Auguri, Ferlinghetti!

Oggi il poeta Lawrence Ferlinghetti compie cento anni.
In questi giorni anche coloro che si sono dimenticati di lui per tanto tempo lo hanno celebrato con enfasi. E, per lo più, con un clamoroso errore di prospettiva, lo hanno celebrato come organizzatore culturale ed editore invece che come poeta.
Qui io non voglio celebrarlo (l’ho fatto in questo stesso blog a modo mio: cioè con la traduzione di una sua poesia: qui). Voglio piuttosto dimostrargli il mio affetto, come ho fatto tante altre volte mentre tenevo tra le mani i suoi libri e sussurravo i suoi versi.
Qualche anno fa gli ho fatto gli auguri per i suoi novantasei anni in una poesia dedicata alle mie nuore che riguardava la mia età e parlava, più in generale, dello scorrere del tempo e del senso della parola poetica.
In quella poesia, che trascrivo qui sotto, insieme a una citazione da Calvino («La parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla cosa desiderata o temuta, come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto. da Lezioni americane, 3 – Esattezza) richiamavo alcuni poeti a me cari: in esergo Giuseppe Gioachino Belli (dal quale avevo preso ispirazione per la lettera indirizzata alle nuore); nel testo Milo DeAngelis e addirittura Dante. Per indicare un poeta che aveva raggiunto una «età ragguardevole», ho fatto riferimento a Ferlinghetti, poeta che avverto consentaneo a me come pochi altri del passato e del presente, e gli auguri.
Sono passati quattro anni e, mi sembra, quegli auguri hanno portato bene.
Quindi, non posso fare altro che rinnovarli, così com’erano, così come sono.
Auguri, Ferlighetti!

Michele Tortorici, La mia età (da Il cuore in tasca, Manni, 2016)


Alle mie nuore, Loredana ed Esra

Cristina mia cara,
nacque nel 1791 Giuseppe Gioachino Belli, il giorno settimo di settembre, alle ore 18 (come in quel tempo si diceva) ossia, come dicesi adesso, ad un’ora pomeridiana. Da tuttociò si conchiude che il Signor Giuseppe Gioachino Belli (seppure è ancora vivo, ché io nol so bene) in questo preciso momento ha compiuto l’anno sessantesimo–ottavo della età sua, e già cammina sulla strada del sessagesimonono. Intanto il Tevere corre e correrà sempre come il Signor Giuseppe Gioachino non fosse mai nato.
Giuseppe Gioachino Belli, Lettera alla nuora del 7 settembre 1859

Care Loredana ed Esra,
è il quindici di luglio, fa caldo: che tempo
volete che faccia? In questo anno che ha il numero
di duemila e quindici, io compio
sessantotto anni. Se dovessi essere così preciso come il mio amato
Giuseppe Gioachino, dovrei dire, mie care, che li compirò
questa sera alle ore ventuno. Ora più, ora meno, è comunque,
la mia, un’età ragguardevole – ne convenite? – alla quale
non sono arrivati tanti
dei poeti che amo e che, come ora faccio io, hanno percorso
il mondo attraverso le parole: ricordate
la citazione di Calvino che ho messo nell’esergo
di una poesia all’inizio di questo libro? Si tratta di quei fragili ponti
di fortuna dove, se passa
la vita è necessario
che passi anche la morte. Ecco.

Un’età ragguardevole, è stato il caso
a volere che io la raggiungessi, con tutto
ciò che questo comporta: per esempio,
il fatto che io abbia visto passare molte vite e molte morti, lo sapete
anche voi. Tanti poeti
non hanno raggiunto questa età. Ma uno, per esempio, Ferlinghetti,
poeta che amo
forse più di ogni altro contemporaneo, ha compiuto nel mese
di marzo scorso felicemente
novantasei anni nella sua San Francisco: voglio leggere
ancora suoi versi; unitevi, mie care, agli auguri
che rivolgo a Lawrence Ferlinghetti perché possa
scriverne ancora molti di versi. D’altro canto,
i poeti non sono differenti dagli altri esseri umani: come tutti
vivono più e meno a lungo, secondo
quello che vuole il caso, appunto. I poeti,
come tutti, muoiono giovani e vecchi, accomunati
tra loro, non dagli anni – pochi o molti – lungo i quali
protraggono la vita, ma dall’avere
tutti, antichi, moderni, giovani, vecchi e io e chiunque faccia parte
di questa combriccola (come vedete, mie care, non mi azzardo
a chiamarla «compagnia»: avete presente
il quarto dell’Inferno ? Ho abbastanza pudore da tenermene
lontano), accomunati, dicevo, dall’avere, noi di questa combriccola,
le «nostre amate sillabe» in testa e dal volere cantare, cioè dal volere
donare il suono
delle parole a «ciò che non si compie». Queste espressioni
che ho messe tra virgolette – vi avverto –,
«nostre amate sillabe» e «ciò che non si compie», le ho prese
dal primo e dal sesto verso di una poesia
di Milo De Angelis, ma le ho – fate attenzione! – unite
a modo mio, quindi non fidatevi, almeno in questa circostanza,
di vostro suocero: non è affatto detto che l’autore
dal quale io le ho attinte avesse
davvero originariamente in testa il significato che è mia
responsabilità aver tirato fuori da un accostamento
forse indebito.

Sapete? Continuo, mie care,
poiché non conosco altre vie, ad attraversare il mondo lungo ponti
di fortuna così fragili – le parole, appunto –
che ogni tanto mi sento più sicuro se mi aggrappo a quelli degli altri.

È il quindici di luglio. Fa caldo: che tempo
volete che faccia? E compio
sessantotto anni. Un’età ragguardevole, ve l’assicuro. Intanto
corre il Tevere e correrà
sempre come il signor Michele non fosse mai nato.


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