Agenda digitale.
Ventiquattro ore raccontate al governo che verrà

Ci sarà un governo dopo queste elezioni? Si faranno altre elezioni? Non apprezzo chi, come il signor Grillo, aspetta sulla sponda del fiume che il cadavere dell’Italia passi sotto i suoi occhi. Penso infatti che, nella storia d’Europa e in quella del mondo sviluppato, l’Italia possa svolgere ancora, da viva, un ruolo di primo piano. Sì, penso che l’Italia abbia ancora voglia di vivere, anche se non passa certo un momento allegro.
Tuttavia, siccome i problemi ci sono, voglio parlarvi di un problema, invece che di proclami di palingenesi. E, per farlo, vi racconto ventiquattro ore di ordinaria assenza di cultura digitale. Naturalmente, dal mio piccolo osservatorio di uomo comune, intendo parlare della cultura digitale (e delle relative infrastrutture) nella vita di tutti i giorni, non del digitale sbandierato come un’ideologia e usato per dirette in streaming senza interlocuzione. Quanto ci costa, nella vita quotidiana, l’assenza di cultura digitale?

Due piccole avvertenze preliminari. La prima: non farò nomi perché non voglio mettere alla gogna nessuno; le persone che hanno avuto una parte in queste ventiquattro ore sono state con me di una gentilezza squisita e sono convinto che non abbiano responsabilità personali. La seconda: non sono un “fissato” dei media digitali (per esempio, scrivo spesso a mano, leggo più libri cartacei che e-book); ma uso molto i media digitali sia perché mi consentono di organizzare – e trasportare – meglio le informazioni e le conoscenze che mi servono, sia perché mi aiutano (forse dovrei dire: potrebbero aiutarmi) a semplificare molti aspetti della vita pratica.

Ecco dunque le mie ventiquattro ore.
Sono andato tempo fa a *** per tenere una lezione in un seminario di formazione per docenti.

In albergo, un quattro stelle, la sera prima della lezione. Chiedo per telefono alla reception come collegarmi alla rete wi-fi con il portatile. Nonostante il recente pronunciamento del Garante della privacy che prevede il collegamento libero nei locali pubblici, non trovo nessuna libertà (e nessuna privacy): mi dicono che devo usare un userid e una password ed entrambi mi vengono – gentilmente, ma ben poco riservatamente – dettati per telefono. Tutto facile con il computer. Un po’ meno con lo smartphone: infatti userid e password servono per accedere con un browser al portale dell’albergo e, cominciando da qui – e solo da qui – si può successivamente navigare. Dunque è necessario l’uso di un browser e non si possono usare app che richiedano direttamente il collegamento wi-fi. Il quale ultimo è, per altro, di una lentezza esasperante.

A scuola, per la lezione. La scuola che ospita il seminario si può definire tecnologicamente avanzata, con laboratori ben forniti e, a quanto posso constatare, molto usati (probabilmente anche ben usati). Tengo regolarmente la mia lezione e, successivamente, vado in segreteria per la documentazione delle spese di viaggio. Chiedo un indirizzo email per poter mandare le ricevute dei biglietti ferroviari. No, l’impiegato della segreteria mi dice che ci vogliono gli originali di carta. Originali che naturalmente non ho, perché ho fatto i biglietti on line e le mie “ricevute” non sono altro che file pdf. Tiro fuori la mia chiavetta usb, dove ho provvidenzialmente salvato i file in questione e l’impiegato, inserita la mia chiavetta nel suo computer, stampa le ricevute. Subito dopo mi consegna dei moduli di carta che devo riempire a mano con i miei dati e mette in una cartellina un bel malloppo di fogli che contengono dati che verranno poi copiati in un file che a sua volta verrà stampato e così via per l’eternità, o quasi.

In treno al ritorno. Non ho parlato dell’andata semplicemente perché, sul treno per ***, nessuno, in oltre due ore di viaggio con due cambi, mi ha controllato i biglietti, cioè i famosi (o famigerati) file pdf che avevo per comodità e per sicurezza trasferito, oltre che sulla chiavetta usb, anche sullo smartphone. Questa volta il controllo c’è. Mostro il file sul display dello smartphone. Il controllore mi guarda desolato spiegandomi che, per viaggiare sui treni regionali, i biglietti devono essere stampati su carta. È incredibile, ma è vero. Una avvertenza che non avevo notato recita quanto segue: «Il Biglietto Elettronico regionale è emesso già convalidato. Stampa l’allegato pdf alla mail di conferma che costituisce biglietto. Il biglietto è nominativo e associato a nome e cognome inseriti all’atto della registrazione online o nei dati del viaggiatore, pertanto a bordo tali dati saranno soggetti a riscontro con documento d’identità valido». Il controllore è comprensivo: con un dito che benevolmente minaccia, mi indica che per questa volta lascia correre e perdona la mia birichinata. Io riconosco apertamente il mio errore e dentro di me rifletto: Trenitalia (che, non si sa bene perché, mi dà del “tu”) mi aveva effettivamente intimato: «Stampa l’allegato pdf alla mail di conferma». Io avrei scritto, per gentilezza e chiarezza: «La preghiamo di spampare il pdf che troverà allegato alla mail di conferma» e magari lo avrei scritto grande in alto sulla pagina. Ma questo è il meno. Il fatto è che i biglietti dei treni regionali, quelli di carta che si comprano nelle biglietterie, non sono nominativi, mai e per nessuno (solo i “biglietti integrati a tempo lo sono). Pertanto chi acquista il biglietto on line (con risparmio di tempo, personale e carta per Trenitalia) viene fatto oggetto di un doppio sopruso: è costretto a stamparsi in proprio «l’allegato pdf» che contiene anche la pubblicità a colori di «servizi accessori post-vedita» come noleggio auto e così via; se poi decide di non viaggiare lui, non può, come tutti gli altri viaggiatori, cedere il biglietto al parente o all’amico, perché chi si è permesso una tale audacia digitale deve essere in qualche modo vessato per essere spinto a non permettersela più.

Ecco. Il racconto finisce qui. Moltiplicate adesso le mie ventiquattro ore per i milioni di persone che ogni giorno si spostano per lavoro, devono fare biglietti, documentare i loro spostamenti (soprattutto nella Pubblica Amministrazione) e, secondo le pubblicità che affollano il web, possono felicemente lavorare nel “cloud”, nella “nuvola” dove i dati sono (o dovrebbero essere) sempre disponibili. Calcolate, moltiplicando ancora per circa 280 giorni lavorativi all’anno, lo spreco astronomico provocato ogni anno in Italia da questo aspetto della assenza di cultura digitale. Aggiungete gli altri sprechi astronomici dovuti ai tanti altri aspetti che questa assenza assume. E vedrete se non è vero che si può fare una spending review in Italia senza colpire necessariamente pensionati e malati.

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