Ott 132012
 

Come sanno tutti quelli che mi conoscono, non amo il mare urlato, e non dico soltanto i motoscafi a tutto gas, le moto d’acqua e altri disastri del genere. Dico anche le discussioni sulla spiaggia a voce spiegata, le radio con il volume alto che si sovrappongono le une alle altre e cose simili. Non mi dispiacciono, invece, i giochi dei bambini: considero quello che fanno i bambini – e persino i loro strilli – un “rumore non urlato”, se così si può dire. Dovunque lo facciano. Lasciate che i bimbi …
D’altro canto, al mare, più che altro, nuoto e lo faccio a lungo e fuori dei luoghi abitualmente frequentati dai bagnanti. Così mi godo il mare silenzioso. Un costume, un paio di occhialetti e via. Niente pinne, che considero una specie di “viagra del nuoto”, niente altro. Dopo le nuotate di prova dei primi giorni di vacanza, copro distanze di due, tre, quattro chilometri e qualche volta qualcosa di più. Avverto chi mi sta vicino che “vado”, mi butto in acqua e, quando torno, cerco semplicemente di prendere molto sole per riscaldarmi bene. Infatti non uso e non ho mai usato una muta. Qualche volta, se penso di superare i quattro chilometri, chiedo ad amici o parenti disponibili di affacciarsi a una certa ora su uno scoglio davanti al quale dovrei passare più o meno a metà percorso. Qualche precauzione non guasta mai.
Non pensavo proprio di percorrere distanze inusitate per un uomo normale della mia età, cioè di sessantacinque anni. Il fatto è che ho per il mare quell’amore unito a rispetto che solo le lunghe storie, i rapporti che durano una vita, sanno produrre. Amore e rispetto. Anche ora che ho capito che nuotare (con le pinne, poi!) per due chilometri e ottocento metri può determinare un grande evento comunicativo, per quanto mi riguarda, continuo a considerare quella distanza la normale media per le nuotate che faccio (sempre senza pinne, è il caso di ripeterlo) quando ho già un po’ di allenamento. Bisogna considerare che d’inverno non mi alleno mai in piscina, perché, se nell’acqua non c’è il sale, non ci provo nessun gusto.
Inutile dire che non mi metterei mai ad avvertire la stampa nazionale ed estera di una nuotata così, non mi farei (e non mi sono mai fatto) aspettare da un’ambulanza all’arrivo, non mi metterei in testa una cuffia con il nome dello sponsor a caratteri cubitali, rifiuterei fotografi e – come si diceva una volta – cineoperatori, non armerei, insomma, tutto l’ambaradam armato da un mio quasi coetaneo (più giovane di un anno o due) neanche se dovessi aprire, non dico una campagna elettorale in Sicilia, ma una campagna presidenziale negli Stati Uniti d’America.

Amore e rispetto. Sono contrario al consumismo del mare, figuriamoci se potrei mai far prostituire questo essere vivente che amo per procurarmi un po’ di pubblicità. Chissà, se lo facessi, potrei vendere qualche libro di più, visto che molte mie poesie sono dedicate a un’isola e al mare che la circonda. Il poeta che fa le traversate! Invece, sono semplicemente uno a cui piace farsi avvolgere dall’acqua salata, a cui piace attraversarla quell’acqua salata. E piace farlo in silenzio. Per questo venderò sempre poche centinaia di copie dei miei libri di versi, come tutti i miei colleghi poeti d’altro canto – nuotatori e no –, avrò sempre poche decine di lettori di questo blog (venticinque, mi sembra), e soprattutto, se mi presentassi alle elezioni, non mi voterebbe quasi nessuno: forse solo i parenti e gli amici stretti, gli stessi ai quali chiedo di aspettare con pazienza il mio passaggio davanti a uno scoglio. Loro sì. Pensate: nessuno di loro mi ha mai fotografato mentre nuoto! Appena un cenno di saluto per farmi capire da lontano che mi hanno visto.

In silenzio, naturalmente.

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