Lettera aperta a don Matteo

Programmi tv popolari e di massa sì, ignoranza popolare e di massa no!

Caro don Matteo,

ti voglio bene da sempre (sin da quando facevi a pugni a fianco dell’indimenticabile Bud Spencer: se non eri tu, quel tipo ti assomigliava molto), seguo spesso le serie delle quali sei protagonista e, in generale, le apprezzo molto.
La ripetitività dell’intreccio mi dà sicurezza. Tu salvi un innocente e mandi in galera un colpevole che però ha vicino a sé Gesù: molto più vicino di prima e più vicino di quanto egli stesso non pensasse (confesso che non amo molto questo tipo di preti che chiamerei “giustificazionisti”; ma, se fosse possibile, tu me li faresti diventare simpatici). Nel frattempo l’allegra canonica della quale tu sei il capo brulica di fatti da nulla (dagli amoretti di una giovane ospite alle acconciature di Natalina) ai quali i diretti interessati danno un’importanza spropositata. E questo è bello: a tutti noi, difatti, capita proprio così. Altrettanto accade nell’allegra stazione dei carabinieri, tra amoretti di capitani, capitane, magistrati e magistrate e battute imperdibili (davvero, mi dispiace perderle, quando ho altro da fare) del maresciallo Cecchini. Da questi sparsi eventi la cultura è, per lo più, assente: e anche questo riflette quanto capita a tutti noi. Chi non si riconosce in queste futilità? Sono assolutamente d’accordo che debba andare così: ho scritto versi sulla bellezza e l’importanza dell’inutilità e non mi rimangio niente.

Bene. Perché allora, caro don Matteo, nell’ultima puntata, la seconda di giovedì 15 febbraio, hai mandato a monte questa ripetitività e la sicurezza che da essa deriva a me e alle masse che ti seguono? Beh, te lo assicuro: così facendo, hai mandato a monte l’intero “sistema don Matteo”.
Già, nell’ultima puntata, in un monastero che ricorda troppo da vicino (persino nell’ordine monastico che vi è coinvolto) quello de Il nome della rosa, il primo inquisito è – incredibile! – anche il colpevole. Tu, che non sei certo Guglielmo da Baskerville, di conseguenza, non puoi salvarlo; puoi soltanto far capire a tutti qual è il vero movente dell’omicidio: non il furto di un “libro del Cinquecento”, ma la difesa di chi quel “libro” aveva falsificato.

Ora, ecco, tu non sei Guglielmo da Baskerville. Questo è il problema. Trasformarti da parroco-detective in intellettuale esperto di “libri” è stato un atto di presunzione e anche un’imprudenza fatale che ti ha portato a sferrare, in questo ultimo episodio del quale sei stato protagonista, vere e proprie bordate di ignoranza alle masse di telespettatori che da te si aspettano ben altro. Vediamo di che si tratta.

Prima bordata.
Per tutta la durata del filmato si parla – e tu parli – di un “libro”, che forse era stato scritto da san Benedetto, e che comunque risaliva al “Cinquecento”. Ebbene, in quel periodo, i “libri” non esistevano. Esistevano “codici”, “manoscritti”: l’oggetto che si vede maneggiare da monaci e inquirenti nel corso dell’episodio è del tutto inverosimile come “codice” (e non “libro”) del “Cinquecento”. Il docente universitario venuto da Roma che aveva partecipato, da esperto, alla falsificazione, se non fosse stato ucciso a causa della sua volontà di ritirarsi dall’inganno, andava, lui sì, messo in galera! Per incompetenza, beninteso.

Seconda bordata.
Per tutta la puntata il secolo di Benedetto da Norcia è denominato da tutti, e dunque anche da te, “il Cinquecento”. Ma, quando ci si riferisce ai secoli che precedono l’anno Mille, si preferisce sempre usare l’ordinale: qui “il sesto secolo”. L’uso dell’ordinale evita infatti confusioni: il sesto secolo non si può in alcun modo confondere con “il Cinquecento”, espressione che di solito che si usa, in breve, per riferirsi al Millecinquecento. Ora, in questa puntata tu stesso hai fatto confusione: e che confusione! Alla fine della puntata, mentre, da presunto intenditore di “libri” del “Cinquecento”, esponi a un monaco (il falsificatore), come sono andati realmente i fatti e il modo in cui l’hai abilmente scoperto, parli inavvertitamente (!?) del “Millecinquecento”. Nell’esporre la tua singolare teoria sulle macchie lunari (tra poco ci arrivo: è la terza bordata d’ignoranza), affermi infatti: «Nel Millecinquecento le macchie lunari non erano ancora conosciute. Le avrebbe scoperte Galileo nel Milleseicento». Cito a memoria (Raiplay non mi ha aiutato), ma metto lo stesso tra virgolette perché le due date tu le dici proprio così: non dici “Fino al Millecinquecento”, dici «Nel Millecinquecento» e in questo modo, dopo un’intera puntata di equivoci sul “Cinquecento”, collochi Benedetto da Norcia (480-547 d.C.) mille anni dopo la sua reale esistenza.

Terza bordata.
E veniamo alla terza bordata di ignoranza. Le macchie lunari. Tu, con una lente d’ingrandimento degna di Sherlock Holmes o di Poirot, vedi nel “libro” la miniatura di una luna rappresentata con le macchie lunari e, a quel punto, da vero esperto (!), ti rendi conto del falso, vai dal monaco che l’ha perpetrato e gli dici la frase che ho sopra citato tra virgolette.
Ma, caro don Matteo, siccome l’uomo è dotato di vista, da quando un homo di qualsiasi specie è apparso sul nostro pianeta, gli è bastato alzare la testa all’insù per vedere le macchie lunari e, successivamente, per rappresentare la luna (anche quando la raffigurava come una falce) con le sue macchie.
Le macchie della luna sono sempre state viste da tutti. Alcuni hanno provato a spiegarne la causa. In particolare ci hanno provato i commentatori medievali di Aristotele che consideravano le teorie cosmologiche del filosofo greco il fondamento scientifico adatto alla loro visione religiosa del mondo, ma non volevano contraddire il dato di fatto inconfutabile. Tommaso d’Aquino dedica a questo problema un intero paragrafo della Lectio 12 della sua Espositio in libros Aristotelis De caelo et mundo1. Dante dedica a questo problema una parte importante del II canto del Paradiso e, nell’Inferno (XX, 128), cita una credenza popolare secondo la quale sulla luna era finito Caino con un fardello di spine e proprio dall’ombra di Caino e di quelle spine derivavano le macchie da tutti osservate.

Caro Don Matteo, così come non ha scoperto l’acqua calda, Galileo non ha scoperto neppure le macchie lunari: di queste ultime ha semplicemente spiegato la causa (nel Sidereus Nuncius, 1610) dato che con il suo cannocchiale poteva osservare la superficie della luna molto meglio di quanto non si fosse potuto fare prima di lui.
Caro don Matteo, ti prego, con sincero affetto, torna nella tua parrocchia, partecipa a quei piccoli fatti della tua allegra canonica che tanto ci fanno identificare nei personaggi che ti attorniano, fai pure il detective a tempo perso e, come conclusione delle tue indagini, esprimi pure senza mai il minimo dubbio la tua posizione di prete “giustificazionista”. Ma rinuncia a fare l’esperto di codici del VI secolo o di qualunque altro argomento culturale. Per un motivo semplice: perché un programma popolare non può diffondere ignoranza presso il popolo.

Confido nel tuo buon senso.
Grazie.
Michele


Note

  1. Considerandum est autem quod causa illius diversitatis quae in superficie lunae apparet, a diversis diversimode assignatur. Quidam enim dicunt quod causa illius diversitatis est aliquod corpus interpositum inter nos et lunam, quod prohibet nos ne videamus totaliter claritatem lunae; unde ex illa parte qua inter visum nostrum et lunam interponuntur huiusmodi corpora, videtur esse quaedam obscuritas, ex eo quod claritatem lunae in illa parte non videmus. Sed hoc non potest esse: quia illud corpus interpositum inter nos et lunam, non eodem modo interponeretur inter lunam et visum hominis in quacumque parte mundi; et ita non videretur similis dispositio in luna ex omni parte mundi; sicut non videtur similis dispositio eclipsis solaris ex omnibus partibus mundi, ex interpositione lunae inter solem et visum nostrum. Quod circa praedictam diversitatem lunae non accidit: nam similiter videtur ex omnibus partibus terrae, sive Orientalibus sive Occidentalibus, sive Australibus sive borealibus. Alii vero dicunt quod huiusmodi obscuritas apparens in luna, est quaedam similitudo alicuius corporis, puta terrae aut maris aut montium, quae resultat in luna ad modum quo resultat forma in speculo. Et hoc etiam tollitur per eandem rationem. Quia si huiusmodi formae in speculo viderentur ex quadam reflexione visualium radiorum, vel etiam formarum visualium, non ex omni parte terrae similis diversitas appareret in luna, sicut nec forma in speculo apparet secundum eandem dispositionem undique aspicienti: quia reflexio fit ad loca determinata, secundum proportionem corporum ad quae fit reflexio. Et praeterea secundum hoc ratio Aristotelis non valeret: quia posset dici quod semper talis diversitas apparet nobis in luna, non quia semper eadem eius superficies sit ad nos conversa, sed quia quaelibet eius superficies ex praedictis causis recipit in se huiusmodi apparentiam, quando ad nos convertitur. Et ideo alii dicunt, et melius, quod talis diversitas videtur in luna propter dispositionem suae substantiae, non autem propter interpositionem alicuius corporis, vel quamcumque reflexionem. Et horum est duplex opinio. Quidam enim dixerunt quod formae effectuum sunt quodammodo in suis causis, ita tamen quod quanto aliqua causa est superior, tanto diversae formae effectuum sunt in ea magis uniformiter; quanto vero est inferior, tanto formae effectuum sunt in ea magis distincte. Corpora autem caelestia sunt causa inferiorum corporum; inter corpora caelestia infimum est luna; et ideo in luna, secundum inferiorem eius superficiem, continetur quasi exemplaris diversitas corporum generabilium. Et ista fuit sententia Iamblichi. Alii vero dicunt quod, licet corpora caelestia sint alterius naturae a quatuor elementis, praeexistunt tamen in corporibus caelestibus, sicut in causis, proprietates elementorum; non tamen eodem modo sicut in elementis, sed quodam excellentiori modo. Inter elementa autem supremum est ignis, qui plurimum habet de luce; infimum autem terra, quae minimum habet de luce. Et ideo luna, quae est infima inter corpora caelestia, proportionatur terrae, et assimilatur quodammodo naturae ipsius; et ideo non totaliter est illustrabilis a sole. Unde ex illa parte qua non perfecte illustratur ab eo, videtur in ea esse quaedam obscuritas. Quae quidem obscuritas semper apparet secundum eandem dispositionem in luna: quod non esset si luna revolveretur, quia paulatim immutaretur aspectus talis obscuritatis.

Commenti

  1. Tarcisio Niglio 19 febbraio 2018 at 14:16

    caro Michele, i tuoi insegnamenti di decine di anni fa, mi hanno fatto capire l’importanza di approfondire sempre la conoscenza. Ho visto la puntata di Don Matteo di giovedì scorso e qualcosa mi era “suonato” stonato nel coro del racconto. Ma per colpa del sonno, del livello di attenzione o della mancata aspettativa culturale da parte di un racconto di Don Matteo, non ho focalizzato e colto subito l’errore storico-scientifico-culturale. Grazie Michele per le doverose precisazioni, ma non dovresti attenderti troppo dalla TV italiana. Un po’ come dire “Reddite quae sunt Caesaris Caesari et quae sunt Dei Deo” oppure date a Don Matteo ciò che è di Don Matteo. Un caro abbraccio, Tarcisio

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