Dati digitali: mamma mia che paura!
… di perderli

I lettori di questo blog sanno per esperienza che i miei interventi si succedono in modi e tempi lenti e irregolari. E tuttavia avranno notato che, prima del breve augurio del 24 dicembre scorso, era davvero parecchio che non pubblicavo assolutamente niente. Il fatto è che, in quel periodo, alla mia programmatica intempestività si era aggiunto un guaio inaspettato dovuto al passaggio del sito che ospita questo blog dal protocollo http al più sicuro https: più sicuro (per me che pubblico e per voi che leggete), ma non così facile da attivare.
Il guaio era inaspettato? Direi di no, poiché non può essere inaspettato un guaio che riguarda l’instabilità dei dati nel mondo digitale. Ne ho parlato come di «un serpentello che potrebbe mordere» in una mia poesia del 2010 pubblicata nella raccolta Viaggio all’osteria della terra. Eccola. Non temete, poi parlerò diffusamente del problema della instabilità dei dati digitali e di altri a esso connessi. Seguite, per favore, la mia lentezza.

Michele Tortorici
Chiavi uessebì, da Viaggio all’osteria della terra, (Manni, 2012)


Della possibile fallacia della chiave uessebì che porto in tasca, archivio
digitale – per quello
che si può archiviare – della vita, ho già detto1. Pochi scherzi,
il rischio di cancellazione aspetta, non ha premura e ha un sorriso
intriso di veleno. È un serpentello che potrebbe mordere. E difatti
ha già morso, per quanto riguarda me. Ormai
vecchie ferite.
          Ogni promessa
di lunga durata, come è scritto
nei manuali di queste benedette
chiavettine, ha sempre un’eccezione d’altro canto: una temperatura
da non raggiungere o da non superare, un luogo specialmente
da non frequentare; un’etichetta
di comportamento rigida, inadatta
a chi, come me, dei manuali
di istruzione fa a meno e predilige
– anche per i backup – l’imperfezione, una virtù
così vicina alla dimenticanza.

Di chiavi uessebì ne ho per giunta quattro. C’è quando mi capitano
cancellazioni non volute e quando
invece scopro vecchi file che erano
rimasti rinserrati
in un loro – a lungo non trovato – nascondiglio: stessi
imprevisti, verrebbe da dire, stessi inconvenienti
di quando si eclissavano le carte
dai miei sempre un poco stralunati cassetti – oppure ne saltavano
fuori inaspettatamente.
                Ma la possibile fallacia
delle chiavi uessebì non ha rimedio, non ti permette
di tornare indietro. Non ci sono né carte né cassetti: se succede
un pasticcio, non si accomoda. La forma che ha preso,
in quell’archivio che hai fatto,
il tuo pensiero può
non lasciare traccia.

Pensa a quando
passa un’onda e passano poi tutte le onde del corteggio
che suscita, lungo il suo cammino, il vento. Pensa ora
alla schiuma che fanno e alla sua forma: appena
non la vedi più, di questa forma
non hai nemmeno più memoria né potresti
recuperarla in nessun modo.

Nella chiave uessebì, nella possibilità che ti tradisca,
c’è – a pensarci bene – la nostra stessa umana
inaccomodabile transitorietà, la nostra stessa umana
propensione a essere simili a quella schiuma, ad apparire
cioè dal nulla e poi a farvi
indefettibilmente ritorno.

Per questo una chiave uessebì che ti ritrovi, per la sua fallacia,
rotta o illeggibile potresti,
se ti va, tenerla ancora in tasca per ricordo
− o per ammonimento, a seconda dei casi − come un tempo
si faceva con le foto
dei morti di famiglia sul comò.


Ora torno, come promesso, allo specifico problema della instabilità dei dati digitali e comincio dal principio.
Durante il processo di attivazione del protocollo https, ho incautamente modificato una riga di codice del file di login alla pagina di amministrazione e, in seguito, non ho avuto l’assistenza che mi aspettavo dallo staff del server che ospitava il mio sito: a posteriori, comprendo il fatto che quello staff non può star dietro a tutti i perditempo inesperti in vena di trasformarsi in programmatori. Comunque sia, il mio errore, irrimediabile senza un aiuto esterno, ha messo in moto un meccanismo infernale che replicava indefinitamente un comando di “redirect”: il sito e, soprattutto, la pagina di amministrazione erano irraggiungibili. La conseguenza è stata che ho dovuto procedere a un reset completo del sito per poi ripristinarlo grazie a un recente backup. Un colpo di fortuna: nei backup, come avete appena letto, sono molto impreciso nei tempi e nei modi.

Questo inconveniente, dal quale a me sono derivate conseguenze decisamente modeste (e ai miei lettori un periodo – del quale non si saranno neppure accorti – di tregua dalle mie divagazioni letterarie e no), mi ha fatto tuttavia ripensare a un problema di fronte al quale mi sono rivelato disarmato nella pratica, ma che invece, dal punto di vista teorico, affronto sempre nei corsi di formazione che tengo nelle scuole sulla lettura del testo poetico. Il problema è quello della natura e della durata dei testi digitali. Esso ha molti aspetti. Trascuro quello relativo ai cosiddetti bugs (letteralmente: ‘insetti’) che possono anche essere tenuti nascosti con metodi decisamente “mafiosi” dai padroni planetari dell’hardware e del software (come è successo proprio in questi giorni) e che possono favorire l’accesso degli hacker ai nostri dati, in genere non per fare buone azioni.

Una pagina del Codice Vaticano Latino 3196

L’aspetto che voglio osservare per primo è del tutto diverso e riguarda direttamente, per quanto possa sembrare strano, il testo poetico, o meglio, la sua storia. Fino a qualche decennio fa, di moltissimi testi poetici, anche antichi, avevamo la possibilità di “vedere” (leggere su un supporto fisico) le varianti di composizione. Del Canzoniere di Francesco Petrarca, per esempio, possiamo seguire la nascita passo passo. Il codice Vat. Lat. 31962 ci fa entrare nell’officina scrittoria del poeta e ci dà la possibilità di impicciarci di quello che faceva il Petrarca mentre scriveva – o faceva scrivere dal suo fido Giovanni – le varie stesure delle sue poesie: poesie delle quali sette secoli dopo, nelle edizioni che compriamo in libreria, vediamo soltanto l’esito finale. Le venti carte di questo codice contengono non solo testi poetici scritti dalla mano del Petrarca (e in parte poi confluiti nei Rerum vulgarium fragmenta e nei Triumphi), ma anche annotazioni sull’ora della scrittura, correzioni, appunti su semplici intenzioni, magari poi venute meno, idee di correzioni da operare successivamente e altro ancora3 Questo è il modo in cui il testo poetico è stato scritto per secoli. Un modo complesso nel quale la scrittura era continua testimonianza di ripensamenti e di modifiche. Proprio dalla documentazione di questo complesso procedere della scrittura poetica è nata negli scorsi decenni la cosiddetta “filologia delle varianti” e poi la “critica delle varianti”, un tipo di studi dei quali è stato maestro indiscusso Gianfranco Contini. Ebbene, questo metodo di approccio al testo si è potuto esercitare fino a quando gli studiosi hanno avuto per le mani i manoscritti dei poeti, fino a quelli di Leopardi, di Pascoli e, più vicino a noi (qui comprendo anche i dattiloscritti), di Montale e di tanti altri.
Ma i testi scritti attraverso strumenti digitali come un word processor e un computer, per il fatto stesso di permettere infinite correzioni e di non testimoniare nessuna di esse, escludono possibilità future di critica delle varianti, a meno che queste stesse varianti non vengano introdotte tra la stesura dell’originale e la stampa di un’edizione (in questo caso si noterà la differenza tra il testo stampato e il file consegnato all’editore, ammesso che questo file venga mai nelle mani di un critico) oppure tra una edizione e un’altra. Insomma le varianti che saranno verificabili non avranno più nulla a che vedere con la composizione del testo in senso stretto.

Il “cloud”: che cos’è?

Un altro aspetto del problema riguarda più in generale la durata di tutti i testi scritti e conservati su supporti digitali: siano essi hard disk, chiavette usb, oppure, come capita sempre più spesso, server collocati chissà dove (a proposito: il server che ospitava questo sito e quello che lo ospita attualmente dove si trovano? non lo saprò mai; tuttavia sono certo che nessuno dei due sia tanto vicino) in quella che normalmente viene chiamata cloud, la ‘nuvola’. Ebbene, di questo tipo di testi non sappiamo ancora per quanto tempo saranno accessibili: per fare solo un esempio, chi erediterà le password con le quali gli autori accedono al loro cloud? e chi fornirà quelle password agli eredi?

A questo altro aspetto del problema bisogna aggiungere che non sappiamo neanche se questi testi potranno essere ancora letti nel caso fortunato in cui fossero accessibili. Sappiamo tutti che un file scritto con un word processor degli anni Ottanta non viene più letto dai nuovi word processor e neppure, anche se può sembrare incredibile, dalla nuove versioni dello stesso software con il quale è stato scritto. Non è passato neppure mezzo secolo da quando abbiamo cominciato a scrivere con i word processor e ci troviamo di fronte a “testi” che si rivelano – letteralmente – “indecifrabili”, cioè non in grado di farci decodificare le “cifre” che compongono il linguaggio digitale di cui sono composti (“digit” significa appunto ‘cifra’). Testi scritti mezzo secolo fa sono oggi indecifrabili come capita solo per alcuni di quelli scritti magari cinquemila anni fa: solo per alcuni, dato che la maggior parte dei testi scritti cinquemila anni fa riusciamo invece a decifrarli.

È utile precisare che anche la durata in sé del supporto non è poi così sicura. Rispetto alle tavolette di argilla o persino rispetto al delicato papiro, quanto dureranno supporti come gli hard disk o come i cosiddetti dischi a stato solido? Per quanto riguarda questi ultimi (considerati di solito più affidabili degli altri e meno soggetti a rotture accidentali), un noto produttore coreano dichiara per una sua “unità ssd” un milione e cinquecentomila ore. Sembrano un’enormità, ma si riducono a poco più di 171 anni: un tempo ridicolo rispetto ai settecento anni dei manoscritti petrarcheschi, agli oltre duemila dei papiri di età ellenistica, ai circa quattromila dei Testi delle piramidi egizi o ai cinquemila delle tavolette sumeriche.
Un altro aspetto ancora del problema (che affronto per ultimo, ma che non è certo l’ultimo in ordine di importanza) consiste nella assoluta irrecuperabilità dei testi eventualmente perduti a causa di un danno al supporto digitale sul quale sono conservati. Persino dei papiri di Ercolano carbonizzati dall’eruzione del Vesuvio si pensa di poter recuperare i testi, ma di una banale chiave usb che scivoli inavvertitamente nel lavandino non si recupera più niente. Niente! Una cancellazione assoluta che, per un tipo distratto come me, è sempre fonte di timore. Come ho già accennato, faccio sì i backup, ma in maniera non regolare. E, inoltre, se i miei backup nel cloud fossero coinvolti in un incidente più serio di quello dovuto alla mia incapacità di programmatore? E i backup di testi ben più importanti dei miei, per esempio quelli di tanta letteratura contemporanea, dove si trovano? Anch’essi nel cloud, quindi, chissà dove: comunque su supporti la cui durata viene garantita per un tempo ridicolo rispetto a quella di qualsiasi supporto fisico.

Mamma mia che paura! Ma no: nessuna paura, naturalmente. Però una piccola riflessione sui supporti che oggi dovrebbero garantire la memoria dell’umanità, questa sì, vale la pena di farla.


 

Note

  1. Nella poesia La luna e il fiume, (sempre della raccolta Viaggio all’osteria della terra, a proposito di una foto della Luna, ho scritto: «[…] Ora / la porto con me nella chiave uessebì, quella / da otto giga dove – non senza rischio di cancellazione, / è vero – cerco di trattenere almeno un poco / l’archivio della mia vita e dei suoi luoghi.
  2. Per la storia e i contenuti di questa straordinaria testimonianza della scrittura poetica di Petrarca si veda, in particolare: Laura Paolino, Francesco Petrarca, Il codice degli abbozzi. Edizione e storia del manoscritto Vaticano latino 3196. Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Napoli, 2000. Pietro Bembo, per curare l’edizione aldina citata nella nota precedente, si era servito di una copia da lui stesso tratta dal codice Vaticano latino 3195, che contiene il testo completo e definitivo dei Rerum vulgarium fragmenta: questo codice, era stato scritto di propria mano dal Petrarca e in parte, sotto la sua supervisione, dal suo collaboratore Giovanni Malpaghini. Solo in seguito il Bembo conobbe anche il Vat. Lat. 3196.
  3. In relazione a queste annotazioni e correzioni, sono sempre rimasto colpito dal fatto che il Petrarca, quando parla della materiale stesura del testo usi sempre in queste carte il verbo ‘transcribere’ (ad es. «ceptum transcribi ab hoc loco. 1342 augusti 21, hora 6» [inizio della trascrizione da questo punto il 21 agosto 1342 all’ora sesta] o anche le molte abbreviazioni «tr.», ecc.) , anziché ‘scribere’. Certo il poeta si riferisce probabilmente al fatto che sta copiando da qualche altra carta e tuttavia non riesco a non restare affascinato dal fatto che proprio questa fosse la parola sempre e, direi, naturalmente usata dal Petrarca per parlare della scrittura del suo testo poetico: un testo che suona prima nella testa dell’autore e che poi viene “trascritto” su una carta, su un supporto digitale o dove che sia.

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