Settanta anni fa il bombardamento di Dresda

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Feb 132015
 

Perché ciò che è accaduto allora non accada mai più

Dresda, 1945: le rovine della Frauenkirche

Ci sono tanti che irridono all’Unione Europea o, senza troppo pensarci su, ritengono di poter fare a meno delle sue istituzioni.
Eppure questa Europa, con tutti i difetti delle sue politiche economiche di austerity, con tutte le insufficienze di una politica estera ancora “non comune”, con tutti i limiti di mediazioni interne spesso al ribasso, insomma con tutti gli errori di una comunità storicamente ancora giovane e che certe volte appare intimidita dalla stessa bellezza del suo essere comunità: questa Europa ha consentito a tutti noi che ne facciamo parte di vivere da settanta anni in pace. Non è così scontato, come ci insegnano le guerre sanguinose che si sono svolte nei territori della ex Jugoslavia della prima metà degli anni Novanta del secolo scorso e la guerra al confine orientale dell’Ucraina che è, purtroppo, storia di questi giorni.
Settanta anni fa le città d’Europa apparivano in molti casi come nella foto qui sopra: un ammasso di rovine causato da cittadini europei contro altri cittadini europei. Il bombardamento di Dresda del 13-15 febbraio del 1945 è uno dei simboli dell’odio di quegli anni: un simbolo tanto più importante perché Dresda era, allora, una città della Germania nazista contro la quale era giusto combattere per difendere la libertà di tutti. Proprio per questo, oggi, tutti, tutti noi che godiamo della libertà e della pace conquistate a quel terribile prezzo, dobbiamo farci carico della responsabilità di quell’odio: perché ciò che è accaduto allora non accada mai più. È questo il sentimento che ho provato quando qualche anno fa sono stato a Dresda e, dopo aver visitato la Frauenkirche da poco restaurata, mi sono seduto commosso davanti al masso nero che ricorda ciò che è stato.
Trascrivo qui sotto i versi che ho scritto in quella occasione e che ora fanno parte della mia più recente raccolta di poesie, Viaggio all’osteria della terra (Manni, 2012).

Michele Tortorici, Domenica a Dresda


Abbiamo sbagliato
a venire di domenica in questa città dove la piazza
dell’Altmarkt è maltrattata oggi dal vuoto che vi abita
come se fosse a casa sua.

Abbiamo sbagliato
a venire di domenica, a venire un giorno
che passano solo turisti e li maledirei, se non ci fossimo
pure noi, tra i turisti,
a fare numero. E negozi chiusi per giunta,
tranne, vedo, una cartoleria
antica, di quelle che cerco
sempre perché mi piacciono penne
e carte, astucci di legno e matite, ma questa
è un po’ snob: più che altro
una rivendita di souvenir di lusso. È per questo
che è aperta. Poco più in là sterri e scavatrici, che sono
da noi scenario
di periferie pasoliniane sopravvissute
al medesimo Pasolini, qui sono – suppongo – impronte
di ricostruzione disseminate
nel centro storico ma, oggi, senza neppure una macchina
in movimento, senza neppure un custode, hanno preso
il senso di una concretizzazione – per la loro stessa forma concava,
e anche
per lo sparpagliamento, dato che sono un po’ dappertutto – del vuoto
che è andato ad abitare nella piazza principale (sarà
la piazza principale, poi, quella dell’Altmarkt? O è
una mia impressione, un errore della guida?).

Abbiamo sbagliato,
comunque, a venire di domenica. Come facciamo a conoscere
il domani di questa piazza? Magari si riempirà. E si svuoterà
– sempre di domani
parlo –, dall’altra parte, la scalinata
della Frauenkirche dove oggi c’è la fila perché tutti,
me compreso, vogliono vedere
il miracolo del restauro. Ma, questi tutti, non hanno nessun interesse
per il vecchio muro annerito lasciato là fuori
a testimonianza, con targa esplicativa – per chi vuole leggerla.
Tra questi tutti
che il vecchio muro non lo guardano neanche, però,
io non sono compreso. Tutti meno uno. Mi sono seduto, invece,
su una panca di pietra all’esterno
della chiesa e me lo sono ficcato bene in testa il muro, insomma
l’ho accettato, senza cialtronerie, quel peso. Me lo sono caricato
addosso perché non sono di quelli
che dicono: «io non c’ero». E va bene. Intanto,
poiché ci sono degli orari per la visita e adesso
non si può più entrare
nella chiesa, anche di quest’altra piazza, quella del Neumarkt, il vuoto
ha preso possesso.

Abbiamo sbagliato
a venire di domenica. Passerà di qui, negli altri giorni,
chi lavora in questa città, chi ci vive, quelli che l’hanno avuta
negli occhi da prima. Sono convinto che il peso
l’avremmo condiviso, nonostante il mio incerto tedesco. Quanti sono
i più vecchi? Mi sbaglierò, ma non posso
immaginare che in un giorno come tanti, in un giorno
qualsiasi di lavoro, pieno del passare
di chi vive in questa città, sarei qui ugualmente
solo a tenermi
addosso questo peso.

Abbiamo sbagliato
a venire di domenica. E abbiamo sbagliato,
soprattutto, a venire da turisti. In questa città dovevamo
venire da pellegrini.


Lorenzino de’ Medici come Cesare Borgia?
C’è da ridere

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C’è da ridere
Feb 092015
 

L’amara comicità di Machiavelli nel VII capitolo del Principe

Cesare Borgia è il grande protagonista del settimo capitolo del Principe, quello nel quale Machiavelli affronta, come dice chiaramente nel titolo, il tema – attualissimo nell’Italia del primo Cinquecento – dei «Principati nuovi che s’acquistano colle armi e fortuna di altri».
Nella prima parte di questo capitolo Machiavelli sottolinea quanto sia difficile rendere stabile il potere in uno stato acquistato per volontà di altri e con l’aiuto della fortuna e si impegna a portare due esempi relativi al modo di «diventare principe per virtù o per fortuna». Come esempio del primo caso porta Francesco Sforza; come esempio del secondo Cesare Borgia. Fedele al tema del capitolo, lo scrittore dedica al primo appena due righe: «Francesco, per li debiti mezzi e con una grande sua virtù, di privato diventò duca di Milano; e quello che con mille affanni aveva acquistato, con poca fatica mantenne». A Cesare Borgia dedica invece tutto il resto del capitolo e di lui dice ciò che nessuno si aspetterebbe: non solo lo propone all’imitazione di «tutti coloro, che per fortuna e con l’armi d’altri sono saliti all’imperio», ma più in generale lo propone come il miglior modello possibile di «principe nuovo».
Ecco il testo di questa parte del VII capitolo del Principe, con qualche taglio.


Da l’altra parte, Cesare Borgia, chiamato dal vulgo duca Valentino, acquistò lo stato con la fortuna del padre e con quella lo perdé, non ostante che per lui si usassi ogni opera e facessinsi tutte quelle cose che per uno prudente e virtuoso uomo si doveva fare per mettere le barbe sua in quelli stati che l’arme e fortuna di altri gli aveva concessi. […] Se si considerrà tutti e’ progressi del duca, si vedrà lui aversi fatti grandi fondamenti alla futura potenza; e’ quali non iudico superfluo discorrere perché io non saprei quali precetti mi dare migliori, a uno principe nuovo, che lo esemplo delle azioni sue: e se gli ordini sua non gli profittorno, non fu sua colpa, perché nacque da una estraordinaria ed estrema malignità di fortuna.

[…]
Aveva Alessandro VI, nel volere fare grande il duca suo figliuolo, assai difficultà presenti e future. Prima, e’ non vedeva via di poterlo fare signore di alcuno stato che non fussi stato di Chiesa: e, volgendosi a tòrre quello della Chiesa, sapeva che il duca di Milano e’ viniziani non gliene consentirebbono, perché Faenza e Rimino erano di già sotto la protezione de’ viniziani. Vedeva oltre a questo l’arme di Italia, e quelle in spezie di chi si fussi potuto servire, essere nelle mani di coloro che dovevano temere la grandezza del papa, — e però non se ne poteva fidare, — sendo tutte nelli Orsini e Colonnesi e loro complici. Era adunque necessario si turbassino quelli ordini e disordinare gli stati di Italia, per potersi insignorire sicuramente di parte di quelli. Il che gli fu facile, perché e’ trovò e’ viniziani che, mossi da altre cagioni, si erano volti a fare ripassare e’ franzesi in Italia: il che non solamente non contradisse, ma lo fe’ più facile con la resoluzione del matrimonio antico del re Luigi.

Passò adunque il re in Italia con lo aiuto de’ viniziani e consenso di Alessandro: né prima fu in Milano che il papa ebbe da lui gente per la impresa di Romagna, la quale gli fu acconsentita per la reputazione del re.

Acquistata adunque il duca la Romagna e sbattuti e’ Colonnesi, volendo mantenere quella e procedere più avanti, lo impedivano dua cose: l’una, le arme sua che non gli parevano fedeli; l’altra, la volontà di Francia; cioè che l’arme Orsine, delle quali si era valuto, gli mancassino sotto, e non solamente gl’impedissino lo acquistare ma gli togliessino lo acquistato, e che il re ancora non li facessi il simile. Delli Orsini ne ebbe uno riscontro quando, dopo la espugnazione di Faenza, assaltò Bologna, che gli vidde andare freddi in quello assalto; e circa il re conobbe lo animo suo quando, preso el ducato d’Urbino assaltò la Toscana: da la quale impresa il re lo fece desistere.

Onde che il duca deliberò di non dependere più da le arme e fortuna d’altri; e, la prima cosa, indebolì le parte Orsine e Colonnese in Roma: perché tutti gli aderenti loro, che fussino gentili uomini, se gli guadagnò, faccendoli suoi gentili uomini e dando loro grandi provisioni, e onorògli, secondo le loro qualità, di condotte e di governi: in modo che in pochi mesi negli animi loro l’affezione delle parti si spense e tutta si volse nel duca. Dopo questo, aspettò la occasione di spegnere e’ capi Orsini, avendo dispersi quelli di casa Colonna: la quale gli venne bene, e lui la usò meglio. Perché, avvedutosi gli Orsini tardi che la grandezza del duca e della Chiesa era la loro ruina feciono una dieta alla Magione nel Perugino; da quella nacque la ribellione di Urbino, e’ tumulti di Romagna e infiniti periculi del duca, e’ quali tutti superò con l’aiuto de’ franzesi. E ritornatoli la reputazione, né si fidando di Francia né di altre forze esterne, per non le avere a cimentare si volse alli inganni; e seppe tanto dissimulare l’animo suo che li Orsini medesimi, mediante il signore Paulo, si riconciliorno seco, — con il quale il duca non mancò d’ogni ragione di offizio per assicurarlo, dandoli danari veste e cavalli, — tanto che la simplicità loro gli condusse a Sinigaglia nelle sua mani[1].

Spenti adunque questi capi e ridotti e’ partigiani loro sua amici, aveva il duca gittati assai buoni fondamenti alla potenza sua, avendo tutta la Romagna col ducato di Urbino, parendoli massime aversi acquistata amica la Romagna e guadagnatosi quelli populi per avere cominciato a gustare il bene essere loro. E perché questa parte è degna di notizia e da essere da altri imitata, non la voglio lasciare indreto. Presa che ebbe il duca la Romagna e trovandola suta comandata da signori impotenti, — e’ quali più presto avevano spogliati e’ loro sudditi che corretti, e dato loro materia di disunione, non d’unione, — tanto che quella provincia era tutta piena di latrocini, di brighe e d’ogni altra ragione di insolenzia, iudicò fussi necessario, a volerla ridurre pacifica e ubbidiente al braccio regio, dargli buono governo: e però vi prepose messer Rimirro de Orco, uomo crudele ed espedito, al quale dette plenissima potestà. Costui in poco tempo la ridusse pacifica e unita, con grandissima reputazione. Di poi iudicò il duca non essere necessaria sì eccessiva autorità perché dubitava non divenissi odiosa, e preposevi uno iudizio civile nel mezzo della provincia, con uno presidente eccellentissimo, dove ogni città vi aveva lo avvocato suo. E perché conosceva le rigorosità passate avergli generato qualche odio, per purgare li animi di quelli populi e guadagnarseli in tutto, volse mostrare che, se crudeltà alcuna era seguita, non era causata da lui ma da la acerba natura del ministro. E presa sopra a questo occasione, lo fece, a Cesena, una mattina mettere in dua pezzi in su la piazza, con uno pezzo di legne e uno coltello sanguinoso accanto: la ferocità del quale spettaculo fece quegli popoli in uno tempo rimanere satisfatti e stupidi.

[A questo punto Cesare Borgia cambia alleanze sia per rafforzarsi definitivamente sia per far capire alle potenze europee che la loro influenza in Italia dipende da lui e non viceversa. Un colpo di genio. La Spagna non può che fidarsi di lui e la Francia si rende conto che senza un accordo con lui perde ogni possibilità di avere un qualche peso tra gli stati italiani. Tutto sembra volgere per il meglio. Succede però l’imprevedibile: papa Alessandro VI muore, dopo appena cinque anni che Cesare aveva cominciato a combattere per consolidare il suo potere, quando aveva stabilizzato soltanto la Romagna. Nel frattempo lo stesso Valentino si ammala ed è in punto di morte. In realtà non sarebbe morto di questa malattia, ma di un’altra che lo avrebbe colpito quattro anni dopo, nel 1507.]

Ed era nel duca tanta ferocità e tanta virtù, e sì bene conosceva come li uomini si hanno a guadagnare o perdere, e tanto erano validi e’ fondamenti che in sì poco tempo si aveva fatti, che s’e’ non avessi avuto quelli eserciti addosso[2], o lui fussi stato sano, arebbe retto a ogni difficultà.

Raccolte adunque tutte queste azioni del Duca, non saprei riprenderlo, anzi mi pare, come io ho fatto, di proporlo ad imitare a tutti coloro, che per fortuna e con l’armi d’altri sono saliti all’imperio. Perché egli avendo l’animo grande, e la sua intenzione alta, non si poteva governare altrimente; e solo si oppose alli suoi disegni la brevità della vita di Alessandro, e la sua infirmità.

Chi adunque giudica necessario nel suo Principato nuovo assicurarsi degl’inimici, guadagnarsi amici, vincere o per forza o per fraude, farsi amare e temere da’ populi, seguire e riverire da’ soldati, spegnere quelli che ti possono o debbono offendere, e innovare con nuovi modi gli ordini antichi, essere severo e grato, magnanimo e liberale, spegnere la milizia infedele, creare della nuova, mantenersi le amicizie de’ Re e delli Principi, in modo che ti abbino a beneficare con grazia, o ad offendere con rispetto, non può trovare più freschi esempi, che le azioni di costui.


Questo scrive Niccolò Machiavelli a proposito di Cesare Borgia: che cosa c’è di comico in tutto ciò? È comico l’evidente parallelo storico che l’autore propone tra casa Borgia e casa Medici. Tra i contemporanei fiorentini – e non solo fiorentini – dello scrittore, non c’era nessuno che non vedesse quel parallelo, per quanto esso fosse soltanto implicito e non esplicitamente dichiarato. D’altro canto, la dedica del libro e l’esortazione finale non potevano lasciare dubbi a chi ne avesse mai avuti.
Quel parallelo era comico? Certo. Vediamo perché.
Machiavelli scrive la parte del Principe che comprende i primi undici capitoli (quindi anche il settimo del quale stiamo parlando) tra il mese di giugno e quello di dicembre del 1513, nelle campagne di San Casciano. Possedeva lì tre edifici e qualche terreno coltivato a vite e ulivo. Di questi tre edifici uno, detto l’Albergaccio, dava il nome al luogo e ospitava effettivamente un’osteria con camere lungo la strada di Sant’Andrea in Percussina: un posto di passaggio perché lungo quella strada si andava (e si va) dalla zona del Chianti a Firenze. L’osteria-locanda doveva rendere abbastanza bene, ma certo il nome del posto, unito alla descrizione che ne fa lo stesso proprietario, cioè Machiavelli (nella lettera a Francesco Vettori citata qui sotto), ci dice che non era un posto per vip.
A fianco dell’Albergaccio il secondo edificio era una macelleria. Il terzo era la casa dove Machiavelli si era sistemato già da qualche mese, subito dopo essere uscito dal carcere.
Sì, perché per quattro settimane, dal 12 febbraio all’11 marzo di quello stesso anno, Machiavelli se l’era vista brutta.
Nel settembre dell’anno prima, con l’aiuto delle truppe spagnole, i Medici erano tornati a Firenze dopo venti anni di repubblica. Il cardinale Giovanni, suo fratello Giuliano e il nipote Lorenzo erano rientrati a uno a uno in città senza nascondere un certo spirito di vendetta. Machiavelli, che era stato uno dei funzionari più in vista di quella repubblica, dopo qualche tempo durante il quale aveva cercato di capire se era possibile rendersi ancora utile al nuovo stato mediceo senza rinnegare il suo passato repubblicano, era stato coinvolto in un sospetto di congiura, incarcerato e sottoposto alla tortura di sei “tratti di corda”. Non era facile resistere a quel tipo di tortura. Come mostrano le figure qui a fianco, quando veniva sottoposto ai “tratti di corda” il torturato veniva sollevato per le braccia legate dietro la schiena; dopo essere stato portato su, veniva fatto cadere giù fino a che la corda non si bloccava lasciandolo sospeso[3]. Un biografo del Machiavelli, Roberto Ridolfi, scrive che «quattro tratti di fune bastavano per l’ordinario a vincere ogni corpo e ogni animo; non bastando, si seguitava anche se le membra erano slogate, aperte le carni» [4]. I capi della congiura, Pietro Paolo Boscoli e Agostino Capponi, torturati anche loro, avevano confessato e furono decapitati il 23 febbraio. Poi un colpo di fortuna. A marzo, l’11 marzo di quel 1513, Giovanni de’ Medici, il figlio prediletto di Lorenzo il Magnifico, viene eletto papa con il nome di Leone X. Ha trentotto anni e da quando ne aveva quattordici era cardinale. In un ritratto di Raffaello di cinque anni dopo (che si trova qui sotto) ha un aspetto da uomo piuttosto attempato e morirà nel 1521, prima di raggiungere la soglia dei cinquant’anni.
Machiavelli sta cordialmente antipatico non personalmente al nuovo papa, ma, quel che è peggio, al suo entourage e, in particolare, a Giuliano. E lo sa perfettamente, tanto che proprio a Giuliano scrive (ma non si sa se glielo abbia fatto davvero recapitare) uno straordinario sonetto caudato [5] irridente e cinico verso tanto verso se stesso quanto verso i suoi presunti complici, appena decapitati:


Io ho, Giuliano, in gamba un paio di geti [6]
e sei tratti di fune in sulle spalle;
l’altre miserie mie non vo’ contalle,
poiché così si trattano i poeti.[7]

Menon pidocchi queste parieti
grossi e paffuti che paion farfalle,
né fu mai tanto puzzo in Roncisvalle[8]
o in Sardigna fra quegli arboreti[9],

quanto nel mio sì delicato ostello.
Con un rumor che proprio par che ‘n terra
fulmini Giove e tutto Mongibello[10],

l’un s’incatena e l’altro si disferra,
combatton toppe, chiavi e chiavistelli;
un altro grida: – Troppo alto da terra! [11] -.

Quel che mi fa più guerra
è che dormendo, presso all’aurora,
io cominciai a sentire: Pro eis ora[12].

Or vadano in buon’ora,
purché la tua pietà per me si volga
che al padre e al bisavo el nome tolga[13].


Ho parlato di un colpo di fortuna: esso consiste nel fatto che, all’elezione del papa Medici, scatta a Firenze, indipendentemente da ogni possibilità di intervento da parte di Giuliano, una amnistia generale.
Machiavelli esce così da una galera nella quale altrimenti sarebbe potuto rimanere non si sa per quanto tempo e con quale esito. È troppo intelligente, tuttavia, per non capire che per lui è meglio cambiare aria. Quella sua casa a Sant’Andrea in Percussina non è troppo lontana da Firenze ed è su una strada frequentata: le notizie arrivano facilmente. Al tempo stesso è abbastanza lontana perché gli amici vecchi e nuovi dei Medici, almeno per un po’, si scordino di lui.
Dopo quindici anni passati a servire la Repubblica giorno e notte, a Firenze, in Italia e in Europa, le giornate all’Albergaccio per Machiavelli potrebbero essere vuote, ma lui sa come passarle senza annoiarsi. Ce lo racconta in una lettera famosissima scritta a Francesco Vettori il 10 dicembre di quell’anno:


Io mi lievo la mattina con el sole et vommene in un mio boscho che io fo tagliare, dove sto dua ore a rivedere l’opere del giorno passato, et a passar tempo con quegli tagliatori, che hanno sempre qualche sciagura alle mane o fra loro o co’ vicini.

[Poi va a bere un po’ d’acqua, si rifugia in una riserva di caccia. Non porta però con sé strumenti per cacciare, ma libri: Dante o Petrarca o qualche poeta latino]

[…]
Trasferiscomi poi in su la strada nell’hosteria, parlo con quelli che passono, domando delle nuove de’ paesi loro, intendo varie cose, et noto varii gusti et diverse fantasie d’huomini. Vienne in questo mentre l’hora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio di quelli cibi che questa povera villa e paululo[14] patrimonio comporta. Mangiato che ho, ritorno nell’hosteria: quivi è l’oste, per l’ordinario, un beccaio[15], un mugniaio, dua fornaciai. Con questi io m’ingaglioffo per tutto dí giuocando a cricca, a triche tach, et poi dove nascono mille contese et infiniti dispetti di parole iniuriose, et il più delle volte si combatte un quattrino et siamo sentiti non di manco gridare da San Casciano. Cosí […] traggo el cervello di muffa, et sfogo questa malignità di questa mia sorta, sendo contento mi calpesti per questa via, per vedere se la se ne vergognassi.

Venuta la sera, mi ritorno in casa, et entro nel mio scrittoio; et in su l’uscio mi spoglio quella veste cotidiana piena di fango e di loto[16], et mi metto panni reali et curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti delli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio, et che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, et domandarli della ragione delle loro actioni; et quelli per loro humanità mi rispondono; et non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimenticho ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte: tucto mi transferisco in loro. E perché Dante dice che non fa scienza senza lo ritenere lo avere inteso io ho notato quello di che per la loro conversatione ho fatto capitale, et composto uno opuscolo De principatibus, dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitationi di questo subbietto, disputando che cosa è principato, di quale spetie sono, come e’ si acquistono, come e’ si mantengono, perché e’ si perdono. Et se vi piacque mai alcuno mio ghiribizo, questo non vi doverrebbe dispiacere; et a uno principe, et maxime [soprattutto] a uno principe nuovo, doverrebbe essere accetto; però io lo indirizzo alla Magnificentia di Giuliano.


Questa lettera a Francesco Vettori, ambasciatore della Firenze medicea presso il papa Medici, è di sei mesi successiva rispetto al periodo del quale stiamo parlando. In realtà noi sappiamo da altri documenti che, in quei giorni tra giugno e luglio del 1513, le cose erano andate un po’ diversamente. Almeno per quanto riguarda il modo in cui Machiavelli aveva preso appunti sulle letture dei classici. Uscito dal carcere, isolato in quella sua casa all’Albergaccio, quando indossava metaforicamente quei suoi «panni reali e curiali» Machiavelli si immergeva nella lettura delle Storie di Tito Livio. I suoi appunti, in un primo momento, non avevano affatto prodotto il Principe, ma la prima parte dei Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, certamente i primi diciotto capitoli del I libro dei Discorsi.
Poi, ecco, siamo alla fine di giugno, anzi esattamente tra il 20 giugno e il 12 luglio e il suo amico Vettori gli scrive in queste date due lettere nella prima delle quali lascia intendere e nella seconda afferma esplicitamente che il papa «in ogni modo pensa dare stati» a Giuliano, suo fratello, e a Lorenzo, suo nipote.
Alla fine della lettera Francesco Vettori aggiunge:


Che voglia dare stato a’ parenti, lo mostra che così hanno fatto li papi passati Calisto, Pio, Sixto, Innocentio, Alessandro et Giulio; et chi non l’ha fatto, è restato per non potere. Oltre a questo, si vede che questi suoi a Firenze pensano poco, che è segno che hanno fantasia a stati che sieno fermi et dove non habbino a pensare continuo a dondolare huomini, Non voglio entrare in consideratione quale stato disegni, perché in questo muterà proposito, secondo la occasione.


Allora, il quadro è questo. Machiavelli sta scrivendo i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio; il capitolo 18 si intitola: «In che modo nelle città corrotte si potesse mantenere uno stato libero, essendovi; o, non vi essendo, ordinarvelo».
In particolare, per quanto riguarda la possibilità di innovare gli ordini corrotti di uno stato, a un certo punto Machiavelli scrive:


[…] a fare questo non basta usare termini ordinari, essendo modi ordinari cattivi; ma è necessario venire allo straordinario, come è alla violenza ed all’armi, e diventare innanzi a ogni cosa principe di quella città, e poterne disporre a suo modo. E perché il riordinare una città al vivere politico presuppone uno uomo buono, e il diventare per violenza principe di una republica presuppone uno uomo cattivo; per questo si troverrà che radissime volte accaggia che uno buono, per vie cattive, ancora che il fine suo fusse buono, voglia diventare principe; e che uno reo, divenuto principe, voglia operare bene, e che gli caggia mai nello animo usare quella autorità bene, che gli ha male acquistata.


Leone X in un ritratto di Raffaello

Mentre si dedica a queste considerazioni gli arriva la notizia che il papa vuole «dare stato» ai suoi parenti e Machiavelli pensa che sia arrivato il momento di riflettere su che cosa sarebbe utile fare in quelle circostanze per l’Italia, paese addirittura senza stato e quindi più che mai bisognoso di «venire allo straordinario» e di avere un principe che lo riordini. La prima parte dell’opuscolo De principatibus la scrive in pochi mesi, dato che il 10 dicembre 1513 ne dà notizia all’amico Vettori. La seconda parte, contenente i capitoli dal dodici al ventisei, la porta a termine probabilmente entro la primavera dell’anno successivo.
Quello che Machiavelli scrive è al tempo stesso lucidissimo e disperato: è l’indicazione dell’unica strategia ragionevole per la fondazione di uno stato nazionale forte in Italia e la implicita sconfortata constatazione che non c’è nessuno che possa attuare questa strategia.
Nel VII capitolo del Principe Machiavelli descrive una situazione molto simile a quella che si è determinata in quel 1513 in Italia: tra il 1499 e il 1503 Rodrigo Borgia, diventato papa Alessandro VI, aveva creato le condizioni per «dare stati» a suo figlio Cesare e questi, come abbiamo letto, pur avendo ricevuto il nuovo principato senza alcun merito, aveva avuto poi, secondo Machiavelli, tanta virtù che sarebbe riuscito a renderlo forte e saldo se non si fosse trovato a lottare contro una grande malignità della fortuna. Adesso, in quell’estate del 1513, si ripete la stessa situazione: Giovanni de’ Medici è diventato papa Leone X e anche lui pensa di «dare stati» ai suoi parenti. Dunque, tocca ai Medici. In particolare, a Leone X tocca la parte di Alessandro VI, a suo nipote Lorenzo quella di Cesare Borgia e a Giuliano la duplice parte di una “alternativa a” o di un “sostenitore e consigliere di” Lorenzo. Tocca davvero ai Medici? Figuriamoci!
C’è da ridere, e certamente Machiavelli ride amaro. Sa perfettamente di avere scritto qualcosa di comico e sa che i lettori informati dei fatti rideranno. Infatti è perfettamente consapevole che né Giuliano né Lorenzo hanno la minima possibilità di imitare Cesare Borgia.
Forse Leone X potrebbe essere accreditato della forza e dell’astuzia necessarie per rappresentare la parte che era stata di Alessandro VI, ma probabilmente gli mancano l’audacia e la spregiudicatezza indispensabili. Ma che dire degli altri due? Machiavelli pensa in un primo tempo, come scrive al Vettori, di dedicare il Principe a Giuliano (proprio come gli aveva dedicato il sonetto caudato dal carcere e, forse, con lo stesso spirito di irrisione verso se stesso, verso il dedicatario e verso tutto il mondo), ma questi non ne vuol sapere di lui, anzi è ben contento quando da Roma, dal cardinale Giulio suo cugino (futuro papa Clemente VII), arriva per iscritto a tutti coloro che sono vicini ai Medici l’ordine perentorio – testualmente – di «non si impacciare con Niccolò». Il fatto è che Giuliano, come tutti sanno, è un imbelle: nel 1515, il 29 giugno riceverà il comando dell’esercito del papa per la guerra contro Francesco I di Francia e già l’8 agosto dovrà essere sostituito per febbri e convulsioni. Da chi sarà sostituito? Proprio dal nipote Lorenzo. Bene, si dirà: c’è dunque un comandante militare; ecco a chi poteva giovare l’esempio del Valentino, ecco chi poteva imitare le sue azioni e la sua virtù. Tuttavia la semplice ipotesi che Lorenzo potesse essere il nuovo Cesare Borgia faceva ridere Machiavelli e i suoi contemporanei.
E quando, tra il 1515 e i primi del 1516, Machiavelli si decide a dedicare l’opera a Lorenzo, tra sé e sé ride certamente di gusto, anche se amaramente. Il giovane Lorenzo, per le testimonianze dei contemporanei, era bello sebbene forse piccolo di statura (come lascerebbe intendere il nome di Lorenzino con il quale era spesso citato anche in documenti ufficiali). Il suo problema era quello di essere spinto dalla madre ad ambizioni forse incompatibili con le sue capacità, giudicate a suo tempo non grandissime dai precettori che ne avevano seguito gli studi. In ogni caso, almeno dal 1515 (quindi già prima che Machiavelli gli dedicasse il Principe), era anche gravemente debilitato dalla sifilide di cui morirà nel 1519 a ventisette anni. È vero: proprio in quell’estate del 1515, come ho ricordato qui sopra, Lorenzo veniva nominato capitano delle truppe pontificie; ma, a dispetto del titolo altisonante di cui poté fregiarsi, non combatté nemmeno un minuto. Il papa suo zio, mentre lo nominava capitano, tramite un agente segreto trattava con Francesco I per sottrarsi agli impegni dell’alleanza con Massimiliano Sforza. Il compito di Lorenzo non era pertanto quello di combattere, ma quello di perdere tempo e di trattenere l’esercito tra la Romagna e la Lombardia. L’operazione riuscì e l’esercito pontificio si sottrasse così alla rovinosa sconfitta di Meregnano. Successivamente, il compito di Lorenzo come capitano delle truppe pontificie fu quello di intrattenere piacevolmente Francesco I e, a quanto pare, svolse questo compito con grande efficacia, tra feste, balli e giochi delle carte.
Ma torniamo al 1513 e ai mesi nei quali Machiavelli scrive i primi undici capitoli del Principe e si rompe il capo per trovare uno della famiglia Medici al quale dedicare il suo “trattatello”. In quel periodo accade un episodio causato dal fatto che Lorenzo, come nipote del Magnifico, ci teneva a portare il soprannome del nonno. Un bel guaio per uno che non era certo all’altezza. È lo storico dell’epoca Giovanni Cambi (nelle sue Istorie[17], scritte dai primi del secolo fino al 1535, anno della sua morte) a ricordare questo episodio che la dice tutta sul soggetto in questione e sull’opinione che di lui avevano i fiorentini. Nel settembre del 1513, proprio mentre Machiavelli scriveva i primi undici capitoli del Principe, a un fiorentino che aveva usato per il nipote il soprannome “il Magnifico” spettante al nonno un mercante aveva ribattuto: «Magnifico merda!». Questo mercante era Francesco del Pugliese. Il fatto dovette essere particolarmente clamoroso per essere citato in un libro di storia; e lo fu probabilmente sia per l’importanza del personaggio (che non era uno qualsiasi: in casa aveva un dipinto del Botticelli e le spalliere dei suoi divani erano state dipinte da Piero di Cosimo) sia perché un soldato che aveva ascoltato la conversazione (inconsapevole di passare, sia pure anonimo, alla storia con quel suo comportamento tanto zelante) denunciò Francesco del Pugliese e questi fu esiliato da Firenze per otto anni (in effetti sarebbe morto in esilio nel 1519). Questo fatto dà l’idea di come Lorenzo fosse apprezzato dai concittadini e di come i fiorentini ridessero di lui, incuranti persino dei rischi che correvano.
Non smentisce la poca considerazione generale verso Lorenzo una famosa (o famigerata) lettera di Machiavelli al Vettori datata febbraio-marzo 1514 (quindi scritta proprio nei giorni nei quali Machiavelli portava a termine gli ultimi capitoli del Principe e, probabilmente, pensava al dedicatario dell’opera):


Io non voglio lasciare indreto di darvi notizia del modo del procedere del Magnifico Lorenzo, che è suto infino ad qui di qualità, che gli ha ripieno di buona speranza tutta questa città; et pare che ciascuno cominci ad riconoscere in lui la felice memoria del suo avolo. Perché sua M.tia è sollecita alle facciende, liberale et grato nella audienza, tardo et grave nelle risposte. El modo del suo conversare è di sorte, che si parte dagli altri tanto, che non vi si riconosce drento superbia; né si mescola in modo, che per troppa familiarità generi poca reputatione. Con e giovani suoi equali tiene tale stilo, che non gli aliena da sé, né anche dà loro animo di fare alcuna giovinile insolentia. Fassi in summa et amare et reverire, più tosto che temere; il che quanto è più difficile ad observare, tanto è più laudabile in lui.

[…] Et benché io sappia che da molti intenderete questo medesimo, mi è parso di scrivervelo, perché col testimone mio ne prendiate quel piacere che ne prendiamo tutti noi altri, e quali continuamente l’observiamo, et possiate, quando ne habbiate occasione, farne fede per mia parte alla santità di Nostro Signore.


Il corsivo di quest’ultima frase è mio ed è la sottolineatura del motivo preciso per il quale Machiavelli, che doveva ben conoscere l’episodio del “Magnifico merda”, scrive questo vero e proprio “elogio di Lorenzo” al Vettori: Machiavelli lo scrive – è evidente e dichiarato – perché il Vettori lo riferisca al papa e perché lo stesso Lorenzo lo venga a sapere e sia portato perciò a non tener conto dell’avversione che la famiglia Medici ha contro di lui.
Ma, ripeto, sia Machiavelli sia i fiorentini (quando di lì a poco avrebbero conosciuto il Principe), non potevano che ridere dell’accostamento tra Cesare Borgia e Lorenzo “il Magnifico merda”.
Il fatto è che Machiavelli non è uno qualsiasi: quando è disperato, la butta sul comico. I critici in genere non la pensano così e nessuno ha mai visto niente di comico nel VII capitolo del Principe. Ma i lettori di queste mie osservazioni, con il dovuto rispetto per la critica machiavelliana presente e passata (tra questa mi ci metto anch’io, che in un saggio di quarant’anni fa – più ossequioso verso la tradizione critica – sostenevo una posizione diversa[18]), provate invece a ripensare alle pagine del VII capitolo del Principe che ho citate qua sopra, con in mente questa idea: l’attore che avrebbe dovuto impersonare Cesare Borgia era Lorenzo, il “Magnifico merda”, con a fianco Giuliano, un pusillanime, pauroso, indeciso, sempre bisognoso di appoggiarsi all’autorità altrui. L’effetto comico è straordinario. È precisamente lo stesso di un film, Totò contro Maciste (qui a fianco una scena “esplicativa”), nel quale il compito di salvare l’Egitto dei Faraoni da un Maciste indemoniato veniva affidato all’illusionista da circo Totokamen con l’assistenza, pensate un po’, di Tarantenkamen, un Nino Taranto strepitoso! Al centro del Principe c’è sì la disperazione, dovuta a una lucidissima visione politica. Ma c’è anche una tanto amara quanto sfrenata comicità.
D’altro canto, non è l’unica volta che Machiavelli la butta sul comico proprio quando è disperato. Il sonetto dal carcere che ho citato qui sopra è già una testimonianza con valore di prova. Ma ci sono almeno altri due episodi che attestano questa tendenza del carattere del nostro scrittore.
Il primo risale alle nozze di Lorenzo con Maddalena de La Tour d’Auvergne, celebrate in Francia nel 1518, circa due anni dopo che Machiavelli aveva dedicato il Principe al giovane rampollo di casa Medici. Per quella occasione, come è noto, Machiavelli scriverà La mandragola, rappresentata a Firenze, sempre alla presenza di Lorenzo, sia all’annuncio delle nozze, tra gennaio e febbraio del 1518, sia al ritorno degli sposi dalla Francia, nel settembre di quello stesso anno. E ancora una volta la butta sul comico, a spese del dedicatario Lorenzo, probabilmente incapace di capire la presa in giro ai suoi danni. Nel Prologo, parlando dell’autore della commedia (cioè di se stesso) e sottolineando che è «di poca fama», Machiavelli aggiunge che, se la materia della commedia non è degna di uno studioso gli spettatori devono scusarlo perché, ecco le sue parole:


[…] s’ingegna
con questi van’ pensieri
fare el suo tristo tempo più suave
perché altrove non have
dove voltare el viso,
ché gli è stato interciso
mostrar con altre imprese altra virtùe,
non sendo premio alle fatiche sue.


Machiavelli, insomma, dice: vedete, questo qui non mi utilizza come esperto delle questioni di politica estera e io, che volete che faccia? scrivo una commedia. Ma il più bello è che nel V atto, Machiavelli inserisce un esplicito riferimento alla prevenzione delle malattie veneree e lo fa davanti a un fresco sposo malato di sifilide che probabilmente è così rimbecillito dalla malattia che non ha nemmeno capito il riferimento e se la ride della grossa. Bisogna dire qui, per ricordare anche l’incoscienza di Lorenzo, che nel frattempo egli aveva contagiato del suo male la giovane moglie e che entrambi ne sarebbero morti poco più di un anno dopo le nozze lasciando una bambina in fasce, la piccola Caterina, orfana – si può dire – dalla nascita, ma destinata a diventare, malgrado la stupidità di suo padre, regina di Francia.
Il secondo episodio risale al maggio del 1521, quando finalmente i concittadini di Machiavelli, anche quelli vicini ai Medici, si ricordano di lui e gli affidano di nuovo un incarico politico. In quegli anni, a parte gli studi storici (nel 1520 lo Studio di Firenze gli commissiona le Storie fiorentine) è come se egli non fosse mai esistito, come se non fosse il più intelligente esperto di politica disposto a servire Firenze. Nell’estate del 1520 era stato sì mandato in legazione a Lucca, ma a riscuotere crediti per conto di mercanti fiorentini, in seguito al fallimento del lucchese Michele Guinigi. Una vergogna! Infine, nel maggio del 1521, un incarico ufficiale assegnato a Machiavelli dagli Otto di pratica[19]: era ora!

Francesco Guicciardini

Se non fosse che quell’incarico consisteva nella ricerca di un predicatore in quel di Carpi, dove si teneva il Capitolo generale dei Francescani. In questo caso, se non una vergogna, certo una umiliazione profonda. La disperazione di Machiavelli, nel vedere a che cosa lo vogliono ridotto, raggiunge probabilmente il livello di guardia: altri si sarebbero suicidati per molto meno. E invece lui reagisce ancora una volta buttandola sul comico. In questo caso ha un complice d’eccezione: Francesco Guicciardini, allora altissimo funzionario alle dipendenze di Leone X (che sarebbe morto il 1° dicembre successivo), governatore di Modena e Reggio e quindi con giurisdizione anche su Carpi.
I due non si conoscono direttamente anche se ciascuno di essi ha stima dell’altro per ciò che ne ha sentito e che ne ha letto. Machiavelli passa a trovare Guicciardini prima di procedere nella sua ambasceria, i due familiarizzano e il primo coinvolge il secondo in uno scherzo ai danni dei frati francescani riuniti: si tratta di far credere loro che egli sia stato inviato per una missione diversa da quella della ricerca di un predicatore, una missione segreta che probabilmente riguarda uno o più di loro. Per ottenere questo effetto e far preoccupare i frati i due si mettono d’accordo sul fatto che il governatore mandi ogni giorno un messo con una gran mole di documenti. Machiavelli penserà, dal canto suo a tenere a Carpi un atteggiamento misterioso, da inquisitore. Lo scherzo va avanti e Machiavelli invia a Guicciardini il 17 maggio una lettera esilarante che comincia con un profluvio di titoli altisonanti seguiti da una imbarazzante dichiarazione sul modo in cui il legato di Firenze a Carpi, Machiavelli, aveva ricevuto il messo del Governatore Guicciardini.


Magnifice vir, major observandissime. Io ero in sul cesso[20] quando arrivò il vostro messo, et appunto pensavo alle stravaganze di questo mondo, et tutto ero volto a figurarmi un predicatore a mio modo per a Firenze, et fosse tale quale piacesse a me, perché in questo voglio essere caparbio come nelle altre oppinioni mie. Et perché io non mancai mai a quella repubblica, dove io ho possuto giovarle, che io non l’habbi fatto, se non con le opere, con le parole, se non con le parole, con i cenni, io non intendo mancarle anco in questo. Vero è che io so che io sono contrario, come in molte altre cose, all’oppinione di quelli cittadini: eglino vorrieno un predicatore che insegnasse loro la via del Paradiso, et io vorrei trovarne uno che insegnassi loro la via di andare a casa il diavolo; […]
Io sto qui ozioso, perché io non posso eseguire la commessione mia insino che non si fanno il generale e i diffinitori[21], e vo rigrumando[22] in che modo io potessi mettere infra loro tanto scandolo che facessino, o qui o in altri luoghi, alle zoccolate; e se io non perdo il cervello, credo che mi abbia a riuscire; e credo che il consiglio e l’aiuto di vostra signoria mi gioverebbe assai.


A un certo punto entrambi si accorgono che lo scherzo è riuscito solo a metà: colui che ospita in casa sua Machiavelli ha subodorato l’inganno. Ed ecco il commento del legato di Firenze a Carpi, in una lettera al Governatore del 19 maggio:


Cazzus! E’ bisogna andar lesto con costui, perché egli è trincato come il Trentamila diavoli[23]. E’ mi pare che si sia avveduto che volete la baia.


Questa capacità di buttarla sul comico nuoce al Machiavelli? Nuoce – per quanto più direttamente riguarda l’oggetto di queste mie osservazioni – al capitolo VII del Principe e al Principe in generale? Certo che no. Alla persona Machiavelli questa capacità aggiunge un tratto umano sul quale forse si è poco ragionato, ma che certamente, al di là di ogni discorso critico, ce la rende più vicina. Per il Principe non solo non costituisce una diminuzione di valore, ma, semmai ve ne fosse bisogno, costituisce una aggiunta di pregio teorico. L’improponibile, e perciò comico, modello proposto ai Medici nel capitolo VII è il segno che Machiavelli non sperava in alcun modo che la sua opera avesse un effetto pratico immediato: egli la scriveva, consapevolmente, per i posteri. E ai posteri lasciava, oltre e più che un concreto suggerimento in merito a come salvare l’Italia (suggerimento, comunque, da non sottovalutare), una indicazione di metodo che ne avrebbe fatto il fondatore non solo della scienza politica moderna, ma, come afferma Josef Macek, «delle scienze umanistiche tutte»[24]. Certo, con un amaro sorriso sulle labbra.


[1] a Sinigaglia nelle sua mani: qui Machiavelli non dice altro. La “Strage di Senigallia”, avvenuta in due fasi fra il 31 dicembre 1502 e il 18 gennaio 1503, era un evento al tempo stesso politico e di cronaca nera noto a tutti in quegli anni, come potrebbe essere oggi l’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre 2001. Machiavelli stesso, legato della Repubblica fiorentina presso Cesare Borgia, ne aveva prima riferito alla Cancelleria con dettagliate relazioni scritte proprio mentre accadevano i fatti (dei quali, per altro, il Valentino lo informava momento per momento) e ne aveva scritto poco dopo, sempre nel 1503) in una più distesa opera, Descrizione del modo tenuto dal Duca Valentino nello ammazzare Vitellozzo Vitelli, Oliverotto da Fermo, il Signor Pagolo e il duca di Gravina Orsini: in sostanza, Cesare Borgia aveva simulato la volontà di stringere un accordo di pace con i capi Orsini e con i loro alleati e, una volta riunitili a Senigallia, li aveva fatti ammazzare tutti, uno dopo l’altro: prima i capitani degli eserciti, Vitellozzo Vitelli e Oliverotto da Fermo e poi il potentissimo capo della famiglia, Paolo Orsini, non prima di aver avuto da suo padre, papa Alessandro VI, che anche a Roma gli Orsini erano stati messi in condizione di non nuocere (da qui i diciotto giorni di distanza tra i primi omicidi e gli altri).
[2] quegli eserciti addosso: quelli di Francia da una parte e di Spagna, dall’altra.
[3] tratti di corda: molti uscivano invalidi da questa tortura. Lo spiega bene il Belli in un sonetto scritto nel 1835 in occasione della costruzione di «una fetta de difizzio» (cioè di una piccola e stretta parte di un palazzo) al posto dell’impianto per la tortura pubblica della corda (usata in quel caso come punizione per reati gravi) che si trovava a Roma in via del Corso, non lontano da piazza del Popolo, e che era rimasto in funzione fino a non molto tempo prima: «la corda ar Corzo era un supprizzio / che un galantomo che l’avessi presa / manco era bbono ppiù a sservì la cchiesa, / Manco a ffà er ladro e a gguadaggnà ssur vizzio» (G.G. Belli, Lo spiazzetto de la corda al Corzo, Sonetti, n. 1735, 12 novembre 1835).
[4] Roberto Ridolfi, Vita di Niccolò Machiavelli, Firenze, Sansoni, 1978(7), p. 216.
[5] Nicolò Machiavelli, Tutte le opere, a c. di Mario Martelli, Firenze, Sansoni, 1971, p. 1003.
[6] geti: ‘lacci di cuoio’.
[7] perché … poeti: vuol dire che i poeti non stanno a lamentarsi della propria condizione.
[8] né fu mai … in Roncisvalle: non c’era tanto fetore a Roncisvalle dopo la strage di paladini, (sott. nonostante il così grande numero di cadaveri).
[9] in Sardigna: nella località con questo nome, nei pressi di Firenze, dove si buttavano gli avanzi della macellazione.
[10] par che ‘n terra … Mongibello: sembra che in terra si abbattano i fulmini di Giove e le eruzioni dell’Etna (Mongibello).
[11] Troppo alto da terra!: probabilmente si riferisce proprio a un’osservazione fatta dai torturatori nei confronti di coloro che venivano sottoposti ai “tratti di corda”.
[12] Pro eis ora: “Prega per loro”, la preghiera con la quale i condannati a morte venivano accompagnati verso il patibolo.
[13] che al padre … tolga: tanto da togliere la fama (s’intende di “pietosi”) al padre (Lorenzo il Magnifico) e al nonno (Cosimo de’ Medici) che, per la verità, non erano poi così famosi per questa virtù.
[14] paululo: ‘piccolo’.
[15] beccaio: ‘macellaio’.
[16] loto: ‘sudiciume’.
[17] Giovanni Cambi, Istorie pubblicate da Fr. Ildefonso di San Luigi, Firenze, Cambiagi Stampatore, 1786, vol. 3, p. 28.
[18] Michele Tortorici, Machiavelli, Ariosto, Castiglione: rivoluzione e resa nella svolta del primo Cinquecento, in “La rivista trimestrale”, 69-70, 1981-1982
[19] Gli “Otto di pratica” erano stati istituiti nel 1480 dal Consiglio dei settanta con l’incarico della condotta della politica estera e militare di Firenze. Negli anni dei quali stiamo parlando erano poco più di una commissione al servizio dei Medici, quindi, dopo la morte di Lorenzo, del cardinale Giulio.
[20] cesso: sì, proprio così: la parola, in tanti secoli, non ha cambiato significato.
[21] diffinitori: ‘aiutanti’.
[22] rigrumando: ‘rimuginando’.
[23] egli è trincato come il Trentamila diavoli: ‘egli è furbo come un mostro infernale’; il Trentamila diavoli era, appunto, il nome di un mostro infernale popolarmente noto a Firenze.
[24] Josef Macek, Machiavelli e il Machiavellismo, Firenze, La Nuova Italia, 1980, p. 61.

Il lutto della libertà

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Gen 072015
 

Da quanto tempo lavoro con la parola? Non so neppure fare i conti, ma certamente da più di mezzo secolo. Sarà per questo che considero la libertà di espressione come la libertà tout court.
Oggi l’esercizio di questa libertà è stato impedito, con l’assassinio, a coloro che posso considerare miei vicini di casa, miei amici, miei fratelli. Miei fratelli, sì. Di fronte alla notizia della strage di Parigi, di una strage a due passi da noi, io non mi metto certo a sottilizzare sul tipo di satira di “Charlie Hebdo”, come tanti hanno fatto in queste ore sui social network succubi dell’inconscio bisogno di sentirsi immuni dalla violenza per il fatto di supporre che altri se la siano meritata, anzi – come ho letto con profondo sconcerto – che se la siano «andata a cercare». Io non sottilizzo perché sento forte e scura un’ombra di lutto posarsi su quello che faccio tutti i giorni: leggere e scrivere. Per questo metto un nastro a lutto su questa pagina del mio blog.
Che cosa potrò leggere e che cosa potrò scrivere domani? Se fossi capace di fare satira (che invece non è proprio nelle mie corde), mi verrebbe voglia di “andarmela a cercare”. Anche per questo, oggi io sono meno libero di ieri. Ci sono quelli che, per punire i colpevoli di questo misfatto e per evitare altri misfatti come questo, sono disposti a rinunciare ai principi sui quali si fonda il vivere civile dell’Europa, il loro, il nostro vivere civile. Anche per questo, tutti siamo meno liberi di ieri.

Al vivere civile dell’Europa, ai valori della democrazia e della pace che in questo vivere si incarnano e che sono il risultato prezioso di un percorso plurimillenario, a volte dolorosissimo, io non rinuncerò. Agli assassini dico: fermatevi. A chi può farlo dico: fermateli. Ma continuerò comunque ad affermare il mio credo civile, anche se questo (in un domani che mi auguro non appartenga all’orizzonte della storia) volesse dire “andarmela a cercare”. Al lutto della libertà io rispondo con la ricerca di una nuova vita della libertà.

Auguri!

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Dic 242014
 

Auguro a tutti Buone Feste e un 2015 nel quale la nostra fantasia sia così forte da impedire a chiunque di mettere il naso sulle strade che facciamo e sulle scelte che ne derivano. Vedrete che, così facendo, sarà più facile evitare che qualcuno possa anche solo pensare di comprare la nostra anima e, poiché certe azioni sono contagiose, sarà più probabile che in molti la smettano di vendere la propria. Basta fare Il contrario di re Mida, come dicono i versi che seguono (si trovano nella mia raccolta Viaggio all’osteria della terra.
Che la pace e la serenità siano le nostre strade nel 2015.

Michele Tortorici, Il contrario di Re Mida, (da Viaggio all’osteria della terra, Manni, 2012)


Finirà che almeno per un po’ diventeremo
ladri di fantasticherie. Diventeremo saltimbanchi
per fare capriole dentro a ogni racconto che sia stato
raccontato, per lasciarci cadere, come personaggi
ancora da inventare, in mezzo a storie come quelle,
per esempio, che leggevo
sui libri grandi, dalle pagine
spesse e un poco ruvide, che ho avuti
in regalo quando ero ragazzino. C’erano
in quei libri storie che io credevo vere e credo ancora
che posso finirci dentro se cammino
così come mi va, senza che altri
mi dica che strada fare – partenza, arrivo, percorso, se e dove
girare e tutto il resto.

Finirà che almeno per un po’ diventeremo
costruttori, per conto nostro, di strade dove nessun altro
metta il naso per dirci
da che parte andare. Tutto attorno
faremo come si fa con le montagne
di cartapesta del presepe. Uno scenario
diverso, però; lasciate fare a me: giungle, pirati, tigri,
avventurieri, fiumi, mari e infine navi ferme
nella nebbia: saranno strade
indecise, dubbiose, biforcate, con attraversamenti
continui perché possano
i nostri cammini sparpagliarsi qua e là, andare in su,
andare in giù, andare avanti e indietro, ritornare
− vivaddio − sulle orme lasciate, senza credere
che sia tempo perso.

Finirà che, se davvero costruiremo
strade dove nessun altro
metta il naso per dirci da che parte andare, impiastricciati
come saremo di terra, di pietrisco e di catrame, ci verrà
anche voglia poi di fare apposta il contrario
di quello che – dice il mito – faceva re Mida: toccheremo
tutti i pensieri e tutti i dubbi che ci saranno venuti in queste strade,
tutte le storie, tutte le parole,
tutti i nostri saperi pubblici e privati, tutti i libri
di tutte le avventure – peggio
per chi ancora non ne ha letto nulla! – e toccheremo
infine tutto quello
che ci piace per evitare che diventi oro.


La novella di Cisti Fornaio:
Giovanni Boccaccio ci inganna [II]

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Giovanni Boccaccio ci inganna [II]
Dic 032014
 

4. Dove passeggiano Geri Spini e Matteo d’Acquasparta?
  Proviamo a immaginarlo

In un precedente intervento (riprendo da lì la numerazione dei paragrafi) ho cercato di spiegare come la novella di Cisti fornaio (Decameron, VI, 2), apparentemente leggera, piena di atti cortesi e raccontata con il tono incantato di una favola, sia in realtà una vera e propria trappola per il lettore: i tempi descritti dalla novella (e precisamente indicati dall’autore: «avendo Bonifazio papa […], mandati in Firenze certi suoi nobili ambasciadori per certe sue gran bisogne»: dunque l’estate del 1300) erano stati per Firenze tutt’altro che incantati. Altro che favola, una tragedia! A loro volta, i personaggi che si fermano a bere il vino di Cisti, Geri Spini e Matteo d’Acquasparta erano stati tutt’altro che che allegri e amabili gentiluomini disposti a passeggiate spensierate per le vie della città. Ci troviamo di fronte, come ho dimostrato, a un vero e proprio inganno perpetrato dal Boccaccio nei confronti dei suoi lettori. Ma è un inganno palese: lo scrittore vuole che il lettore sappia di essere ingannato: infatti i contemporanei dello scrittore, i primi lettori del Decameron, sapevano perfettamente in quale situazione si era trovata la loro città nei mesi terribili di quella ambasciata; e noi, che contemporanei non siamo, possiamo saperlo altrettanto bene se appena leggiamo qualche pagina del Compagni o del Villani o una biografia di Dante. È davvero singolare che nessun critico del Boccaccio abbia notato finora la contraddizione palese fra il tono della novella e il tempo e i luoghi nei quali essa è collocata.

I tempi e i luoghi, ho detto. Nel precedente intervento, oltre a dare il testo della novella, ho descritto i tempi e i personaggi. Qui è necessario che io mi occupi dei luoghi dove la novella stessa si svolge. Per farlo, provo a immaginare quale fosse il percorso seguito dall’ambasceria papale in compagnia di Geri Spini. Tuttavia assicuro i miei lettori che un freno alla mia immaginazione è costituito da un forte ancoraggio delle mie ipotesi a fatti certi.

Parto da una dato incontrovertibile: anche per quanto riguarda i luoghi, come fa per i tempi, il Boccaccio ci fornisce indicazioni molto precise. Geri Spini e Matteo d’Acquasparta, con i loro “famigliari” (più probabilmente un piccolo stuolo di guardie del corpo, se si considerano le circostante non favorevoli e le persone non immacolate delle quali stiamo parlando), usciti da palazzo Spini in piazza Santa Trinita (indicata nella piantina qui sotto con il triangolo rosso in basso a sinistra), «quasi ogni mattina davanti a Santa Maria Ughi passavano» (la chiesetta, demolita nell’800, si trovava nel 1300 nel posto indicato nella piantina dal quadrato rosso: oggi è il punto nel quale via Monalda confluisce in piazza Strozzi). Qui, accanto alla chiesa o proprio di fronte a essa, Cisti aveva il suo forno; e questo è un fatto storicamente dimostrato che avvalora le indicazioni di luogo fornite dal Boccaccio: Domenico Maria Manni, nella sua Istoria del Decamerone di Giovanni Boccaccio, scrive: «[…] in un libro manoscritto in cartapecora della Congrega maggiore del 1300, appunto, tra i nomi dei confrati e commessi di essa Congrega, chiesa per chiesa, sotto quelli di Santa Maria Ughi, a carte 69 tergo, vi si legge il nome di Cisto fornaio»[1]. «Passavano», è scritto nella novella; quindi, per trattare «i fatti del papa», dopo essere “passati” davanti al forno di Cisti e dopo avere approfittato del suo buon vino, andavano da qualche altra parte. Dove?

Mi sono impegnato a basarmi su fatti certi. E i fatti ci dicono che quelle di Matteo d’Acquasparta e del suo accompagnatore fiorentino non erano passeggiate qualsiasi. Quei due non avevano nessuna voglia di andare a zonzo. Dopo la entrata in carica dei nuovi sei priori (15 giugno) l’Acquasparta sperava di ottenere, anche approfittando dei continui scontri tra Bianchi e Neri, la concessione della “balìa”. Egli chiedeva cioè per se stesso, data la situazione eccezionale di lotte intestine, la somma dei poteri normalmente affidati ai priori e al Consiglio dei Cento: oggi parleremmo di una dichiarazione dello stato d’assedio con la nomina di un comandante supremo. Una trattativa così delicata portava senza ombra di dubbio il legato del papa nella sede dei priori e non, come pure è stato sostenuto[2], a discutere con i capi dei Bianchi e dei Neri. Si può pensare che avrebbe voluto essere lui, data l’altissima autorità della quale era rappresentante, a ricevere i priori: non certo a palazzo Spini, magari in una sede ecclesiastica. Ma ciò non era assolutamente possibile, neanche in una situazione eccezionale. I priori infatti, una volta eletti, per i due mesi di durata del loro mandato non potevano muoversi dalla loro sede. Dal 1301 questa sede sarebbe stata definitivamente collocata nel nuovissimo Palazzo della Signoria. Ma in quell’estate del 1300 il palazzo era ancora in costruzione e la sede provvisoria si trovava o nella Torre della Castagna (oggi all’incrocio tra via Dante Alighieri e piazza San Martino: nella piantina è indicata con il triangolo rosso in alto a destra) o, poco più in là (venendo da Santa Maria degli Ughi), nel popolo di San Procolo (oggi subito al di là di via del Proconsolo).
Chiunque potrebbe notare che la via più breve per andare da piazza Santa Trinita alla Torre della Castagna o a San Procolo non passava affatto per Santa Maria degli Ughi e, dunque, per il forno di Cisti. La via più breve (nella piantina è il percorso verde) passava per quelle che oggi sono via di Porta Rossa, via della Condotta e, da qui, a sinistra per l’attuale via dei Magazzini: ed ecco, in fondo a via dei Magazzini, piazza San Martino e, sulla destra della piazza, la Torre della Castagna. Pochi minuti a piedi anche se, magari, senza il vino di Cisti. Non deve essere stato, tuttavia, un bicchiere di vino, per quanto buono, fresco e appena spillato, a convincere il legato del papa e Geri Spini a fare una via più lunga. No, il fatto è che a via della Condotta, all’altezza di quello che ancora oggi si chiama vicolo de’ Cerchi, c’erano le case di Vieri de’ Cerchi (inquadrate nella piantina in un rettangolo rosso), capo dei Bianchi e padre di Ricoverino il cui naso (lo ricorda bene chi ha letto l’intervento precedente) era stato tagliato poco più di un mese prima, durante i disordini di Calendimaggio, proprio da Piero Spini, figlio di Geri: insomma, per il padre del feritore di Ricoverino non era tanto raccomandabile passare da quelle parti; e nemmeno per quello strano legato del papa così amico dei Neri doveva essere tanto sicuro passare sotto la casa del capo dei Bianchi. In alternativa l’ambasceria papale accompagnata da Geri Spini doveva fare un percorso che, partendo da Piazza Santa Trinita, attraversava le odierne via Tornabuoni, via Porta Rossa (per un piccolo tratto), via Monalda, piazza Strozzi (nell’angolo dove si trovava Santa Maria degli Ughi), via degli Anselmi, un piccolo tratto di via Pellicceria, la stretta via di San Miniato tra le torri, un piccolo tratto di via Calimala, via Orsanmichele, via de’ Tavolini, via Dante Alighieri per arrivare, da qui, in piazza San Martino.

Ecco spiegato, allora, il passaggio di Geri Spini e Matteo d’Acquasparta davanti al forno di Cisti. Nulla vieta, è ovvio, che lungo quel percorso i due coltivassero anche altri interessi oltre a quello del buon vino. Poco prima di raggiungere Santa Maria degli Ughi la piccola comitiva passava proprio davanti alla Torre della famiglia Strozzi (oggi in via Monalda 15: il palazzo Strozzi che noi conosciamo sarebbe stato costruito solo tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, poco più avanti a sinistra rispetto alla chiesetta); e gli Strozzi, che in quegli anni cominciavano ad allargare i propri affari, guardavano certamente con attenzione alla possibilità di affiancare gli Spini nei prestiti al papa le cui casse erano allora vuote[3]. Chissà: forse il banchiere e l’ambasciatore avevano a loro volta interesse a prendere contatti con un altro banchiere, oggi diremmo, d’assalto e comunque ben fornito di contanti. Non lo sapremo mai, ma certo la Torre degli Strozzi era lì. La chiesetta di Santa Maria degli Ughi si trovava, inoltre, a metà strada tra Palazzo Spini e la Torre degli Agli (oggi in via dei Vecchietti 6, che è fuori dalla piantina riportata qui sopra). Quella degli Agli (una antica e nobile famiglia schierata con i Neri) era la più munita torre di Firenze. E anche in questo caso si può realisticamente immaginare che i due singolari personaggi non disdegnassero di dare un’occhiata a qualche posto ancora più munito di palazzo Spini: un posto che poteva rivelarsi utile nel caso dell’aggravarsi dei problemi – diciamo così – di ordine pubblico. Fatto sta che, quando la necessità si presentò davvero, dopo l’attentato di metà aprile, il cardinale scelse effettivamente un sito particolarmente munito, anche se, come si è visto nell’intervento precedente, preferì andare oltrarno (quindi completamente fuori dal centro cittadino) dai Mozzi, al di là del Ponte alle Grazie.

Molte ipotesi si possono avanzare, ma una cosa è certa: per Matteo d’Acquasparta e Geri Spini l’attraversamento del centro di Firenze non era affatto una passeggiata. Gli spostamenti da palazzo Spini dovevano essere motivati da ragioni di importanza vitale, nel senso letterale del termine: nel senso, cioè, che ciascuno dei due personaggi rischiava la vita ogni volta che si esponeva in pubblico. Tutti i dati storicamente documentati, la effettiva esistenza del forno di Cisti, il reale svolgersi nell’estate del 1300 dell’ambasceria di Matteo d’Acquasparta, le trattative (certe) che portavano (molto probabilmente) il legato del papa nella sede dei priori e altri dati ancora servono al Boccaccio per intessere meglio il suo inganno.
È possibile che i due e la loro scorta si fermassero effettivamente da Cisti (almeno una volta lo avranno anche fatto, perché no?), ma tutto impedisce di pensare alla spensierata piacevolezza di quella sosta in una città devastata dalla guerra civile e spaventata dalle decisioni che il papa avrebbe potuto prendere; inoltre l’esilio di Geri Spini e l’attentato a Matteo d’Acquasparta fecero certamente – e malamente – finire senza nessun convito di addio qualunque tipo di passeggiata, sia che fosse dettata dagli obblighi e dalle finalità dell’ambasceria (un periodo di “balìa” di Matteo d’Acqusparta, motivato dai disordini in atto, ma in realtà con lo scopo di facilitare il passaggio di Firenze e della Tuscia nel Patrimonio di San Pietro), sia che fosse ispirata da qualche più gaudente motivazione.

5. Perché il Boccaccio ci inganna?

Resta da capire perché il Boccaccio abbia intessuto il suo inganno. Che fosse un inganno, che egli ne fosse consapevole e che abbia impiegato tutta la sua arguzia per far sì che i suoi contemporanei percepissero con chiarezza tutta la falsità di quel racconto fin troppo leggiadro di una città incantata è certo. Per averne un’ulteriore conferma basta pensare a ciò che il Boccaccio osserva, circa venti anni dopo avere scritto quella novella, nel suo commento al VI canto dell’Inferno, quello nel quale Dante parla del suo incontro con Ciacco nel terzo cerchio[4]. Compiuta, con la descrizione dei fatti di quella terribile estate (e con l’esplicito richiamo all’ambasceria dell’Acquasparta), un’analisi approfondita dei versi con i quali Ciacco profetizza i disordini e le divisioni di Firenze[5], il Boccaccio conclude: «Nondimeno, chi di questa istoria vuole pienamente sapere, legga la Cronica di Giovanni Villani, per ciò che in essa distesamente si pone»[6]. Più chiaro di così?

Perché, allora, l’inganno? Naturalmente, questa è oggi una domanda senza risposta. Posso solo dire, per non lasciare incompiuta questa mia analisi, che a me questa novella fa venire in mente, per una certo non casuale associazione di idee, una delle scene più famose della cinematografia mondiale: quella nella quale Charlie Chaplin, ne Il grande dittatore, rappresenta Hitler che gioca con un mappamondo e bamboleggia, nella stanza dalla quale decideva la morte di milioni di esseri umani, con allegri passi di danza. La situazione, a pensarci bene, è la stessa. Ne Il grande dittatore, sia l’autore del film sia gli spettatori sapevano benissimo che Hitler aveva tutt’altro che giocato e bamboleggiato: e l’effetto di tragedia si moltiplica proprio per il paradosso dell’immagine apparentemente comica e ludica. Allo stesso modo, nella novella di Cisti Fornaio, il bamboleggiamento di due mascalzoni per le strade di Firenze e gli scambi di cortesie tra uno di questi e un fornaio dovevano creare, per paradosso, un effetto di particolare inquietudine nell’animo di chi, appena letta la collocazione temporale della novella, era necessariamente portato a ricordare i giorni della tragedia fiorentina. L’unica differenza è che il film di Chaplin fu realizzato, come è noto, in medias res, nel pieno dell’accadere delle cose (nel 1940), mentre il Boccaccio propone la sua novella a mezzo secolo esatto degli eventi ai quali si riferisce. Ma lo sgomento degli spettatori de Il grande dittatore e dei lettori della novella di Cisti fornaio è certamente paragonabile: terminata la lettura della seconda novella della sesta giornata del Decameron, un lettore fiorentino del XIV secolo doveva essere sconvolto.


[1] Giovanni Maria Manni, Istoria del Decamerone di Giovanni Boccaccio, Firenze, 1742, pp. 392-393.
[2] Il Manni, nell’opera citata qui sopra, ipotizza che l’ambasceria pontificia si recasse alternativamente dai Cerchi e dai Donati, ma questo sarebbe potuto accadere se Matteo d’Acquasparta avesse avuto effettivamente intenzione di fare da paciere, ciò che è escluso tanto dalla testimonianza del Compagni quanto dalle analisi dei documenti svolte dagli storici posteriori, fino a oggi.
[3] Era stata molto costosa per Bonifacio VIII la guerra contro i Colonna e i francescani spirituali estremisti (tra i quali Iacopone da Todi), che si era conclusa appena un anno prima (estate 1299) con distruzione di Palestrina. Avevano poi dissanguato le casse del pontefice le altre spese dedicate al tentativo fallito, ma dispendiosissimo, di costruire una nuova città più a valle di quella distrutta). È forse opportuno ricordare che la guerra contro i Colonnesi fu condotta con la forma di una “crociata” e che in quell’epoca il fidato Matteo d’Acquasparta (i cui confratelli francescani spirituali erano assediati da Bonifacio) aveva avuto dal papa l’incarico di predicare la crociata, tra l’altro, proprio in Toscana.
[4] È probabilmente un caso, ma non si può non notare la vicinanza di date tra il giorno nel quale Dante immagina avvenuta la profezia di Ciacco (l’8 aprile del 1300), i fatti di Calendimaggio annunciati nella profezia (verificatisi appena tre settimane dopo) e l’ambasceria di Matteo d’Acquasparta (cominciata il 1° giugno, quindi un mese esatto dopo Calendimaggio) durante la quale il Boccaccio colloca il tempo della novella di Cisti fornaio.
[5] Rispondendo alla domanda con la quale Dante gli aveva chiesto: «ma dimmi, se tu sai, a che verranno / li cittadin de la città partita; s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione / per che l’ha tanta discordia assalita» (vv. 60-63), Ciacco risponde:
«[…] dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione
Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l’altra sormonti
con la forza di tal che testè piaggia».
Inferno, vv. 64-69.
[6] Giovanni Boccaccio, Esposizioni sopra la Comedia di Dante, a c. di Giorgio Padoan, Milano, Mondadori, 1965, p. 354.

Il signor Maurizio

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Set 022014
 

Il ritorno a Velletri dalle vacanze non è stato lieto. A Velletri manca oggi, infatti, qualcuno: il signor Maurizio Vìdili che, per anni e anni (un quarto di secolo o mi sbaglio?), mi ha servito con professionalità il suo meraviglioso caffè e mi ha donato con generosità la sua straordinaria gentilezza. Come d’altronde faceva con tutti.
Già, la sua gentilezza. Non era soltanto una, pur importante, questione di forma. Dalle poche parole di breve intrattenimento che ogni volta volentieri scambiavamo credo di aver capito che fosse, invece, una sostanziale questione di pace. Mi spiego: ci sono persone che, dalle quotidiane inevitabili battaglie che il loro animo combatte – e sono certo che anche nell’animo del signor Maurizio se ne combattessero – riescono a uscire, anziché con ira o con disagio, con quella che chiamerei una composizione delle parti, un ristabilimento dell’armonia, insomma creando dentro di sé e intorno a sé un ambiente di pace. La gentilezza era dunque in lui l’effetto di qualcosa di più profondo, non la causa di una forma che, in ogni caso, anche di per sé, era preziosa e rallegrava i momenti passati nella sua torrefazione.

Non posso che, sia pure in ritardo, ringraziare il signor Maurizio di questo qualcosa di più profondo, di questa pace che ora è tutta e pienamente sua. Ma, poiché sono convinto che la sua generosità non sia finita con lui e penso che, nel suo ricordo, quella pace possa continuare a essere anche un po’ nostra, proprio al suo ricordo voglio dedicare due cose.
La prima è una pianta di olivo. La ragione di questa dedica è che questa pianta non soltanto rappresenta un simbolo di pace, ma è anche all’origine della seconda passione che il signor Maurizio aveva dopo il caffè e cioè l’olio: l’olivo del quale parlo l’ho messo a dimora non molti giorni fa nell’isola della quale sono originario, Favignana; è di una qualità tipicamente siciliana, la “Giarraffa” (nome che le deriva, credo, dalla forma dei rami, allungati come il collo di una giraffa). Ecco, quella pianta sarà per me e per coloro che la vedranno crescere nei prossimi anni “l’olivo del signor Maurizio”.
La seconda cosa che voglio dedicargli è una poesia che ho pubblicato nel 2012 nella raccolta Viaggio all’osteria della terra. Si intitola Le dune e i laghi salmastri e l’ho scritta a proposito di un luogo dove il signor Maurizio passava le sue vacanze: quel tratto di costa tra Foce verde e Sabaudia nel quale la terra si mischia due volte con l’acqua, da una parte con quella del mare e dall’altra con quella – come dice il titolo della poesia – dei laghi salmastri.

Addio, gentile e caro signor Maurizio.

Michele Tortorici, Le dune e i laghi salmastri (da Viaggio all’osteria della Terra, Manni, 2012)


I

Sono dune, queste, e come tutte le altre dune fermano
il mare semplicemente standosene qui, con il continuo
accumulare e accumulare sabbia. Ed è una sabbia,
poi, così leggera che non la crederesti
capace di opporsi a onde grandi, così soffice
che il corpo vi resta
disegnato se ti stendi e ogni passo vi traccia
piccoli incavi che segnano
confini alla luce e l’infinito
racchiudono così in finite ombre.

Tira il vento, qui, e come in tutte le altre spiagge, quando
è forte, solleva gli ombrelloni e strisce bianche
e rosse e di chissà
quanti altri colori colorano
la sabbia grigia con la loro fuga e sembra
un passatempo che si possa
ripetere per gioco
              (viene
da maestrale il vento, viene dalla Provenza, dove ha preso
tutti gli odori che poteva prendere
dalla terra e poi dal mare, quando vi è passato, le saline
vischiosità e tutto
ha portato con sé il vento e lo ha posato
sulla sabbia per l’amore che ha
di queste dune).

Ci sono rimasugli, qui, di vita, concreti come tutti gli altri
rimasugli che il mare
si tira sempre dietro e che trascina
fino alle dune, non sai
se perché siano custoditi o perché possano
consumarsi, nella sabbia.
                   Il sole
secca e scolorisce insieme, durante l’inverno, quella
multiforme accozzaglia che il rastrello
della pala meccanica, all’inizio
della stagione estiva, pigia
poi a mucchi sul confine
tra la spiaggia piana e il declivio
che sale fiaccamente sulla strada.

C’è infatti una strada qui, sopra il declivio
che divide il mare
dai laghi salmastri. E segue, questa strada, il litorale
come una sofisticata amante incerta
dei piaceri possibili, sedotta
dalla selvatichezza eppure immune
da questa. E gioca, la sabbia, sulla strada il gioco
interminabile di andare
a coprire l’asfalto e poi tornarsene via al primo passaggio
di un’auto, di una moto o anche solo di un vento
diverso da quello che l’ha spinta lì.

E non si stanca mai, per tutti questi
giochi e questi venti, per tutto ciò che fanno i suoi granelli,
non si stanca, la sabbia, di resistere
alle onde, della fatica che veste
ancora un suono antico, del suo ricominciare
ogni volta daccapo. E questo è tutto.

II

Dietro – dietro le dune, intendo – i laghi
salmastri fanno specchio, lungo tutto
il contorno delle sponde al verde fitto
di arbusti aggrovigliati in una bassa, talvolta
spinosa, macchia e poi, nel centro, al cielo,
come per custodirlo dentro una più tranquilla e riparata
cornice.

Penso però che il cielo, per specchiarsi,
non la voglia questa cornice, che non voglia
questo bordo chiuso e che vorrebbe, anzi,
uscirne, non abituato
com’è a certi limiti. Ma i laghi
che riposano laggiù non se ne danno
cura perché l’infinità di quell’alcova dove il cielo
al mare, giorno
dopo giorno, si unisce
loro non la conoscono, non percepiscono
quella vicinanza, sono
indifferenti al fatto che, dall’altra parte appena delle dune
di sabbia, l’infinità di quell’alcova si apre
dove la tua mente, fino a che
vuole, si può spingere, si apre anche al di là dell’ombra
azzurrina che il Circeo
effonde e che non ti impedisce
di vedere – o immaginare – tutta la vastità che si allontana.

Sono le dune che creano
questa separatezza ed è da questa
che sono nati i laghi e l’essere racchiusi, d’altro canto
– e perciò indifferenti –, appartiene
alla loro stessa indole lacustre.

Ora, al contrario della loro indifferenza,
a noi la nostra saggezza permette, quando stiamo
qui lungo la cresta dove c’è la strada, di riconoscere
ciò che di diverso da una parte e dall’altra è separato.

Ora, al contrario della loro indifferenza,
ci fa distinguere – questa nostra saggezza –, mentre ce ne stiamo
lungo la cresta, da questa parte,
la finitezza e di là,
non l’infinito certo, perché non è umana
questa dimensione, però una sua terrena
immagine, una sua rappresentazione che sia
alla nostra portata.

Per questa saggezza, per questa possibilità
che abbiamo di guardare,
dall’una parte e dall’altra delle dune, due
così diverse
misure dell’esistenza e ravvisarle entrambe come parte
di ciò che ci appartiene, per tutto questo – credo –
non è concessa a noi l’indifferenza.


La novella di Cisti fornaio:
Giovanni Boccaccio ci inganna [I]

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Giovanni Boccaccio ci inganna [I]
Lug 202014
 

1. Il testo della novella

Quella di Cisti fornaio è la seconda novella della sesta giornata del Decameron. Tutti l’abbiamo probabilmente studiata a scuola. Ma forse nessuno si è reso conto che, nello scriverla, il Boccaccio ha deciso di ingannare i suoi lettori: non una, ma più volte e in modo decisamente inquietante. Non se ne sono accorti, che io sappia, neanche i critici letterari e gli specialisti del Boccaccio. Ma leggiamo la novella e poi vedremo se l’inganno c’è e, se sì – come io sostengo –, di che inganno si tratta.


Cisti fornaio con una sola parola fa raveder messer Geri Spina
d’una sua trascutata domanda

– Belle donne, io non so da me medesima vedere che più in questo si pecchi, o la natura apparecchiando a una nobile anima un vil corpo, o la fortuna apparecchiando a un corpo dotato d’anima nobile vil mestiero, sì come in Cisti nostro cittadino e in molti ancora abbiamo potuto vedere avvenire; il qual Cisti, d’altissimo animo fornito, la fortuna fece fornaio. E certo io maladicerei e la natura parimente e la fortuna, se io non conoscessi la natura esser discretissima e la fortuna aver mille occhi, come che gli sciocchi lei cieca figurino. Le quali io avviso che, sì come molto avvedute, fanno quello che i mortali spesse volte fanno, li quali, incerti de’ futuri casi, per le loro oportunità le loro più care cose ne’ più vili luoghi delle lor case, sì come meno sospetti, sepelliscono, e quindi ne’ maggior bisogni le traggono, avendole il vil luogo più sicuramente servate che la bella camera non avrebbe. E così le due ministre del mondo spesso le lor cose più care nascondono sotto l’ombra dell’arti reputate più vili, acciò che di quelle alle necessità traendole più chiaro appaia il loro splendore. Il che quanto in poca cosa Cisti fornaio il dichiarasse, gli occhi dello ‘ntelletto rimettendo a messer Geri Spina, il quale la novella di madonna Oretta contata, che sua moglie fu, m’ha tornata nella memoria, mi piace in una novelletta assai piccola dimostrarvi.
Dico adunque che, avendo Bonifazio papa, appo il quale messer Geri Spina fu in grandissimo stato, mandati in Firenze certi suoi nobili ambasciadori per certe sue gran bisogne, essendo essi in casa di messer Geri smontati, e egli con loro insieme i fatti del Papa trattando, avvenne che, che se ne fosse cagione, messer Geri con questi ambasciadori del Papa tutti a piè quasi ogni mattina davanti a Santa Maria Ughi passavano, dove Cisti fornaio il suo forno aveva e personalmente la sua arte esserceva. Al quale quantunque la fortuna arte assai umile data avesse, tanto in quella gli era stata benigna, che egli n’era ricchissimo divenuto, e senza volerla mai per alcuna altra abbandonare splendidissimamente vivea, avendo tra l’altre sue buone cose sempre i migliori vini bianchi e vermigli che in Firenze si trovassero o nel contado.
Il quale, veggendo ogni mattina davanti all’uscio suo passar messer Geri e gli ambasciadori del Papa, e essendo il caldo grande, s’avisò che gran cortesia sarebbe il dar lor bere del suo buon vin bianco; ma avendo riguardo alla sua condizione e a quella di messer Geri, non gli pareva onesta cosa il presummere d’invitarlo ma pensossi di tener modo il quale inducesse messer Geri medesimo a invitarsi. E avendo un farsetto bianchissimo indosso e un grembiule di bucato innanzi sempre, li quali più tosto mugnaio che fornaio il dimostravano, ogni mattina in su l’ora che egli avvisava che messer Geri con gli ambasciadori dover passare si faceva davanti all’uscio suo recare una secchia nuova e stagnata d’acqua fresca e un picciolo orcioletto bolognese nuovo del suo buon vin bianco e due bicchieri che parevano d’ariento, sì eran chiari: e a seder postosi, come essi passavano, e egli, poi che una volta o due spurgato s’era, cominciava a ber sì saporitamente questo suo vino, che egli n’avrebbe fatta venir voglia a’ morti.
La qual cosa avendo messer Geri una e due mattine veduta, disse la terza: «Chente è, Cisti? è buono?»
Cisti, levato prestamente in piè, rispose: «Messer sì, ma quanto non vi potre’ io dare a intendere, se voi non assaggiaste.»
Messer Geri, al quale o la qualità o affanno più che l’usato avuto o forse il saporito bere, che a Cisti vedeva fare, sete avea generata, volto agli ambasciadori sorridendo disse: «Signori, egli è buono che noi assaggiamo del vino di questo valente uomo: forse che è egli tale, che noi non ce ne penteremo»; e con loro insieme se n’andò verso Cisti.
Il quale, fatta di presente una bella panca venire di fuor dal forno, gli pregò che sedessero; e alli lor famigliari, che già per lavare i bicchieri si facevano innanzi, disse: «Compagni, tiratevi indietro e lasciate questo servigio fare a me, ché io so non meno ben mescere che io sappia infornare; e non aspettaste voi d’assaggiarne gocciola!» E così detto, esso stesso, lavati quatro bicchieri belli e nuovi e fatto venire un piccolo orcioletto del suo buon vino, diligentemente diede bere a messer Geri e a’ compagni, alli quali il vino parve il migliore che essi avessero gran tempo davanti bevuto; per che, commendatol molto, mentre gli ambasciador vi stettero, quasi ogni mattina con loro insieme n’andò a ber messer Geri.
A’ quali, essendo espediti e partir dovendosi, messer Geri fece un magnifico convito, al quale invitò una parte de’ più orrevoli cittadini, e fecevi invitare Cisti, il quale per niuna condizione andar vi volle. Impose adunque messer Geri a uno de’ suoi famigliari che per un fiasco andasse del vin di Cisti e di quello un mezzo bicchier per uomo desse alle prime mense. Il famigliare, forse sdegnato perché niuna volta bere aveva potuto del vino, tolse un gran fiasco.
Il quale come Cisti vide, disse: “Figliuolo, messer Geri non ti manda a me.”
Il che raffermando più volte il famigliare né potendo altra risposta avere, tornò a messer Geri e sì gliele disse; a cui messer Geri disse: “Tornavi e digli che sì fo: e se egli più così ti risponde, domandalo a cui io ti mando.”
Il famigliare tornato disse: “Cisti, per certo messer Geri mi manda pure a te.”
Al quale Cisti rispose: “Per certo, figliuol, non fa.”
“Adunque, “ disse il famigliare “a cui mi manda?”
Rispose Cisti: “A Arno.”
Il che rapportando il famigliare a messer Geri, subito gli occhi gli s’apersero dello ‘ntelletto e disse al famigliare: “Lasciami vedere che fiasco tu vi porti”; e vedutol disse: “Cisti dice vero”; e dettagli villania gli fece torre un fiasco convenevole.
Il quale Cisti vedendo disse: “Ora so io bene che egli ti manda a me”, e lietamente glielo impié.
E poi quel medesimo dì fatto il botticello riempiere d’un simil vino e fattolo soavemente portare a casa di messer Geri, andò appresso, e trovatolo gli disse: “Messere, io non vorrei che voi credeste che il gran fiasco stamane m’avesse spaventato; ma, parendomi che vi fosse uscito di mente ciò che io a questi dì co’ miei piccoli orcioletti v’ho dimostrato, cioè che questo non sia vin da famiglia, vel volli staman raccordare. Ora, per ciò che io non intendo d’esservene più guardiano, tutto ve l’ho fatto venire: fatene per innanzi come vi piace.”
Messer Geri ebbe il dono di Cisti carissimo e quelle grazie gli rendé che a ciò credette si convenissero, e sempre poi per da molto l’ebbe e per amico.


2. Il disvelamento dell’inganno

Boccaccio, ho scritto nell’introdurre questa novella, inganna i suoi lettori più volte. Vediamo ora di disvelare in che cosa consistono questi inganni.

La novella di Cisti fornaio illustrata
in un manoscritto del XV secolo

Il primo consiste proprio nella collocazione della novella all’interno della sesta giornata. A conclusione della giornata precedente la regina designata, Elissa, aveva stabilito il tema al quale i novellatori si sarebbero dovuti attenere: «[…] voglio che domane con l’aiuto di Dio infra questi termini si ragioni, cioè di chi con alcun leggiadro motto, tentato[1], si riscotesse[2], o con pronta risposta o avvedimento fuggì perdita o pericolo o scorno». Ebbene, Cisti, come è ben chiaro a chiunque abbia letto il testo qui sopra, non viene affatto provocato, semmai è lui che provoca: beveva così «saporitamente questo suo vino, che egli n’avrebbe fatta venir voglia a’ morti», racconta il Boccaccio. Cisti non fugge neanche «perdita o pericolo o scorno», ma esercita con accorta liberalità un atto (anzi, molti atti) di cortesia. Pampinea, la narratrice di questa novella, non rispetta l’argomento proposto per la giornata. Si potrebbe dire che “è andata fuori tema”.
Altri due inganni si trovano nel titolo. Già con le prime parole, la caratterizzazione di Cisti come «fornaio» ci induce a pensare che la novella abbia qualcosa a che vedere con il pane. Niente di più ingannevole: si parla, invece, di vino. Successivamente, sempre dal titolo, siamo indotti a credere che Geri Spini abbia rivolto a Cisti una domanda azzardata («trascutata»): questa sarebbe la provocazione richiesta – l’abbiamo appena visto – dall’argomento della giornata. Ma la domanda non c’è, anche qui si tratta di un inganno: Geri Spini non fa a Cisti alcuna domanda; rimedia invece, con intuito forse tardivo, a un atto di scortesia di un suo servo.
Due elementi strutturali che hanno grande rilievo nel complesso narrativo del Decameron, il tema della giornata e il titolo della novella, portano il lettore completamente fuori strada, tanto che, quando questi (dopo un lungo incipit teorico su natura e fortuna: se non un altro inganno, almeno un piccolo dirottamento) arriva a leggere la parte della novella nella quale viene effettivamente raccontato il fatto che riguarda Cisti, non si raccapezza più e comincia a domandarsi se il Boccaccio non ce l’abbia con lui.

E naturalmente, non è finita qui. Infatti, l’inganno più grande riguarda il tono della novella.
È un tono di tranquillità e di pace, di scambio di parole e di azioni cortesi; un tono che rimanda a una vita cittadina ordinata, serena. Quella di Cisti fornaio è stata sempre considerata la novella che dimostra come la cortesia venga dal cuore e non dallo stato sociale e come la nobiltà d’animo prescinda da quella di nascita. E l’autore fa di tutto per spingerci a non pensare ad altro che a queste belle e nobili cose. La novella sembra quasi una favola. Abbondano i superlativi (da grandissimo a ricchissimo a bianchissimo a carissimo) e i diminutivi-vezzeggiativi (da orcioletto a botticello), gli aggettivi di senso positivo (bello, buono, nobile), gli avverbi ancora più positivi (da splendidissimamente e saporitamente a lietamente e soavemente). Scrive Luigi Russo all’inizio di una analisi della novella che ha fatto storia: «Tutta la novelletta spira leggiadria e urbanità». E, qualche pagina dopo, conclude: «Il Boccaccio ha avuto il merito di avere appuntito fino all’estremo questa nota dell’urbanità di un uomo, di una città, con una leggerezza e una snellezza rara. La brevità delle parole è il motto araldico di questa spiritualità fiorentina dei tempi di Cisti e di messer Geri»[3].

3. Che tempi erano quelli nei quali si svolge il fatto raccontato e chi erano, storicamente, i protagonisti?

Già: i tempi di Cisti e di messer Geri. Che tempi meravigliosi erano? In che mondo incantevole, anzi incantato, si erano svolti fatti tanto “leggiadri” e “urbani”? Boccaccio, con il gusto perverso di chi inganna ma vuole che il suo inganno venga scoperto, non ce lo nasconde, anzi, in mezzo a tante smancerie, ci fornisce un indizio certo: era il periodo nel quale Bonifacio VIII aveva mandato a Firenze una ambasceria «per certe sue gran bisogne». Poteva essere più preciso di così? Quella ambasceria – famosissima, anzi famigerata – si era svolta dai primi di giugno alla fine di settembre del 1300. Si trattava dunque di un tempo, lontano appena mezzo secolo dalla composizione della novella, tanto terribile che nessuno dei contemporanei dello scrittore poteva averlo dimenticato e che anzi tutti ricordavano certamente con angoscia. Lo ricordava per esperienza diretta chi aveva una sessantina di anni. Chi era più giovane lo ricordava per i racconti atterriti che aveva ascoltato dai più anziani. Infine, chi aveva visto sprofondare le memorie di famiglia tra i morti della peste recente (quella del 1348: il Decameron, ambientato come si sa nel periodo della peste, fu scritto subito dopo, tra il 1348 e il 1351 o poco oltre), lo sapeva bene per aver letto le pagine desolate che ne avevano scritto gli storici. Tra le altre, era certamente diffusa tra i contemporanei del Boccaccio in particolare la Nuova cronica di Giovanni Villani, che, pubblicata nel 1333, aveva goduto di un successo straordinario proprio negli anni immediatamente precedenti e successivi alla peste. Insomma, tutti i fiorentini che leggevano il Decameron sapevano che il mondo nascosto dal Boccaccio sotto tanti inganni non era stato affatto un concentrato di leggiadria e urbanità, ma era stato al contrario un tempo tristissimo durante il quale a Firenze ci si azzuffava tra Bianchi e Neri e, proprio con quella ambasceria, si era corso il rischio concreto di diventare, insieme con tutta la Toscana, una parte periferica del patrimonio di San Pietro.

Tornerò, alla fine della seconda parte di questo mio intervento, sui motivi che possono avere spinto il Boccaccio a perpetrare un inganno tanto più inquietante quanto (anzi: proprio perché) più palese. Ma qui, stupito del fatto che nessun critico abbia mai còlto questo aspetto della novella, voglio approfondire la questione del tempo. L’ambasceria di cui si parla era quella inviata dal papa a Firenze dopo i fatti di “Calendimaggio”. Il primo di maggio (alla latina: “Calendimaggio”, appunto) del 1300, allora a Firenze giorno della festa della primavera, i Neri avevano approfittato della confusione e della folla per assaltare un gruppo di Bianchi in Piazza Santa Trinita. Il figlio del capo dei Bianchi, Ricoverino de’ Cerchi, durante la zuffa aveva avuto il naso tagliato: non una ferita qualsiasi, ma un oltraggio, uno sfregio di solito riservato ai prigionieri di guerra (il Compagni parla in abbondanza di nasi tagliati nella sua Cronica a proposito dell’assedio di Pistoia, I, xxvi). Il 13 maggio Bonifacio VIII invia al al duca di Sassonia, elettore dell’Impero, una lettera chiedendogli di adoperarsi presso l’imperatore Alberto d’Austria, perché andassero a buon fine le trattative riguardanti la rinuncia ai diritti imperiali sulla Tuscia a favore della Santa Sede; il 23 maggio nomina suo legato a Firenze Matteo d’Acquasparta; questi parte il 26 da Roma, arriva a Firenze ai primissimi di giugno e si stabilisce a casa di Geri Spini. Tutto in fretta e furia: bisognava far presto. Le «gran bisogne» derivavano dal fatto che Bonifacio VIII, come Dante sospettava e come dimostra la lettera del 13 maggio[4], voleva integrare la Tuscia nel patrimonio di san Pietro utilizzando i Neri fiorentini, tra i quali c’erano i suoi banchieri, per raggiungere il suo scopo a partire dalla più importante e ricca città della regione. Per farlo, quale pretesto migliore di quello offerto dalle divisioni interne ai vari comuni e, in particolare, a Firenze?

Matteo d’Acquasparta e Geri Spini: oggi ci si chiede chi erano costoro, ma i fiorentini del XIV secolo lo sapevano benissimo.
Per quanto riguarda il primo, bisogna dire che Bonifacio VIII, data l’importanza di quelle sue «gran bisogne», non aveva mandato un ambasciatore qualsiasi. Matteo d’Acquasparta era nientemeno che l’ex ministro generale dell’ordine dei frati minori (1287) eletto cardinale nel 1288, teologo conosciuto in tutta Europa, sottratto ai suoi studi e prestatosi facilmente (troppo facilmente per Dante, che ne parla – male – nel XII del Paradiso) a quella che potremmo chiamare la diplomazia d’assalto del papa.
Di Geri Spini il Boccaccio ci dice che «fu in grandissimo stato» presso il papa. Era, infatti, il suo banchiere. Non proprio l’onestà fatta persona: diciamo che era una specie di Michele Sindona dell’epoca. Ed era anche il padre di Piero Spini, colui che aveva tagliato il naso a Ricoverino de’ Cerchi. Dunque Geri era sì un Sindona, ma dotato anche – in proprio e senza bisogno di appoggiarsi ad altre organizzazioni criminali – delle capacità di un capomafia abbastanza spregiudicato da utilizzare il figlio come picciotto. Geri Spini era stato inoltre colui che, la sera di Calendimaggio, proprio come un capomafia sicuro della sua impunità, aveva offerto l’ospitalità del suo palazzo fortificato (che si trovava – e si trova tuttora – su un lato di piazza Santa Trinita), non solo al figlio, ma a tutti i Neri coinvolti nell’aggressione ai Bianchi e nel ferimento di Ricoverino de’ Cerchi.

Ecco presso quale fior di gentiluomo aveva preso alloggio Matteo d’Acquasparta. Da quel palazzo, dal luogo dove si era svolta la zuffa che aveva incendiato Firenze e aveva offerto al papa il destro per una disinvolta operazione di espansione del Patrimonio di San Pietro, prendeva le mosse, nell’inganno propinato dal Boccaccio ai suoi lettori, la passeggiata sfarfalleggiante e piena di moine e cortesie che vedeva fianco a fianco un rappresentante di primo piano della parte dei Neri e il prestigioso ambasciatore del papa. È molto probabile che il periodo nel quale si svolgevano queste passeggiate debba essere collocato tra la metà del mese di giugno, quando Matteo d’Acquasparta aveva certamente già preso i contatti che gli servivano con gli esponenti della politica e delle istituzioni di Firenze, e la metà del mese di luglio, tra il 15 e il 18, giorni dopo i quali, come vedremo tra poco, il legato papale aveva certamente interrotto qualunque tipo di camminata per le strade di Firenze.

Il Boccaccio, per ingannare ancora di più i suoi lettori, non li avverte in nessun modo che la permanenza del legato del papa presso Geri Spini, indipendentemente dalle più o meno leggiadre passeggiate, non era stata tutta rose e fiori (ricordo ancora che, comunque, i contemporanei dello scrittore lo sapevano benissimo). Tra maggio e giugno Bianchi e Neri avevano continuato a fronteggiarsi, se non con morti e feriti, con risse e scontri continui. E il 23 giugno, vigilia di san Giovanni patrono di Firenze, un altro momento di festa, la processione in onore del santo, alla quale certamente era presente il legato pontificio, si era trasformata in un’ennesima zuffa. Con il pretesto della quale Matteo d’Acquasparta aveva chiesto pieni poteri (la “balia”). A chi li aveva chiesti? Questo è il bello: li aveva chiesti al Consiglio dei Cento nel quale sedeva Dino Compagni e ai sei priori appena nominati per il semestre dal 15 giugno al 15 agosto, tra i quali si trovava Dante Alighieri.
Sì, i giorni di quelle – secondo il Boccaccio – amene passeggiate non erano stati soltanto quelli nei quali si era giocato, con le armi di una guerra civile latente, il destino di Firenze; erano stati anche quelli nei quali Dante, con i provvedimenti adottati come priore, aveva deciso a sua volta il proprio destino di uomo e di intellettuale: un anno e mezzo dopo, Dante, condannato dal governo dei Neri (che avevano preso ormai il potere aiutati da un altro “inviato del papa, Carlo di Valois) per una serie di accuse inverosimili e infondate, prendeva la via dell’esilio.
Uno degli atti dei priori che certamente non era piaciuto né a Matteo d’Acquasparta né al papa fu proprio quello di non concedere la “balia” al legato, il quale fu costretto a passare i mesi da giugno a settembre in tentativi continui – e inutili – di acquisire poteri che gli consentissero di consegnare Firenze al Papa. Durante quei mesi, tra il 15 e il 18 luglio, non si è mai saputo se per effetto di un complotto o per l’azione di uno scriteriato (come afferma il Compagni) il cardinale fu oggetto di un attentato mediante un colpo di balestra schivato per poco. Da quel giorno si rinchiuse nelle fortificatissime case dei Mozzi (che si trovavano oltrarno, poco al di là del Ponte alle Grazie, quindi ben fuori dalle agitate strade del centro cittadino)[5] e il contrasto tra Firenze e il papa divenne, se possibile, ancora più aspro. Ma, quel che conta ai fini dello smascheramento dell’inganno boccaccesco, è che certamente Il legato pontificio non fece più passeggiate né amene né sgradevoli in mezzo a una città così poco sicura per lui. Nel frattempo, come è noto, i priori avevano mandato in esilio i capi dei Bianchi e dei Neri. I primi (tra i quali Guido Cavalcanti) avevano accettato di partire subito per Sarzana; gli altri si erano invece rifiutati in un primo tempo di partire per Città delle Pieve, ma entro la prima metà di luglio partirono. Non risulta che, dopo l’attentato, l’Acquasparta sia tornato a palazzo Spini. E, tra l’altro, Geri Spini era tra i capi dei Neri esiliati: quindi, tra la metà di luglio e i primi di agosto doveva trovarsi a Città della Pieve. A fine settembre Matteo d’Acquasparta, nel lasciare Firenze, lanciava l’interdetto[6] sulla città. Sarebbe stata una rovina, in primo luogo per i Neri, tra i quali si annoveravano i più ricchi banchieri della città. Se non fosse che Corso Donati, lasciato illegalmente l’esilio umbro, si recò personalmente da Bonifacio VIII e lo convinse a revocare l’interdetto. Quanti imbrogli nella novella, quanti imbrogli!

Questo è il tempo, certo piuttosto lontano dalla leggiadria e cortesia che spirano da tutte le righe della novella. E i luoghi? Dei luoghi, in particolare di quelli della passeggiata che avrebbe portato Matteo d’Acquasparta e Geri Spini a passare davanti alla chiesa di Santa Maria degli Ughi, parlerò in un prossimo intervento. Questo è già abbastanza lungo e devo un grazie di cuore ai lettori che sono arrivati fin qui.


[1] tentato: ‘provocato’.
[2] si riscotesse: ‘reagisse’.
[3] Luigi Russo, Letture critiche del Decameron, Bari, Laterza, 1956, pp. 225-230.
[4] Dante sospettava, come detto nel testo, che proprio questi fossero i disegni del papa e aveva ragione. A lungo molti storici hanno pensato che l’autore della Commedia esagerasse con i suoi timori relativi alla volontà di espansione territoriale dello Stato della Chiesa da parte di Bonifacio VIII. Ma documenti pubblicati di recente e relativi alla corrispondenza del papa nei giorni precedenti l’ambasceria di Matteo d’Acquasparta (tra questi la lettera citata) ci dicono che Bonifacio VIII aveva proprio intenzione di fare quello che Dante temeva: prendersi la Toscana. Si veda: Federico Canaccini, Matteo d’Acquasparta tra Dante e Bonifacio VIII, Roma 2008.
[5] Il Canaccini si domanda «se la scelta di risiedere presso i Mozzi fosse […] dettata dalla volontà di sminuire le voci che volevano l’Acquasparta colluso coi Neri, essendo i Mozzi Bianchi, o dalla maggiore sicurezza che le fortificazioni, di cui era dotata la loro dimora, potevano garantire». Si veda: Federico Canaccini, Bonifacio VIII e il tentativo di annessione della Tuscia, in: “Bullettino dell’Istituto storico italiano per il medioevo”, 112 (2010), p. 494, ora anche on line qui. Probabilmente i motivi erano tutti e due. Bisogna inoltre considerare che i Mozzi erano dei Bianchi un po’ speciali, in quanto erano «soci degli Spini presso la curia papale» (Gino Luzzatto, Note a Dino Compagni, Cronica, Torino, Einaudi, 1968, p. 52) e dunque molto interessati sul piano economico, indipendentemente da ogni appartenenza di consorteria, a favorire il legato pontificio.
[6] interdetto: l’interdetto era, in realtà, una misura prevista dal diritto canonico mediante la quale venivano, appunto, interdetti il culto e i sacramenti. Essa però comportava, come conseguenza indiretta, la possibilità per i debitori di non pagare i propri debiti ai cittadini colpiti dall’interdetto.

La poesia visiva

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Lug 102014
 

A proposito della mostra Belle parole a Fano

Poco meno di due settimane fa ho pubblicato un post, Che vergogna!, a proposito delle tragicomiche avventure di un mio viaggio a Fano. A Fano ero andato per vedere la interessantissima mostra di poesia visiva Belle parole che si è svolta fino al 28 giugno scorso nelle sale della Galleria Carifano a Palazzo Corbelli. Avevo promesso che ne avrei parlato ed ecco le mie riflessioni in proposito.

La mostra ha presentato al pubblico, per la prima volta tutte insieme, molte importanti testimonianze di poesia visiva e, in particolare, di quella corrente nata nel 1963 con il “Gruppo 70” e cresciuta poi fino agli anni Novanta del secolo scorso in quella vera e propria officina di idee costituita da Campanotto Editore. In questa straordinaria casa editrice l’espressione della poesia visiva è stata favorita, da una parte, dalla lungimiranza e dalla lucidità di Franca Campanotto – grande “signora” dell’editoria italiana scomparsa purtroppo tre anni fa – e, dall’altra, dalla creatività del suo direttore editoriale Carlo Marcello Conti, artista e poeta egli stesso, sempre disponibile alle avventure della mente.
Le opere esposte (tra le più importanti, quelle di Lamberto Pignotti, Eugenio Miccini, Mirella Bentivoglio, Michele Perfetti, Lucia Marcucci, Adriano Spatola, Gian Paolo Roffi) ci hanno ricordato la volontà di quel gruppo di poeti di trasformare la poesia in comunicazione plurimediale, anzi in un «neo-volgare» mediale, cioè in un linguaggio comprensibile a tutti (a differenza di quello della contemporanea neo-avanguardia), disponibile alla contaminazione con la tecnologia e capace, proprio per la sua semplicità di approccio, di demistificare i prodotti della moda e della pubblicità, magari facendo loro il verso. In questo universo mediale la parola non solo si mescolava con altri media, ma assumeva a sua volta una duplice medialità: continuava sì a essere testo verbale scritto, composto di segni alfabetici, ma diventava al tempo stesso segno iconico in grado di interagire con altri segni iconici mediante le tecniche più svariate. Si può dire che il “Gruppo 70” portava così a compimento il lungo cammino cominciato dalla poesia contemporanea nel momento in cui aveva preso coscienza di quella che chiamerei la solitudine – ma anche, perciò, la autonoma significatività – del testo poetico scritto.

Eugenio Miccini, Il poeta incendia la parola,
s.d.,
Tecnica mista su cartoncino

Per capire in che cosa è consistito questo cammino è necessario qui un approfondimento (per cui potete leggere anche questo mio intervento di qualche tempo fa). In breve, il testo poetico è stato per millenni un testo verbale fonico. La forma scritta attraverso la quale esso ci è stato tramandato sui vari supporti che la storia via via ha offerto – da ultimo, la carta stampata – non ha mai avuto altro valore che quello di testimone: textus/testis, come dicevano i latini con un azzeccato gioco di parole. Questa condizione millenaria si è modificata solo intorno alla fine del XVIII secolo. Più o meno in quel periodo la lettura privata del nuovo genere letterario di massa, il romanzo, una lettura fatta da soli e solo con gli occhi, ha, per così dire, contagiato anche quella della poesia, che da Esiodo fino ad allora era stata fatta in pubblico e ad alta voce. Da allora il testo poetico è stato percepito dal lettore come testo verbale scritto. Poco più di un secolo dopo questa svolta alcuni poeti, in particolare Apollinaire e i futuristi, hanno avvertito la possibilità di un uso nuovo e diverso di quel testo verbale scritto che da tempo non era più semplice trascrizione del suono delle parole, ma aveva una sua piena e totale autonomia: hanno cioè utilizzato quello testo, quell’insieme di segni alfabetici, come segno iconico. Il risultato più importante e più poeticamente riuscito di questa nuova assunzione del testo poetico come testo anche iconico sono certamente i Calligrammes di Apollinaire (qui il sito di riferimento), ma non mancano esempi molto belli di poesia visiva futurista (uno di questi, Paesaggio+temporale di Giacomo Balla, esempi lo trovate nell’intervento già richiamato). Ormai da un secolo, dunque, il testo di una poesia che noi vediamo scritto su una pagina, da quella stessa pagina, ci occhieggia con gli attributi di un grafo. E non solo nei testi dei poeti che, più consapevoli di questa svolta, hanno volutamente prodotto testi di poesia visiva, come quelli, appunto, del “Gruppo 70”, ma nei testi di tutti i poeti. La collocazione dei versi sulla pagina non si limita più soltanto all’indicazione dell’a capo: è diventata ormai anche una indicazione visiva, un segnale stradale lungo il percorso della fruizione del testo poetico. È sufficiente pensare, per rendersene conto, alla collocazione tipografica dei versi sulla pagina, con rientri, spaziature e con ogni genere di deformazione dell’andamento lineare della riga su cui viene collocato il verso.

Lucia Marcucci, Polluzione 1971,
Tecnica mista su carta

Rispetto a questi interventi tipografici che troviamo più o meno diffusi in quasi tutti i libri di poesia stampati nell’ultimo secolo, la poesia visiva opera un processo di semplificazione. Nessuna ambiguità, nessun occhieggiamento: il segno verbale scritto, la parola scritta con i segni alfabetici, diventa in tutto e per tutto segno iconico e si affianca senza stridere ad altri segni iconici che nulla hanno a che vedere con l’alfabeto. In qualche caso, anche tra le opere esposte a Fano, la parola è assente e allora – a mio parere – è difficile parlare ancora di poesia visiva e non di opera d’arte visuale. In tutti gli altri casi, la parola non perde importanza, ma, come nella pubblicità, si assolutizza in uno slogan, in un titolo, diventa un motto da ricordare. «Il poeta incendia la parola», un tema sul quale Eugenio Miccini è tornato più volte, è tutto questo: è lo slogan di un manifesto pubblicitario nel quale è affiancato a una fiammata di testi, è il titolo dell’opera ed è un motto che ben sintetizza l’attività dei poeti del “Gruppo 70” e, in fondo, di tutti i poeti. «Polluzione» è il titolo di un testo di tre righe (tre versi? credo di sì) che Lucia Marcucci fa confrontare e contrastare, nella loro linearità, con un profilo che definirei arcimboldiano, ridotto però al rigore della quadricromia. In tutti e due i casi, come fare a non sussultare, a non lasciarsi coinvolgere emozionalmente da quell’incendio o da quell’esplosione? L’effetto è appunto quello di una pubblicità, la cui essenza è smentita però dalla assoluta non commerciabilità dell’oggetto proposto – la poesia, la guerra atomica – ed è perciò smontata e svelata nei suoi meccanismi suasori.

Il fatto che la poesia visiva non abbia avuto eredi diretti dopo il quarantennio di piena attività nel quale si è sviluppata a partire dalla metà degli anni Sessanta non vuol dire che essa non sia stata fertile. Da quel terreno è cresciuta una nuova consapevolezza della ampiezza dei confini del testo poetico e, nel praticare quello stesso terreno, così strettamente legato al segno iconico, la poesia ha riscoperto paradossalmente il valore del suono della parola: molti poeti visivi hanno acquisito nuove contaminazioni con i media digitali e sono oggi performer di testi multimediali. Alcuni poeti visivi sono stati anche poeti sonori (si pensi ad Adriano Spatola e Gian Paolo Roffi). Allontanarsi dalle origini ha aiutato insomma a ritornare più vicini alle origini, quando il testo poetico – testo verbale fonico – si mischiava a quello musicale, alla danza e costituiva, ogni volta che veniva eseguito, un evento al quale si poteva ben attribuire il nome di «Poesia totale» coniato in un saggio del 1978 da Adriano Spatola. Un grazie di cuore agli organizzatori della mostra Belle parole che ci ha fatto riflettere su tutto questo.

Che vergogna!

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Giu 252014
 

Un viaggio in treno da Roma a Fano

Tempo fa ero stato avvertito da un caro amico, il poeta e performer Giampaolo Roffi, di una bella mostra sulla poesia visiva a Fano (Belle parole: chiude sabato prossimo, ne parlerò presto su questo blog) e ieri mi sono messo in viaggio per andarla a vedere. Nel fare via internet i biglietti del treno mi ero subito accorto che non sarebbe stata una cosa tanto facile: all’orario buono per me non c’era né uno dei due intercity giornalieri né l’unico “frecciabianca”; solo “regionali veloci”. Niente di male, ho pensato, dato che non avevo nessuna fretta e che il “RV” delle 11.28 mi avrebbe portato comunque in meno di quattro ore a Falconara e da lì, con una coincidenza piuttosto sicura (quaranta minuti di scarto), sarei stato a Fano per le quattro e mezza: avrei avuto il tempo per una doccia, per un breve riposo, e per una tranquilla passeggiata a Palazzo Corbelli, dove, nelle sale della galleria “Carifano”, la mostra avrebbe aperto alle 18.30.

Pronti, via! Un primo problema si è presentato al momento in cui è apparso sul display luminoso della stazione Termini il numero del binario, 1ES, inutile abbreviazione di 1 EST, ma senza l’indicazione, che sarebbe stata invece utilissima, che il medesimo binario si trova esattamente a mezzo chilometro dalla stazione propriamente detta. Niente di male, ho pensato un’altra volta, dato che sono un buon camminatore e che, come sempre, ero in largo anticipo sull’orario di partenza. Difatti ho raggiunto perfettamente in tempo il mio “RV”, un trenino di due vagoni che dava l’impressione di essere abbandonato al sole in uno scenario desolato. Ma era solo un’impressione. Bastava salire e si capiva subito che quei due vagoncini non erano affatto abbandonati, erano anzi pieni, pienissimi e trovare un posto a sedere non è stato facile. Niente di male, ho pensato, una volta che mi sono seduto nel penultimo o terzultimo posto libero: il calore umano di tanti passeggeri ci avrebbe aiutati tutti a sopportare il freddo intenso prodotto, già prima della partenza, da un’aria più “sconsiderata” che “condizionata”.

Nel frattempo riflettevo sul nome di questi treni che una volta si chiamavano “accelerati” e ora “veloci”. Li chiamano così, mi domandavo, per esorcizzare, con questi riferimenti semantici alla rapidità, la loro lentezza? Oppure quei nomi li usano proprio per sottolineare quella lentezza persino con una punta di cattiveria, come certe volte fanno i ragazzi a scuola quando chiamano “occhio di lince” un loro compagno particolarmente miope? La seconda, forse.

Eh, va bene. Pronti, via! Il secondo problema che ho notato non viene di solito considerato tale: il treno è partito con circa dieci minuti di ritardo. Ma posso affermare con certezza che nessuno dei treni che ho preso da un anno a questa parte (mi sembra inutile risalire più indietro) è mai partito perfettamente in orario. È l’abitudine che non fa considerare un problema questi ritardi nella partenza. Sciatteria? Non lo so. Niente di male, ho pensato comunque, dato che c’è tutto il tempo per recuperare.

Solo venti minuti dopo ho cominciato a pensare che qualcosa di male dovesse esserci in quel viaggio. Forse l’ottimismo che avevo ripetutamente ostentato a me stesso era fuori luogo. Il treno, infatti, dopo la regolare fermata a Tiburtina, si era piantato come un albero in aperta campagna e non non si muoveva da un pezzo. Qualcosa di male deve proprio esserci, ho pensato. Ma che cosa? Come al solito, a lungo nessuna comunicazione è stata fatta ai viaggiatori. Infine, dopo più di un quarto d’ora, un sintetico avviso ci annunciava che la sosta del treno era “dovuta per motivi di precedenze”. L’unico scopo di questo avviso era farci capire che l’amore per la sintassi, qualora provato da chi aveva predisposto quel testo, non era comunque per niente corrisposto. Infatti non ci era stata detta la sola cosa che ci interessava, cioè quanto a lungo potevano durare quei “motivi di precedenze”. La risposta a questo interrogativo è venuta dai fatti: molto. La sosta è durata molto; abbastanza da fare accumulare al treno circa quaranta minuti di ritardo. Ahi, che male! Proprio i quaranta minuti di scarto della coincidenza che io consideravo sicura.

Pronti via! Di nuovo. La ripresa del movimento del treno, salutata da tutti con soddisfazione, ci ha portati in breve, via Orte, Nera Montoro, Narni, Terni e Spoleto, fino a Trevi dove un nuovo e, questa volta, inaspettato e indesiderato annuncio ci ha avvertito che chi viaggiava per Falconara doveva cambiare treno a Foligno. Questo non era assolutamente previsto. Dunque il panico. La metà di noi (io, da un po’ immerso nella lettura, ero compreso in questa metà) era convinta di trovarsi già a Foligno e si è precipitata verso le uscite, ma è tornata indietro come una molla dopo che i primi, una volta scesi sul marciapiedi della stazione, avevano letto la targa con il nome di Trevi e avevano fatto un non facile, ma comunque deciso e tumultuoso, dietro front. I viaggiatori stranieri, poiché tutti gli annunci venivano fatti rigorosamente solo in italiano (e in quell’italiano) seguivano il flusso dei più, ma, dopo il tira e molla al quale avevano assistito, si erano accasciati sui loro posti in attesa di una catastrofe sconosciuta, ma ritenuta imminente.

In queste condizioni di spirito e di fisico siamo arrivati a Foligno. Qui era davvero il momento di scendere, ma solo per noi che eravamo diretti a Falconara. Coloro che erano diretti a Perugia dovevano restare sul treno d’origine. Gli stranieri, dovunque fossero diretti, sono scesi e hanno preso l’altro treno, sempre con l’idea che seguire il flusso dei più fosse comunque la cosa migliore da fare. D’altro canto, tutti noi, anche quelli in possesso di un po’ di inglese, eravamo già abbastanza abbrutiti (lo confesso con personale imbarazzo e disagio) da fregarcene completamente della loro destinazione giusta o sbagliata.

Ancora una volta, pronti, via! Dopo il cambio imprevisto, il ritardo era salito a circa quarantacinque minuti. Ma nessuno ce lo ha detto. Sul nuovo convoglio, infatti, nessun annuncio. Niente di niente fino all’arrivo a Falconara. Sembrava che non ci fosse personale a bordo. Come ho fatto allora a sapere del ritardo? Nel trambusto, consultando freneticamente il mio tablet per capire se avevo altre possibilità di arrivare in tempo a Fano nel caso probabile in cui fosse saltata la mia coincidenza, mi sono accorto che una app (si chiamano così, non chiedetemi perché, i programmi per i tablet e gli smartphone), “Prontotreno”, aveva al suo interno una opzione, “Stato treno”, dalla quale – rete telefonica permettendo – si poteva seguire passo passo, o meglio, stazione dopo stazione, il passaggio del treno e il ritardo rispetto all’orario previsto. Un libro in una mano, il tablet nell’altra, e il gioco era fatto. Una serie di leggeri miglioramenti prontamente registrati dall’app, mi ha fatto sperare: il ritardo andava scendendo verso i trentacinque minuti.

Devo aggiungere qui, per dovere di cronaca, che il passaggio da un treno con dieci gradi circa di temperatura a quest’altro con almeno venticinque (aria condizionata rotta o scelta sadica?) aveva intanto fatto sgorgare in tutti noi piccoli e diffusi ruscelletti di sudore e forse in qualcuno, anche per il protrarsi del viaggio, l’esigenza di ruscelletti di altro e più escrementizio genere. Fatto sta che il treno non profumava davvero e, vicino alle toilettes scrupolosamente d’annata, puzzava in modo insopportabile. Io e gli altri che dovevamo prendere la coincidenza per Fano, tuttavia, eravamo talmente concentrati sul trascorrere del tempo e sul ritardo del treno che i nostri sensi, come accade in queste occasioni, erano attutiti, tanto che persino i meravigliosi luoghi attraversati non avevano suscitato in noi nessuna emozionata meraviglia, come invece avrebbero dovuto.
Finalmente, ecco, il treno rallenta in vista della stazione di Falconara e tutti ci precipitiamo verso l’uscita in anticipo perché siamo a pochi minuti dall’agognata coincidenza e non vogliamo perderla. Una ragazza, arrivata con il respiro affannato sulla piattaforma dell’uscita (vicina alla toilette), nel riprendere fiato, ha insufflato nei polmoni una zaffata della puzza terribile che lì aleggiava e ha cominciato ad avere violenti conati di vomito, finiti soltanto, senza ulteriori e più effusive conseguenze, all’apertura della porta da dove la ragazza stessa si è poi praticamente gettata a corpo morto sul marciapiedi della stazione con il rischio, data la situazione di generale prostrazione morale, di essere calpestata e sopraffatta. Un barlume di pietà umana rimasto in noi ha scongiurato questo rischio. Eravamo ancora esseri umani ed eravamo a Falconara, incredibilmente, in tempo per la coincidenza per Fano. Dunque, tutti giù di corsa per le scalette fino al sottopassaggio dove il display mostrava i treni in partenza e il relativo numero di binario: e, a fianco al treno per Fano delle 16.01, era scritto: “sopp”, abbreviazione per “soppresso”. Il treno successivo alle 16.49.

Inutile protestare. Con chi poi? Unica alternativa due passi per Falconara. Uscito dalla stazione, vedo un’edicola con il “Resto del carlino” in bella mostra e il titolo: “Italia. Il giorno del giudizio”. Ecco, mi sono detto, era tutto previsto, come facevo a non saperlo? Il titolo però non si riferiva a una catastrofe ferroviaria che avesse fatto prospettare, in tutto il pianeta, solo la fine della penisola italiana, ma alla imminente partita Italia-Uruguay (conoscendo l’esito della partita, si potrebbe dire con facile ironia che la nazionale italiana di calcio è andata ai Mondiali come un treno o, meglio, come i suoi treni).

E comunque, per l’ennesima volta, pronti, via! Alle 16.49, direte voi. No, perché, dovendo partire da Ancona alle 16.40 e dovendo arrivare a Falconara alle 16.48, il treno della nuova coincidenza è riuscito ad accumulare cinque minuti di ritardo su otto di percorso – un bel record – ed è poi arrivato a Fano con dieci minuti di ritardo su ventotto di percorso – forse non un record, questo, ma comunque, bisogna riconoscerlo, una bella prestazione!

Un salto in albergo, una rapida doccia, un cambio completo di biancheria e di abiti e via alla mostra, non con una tranquilla passeggiata, come avevo previsto di fare, ma a passo rapido. Una mostra stupenda, permettetemi di parlarne in un prossimo intervento.
Lasciatemi riposare.

E lasciatemi dire che, più e oltre che disappunto, più e oltre che rabbia, ho provato alla fine di quel viaggio una indicibile vergogna per come, in questo paese bello e sventurato, vengono trattati i cittadini e per la noncuranza con la quale si manca di rispetto al loro diritto costituzionale alla mobilità.

P.S.
Non vi parlo del viaggio di ritorno: tutto quasi normale. Sul treno Falconara-Roma, i soliti dieci gradi di temperatura ma, bisogna dirlo, due soli minuti di ritardo (per questo ho scritto “quasi normale”). Tutto come al solito, dunque, compresa – per me che abito a Velletri – la soppressione del treno da Ciampino delle 13.14 (questa volta neanche annunciata dal display, ma comunicata a voce ai viaggiatori in attesa sul marciapiedi da un funzionario delle Ferrovie apparentemente, e forse ragionevolmente, in fuga), il ritardo di circa dieci minuti del treno successivo e, insomma, le solite due ore abbondanti per percorrere i trentotto chilometri che dividono la capitale d’Italia dalla amena località dei Castelli romani dove ho scelto di vivere.

Mezzo secolo di Lunch Poems

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Giu 132014
 

Mezzo secolo fa, nel mese di giugno del 1964, la casa editrice City Lights – quella di Lawrence Ferlinghetti (della quale parlo qui) –, pubblicava come numero diciannove dei Pocket Poets la raccolta di poesie di Frank O’ Hara Lunch Poems (si può tradurre Poesie per il pranzo, Poesie da consumare a pranzo, probabilmente con il senso di un’espressione come ‘lunch meat’, la ‘carne pronta per il pranzo’ o anche la ‘carne in scatola’). In Italia tre sue poesie sarebbero uscite poco dopo, nel novembre di quello stesso anno, nella raccolta curata da Fernanda Pivano Poesia degli ultimi americani, con la traduzione di Giulio Saponaro. Ma nessuno ci fece caso e confesso che anche io, ragazzo di diciott’anni, dopo aver divorato il volume della Pivano, non ricordavo certo, tra i nomi dei poeti che più mi avevano colpito, quello di O’ Hara. Ma quando, più di trent’anni dopo, nel 1998, sono usciti in Italia i suoi Lunch Poems (a cura e con la traduzione di Paolo Fabrizio Iacuzzi, Mondadori, Oscar Poesia del Novecento), allora sì questo poeta mi ha colpito con la sua straordinaria capacità di seguire con i suoi versi una percezione al tempo stesso leggera e profondissima della realtà.

La realtà è quella delle vie di Manhattan che percorre in su e in giù, dei dipinti dei grandi pittori informali di quegli anni che vede lì, al Moma dove lavora, dei libri che legge e che, anzi, sono il suo cuore, un cuore che può facilmente portare «in tasca» e, infine della musica che ascolta nei locali tra quelle stesse vie di Manhattan e Brooklyn. Già, la musica. Quella realtà, così come nelle voci dei cantanti o negli strumenti dei jazzisti a lui cari, prende anche nei suoi versi forma di musica: una musica che dà l’impressione di essere quella dei pianisti blues che accompagnavano, quando Frank era bambino, i film muti; musica, al tempo stesso, d’atmosfera e d’improvvisazione, basata su un soggetto e liberissima di interpretarlo (o anche di andarsene per conto suo).
La realtà non è dunque “rappresentata” da Frank O’ Hara, ma – come ho scritto prima – “seguita”, con una disponibilità totale alla sorpresa come al disincanto. Frank lavora come un investigatore abituato ai pedinamenti che sa di potersi aspettare di tutto. La realtà, di per sé, lo rassicura: è lì; si tratta solo di andarle dietro, di seguire il suo ritmo.
Nella poesia che segue, Yesterday Down at The Canal, Frank O’ Hara va dietro ai pensieri che gli ha suscitato l’osservazione, in sé banale, di qualcuno che stava con lui al «giù al canale». Ne nasce quasi un monologo interiore, un “flusso di coscienza” (d’altro canto, dov’è il canale? dove c’è acqua se non nello scorrere delle parole di questa poesia?). Ma niente paura: non comincia un “gran romanzo” né russo né irlandese; la leggerezza è sempre lì, nella penna di O’ Hara e ci conduce fino al punto nel quale il poeta manda al diavolo tante «stronzate» su come si vive e su come si può morire.
Una nota sulla traduzione. Dal punto di vista della corrispondenza tra ritmo e realtà, la traduzione che di Lunch Poems ha fatto Paolo Fabrizio Iacuzzi è eccellente. Se ho deciso, in questo mio blog, di dare una nuova traduzione di tre poesie, A Step Away from Them (qui), The Day Lady Died (qui) e quella che segue, non è dunque perché io pensi di poter fare una versione migliore, ma perché sono convinto che la traduzione poetica sia un modo, il più bello, per conoscere davvero un poeta che ha scritto in un’altra lingua e anche, quando si può (quando cioè si conosce quella lingua), per dimostrargli il proprio amore attraverso un suono che corrisponda al suo suono. Anche quando quel poeta non c’è più, anzi proprio allora. Anche cinquant’anni dopo che una poesia è stata composta, anzi proprio allora.
Il tempo invidia i poeti.

Frank O’ Hara, Yesterday down at The Canal (da Lunch Poems, 1964)


You say that everything is very simple and interesting
it makes me feel very wistful, like reading a great Russian novel does
I am terribly bored
sometimes it is like seeing a bad movie
other days, more often, it’s like having an acute disease of the kidney
god knows it has nothing to do with the heart
nothing to do with people more interesting than myself
yak yak
that’s an amusing thought
how can anyone be more amusing than oneself
how can anyone fail to be
can i borrow your forty-five
I only need one bullet preferably silver
if you can’t be interesting at least you can be a legend
(but I hate all that crap)
1961


Traduzione di Michele Tortorici, Ieri giù al canale


Tutto è molto semplice e interessante, dici
questo mi fa venire malinconia, come quando leggo uno di quei gran romanzi russi
mi annoio da morire
certe volte volte è come vedere un cattivo film
altri giorni, più spesso, è come avere un rene che ti fa male forte
dio sa che non ha nulla a che fare con il cuore
nulla a che fare con quelli che sono più interessanti di me
ha ha
questo pensiero è divertente
come si può essere più divertenti di se stessi
come si può non riuscirci
posso prendere in prestito la tua quarantacinque
mi serve solo un proiettile, meglio se d’argento
se non puoi essere interessante almeno puoi essere una leggenda
(ma io odio tutte quelle stronzate)
1961


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