Come finiscono i baccanali

Nel mio recente poemetto Piante del mio giardino, in alcuni versi rivolti alle piante ma chiaramente dedicati ai miei simili, spiego che i baccanali, le feste del superamento del limite (nel caso specifico parlo dell’allegra incoscienza con la quale l’umanità procede verso un insostenibile riscaldamento del pianeta), hanno sempre una fine nefasta. Per farlo ricordo in quei versi che, «come ci ha spiegato tanto tempo fa / Euripide», i baccanali sono feste che accompagnano «la decapitazione / del futuro, […] / la madre che uccide il figlio e che ne porta / la testa mozzata sulla picca». Queste parole terribili, che le mie piante non hanno preso affatto bene e che i miei simili hanno forse lette (quei pochi che le hanno lette) distrattamente, sono una sintesi di ciò che effettivamente accade in una delle ultime tragedie scritte da Euripide, le Baccanti, rappresentata soltanto nel 403 a.C., dopo la morte del suo autore avvenuta nel 406.
Giorni fa, mentre leggevo sui giornali la notizia di una festa notturna di deputati e senatori inneggianti all’aumento del debito pubblico italiano, mi è tornata in mente quella tragedia. Successivamente, la lettura su Twitter di un commento a quell’episodio, «E gli sventurati festeggiarono», mi ha confermato quel ricordo e, insieme a esso, ha potenziato dentro di me il senso di quella tragedia, che va ben al di là di certi eventi, in sé tanto modesti. Già: «Gli sventurati».

Di solito, proprio con questo aggettivo, «sventurato», si traduce in italiano il termine greco ‘τλήμων’ (tlèmon), la cui radice proto-indo-europea, *telə– o *tla-, si può trovare sia nel verbo greco τλὰω (tlào), sia nei verbi latini tolero e tollo, nonché nelle forme irregolari del perfetto e del supino di fero, tŭli e latum, quest’ultima da *tlatum. Insomma, ‘τλήμων’ è colui che porta, che sopporta ciò che di terribile egli stesso fa, e perciò ‘τλήμων’ può prendere a volte il senso di ‘scellerato’, o ciò che di terribile altri fanno. Ora, Euripide usa ‘τλήμων’ per definire, nella parte conclusiva delle Baccanti, due personaggi, Agave e Penteo, entrambi vittime della follia indotta da Dioniso, ma ciascuno di essi in maniera molto diversa.

Il ballo delle Menadi. Copia romana di un originale greco del V secolo a.C.
Madrid. Museo del Prado.

Vediamo di che si tratta. In questa tragedia Euripide mette in scena un episodio relativo al mito della fondazione di Tebe.
Cadmo, fondatore della città, aveva avuto solo figlie femmine: Agave, Ino, Autonoe e Semele. Aveva quindi nominato come successore al trono suo nipote Penteo, figlio di Agave. Un’altra delle figlie di Cadmo, Semele, amata da Zeus – violentata? Forse sì, forse no –, una volta rimasta incinta, era stata convinta da Era, sorella e moglie gelosissima di Zeus, a chiedere di poter vedere il suo amante in tutto il suo splendore divino. Era rimasta, naturalmente, incenerita. Ma Zeus era riuscito a salvare il feto dal suo grembo e a farlo sviluppare, al sicuro dalle vendette di Era, cucendolo nella sua coscia. Nacque così Dioniso.
Il nuovo dio fu il benemerito scopritore del vino, del sidro e della birra. Oltre a ciò, pretese di essere anche il meno benemerito promotore di ogni stato di coscienza eccitata (o addirittura di in-coscienza) che spingesse gli uomini e soprattutto le donne (considerate all’epoca esseri un po’ inferiori e perciò più facilmente eccitabili) a superare il proprio limite umano per diventare pienamente possesso del dio. Dioniso era anche un po’ vendicativo e odiava, in particolare Tebe. Qui in molti erano convinti che Semele avesse finto di essere stata sedotta da Zeus per nascondere un peccato molto più banale e totalmente umano. In primo luogo, ne erano convinte le sue sorelle: anche allora, parenti serpenti. Non tutti, inoltre, erano propensi a dare il benvenuto a questa nuova divinità che pure si diceva fosse stata concepita a casa loro. Tra i più testardi a negare che il feto di Semele si fosse sviluppato nella coscia di Zeus e fosse ormai un nuovo dio c’era Penteo.
Qui comincia la tragedia. Dioniso, con la sua voglia di vendetta, arriva a Tebe nelle vesti di uno straniero bellissimo e capace di compiere miracoli, si beffa dei tentativi di Penteo di arrestarlo e, infine, conquista addirittura la sua fiducia fino a far sì che sia lo stesso re di Tebe a chiedergli aiuto per andare a vedere i riti delle menadi: le ‘μαινάδες’ (mainàdes), sinonimo di baccanti, dalla stessa radice del verbo μαίνομαι (màinomai) che significa sia “delirare” sia “far delirare”; infatti le menadi delirano perché Dioniso le fa delirare. Penteo, consigliato dal finto straniero, si veste da donna, si mette una benda in testa che nasconda il taglio maschile dei capelli e, accompagnato dallo stesso finto straniero e da un servo si reca in una valle al di là del monte Citerone dove le donne tebane sembrano intente a lavori leggiadri e a innocui canti. Penteo vuol vedere meglio che cosa fanno le menadi. Ed ecco che cosa succede, nel racconto che fa il servo, appena tornato, sconvolto, da quella valle. Nelle sue parole ben tre volte compare ‘τλήμων’ che, nella traduzione, sottolineo in grassetto. La traduzione stessa (che trascrivo con qualche taglio), in versi liberi, è mia.

Euripide, Baccanti, vv. 1043-1148


Penteo, sventurato, che non vedeva quella moltitudine
di donne, disse all’altro: «Straniero, da dove
siamo non raggiungo con gli occhi le malvagie
menadi; se salgo
su un colle o su un abete alto, allora sì potrò
posare il mio sguardo sulle turpitudini
delle menadi».
Ed ecco vedo compiere dallo straniero un’impresa
meravigliosa; preso
il più alto ramo di un abete che arrivava
al cielo, lo tendeva
giù, lo tendeva, lo tendeva fino al suolo nero; […].
Messo a sedere Penteo sul ramo dell’abete, attento
che lui non fosse sbalzato via, lasciò
che piano piano si rialzasse l’albero tra le sue mani, e l’abete
ritornò saldo e alto nell’alto
cielo mentre aveva, seduto sulla sua cima, il mio padrone.
Fu visto, piuttosto che vedere lui le menadi; difatti
si distingueva proprio bene, lui, messo
a sedere lassù, mentre da parte sua non vedeva,
benché fosse lì presente, lo straniero. E a un cero punto
dall’etere una voce,
che doveva essere quella di Dioniso, gridò: «Fanciulle,
ecco, vi porto quello
che di voi, di me, delle orge si permette
di ridere; fate che la paghi».
Mentre diceva così, davanti al cielo e davanti
alla terra brillò il fuoco di una luce sacra. L’aria
divenne muta, mute
restarono le foglie
della valle boscosa e neppure
si sentivano strida di animali selvatici.
[…]; non appena
riconobbero con chiarezza l’incitamento di Bacco, le figlie
di Cadmo, si slanciarono: avevano
i piedi veloci non meno
di colombe quando si protesero nella corsa: la madre
Agave e quelle che avevano il suo stesso sangue e tutte
le baccanti, attraversato
il corso d’acqua sul fondo valle, balzavano
sui dirupi rese furenti dall’influsso del dio.
Quando videro
il mio padrone seduto sull’albero, prima,
appostate davanti a lui su uno sperone
di roccia, lo colpirono
con pietre tirate a tutta forza, e gli scagliarono
addosso come lance i rami degli abeti,
altre scaraventavano per aria i tirsi contro Penteo,
miserevole bersaglio, ma non lo colpivano. Quello sventurato,
difatti, annientato
dallo sconforto, si trovava
al di là di dove poteva raggiungerlo la loro furia. Poi,
a forza di sconquassarle con rami di quercia
scalzavano le radici con quelle leve prive di ferro. Tuttavia
poiché tutte quelle fatiche non davano
nessun risultato, disse Agave. «Forza,
mettetevi tutt’intorno,
menadi, afferratevi
al tronco e così quell’animale
lassù in alto riusciremo a stanarlo,
perché non riveli
i canti segreti del dio. E quelle
con mille mani abbrancarono
l’abete e lo sradicarono dal suolo.
Tanto stava in alto, tanto dall’alto cadde e rovinò
bocconi a terra Penteo con lamenti infiniti; capiva
difatti quanto
l’estremo male gli fosse vicino.
Fu per prima la madre, ministra del dio, a dare inizio
all’assassinio
e lo aggredì; lui gettò via la benda che gli copriva
il capo perché Agave, sventurata, potesse
riconoscerlo e non lo uccidesse, la carezzò
su una guancia e le disse: «Credimi,
madre, sono io, tuo figlio, sono
Penteo, che tu hai messo al mondo nelle case di Echìone;
abbi pietà, madre e, seppure ho commesso
dei peccati, non uccidere tuo figlio».
Lei sputava bava schiumosa, distorceva
le pupille stravolte perché non era in sé,
priva di senno, era posseduta
da Bacco: Penteo
non riusciva a convincerla.
Lei gli afferra il braccio sinistro con le mani,
fa forza contro i fianchi di quel disgraziato,
gli strappa l’omero: non
con la sua forza; fu il dio
che aggiunse tanta destrezza alle sue mani. Ino
compiva sfracelli dall’altro lato
strappando le carni, Autonoe
gli si scagliava addosso con il resto
delle baccanti. Era tutto un insieme
di grida: l’uno
gemeva con quel poco
di vita che gli restava, le altre
ululavano. Una di loro
portava un braccio, un’altra
un piede, ancora con i calzari, le costole
erano messe a nudo dagli strazi; tutte,
con le mani insanguinate giocavano a palla con le carni
di Penteo. Giaceva
a pezzi il suo corpo, un pezzo
sotto le rocce aspre, un altro pezzo
in mezzo al fogliame della profonda selva, difficile
da trovare; il misero capo fu la madre
a prenderlo tra le mani, a conficcarlo
sulla punta di un tirso e, come fosse quello
di un leone montano, a portarselo
attraverso il Citerone
mentre le sorelle danzavano ancora con le altre menadi.
Lei, compiaciuta di quella caccia infausta, si dirige
qui dentro le mura e dichiara che suo compagno,
colui che l’ha aiutata nella caccia, è stato Bacco, glorioso
vincitore, davvero
trionfatore, sì, ma di lacrime.
Quanto a me, mi allontano dalla sciagura, prima
che Agave raggiunga queste case.


Quelle che, all’inizio dell’episodio, sembrano nient’altro che donne intente a lavori leggiadri (d’altro canto, la menade raffigurata nel bassorilievo del Prado appare come una aggraziata danzatrice), invasate dal dio e ricevuta da lui una forza che di per sé non potrebbero avere, si trasformano in furie. Penteo, raffigurazione concreta, vivente, del futuro di Tebe, viene fatto a pezzi. La madre dilania il corpo del figlio, il suo futuro personale, e ne conficca la testa sulla punta di un tirso. Così finiscono i baccanali: con lo strazio del futuro. «Come ci ha spiegato tanto tempo fa / Euripide».

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