A proposito di On de Road di Kerouac:
una precisazione

Nel mio recente intervento (che si può leggere qui) sulla poesia di Jack Kerouac Sept. 16, 1961, POEM, della quale ho dato la traduzione con il titolo Poesia del 16 settembre 1961, ho citato anche il romanzo più conosciuto di Kerouac, On the Road.

Ho citato con precisa cognizione di causa – dato che l’avevo sotto gli occhi – la traduzione recente, opera di Michele Piumini, che riproduce Il “rotolo” del 1951, cioè il testo originale rimasto per tanti anni inedito (Jack Kerouac, On the Road. Il “rotolo” del 1951, Oscar Mondadori, 2010). Ho invece citato a memoria – poiché non ho più il volume che avevo letto alla fine degli anni Sessanta – la traduzione che ricordavo essere opera di Fernanda Pivano. Doppio errore: errore di presunzione, perché mi fido sempre troppo della mia memoria; e conseguente errore di citazione perché Fernanda Pivano ha sì curato la prefazione di quel volume (Jack Kerouac, Sulla strada, Oscar Mondadori, 1967: questo è il libro che io ho avuto in mano a suo tempo), ma non la traduzione, che è dovuta invece a Magda De Cristofaro.

Ad aiutarmi nella correzione di questo errore è stato proprio Michele Piumini, il più recente traduttore del romanzo di Kerouac, con una gentilissima email della quale l’ho ringraziato privatamente e lo ringrazio ora pubblicamente. Lo ringrazio perché la traduzione è sempre, quando è buona, una straordinaria opera letteraria ed è giusto attribuire i meriti di quest’opera a chi di dovere. In questo caso a Magda De Cristofaro: ho appena corretto il mio precedente post. A proposito: la traduzione di Piumini merita davvero un salto in libreria.

Una traduzione da Jack Kerouac

Jack Kerouac (1922-1969) è stato conosciuto in vita, più che per i suoi testi poetici, per i suoi romanzi, in particolare On the Road. Divenuto un testo cult della Beat Generation e venduto in più di tre milioni di copie in tutto il mondo, questo romanzo fu scritto nel 1951, ma fu pubblicato solo nel 1957, per problemi con il maccartismo imperante in quegli anni e, con la Prefazione di Fernanda Pivano, fu tradotto in italiano nel 1959 da Magda De Cristofaro con il titolo Sulla strada, [vd. qui la mia precisazione]. La prima edizione non censurata di On the Road, tuttavia, è stata pubblicata solo nel 2007 ed è stata tradotta in italiano da Michele Piumini solo nel 2010. A quasi mezzo secolo dalla sua scomparsa, attenuati i clamori di una biografia prima da ribelle, poi da alcolizzato, la rilettura dei versi di Jack Kerouac offre un universo di significati e una cifra stilistica che forse a suo tempo sono stati sottovalutati.

I versi di Sept. 16, 1961, POEM (Poesia del 16 settembre 1961) rappresentano una straordinaria, angosciata riflessione sui limiti di ciò che diviene (il «coming and going» ossessivamente richiamato nel testo della poesia) e sulla possibilità – o impossibilità? da qui l’angoscia – del paradiso. È il grande tema, anche questo forse non chiaramente percepito, dell’intera opera di Kerouac: come dimenticare che il personaggio principale di On the Road, l’alter ego dell’autore, si chiama, appunto, Sal Paradise? Ma qui, rispetto alla ridondanza della prosa di Kerouac, questo tema assume una stupefacente intensità. Un giorno, il 16 settembre del 1961, diventa il giorno nel quale si fanno i conti con il tempo, con la speranza, con la disperazione (che però non prevale mai), il giorno nel quale la vita si fa totalmente simbolo del divenire e chi vive aspetta che i suoi grandi interrogativi si sciolgano.

Questo bellissimo testo, pubblicato per la prima volta nel secondo numero (1962) della rivista di controinformazione culturale “The Outsider”, ha una storia singolare relativa all’espressione «chinese poetry» del v. 32. L’espressione è stata modificata (forse per il problema del riferimento alla Cina?) in vari modi da tutti gli editori della poesia. Quando, nel 1964, Fernanda Pivano la tradusse per l’antologia Poesia degli ultimi americani, utilizzò l’espressione «civilized poetry», Kerouac le scrisse chiedendole ragione del cambiamento e risultò che il testo di riferimento per la traduzione era stata proprio una copia di “The Outsider”, una rivista che veniva stampata a mano a partire da diversi originali. Fernanda Pivano cambiò la traduzione, ma ancora nell’ultima edizione (maggio 2011) di Poesia degli ultimi americani, il testo originale a fronte contiene la variante «civilized poetry» con evidente discrepanza rispetto alla traduzione «poesia cinese». La complessa storia di questo verso e dell’intera poesia è stata raccontata qui dal critico inglese e storico della Beat Generation Dave Moore.

Sept. 16, 1961, POEM è apparsa con il testo che, a partire dal sedicesimo verso, scorre via via verso destra, come se, sotto ai primi quindici versi si aprisse un baratro. Il quindicesimo verso dice:«I suddenly realized all things just come and go». E da qui comincia la riflessione sul profondo abisso del divenire. È per questo che i versi sono disposti così? Neanche Dave Moore, nell’analisi che ho già citata, affronta questo problema. Ma a me piace pensare che sia proprio così. In ogni caso, questo, cioè il rispetto della grafica originale, è il motivo per il quale qui sotto non offro la trascrizione dei due testi, l’originale e la traduzione, ma due link a file pdf che ne rispettano meglio la grafica, soprattutto nel caso in cui qualcuno volesse farne il download (ciò che è possibile alla sola condizione di rispettare le regole di Creative Common Licence come indicato nella colonna qui a fianco.

Sept. 16, 1961, POEM

Poesia del 16 settembre 1961

Al bistrot del Panier

La traduzione in francese di Danièle Robert

È passato un mese, sì e no, dall’uscita della mia più recente raccolta di versi, Viaggio all’osteria della terra, che la carissima Danièle Robert, traduttrice tra le più stimate in Francia, già autrice della traduzione del mio libro di poesie La mente irretita, uscita con il titolo La pensée prise au piège presso l’editore Vagabonde, ha voluto pubblicare sul sito dello stesso editore la traduzione della poesia che le ho dedicato in questa nuova raccolta e che si trova nella sezione della mia raccolta intitolata Le vie amiche, Il bistrot del Panier. Ho dedicato questa poesia a Danièle perché lei vive sì adesso nella splendida campagna del Luberon, ma è di Marsiglia e anche per lei (anzi, decisamente più per lei che per me) le vie del Panier sono “vie amiche”.
Ecco dunque che, nel giorno stesso in cui il Viaggio all’osteria della terra viene presentato al Salone di Torino da Girogio Bárberi Squarotti e Cinzia Burzio, ho la possibilità di pubblicare anche io i due testi, l’originale (che leggerò oggi pomeriggio al Salone) e la traduzione.
Buona lettura!

Michele Tortorici
Al bistrot del Panier (da Viaggio all’osteria della terra, Manni, 2012)


No, dalla piazza non si vede il porto
vecchio da cui siamo venuti – prima
le scale, dopo
la via in salita – eppure deve essere, a pensarci
bene, proprio qui sotto con quel suo lavorio che mischia vele
e palazzi e banchi
di fiori e fa come se fossero
amici un po’ strambi, un po’ raccogliticci, che si adattano
però a stare insieme e a scambiare senza litigi quattro chiacchiere
sul tempo.

No, dalla piazza non si vede il porto
vecchio. Diménticati
il mare perché qui al Panier
c’è una separatezza
che è voluta, una solidità, una consistenza, un morso
che la collina dà alla terra, e cerchi
di capire se sia d’amore, il morso, oppure
se abbia del veleno.

No, dalla piazza non lo puoi capire, se rimani
lì fermo. Devi uscirne e tornarci solo dopo averle
percorse tutte le strade
che giocano a nascondersi attorno a lei. Una volta
tornato, devi sederti a bere
il vin rosé un poco acidulo che vendono, un euro e cinquanta la caraffa
da mezzo litro, al bistrot – porta di vetro con lunetta
verde, il primo a destra. Aggiungi per tre euro, ti consiglio
io che l’ho provato, sei panisses,
spécialités de la maison, perché comunque
è meglio non mandarlo giù, questo rosé, a stomaco vuoto.

Propendo per l’amore. Veleno no, piuttosto è – direi –
selvatichezza il morso
che questa collina dà alla terra per fare
dimenticare a chi viene quassù che,
da un’altra parte, questa città si abbraccia con il mare.


Au Bistrot du Panier (Traduzione inedita a cura di Danièle Robert)


Non, de la place on ne voit pas le Vieux-Port
d’où nous sommes venus – d’abord
les escaliers, après
la montée – et pourtant il doit être, si l’on y pense,
exactement là-dessous, lui et son activité qui mêle voiles
et palais et bancs
de fleurs et fait comme si c’étaient
des amis un peu bizarres, un peu de bric et de broc, qui s’habituent
néanmoins à rester ensemble
et à échanger sans bisbilles quatre broutilles
sur le temps.


Non, de la place on ne voit pas le Vieux-Port. Oublie
la mer parce qu’ici au Panier
il y a une séparation
qui est voulue, une solidité, une consistance, une morsure
que la colline fait à la terre, et tu cherches
à savoir si elle est d’amour, la morsure,
ou bien empoisonnée.


Non, de la place tu ne peux le comprendre, si tu t’arrêtes
là. Il faut y retourner après
les avoir parcourues toutes
ces rues qui jouent à cache-cache et ensuite
t’asseoir pour boire
le vin rosé un peu acidulé qu’on vend, un euro cinquante la carafe
d’un demi-litre, au bistrot, porte vitrée et encadrement
vert, le premier à droite – ajoute trois euros, je te conseille
moi qui ai essayé, six panisses,
spécialité de la maison, parce que quand même
il vaut mieux ne pas se l’envoyer, ce rosé, l’estomac vide.


Je penche pour l’amour. Le poison non, c’est plutôt
– dirais-je – de la sauvagerie
la morsure que la colline fait à la terre pour faire
oublier à ceux qui montent ici que,
d’un autre coté, cette ville s’enlace à la mer.


Una traduzione da Jill Alexander Essbaum: Pasqua

Di solito si celebra la Pasqua con poesie tradizionali. Oppure, più di recente, si è diffusa nel web a questo scopo una poesia di Pascoli, Gesù, tratta dal Piccolo vangelo. Questa raccolta, rimasta incompiuta, fu pubblicata da Maria Pascoli, la sorella del poeta, nella prima edizione delle Poesie varie proprio un secolo fa, nel maggio del 1912, quindi poco più di un mese dopo la scomparsa di Giovanni, avvenuta il 6 aprile di quell’anno, sabato santo. Ne parlo in questo altro post.
Oggi voglio invece presentare un testo decisamente più originale, forse addirittura sconosciuto in Italia, di Jill Alexander Essbaum.

Nata nel 1971 a Bay City (Texas), Jill Alexander Essbaum è una poetessa che unisce nei suoi versi una intensa carica di erotismo e una forte – a volte si direbbe lancinante – tensione religiosa. Easter (Pasqua), la poesia che voglio presentare oggi, pubblicata nel fascicolo di gennaio 2011 del “Poetry Magazine”, è uno straordinario esempio di come questa duplicità di ispirazione sia in realtà costituita da un’unica, alacre volontà di confrontarsi con l’assoluto. La stanza di Jill Alexander Essbaum, la stanza che la chiude e la fa sentire sola, non è serrata da una porta qualsiasi, ma dalla stessa lastra di marmo caduta giù dalla tomba dalla quale Cristo è risorto.
Si tratta di un’immagine potente e sconvolgente. Ma anche di un modo severo, anzi inflessibile, di dichiarare la propria umanità, una umanità che, mentre – e proprio perché – aspira all’assoluto, si trova a fare i conti con le proprie porte chiuse: nel caso della nostra poetessa, con una capacità di amare e di essere amata che finisce nel momento stesso in cui si realizza.

Jill Alexander Essbaum
Pasqua
Traduzione di Michele Tortorici

è la mia stagione
di sconfitta.

Anche se tutto
è verde

e la morte
è trascorsa,

mi sento sola.
Come se la pietra

rotolata giù
dal vertice

della tomba
si fosse incassata

nel telaio della porta
della mia stanza,

e chiunque
io abbia mai amato

viva felicemente
soltanto dopo

che io ho potuto averlo.
E ogni volta

che Gesù risorge
mi viene in mente

questo marmo
infatti:

nessuno di loro
torna indietro.

Ancora una traduzione da Frank O’Hara

Ho presentato qualche tempo fa la traduzione di una poesia di Frank O’ Hara, A Step Away from Them, appartenente alla raccolta Lunch Poems. Nella stessa raccolta si trova una delle poesie più belle di questo poeta e, forse, una delle più belle di tutta la produzione poetica americana del Novecento. È la poesia The Day Lady Died (qui il testo originale), dedicata al 17 luglio del 1959, giorno della morte di Lady Day. Con questo nome veniva chiamata la grande cantante blues Billie Holiday (1915-1959: qui sotto nella foto), amatissima dagli intellettuali newyorkesi di quegli anni e, in particolare, dal gruppo di poeti e scrittori noto come la “Scuola di New York”.

Entrambe queste poesie hanno una eccezionale “leggerezza” sia nel seguire lo scorrere del tempo sia nell’inserire in questo scorrere, come due sorelle indivisibili, la vita e la morte.
Manhattan è lo straordinario ambiente nel quale tutto questo avviene: le sue strade, le sue librerie, le sue rivendite di alcolici, i suoi tabaccai. E, infine, i suoi locali: spesso, allora come oggi, apparentemente piccoli bar. Ma, se entri, senti subito che la musica di un pianista o di una piccola band è di alto livello e magari riconosci un volto o una voce nota che ti aspetteresti di trovare solo in rinomati teatri di Broadway.
La Bowery, la zona di Manhattan che si estende a fianco di Bowery street, è piena di questi locali e Frank O’ Hara ne era uno dei più assidui frequentatori.

Ecco dunque la traduzione di The Day Lady Died.

Frank O’Hara
È morta Lady Day
1
Traduzione di Michele Tortorici


Sono le dodici e venti a New York un venerdì
tre giorni dopo il giorno della Bastiglia, sicuro
è il Cinquantanove e vado in cerca di un lustrascarpe
perché parto alle quattro e diciannove, a Easthampton
arriverò alle sette e quindici e dopo subito a cena
e non so se qualcuno mi farà da mangiare

cammino su per la strada dove l’afa comincia a farsi sentire
e prendo un hamburger e un frappè e compro
quell’odioso del New World Writing, così vedo che fanno
in questi giorni i poeti del Ghana
                         vado in banca
e miss Stillwagon (l’ho saputo anch’io che di nome fa Linda)
per una volta nella vita non si mette a guardare il mio saldo
e da Golden Griffin prendo un piccolo Verlaine
per Patsy2, illustrazioni di Bonnard, ma non mi
dispiacerebbe Esiodo, trad. di Richmond Lattimore o
la nuova commedia di Brendan Behan3 o Le balcon o Les Nègres
di Genet, ma non li prendo, rimango con Verlaine
finché vado a dormire, praticamente, con irresolutezza

e per Mike faccio due passi al negozio di liquori
di Park Lane e chiedo una bottiglia di Strega
poi me ne torno per dove ero venuto fino alla Sesta Avenue
e al tabaccaio dello Ziegfield Theater e
come niente fosse chiedo una stecca di Gauloises e una stecca
di Picayunes, e una copia del New York Post dove c’è il viso di lei
e da quel momento sono pieno di sudore e penso che
me ne stavo appoggiato alla porta del cesso, al 5 spot4,
mentre lei sussurrava una canzone a Mal Waldron5 accosto
alla tastiera e tutti, me compreso, smettevamo di respirare.



Il mio amore per la Germania

Lo scorso 27 gennaio, Giornata della Memoria, “Il Giornale” è uscito con un editoriale del direttore, A noi Schettino, a voi Auschwitz. Questo titolo terrificante voleva rispondere a un articolo del settimanale “Der Spiegel” che – sembra – attaccava, per la codardia del comandante della Costa Concordia, tutti gli italiani. Non sono riuscito in alcun modo a trovare on line l’articolo in questione e non ho avuto né tempo né voglia di cercarlo nelle edicole che hanno giornali stranieri. Ma non ha importanza: di stupidaggini ne scrivono tutti in tutto il mondo. Forse, e sottolineo il forse, ne è stata scritta una anche su “Der Spiegel”. Non sarebbe la prima.

Considero però, eventualmente, stupidi il titolo e l’articolo attribuiti al settimanale tedesco e terrificanti il titolo e l’articolo del giornale italiano. Terrificante il titolo, perché attribuisce a tutti i tedeschi e a tutta la odierna Germania la responsabilità dei campi di sterminio. E invece proprio la Germania sta compiendo, con un coraggio che in Italia è mancato e ancora manca, uno straordinario e doloroso percorso culturale e politico di presa di coscienza delle proprie responsabilità. Terrificante l’articolo perché usa con una disinvoltura che non ricordo in tempi recenti sia la parola “razza” sia soprattutto il concetto che essa esprime così come elaborato dal nazismo e ripreso poi dal fascismo. Il senso dell’editoriale si può infatti così riassumere: i tedeschi, «quelli della razza di Jan Fleischauer (autore dell’articolo)» sono, in quanto tali, cioè in quanto tedeschi, sterminatori di ebrei, sparatori alla schiena di donne e bambini, «arroganti e pericolosi per l’Europa».

Non aggiungo altro se non la mia profonda vergogna per il fatto che questo articolo delirante pretende di rappresentarmi in quanto italiano.
Ebbene no. Non mi rappresenta.

Amo la Germania, la sua musica, la sua letteratura, la sua poesia, le sue città faticosamente ricostruite dopo l’ultima guerra e oggi piene di una straordinaria vitalità sociale e artistica, i suoi viaggiatori che da secoli si emozionano di fronte alle bellezze e alla cultura del nostro paese, il suo popolo. Piango, insieme a questo popolo, gli orrori che in suo nome il nazismo ha perpetrato. Ammiro il coraggio con il quale questo popolo oggi in ogni piazza, in ogni strada, ricorda il suo terribile passato ed è capace di fare i conti con le sue non meno terribili responsabilità. Non mi importa nulla se in Germania qualche giornalista e qualche testata giornalistica sono in vena di sparate anti-italiane. Nella mia testa non agisce in alcun modo il concetto di “razza”, cioè quello che attribuisce una caratterizzazione agli individui per ragioni naturali (di appartenenza etnica o nazionale) e non per le specifiche scelte che ciascuno di essi compie.

N. Heine, G. Carducci e G. Noventa

Ho scritto qualche anno fa un libriccino di poesie bilingue, italiano e tedesco (la traduzione è di Giangaleazzo Bettoni), I segnalibri di Berlino – Berliner Lesezeichen, (Campanotto, 2009), che è al tempo stesso un diario di viaggio e una dichiarazione di amore per questa città e per la sua capacità di vivere la memoria del proprio passato. Ma non voglio qui fare una citazione di me stesso. Voglio invece trascrivere alcuni bellissimi testi poetici che rappresentano, senza bisogno di alcun commento, la fraternità di due culture che da sempre trovano ispirazione l’una nell’altra. Il primo testo è di Heinrich Heine (1797-1856): si tratta della poesia Mit schwarzen Segeln, tratta dalle Neue Gedichte (1844). Il secondo testo è la traduzione di quella poesia a opera di Giosue Carducci (1835-1907), Passa la nave mia con vele nere, tratta dal terzo libro delle Rime nuove (1887). Il terzo testo è la straordinaria reinterpretazione di quella stessa poesia da parte di Giacomo Noventa (1898-1960) ne Gò vestìo, sì, de luto la me barca.
Ecco dunque i testi. Lasciamo che parlino da soli dei nodi che legano due popoli e due culture.

Heinrich Heine
Verschiedene – Seraphine
XI


Mit schwarzen Segeln segelt mein Schiff
Wohl über das wilde Meer;
Du weißt, wie sehr ich traurig bin
Und kränkst mich doch so schwer.

Dein Herz ist treulos wie der Wind
Und flattert hin und her;
Mit schwarzen Segeln segelt mein Schiff
Wohl über das wilde Meer.


Giosue Carducci
Passa la nave mia (20 agosto 1882)
da H. Heine’s Verschiedene [Varie]
Rime nuove (1887)


Passa la nave mia con vele nere
Con vele nere pe ‘l selvaggio mare.
Ho in petto una ferita di dolore,
Tu ti diverti a farla sanguinare.

È, come il vento, perfido il tuo core,
E sempre qua e là presto a voltare.
Passa la nave mia con vele nere,
Con vele nere pe ‘l selvaggio mare.


Giacomo Noventa
Gò vestìo sì de luto
[su motivi di Heine]
Versi e poesie (1960)


Gò vestìo, sì, de luto la me barca,
E me fido del mar;
Tì ti-sa ben che mi gò perso tuto,
Par volerte amar.

El to cuor m’à tradìo, come fa ’l vento
A ùn che sa dove andar;
Mi gò vestìo de luto la me barca,
E me fido del mar.


Una traduzione da Frank O’Hara

Frank O’ Hara (1926-1966) è un poeta vissuto troppo poco. È stato un artista multiforme, amante della musica ed esperto di arti visuali, tanto da essere curatore delle sezioni di Pittura e Scultura del Museum of Modern Art di New York.

A questa città ha dedicato molti dei suoi versi, tra i quali questa poesia, A Step Away from Them (qui il testo originale), della quale offro una nuova traduzione. La poesia è già stata egregiamente tradotta da Paolo Fabrizio Iacuzzi nel volume Frank O’ Hara, Lunch Poems, edito negli Oscar Mondadori nel 1998. Sui marciapiedi di Manhattan (non bisogna dimenticare che O’ Hara lavorava al Moma, sulla 53th, a due passi dalla 5th Avenue) la vita che passa all’ora della pausa pranzo si incontra – come per caso, ma non per caso – con ricordi di amici da poco scomparsi, ma soprattutto con il cuore che il poeta si porta in tasca: perché si tratta, semplicemente, di un libro di poesie. Buona lettura e buon anno.

Frank O’ Hara
A un passo da loro


È la mia pausa pranzo, così vado
a spasso in mezzo ai taxi dai colori
ronzanti1. Prima, scendo lungo il marciapiede
dove i manovali riempiono di sandwich
e Coca cola i loro torsi sporchi
e unti e hanno gli elmetti gialli
in testa. Li proteggono dai mattoni
che cadono, suppongo. Poi lungo la
Avenue dove le gonne fanno mulinello
sui tacchi e si sollevano al passare sopra
le grate. Il sole è caldo, ma i
taxi rimescolano l’aria. Io guardo
gli orologi a prezzi scontati. Ci
sono gatti che giocano nella segatura.
                             Su
verso Times Square dove il cartellone
luminoso soffia il fumo sulla mia testa e più in alto
cola una cascata di luce. Un
negro sta in un portone e muove uno
stuzzicadenti svogliatamente su e giù.
Da una fila una ragazza bionda gli fa l’occhiolino: lui
sorride e si gratta il mento. Tutto
all’improvviso è un clacson che suona: sono le dodici e quaranta di
un giovedì.
        I neon alla luce del giorno sono
proprio una delizia, come potrebbe scrivere
Edwin Denby2, e così le lampadine alla luce del giorno.
Mi fermo per un cheeseburger al Jiuliet’s
corner. Giulietta Masina, moglie di
Federico Fellini, è bell’attrice3.
E frappè di cioccolato. Una signora
in volpe in una giornata come questa fa salire il barboncino
su un taxi.
        Ci sono tanti Porto
Ricani sull’Avenue oggi e questo
la rende bella e calda. Prima
è morta Bunny4, poi John Latouche5,
poi Jackson Pollock6. Ma la
terra è piena, come lo era la vita, di loro?
E uno ha mangiato e uno va a spasso,
supera le edicole con le riviste di nudi
e i manifesti della corrida e
il Manhattan Storage Warehouse7,
che presto butteranno giù. Io
pensavo sempre che ci avrebbero fatto l’Armory
Show8 là.
       Un bicchiere di succo di papaya
e di nuovo al lavoro. Il cuore me lo porto in
tasca, è il libro di Poesie di Pierre Reverdy9.



Una traduzione da Ralph Waldo Emerson

Ralph Waldo Emerson (Boston, 1803 – Concord, 1882) è un filosofo e scrittore americano, oggi molto (forse troppo) rivalutato, che ha attraversato l’intero xix secolo con la sua vita e le sue opere. Tra queste, le poesie non rappresentano certo, nel complesso, la parte migliore. E tuttavia alcune riescono a raggiungere una straordinaria profondità di pensiero con una altrettanto straordinaria leggerezza di immagini: queste sono, dunque, grandi poesie.
La più nota, anche per una citazione che ne fa Harold Bloom nel volume The Art of Reading Poetry, è The Rhodora (Il Rododendro). L’ho letta qualche anno fa, ma ne sono rimasto particolarmente colpito quando l’ho riletta nel febbraio scorso, perché, nel frattempo, inaspettatamente e troppo precocemente, fiorivano nel mio giardino tre piante di rododendro. Così mi è venuta voglia di tradurla. Con il risultato che tutti potete leggere qui sotto.

Ralph Waldo Emerson
The Rhodora
On being asked, whence is the flower


In May, when sea-winds pierced our solitudes,
I found the fresh Rhodora in the woods,
Spreading its leafless blooms in a damp nook,
To please the desert and the sluggish brook.
The purple petals fallen in the pool
Made the black water with their beauty gay;
Here might the red-bird come his plumes to cool,
And court the flower that cheapens his array.
Rhodora! if the sages ask thee why
This charm is wasted on the earth and sky,
Tell them, dear, that, if eyes were made for seeing,
Then beauty is its own excuse for Being;
Why thou wert there, O rival of the rose!
I never thought to ask; I never knew;
But in my simple ignorance suppose
The self-same power that brought me there, brought you.


Da Early Poems of Ralph Waldo Emerson. New York, Boston, Thomas Y. Crowell & Company, 1899 (prima ed. 1847)

Il Rododendro
A chi mi ha chiesto da dove viene questo fiore
Traduzione di Michele Tortorici


In maggio, quando i venti dal mare venivano
a trafiggere le nostre solitudini, trovavo
il rododendro che, appena sbocciato, nei boschi
sprigionava la nudità dei suoi fiori da un canto
umido per appagare di sé l’abbandono
di quel luogo e il corso lento
del ruscello. I petali viola caduti
nello stagno con il loro incanto facevano
allegra l’acqua torbida; qui sarebbe potuto venire
il cardinale rosso a rinfrescare
le sue piume e a corteggiare il fiore
che fa apparire così dimesso il suo vestito.
Rododendro! Quando i saggi ti domanderanno perché
questo fascino
è come buttato via sulla terra e nel cielo,
tu dirai loro, caro, che, se gli occhi
sono stati fatti per vedere, allora
la bellezza ha in sé la sua ragione
per Essere; perché eri là, tu, rivale
della rosa! Io non ho mai pensato
di chiederlo; io non l’ho mai saputo;
ma nella mia inettitudine immagino
che la stessa identica forza ha portato
qui me e ha portato anche te.