” significa proprio “tourner le dos”; ma mi sono rimessa all’opinione della maggioranza che sosteneva giustamente che ciò dava un senso differente al testo.

In ogni caso era chiaro che noi dovevamo osservare sempre la struttura d’insieme della poesia, cioè questa alternanza di ritmi a due e tre tempi che è in stretta relazione con le idee, impressioni e sentimenti che sviluppa.

Un’altra pietra di inciampo ha riguardato l’impiego per due volte dell’espressione pareti alte che, nel primo caso, designa i parapetti – costruiti o naturali? – che proteggono il porto dalle intemperie ma, nel secondo caso, soltanto le pareti rocciose della costa sud molto frastagliata e scoscesa. Tra “murs” “parois” “murailles” “falaises” la scelta era insoddisfacente perché ognuno di questi termini non si adattava contemporaneamente alle due immagini. Ho proposto “parapets”, contro il parere di molti che ci vedevano una costruzione di basso profilo, ma ho spiegato la scelta: da una parte l’autore si preoccupa di precisare pareti alte; dall’altra avevo immediatamente pensato, preparando il testo, a due versi del Bateau ivre: “ Fileur eternel des immobilités bleues / Je regrette L’Europe aux anciens parapets!”. L’uso metaforico della parola in Rimbaud è analogo a quello di Michele Tortorici che senza dubbio non ha ripreso volontariamente questa immagine, ma si traduce sempre con il proprio bagaglio personale, storico, culturale ed è questo che avvicina il lavoro del traduttore con quello dell’interprete di una partitura musicale o di un testo teatrale; è anche così che si apre la porta a delle traduzioni continuamente rinnovate.

Ci sono stati molti altri punti di discussione: così tre termini che evocano l’ostinazione ma che appartengono a tre famiglie diverse: cocciutaggine, pervicaci, ostinatamente e che non devono essere tradotti con gli stessi termini; lo stesso l’unione delle parole un marciume liquido difficile da rendere perché qualifica contemporaneamente le pagine di un calendario cadute nella sabbia e i giorni che cadono sulla banchina del porto, restando le une e gli altri invischiati nei detriti. Pareri molto condivisi ma anche dubbi: tra “macération liquide”, “magma liquide”, “liquide putréfié”,” fange liquide”, quale immagine sposa meglio il movimento del testo?

L’espressione alla rinfusa / si allontanano ha dato luogo a numerosi rifiuti: “en désordre” giudicato troppo piatto; “en pagaille” troppo familiare, “à vau l’eau” – che io suggerivo – ritenuto peggiorativo. La questione è rimasta aperta.

Un lungo dibattito c’è stato anche sull’avverbio fortunosamente che designa l’oscillazione tra la buona e la cattiva sorte, la fortuna e la sfortuna, e che qualifica qui la caduta dei giorni. Avevo proposto “bon an, mal an” ma un partecipante mi ha fatto osservare che, su un piano ritmico e per dare davvero l’impressione di una incertezza, di un errare, era meglio trovare una parola più lunga, e ha proposto “aventureusement” Tutti hanno approvato.

E si è arrivati alla conclusione di questa poesia che, sebbene alla lettura possa apparire facile da “decifrare” anche per un non italianista, si rivela invece piena di trabocchetti appena si tenta la traduzione.

Restava la questione del titolo, non risolta. Ma il tempo pressava e io ho dato la mia personale soluzione: far precedere la parola “port” da un articolo indefinito. L’accento cade quindi sulla seconda e sulla quarta sillaba, e si arriva già in questo modo al movimento che si ritroverà per tutto il corso della poesia per significare l’oscillare delle barche alla fermata, quello delle onde, e il “respiro” dei giorni che si succedono.

Sulla coppia della fine della poesia: vocii/calpestii costruito in chiasmo, al tendersi e allentarsi, slanci e tregue, premure e svogliatezze, tutti sono stati d’accordo.

Il testo che presento qui è il prodotto della mia traduzione di partenza rivista ed emendata alla luce della riflessione collettiva.

Un port de jours

Retour des barques tous les jours au port ; et retour
au port des jours avec
patience, avec l’entêtement
qui leur est nécessaire pour ne jamais faillir avec leurs soleils
hauts et bas et puis leurs lunes
changeantes. Retour des barques et retour
des jours sur les môles et l’attente
s’étire comme fait l’écho
quand il résonne sur les hauts parapets qui protègent,
du côté du sirocco, le port.

Un port où les barques anciennes ont
des noms de saints parfois sortis
d’un calendrier ancien lui-même, calendrier
qui a dû être ailleurs
oublié et qui est resté là parce qu’il s’est échoué dans les détritus
salés qui s’entassent et puis suivent le vent comme font
les gamins avec leur ballon dans les rues
qui au-delà de la Plaia s’égarent
en tous sens.

Un port de jours mille fois vus, de retours
si opiniâtres qu’on les croit immuables, de cycles réguliers, ou perçus
ainsi, en tout cas
rassurants.

Un port de jours qui, aventureusement,
l’un après l’autre, tombent entre ces môles où
échoués eux aussi ils restent dans les détritus
que la mer accumule et puis se décomposent
en une fange liquide : personne
ne sait quand — et si — d’autres courants
parviendront à les pousser au large de nouveau.

Un port de jours qui, même lorsque la foule pour marchander
le poisson, en août, se presse tout au bord
du quai, obstinément retournent, aux bruits de voix
indifférents, indifférents à tous les bruits de pas. Et de la même façon
que respire, lorsque se tendent
et se relâchent les cordages,
chaque barque au mouillage, les jours aussi, au mouvement des vagues,
respirent là dans une alternance
d’impulsions et de trêves, d’empressements et d’indolences. Et l’écho
résonne sur les hauts parapets qui protègent,
du côté du sirocco, le port.

Per concludere sull’importanza essenziale ai miei occhi di tradurre sempre la poesia tenendo conto del verso che la fonda, ho distribuito e letto una magnifica traduzione de “L’Albatros” di Antonio Prete e che è presente nel saggio che ha dedicato alla traduzione del testo poetico (vedere qui sotto) e anche una canzone di Guido Cavalcanti di cui ho redatto la traduzione.

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Bibliografia:

Baudelaire, Charles, I fiori del male, traduzione dal francese e cura di Antonio Prete, Milano, Feltrinelli, 2003.
Cavalcanti, Guido, Rime, traduit de l’italien, prefacé et annoté par Danièle Robert (édition bilingue), Senouillac, Vagabonde, 2012.
Prete, Antonio, À l’ombre de l’autre langue, [All’ombra dell’altra lingua, 2011], Cadenet, les éditions Chemin de ronde, coll. “Stilnovo“, 2013.
Tortorici, Michele, La pensée prise au piège , [La mente irretita , 2008], traduit da l’italien e prefacé par Danièle Robert (édition bilingue), Senouillac, Vagabonde, 2010.


Mezzo secolo di Lunch Poems>

Mezzo secolo fa, nel mese di giugno del 1964, la casa editrice City Lights – quella di Lawrence Ferlinghetti -, pubblicava come numero diciannove dei Pocket Poets la raccolta di poesie di Frank O’ Hara Lunch Poems (si può tradurre Poesie per il pranzo, Poesie da consumare a pranzo, probabilmente con il senso di un’espressione come ‘lunch meat’, la ‘carne pronta per il pranzo’ o anche la ‘carne in scatola’). In Italia tre sue poesie sarebbero uscite poco dopo, nel novembre di quello stesso anno, nella raccolta curata da Fernanda Pivano Poesia degli ultimi americani, con la traduzione di Giulio Saponaro. Ma nessuno ci fece caso e confesso che anche io, ragazzo di diciott’anni, dopo aver divorato il volume della Pivano, non ricordavo certo, tra i nomi dei poeti che più mi avevano colpito, quello di O’ Hara. Ma quando, più di trent’anni dopo, nel 1998, sono usciti in Italia i suoi Lunch Poems (a cura e con la traduzione di Paolo Fabrizio Iacuzzi, Mondadori, Oscar Poesia del Novecento), allora sì questo poeta mi ha colpito con la sua straordinaria capacità di seguire con i suoi versi una percezione al tempo stesso leggera e profondissima della realtà.

La realtà è quella delle vie di Manhattan che percorre in su e in giù, dei dipinti dei grandi pittori informali di quegli anni che vede lì, al Moma dove lavora, dei libri che legge e che, anzi, sono il suo cuore, un cuore che può facilmente portare «in tasca» e, infine della musica che ascolta nei locali tra quelle stesse vie di Manhattan e Brooklyn. Già, la musica. Quella realtà, così come nelle voci dei cantanti o negli strumenti dei jazzisti a lui cari, prende anche nei suoi versi forma di musica: una musica che dà l’impressione di essere quella dei pianisti blues che accompagnavano, quando Frank era bambino, i film muti; musica, al tempo stesso, d’atmosfera e d’improvvisazione, basata su un soggetto e liberissima di interpretarlo (o anche di andarsene per conto suo).
La realtà non è dunque “rappresentata” da Frank O’ Hara, ma – come ho scritto prima – “seguita”, con una disponibilità totale alla sorpresa come al disincanto. Frank lavora come un investigatore abituato ai pedinamenti che sa di potersi aspettare di tutto. La realtà, di per sé, lo rassicura: è lì; si tratta solo di andarle dietro, di seguire il suo ritmo.
Nella poesia che segue, Yesterday Down at The Canal, Frank O’ Hara va dietro ai pensieri che gli ha suscitato l’osservazione, in sé banale, di qualcuno che stava con lui al «giù al canale». Ne nasce quasi un monologo interiore, un “flusso di coscienza” (d’altro canto, dov’è il canale? dove c’è acqua se non nello scorrere delle parole di questa poesia?). Ma niente paura: non comincia un “gran romanzo” né russo né irlandese; la leggerezza è sempre lì, nella penna di O’ Hara e ci conduce fino al punto nel quale il poeta manda al diavolo tante «stronzate» su come si vive e su come si può morire.
Una nota sulla traduzione. Dal punto di vista della corrispondenza tra ritmo e realtà, la traduzione che di Lunch Poems ha fatto Paolo Fabrizio Iacuzzi è eccellente. Se ho deciso, in questo mio blog, di dare una nuova traduzione di tre poesie (A Step Away from Them, The Day Lady Died e quella che segue) non è dunque perché io pensi di poter fare una versione migliore, ma perché sono convinto che la traduzione poetica sia un modo, il più bello, per conoscere davvero un poeta che ha scritto in un’altra lingua e anche, quando si può (quando cioè si conosce quella lingua), per dimostrargli il proprio amore attraverso un suono che corrisponda al suo suono. Anche quando quel poeta non c’è più, anzi proprio allora. Anche cinquant’anni dopo che una poesia è stata composta, anzi proprio allora.
Il tempo invidia i poeti.

Frank O’ Hara
Yesterday down at The Canal (1961)


You say that everything is very simple and interesting
it makes me feel very wistful, like reading a great Russian novel does
I am terribly bored
sometimes it is like seeing a bad movie
other days, more often, it’s like having an acute disease of the kidney
god knows it has nothing to do with the heart
nothing to do with people more interesting than myself
yak yak
that’s an amusing thought
how can anyone be more amusing than oneself
how can anyone fail to be
can i borrow your forty-five
I only need one bullet preferably silver
if you can’t be interesting at least you can be a legend
(but I hate all that crap)


Traduzione di
Michele Tortorici

Ieri giù al canale


Tutto è molto semplice e interessante, dici
questo mi fa venire malinconia, come quando leggo uno di quei gran romanzi russi
mi annoio da morire
certe volte volte è come vedere un cattivo film
altri giorni, più spesso, è come avere un rene che ti fa male forte
dio sa che non ha nulla a che fare con il cuore
nulla a che fare con quelli che sono più interessanti di me
ha ha
questo pensiero è divertente
come si può essere più divertenti di se stessi
come si può non riuscirci
posso prendere in prestito la tua quarantacinque
mi serve solo un proiettile, meglio se d’argento
se non puoi essere interessante almeno puoi essere una leggenda
(ma io odio tutte quelle stronzate)


Una traduzione da Mary Jo Salter

Mary Jo Salter (n. 1954), originaria del Michigan ma cresciuta a Detroit e Baltimora, ha la straordinaria capacità di passare facilmente dai temi legati alla sua conoscenza diretta di molti paesi, in particolare europei, ad argomenti che appartengono alla più schietta, e talvolta confidenziale, quotidianità domestica.

La poesia della quale propongo la traduzione, Video Blues (qui il testo originale), rientra con tutta evidenza tra questi argomenti. In essa il linguaggio generalmente leggero che caratterizza lo stile di Mary Jo Salter trova equilibrio e misura proprio nell’avvicinarsi a un campo di esperienza solo apparentemente ristretto, ma che in realtà si rivela un mondo complesso e vivace, osservato sempre con consapevolezza e umana comprensione. Da qui una felicità di tono che avvicina questi versi ai migliori esempi della poesia americana dell’ultimo mezzo secolo.

In particolare, Video Blues, come suggerisce il titolo (che lascio senza traduzione perché è abbastanza perspicuo di per sé), valorizza questa felicità di tono con il ritmo e le rime propri di una ballata. La poetessa crea così un’atmosfera nella quale, da una parte, viene voglia di cantare i suoi versi con il sorriso sulle labbra mentre, dall’altra, si capisce bene che la storia raccontata è quella di una ricorrente frustrazione: il rapporto tra l’autore e il lettore si arricchisce in questo modo di un ammiccamento, diventa intesa, arriva alla complicità.

Nella traduzione italiana ho cercato di mantenere la leggerezza e la scioltezza del linguaggio. Per farlo mi sono preso alcune – piccole, per il vero – libertà. Per esempio, nella seconda strofa, ho eliminato nel secondo verso “da ripetere” (nella traduzione di too long to repeat), anche tenuto conto del fatto che in italiano è superfluo; invece che “Ragazzo”, al v. 13, ho tradotto “Dai” che in italiano scorre di più in fine di verso e che ha, in sostanza, lo stesso senso. Poiché tuttavia non volevo stravolgere il testo originale, ho omesso l’uso delle rime. Ho tuttavia mantenuto sempre in fine di verso, puntando sull’effetto di parole-rima, sia “Myrna Loy” sia l’espressione “mandar giù” con la quale traduco il non facile (in questo caso) “enjoy” dell’originale.

Mary Jo Salter
Video Blues
Traduzione di Michele Tortorici


Mio marito ha una cotta per Myrna Loy
e gli piace affittare i suoi film per spassarsela.
Certe sere è proprio dura da mandar giù.

L’elenco delle attrici che potrebbero
averlo al loro servizio è troppo lungo.
(Mio marito ha una cotta per Myrna Loy

Carole Lombard, Pulette Goddard, la timida
Jean Arthur con quella voce secca come grano …)
Certe sere è proprio dura da mandar giù.

Lui svela tutto questo solo per dar fastidio
a una moglie fedele? So che non posso competere.
Mio marito ha una cotta per Myrna Loy.

E una donna non può avere il suo uomo dei sogni? Dai,
io non voglio dire che mi manchi qualcosa nella vita
ma qualche sera potrei davvero godermi

due ore con Cary Grant come con un gioco tutto mio.
Suppongo, tuttavia, che siamo desinati a non incontrarci.
Mio marito ha una cotta per Myrna Loy,
che certe sere è proprio dura da mandar giù.


Una traduzione da Ron Koertge

Ron Koertge (n. 1940) è uno scrittore dell’Illinois la cui fama è dovuta in particolare ai suoi libri per ragazzi, ma scrive anche romanzi di altro genere e poesie nelle quali la sua sensibilità – quella che gli fa avere con i ragazzi un intenso rapporto di condivisione e partecipazione – determina una straordinaria vicinanza alle cose e, tramite le cose, alle parole.

A descriverne il carattere basta questa citazione tratta dal suo sito:
Sometimes I walk into a classroom for a school visit and the students look at each other with a Who’s-the-old-guy? expression on their faces. I don’t blame them. It seems odd to me, too. If my readers are around fifteen, I’m about five times as old as they are.
[Qualche volta entro in una classe per un incontro scolastico e gli studenti si guardano l’un l’altro con un’espressione sulle loro facce che vuol dire: chi è quel vecchio individuo? Non li biasimo. Anche a me sembra strano. Se i miei lettori hanno all’incirca quindici anni, io ho un’età che è quasi cinque volte la loro.]

La poesia Il libro bruciato (recentissima, 2012: qui il testo originale) coglie cose e parole – verrebbe da dire – allo stato puro, come elementi incorrotti, anzi, come elementi che, per il loro stesso essere incorrotti, incontaminati, sono destinati a sublimare. È così con il libro la cui delicatezza lo fa spaginare e le cui pagine diventano fumo; ed è così per le parole, per i nomi di sentimenti che, con una straordinaria invenzione, egli legge sulle lingue dei ragazzi che guardano la neve a bocca aperta. Ron Koertge si accosta alla realtà del mondo in punta dei piedi, sì, ma nondimeno porta con sé tutti gli attrezzi che servono per scavarci dentro. E di questo scavo ci mostra, quasi con timidezza, i reperti preziosi.

Ron Koertge
Il libro bruciato
Traduzione di Michele Tortorici


L’antologia di poesie d’amore che ho comprato
per pochi centesimi è, chissà perché, fragile
e si rovina quando la leggo.

Una per volta, butto le pagine sul fuoco
e guardo il fumo che sale
e se ne va.

Sono quasi all’indice quando sento
un brusio nella strada. I miei vicini
stanno a guardare la neve.

Mi metto il giaccone blu e li raggiungo.
I bambini sono in piedi con le bocche
aperte.

Posso vedere nomi – desiderio, estasi, beatitudine –
atterrare sulle loro lingue, poi sparire.


Una traduzione da Emily Dickinson

Prima o poi doveva arrivare. Tradurre Emily Dickinson (1830-1886), anche soltanto una piccola poesia come quella che segue, è un po’ come scalare una montagna. Non si può arrivare senza l’equipaggiamento adeguato. Hanno provato a scalare questa montagna i grandi poeti italiani del secolo scorso e posso solo sperare che nessuno faccia paragoni. Io ci arrivo dopo molto esercizio, dopo aver letto e riletto la poetessa americana e, insieme, tanta altra poesia americana dell’Otto e del Novecento e degli ultimi anni. Ho cercato di costruire di volta in volta un ritmo capace, senza poter ripetere quello originale, di farne sentire tuttavia un’eco. Ho cercato di interpretare (a volte di re-interpretare) mentre traducevo. Insomma, non sono uscito da quella ambiguità fra ‘tradurre’ e ‘tradire’ che costituisce da sempre l’essenza della traduzione poetica, altrimenti impossibile. Tutto questo è stato, mi sembra, sufficiente per le traduzioni che ho fatto fin qui. E per la grande Emily?

Anche in questi pochi versi ho cercato di fare tutto quello che ho appena scritto e con un impegno ancora più intenso. Propongo a tutti i miei lettori i frutti di questo lavoro, di questo mio amore per le parole: per le parole che scrivo e per quelle che scrivono o hanno scritto altri poeti nel corso del tempo, del lungo tempo della poesia. Non ho forse cominciato con Esiodo (qui, a p. 4) il mio impegno di traduttore?

Questi versi di Emily Dickinson ci riportano a un modo bello di ricordare coloro che non ci sono più, anzi di rivedere coloro che non ci sono più, di rivederli vestiti come per una festa e, quasi, di chiamarli a festeggiare ancora. È un modo bello che tende a essere messo da parte per la dimenticanza della morte voluta dalla società dell’apparire o per una idea della morte legata alla sofferenza che sembra essere addirittura vantata da certo mondo cattolico. E invece, guardiamoli con la loro veste color carminio, guardiamoli com’erano nel loro splendore, e facciamo festa con loro. Un bel libro di Dacia Maraini, che ricorda i suoi cari scomparsi, si intitola, appunto, La grande festa. E contiene riflessioni straordinarie su questo passaggio della vita al tempo stesso così naturale e così difficile.

È evidente – ce lo dice la poetessa americana, ce lo aveva detto ancor prima Ugo Foscolo e lo stesso Foscolo lo aveva ripreso da Catullo – che non dobbiamo aspettarci la voce di chi non c’è più, la chiamata, la parola. Il giaciglio è «muto» in Emily Dickinson, così come il «cenere» è «muto» in Catullo e Foscolo. La parola dobbiamo mettercela noi: la conversazione con i morti, la «celeste […] / corrispondenza d’amorosi sensi» per la quale «si vive con l’amico estinto / e l’estinto con noi» (U. Foscolo, I Sepolcri) richiede che siamo noi prendere l’iniziativa. Ebbene prendiamola. And see!

Emily Dickinson
15 (1858)
(numerazione dell’edizione a c. di R. W. Franklin, The Poems of Emily Dickinson, 3 voll., Cambridge, The Belknap Press of Harvard University Press, 1998)
Traduzione di Michele Tortorici


She slept beneath a tree –
Remembered but by me.
I touched her Cradle mute –
She recognized the foot –
Put on her carmine suit
      And see!

Lei dormiva sotto un albero –
Non c’ero che io a ricordarla.
Ho toccato il suo giaciglio muto –
Lei ha riconosciuto il passo –
Indossava la veste carminio
      Ed eccola!


Una traduzione da Jane Hirschfield
Siano benedette queste nozze

Siano benedette queste nozze

Dedico questa traduzione a mio figlio Mario e a Esra,
in occasione del loro matrimonio,
che si celebra oggi.

La poesia che dedico a Mario e a Esra è di Jane Hirshfield (1953), poetessa e scrittrice newyorchese piuttosto nota negli Stati Uniti ma poco in Italia. Il titolo è A Blessing for Wedding (qui l’originale), ma l’ho tradotto con una piccola modifica nella quale si perde la dolce consonanza del titolo originale, ma si evita la orribile consonanza di “z” in una frase come Una benedizione per le nozze.

Rispetto a tanti altri componimenti per nozze dei quali la letteratura di tutto il mondo è piena (e quella italiana non fa eccezione, anzi presenta un capolavoro assoluto come Il gelsomino notturno di Giovanni Pascoli), mi sembra che questa di Jane Hirshfield sia particolarmente augurale.
A tutta la vita, alla vita che scorre come ogni altro giorno, con le sue piante e con i suoi animali, con chi muore e con chi nasce, viene affidato il compito, in questo giorno particolare (la cui importanza è sottolineata dalla ossessiva figura retorica dell’anafora basata su «today») di benedire le nozze, il giuramento che attraverserà il tempo nelle parole e nel silenzio. E questa benedizione viene data in modo sommesso e, al tempo stesso, con forza addirittura «feroce». Una straordinaria chiamata a raccolta di tutto ciò che ci circonda perché, con il benedirla, possegga la coppia che si forma in tutti i giorni che verranno.

Jane Hirshfield
Siano benedette queste nozze
Traduzione di Michele Tortorici


Oggi che i frutti dei cachi sono maturi
Oggi che i volpacchiotti vengono fuori dalle loro tane nella neve
Oggi che dalle uova maculate si liberano gli scriccioli e cantano
Oggi che gli aceri fanno cadere le loro foglie rosse
Oggi che le finestre mantengono la loro promessa di aprirsi
Oggi che il fuoco mantiene la sua promessa di riscaldare
Oggi che qualcuno che voi amate è morto
    o qualcuno che voi non avete mai incontrato è morto
Oggi che qualcuno che voi amate è nato
    o qualcuno che voi non avete mai incontrato è nato
Oggi che la pioggia precipita fino all’impazienza delle radici aride
Oggi che la luce delle stelle si piega verso i tetti di chi ha fame ed è stanco
Oggi che qualcuno se ne sta dentro la sua ultima pena
Oggi che qualcuno entra nel calore del suo primo abbraccio
Oggi, lasciate che questa luce vi benedica
Con questi amici lasciate che vi benedica
Con la fragranza della neve e della lavanda lasciate che vi benedica
Lasciate che il giuramento di questo giorno si mantenga sfrenatamente e interamente
Attraverso le parole e attraverso il silenzio vi sorprenda entrando nelle vostre orecchie
Nel sonno e nella veglia si dispieghi entrando nei vostri occhi
Lasciate che la sua forza feroce e la sua tenerezza vi posseggano
Lasciate che la sua immensità si manifesti in tutti i vostri giorni.


Siano benedette queste nozze, cari ragazzi!

Una traduzione da Karin Gottshall

Karin Gottshall, poetessa americana nata nel 1970, cresciuta nel Michigan, oggi insegnante al College di Middlebury, nel Vermont, ha esordito nel 2007 con la raccolta di versi Crocus (Fordham University Press).

Le sue poesie trasformano spesso in evento ciò che accade nella quotidianità. Ma senza esagerazioni, senza troppi punti esclamativi, insomma. Il testo del quale trascrivo qui sotto la mia traduzione, Un po’ di bugie (More lies, “New Ohio Review”, N° 8, 2010: qui l’originale), è un bellissimo esempio di questo carattere della poesia di Karin Gottshall. Bellissimo, sì, lasciatemi usare questo aggettivo che tanti critici pensano di poter trascurare quando parlano di poesia e che invece è essenziale.
L’evento, in questi pochi versi, diventa addirittura magico. L’invenzione e la realtà chiacchierano tra loro sedute allo stesso tavolino di un bar nel quale, da un momento all’altro, potremmo entrare anche noi che leggiamo.
Una straordinaria capacità di partecipare allo scorrere del mondo, allo scorrere di ciò che passa nel mondo: questa è la virtù di Karin Gottshall che la poesia Un po’ di bugie mette in assoluto rilievo. Ed è una virtù, al tempo stesso, leggera e penetrante, come lo sguardo di chi vuole capire la vita, oltre che vederla passare.
Dedico questa traduzione alla memoria di mia sorella Cati, che ci ha lasciati poco più di dieci anni fa, ma non ha lasciato il mio ricordo e il mio cuore.

Karin Gottshall
Un po’ di bugie
Traduzione di Michele Tortorici


Qualche volta dico che vado a incontrare mia sorella al caffè
– anche se non ho sorelle – solo perché è una cosa
tanto bella da dire. Ho sempre pensato così, fin da quando

ho letto un romanzo in cui due sorelle si incontravano ogni volta
nei caffè. Oggi, per esempio, sono andata a spasso da sola
sul marciapiede bagnato, indossavo i miei stivali da pioggia e mi aspettavo

che qualcuno potesse chiedermi dove fossi diretta. Ho comprato
un blocco steno e una batteria da orologio, le vetrine
erano appannate. La pioggia in aprile è una specie di promessa e non costa

niente. Mi sono portata una sporta piena di libri al caffè e ho ordinato
del tè. Mi piacciono i posti con la luce delle lampade. Mi piacciono i posti
dove puoi ascoltare la gente che parla di piccole cose,span>

come la differenza tra azzurro e ceruleo,
e il prezzo dei tulipani. Scende. Ho osservato
una che potrebbe essere mia sorella: entra e si scuote la pioggia

dai capelli. Ho pensato, magari proprio adesso i fiorai stanno mettendo
in fresco i tulipani, cinque dollari al mazzo. Tutto in giro
per la città ci sono sorelle. Una qualsiasi di loro potrebbe essere la mia.


Una traduzione da Linda Pastan

Nata a New York nel 1932, ma vissuta poi quasi sempre a Potomac, nei pressi di Washington D.C., Linda Pastan ha cominciato a pubblicare le sue poesie piuttosto tardi. La sua prima raccolta, A Perfect Circle of Sun, è del 1971. La poesia Gone Missing, della quale do qui sotto la traduzione, è tratta dalla raccolta The Last Uncle: Poems, pubblicata nel 2002.

Questa poetessa esce un po’ fuori dalle correnti più conosciute della grande poesia americana degli ultimi sessant’anni. Uno dei temi che lei affronta più volentieri – e che è invece quasi totalmente assente nei poeti della Beat Generation o in quelli della East Cost a lei contemporanei – è quello della famiglia.
Gone Missing (qui il testo originale), dedicata al distacco dei figli, rappresenta bene il modo in cui Linda Pastan affronta questo argomento: senza fronzoli, senza sentimentalismi, con una lucida coscienza dei rapporti umani che si stabiliscono nell’ambito familiare.
Tutto è rappresentato con immagini apparentemente banali, ma che invece lasciano il segno, e con un ritmo tagliente di straordinaria efficacia che ho cercato di mantenere nella traduzione.
Un grazie di cuore a Danièle Robert per i consigli con i quali mi ha aiutato nella traduzione di questo testo.

Linda Pastan
Scomparso
Traduzione di Michele Tortorici


Sul confine indistinto
tra senso
e insensatezza
un ragazzo fa un passo oltre
il limite del mondo
e si porta dietro un maglione
blu, un rasoio e
le tasche svuotate
delle cose che si lascia dietro
tutta la sicurezza. La notte

non si muove, l’unica luce
una falce di luna.
Lascia lo spazzolino da denti
le lettere disegnate del suo nome
e una visione, una foto precisa,
di ciò che noi temiamo più di tutto:
i nostri figli diletti liberati
a nostra insaputa o per caso
nel mondo meraviglioso
che non perdona.