Mar 242019
 

Oggi Lawrence Ferlighetti compie cento anni.
Quattro anni fa, quando ne ha compiuti novantasei, in una poesia (che poi è uscita nella raccolta Il cuore in tasca), gli ho augurato di «scrivere ancora molti versi».
Poiché quegli auguri hanno portato bene, non posso fare altro che pubblicare oggi quella mia poesia.
Con tutto l’affetto verso un poeta con il quale mi sono sempre sentito in una straordinaria sintonia.
In esergo della poesia che trascrivo qui sotto leggete la citazione di una lettera che Giuseppe Gioachino Belli (altro nume tutelare della mia formazione culturale) ha scritto a sua nuora, Cristina Ferretti proprio in occasione del suo sessantottesimo compleanno: lettera che ha, con tutta evidenza, ispirato i miei versi che ho, a mia volta, dedicati alle mie carissime nuore.

Michele Tortorici, La mia età, da Il cuore in tasca (Manni, 2016)


Alle mie nuore, Loredana ed Esra

Cristina mia cara,
nacque nel 1791 Giuseppe Gioachino Belli, il giorno settimo di settembre, alle ore 18 (come in quel tempo si diceva) ossia, come dicesi adesso, ad un’ora pomeridiana. Da tuttociò si conchiude che il Signor Giuseppe Gioachino Belli (seppure è ancora vivo, ché io nol so bene) in questo preciso momento ha compiuto l’anno sessantesimo–ottavo della età sua, e già cammina sulla strada del sessagesimonono. Intanto il Tevere corre e correrà sempre come il Signor Giuseppe Gioachino non fosse mai nato.
Giuseppe Gioachino Belli, Lettera alla nuora del 7 settembre 1859

Care Loredana ed Esra,
è il quindici di luglio, fa caldo: che tempo
volete che faccia? In questo anno che ha il numero
di duemila e quindici, io compio
sessantotto anni. Se dovessi essere così preciso come il mio amato
Giuseppe Gioachino, dovrei dire, mie care, che li compirò
questa sera alle ore ventuno. Ora più, ora meno, è comunque,
la mia, un’età ragguardevole – ne convenite? – alla quale
non sono arrivati tanti
dei poeti che amo e che, come ora faccio io, hanno percorso
il mondo attraverso le parole: ricordate
la citazione di Calvino che ho messo nell’esergo
di una poesia all’inizio di questo libro? Si tratta di quei fragili ponti
di fortuna dove, se passa
la vita è necessario
che passi anche la morte. Ecco.

Un’età ragguardevole, è stato il caso
a volere che io la raggiungessi, con tutto
ciò che questo comporta: per esempio,
il fatto che io abbia visto passare molte vite e molte morti, lo sapete
anche voi. Tanti poeti
non hanno raggiunto questa età. Ma uno, per esempio, Ferlinghetti,
poeta che amo
forse più di ogni altro contemporaneo, ha compiuto nel mese
di marzo scorso felicemente
novantasei anni nella sua San Francisco: voglio leggere
ancora suoi versi; unitevi, mie care, agli auguri
che rivolgo a Lawrence Ferlinghetti perché possa
scriverne ancora molti di versi. D’altro canto,
i poeti non sono differenti dagli altri esseri umani: come tutti
vivono più e meno a lungo, secondo
quello che vuole il caso, appunto. I poeti,
come tutti, muoiono giovani e vecchi, accomunati
tra loro, non dagli anni – pochi o molti – lungo i quali
protraggono la vita, ma dall’avere
tutti, antichi, moderni, giovani, vecchi e io e chiunque faccia parte
di questa combriccola (come vedete, mie care, non mi azzardo
a chiamarla «compagnia»: avete presente
il quarto dell’Inferno ? Ho abbastanza pudore da tenermene
lontano), accomunati, dicevo, dall’avere, noi di questa combriccola,
le «nostre amate sillabe» in testa e dal volere cantare, cioè dal volere
donare il suono
delle parole a «ciò che non si compie». Queste espressioni
che ho messe tra virgolette – vi avverto –,
«nostre amate sillabe» e «ciò che non si compie», le ho prese
dal primo e dal sesto verso di una poesia
di Milo De Angelis, ma le ho – fate attenzione! – unite
a modo mio, quindi non fidatevi, almeno in questa circostanza,
di vostro suocero: non è affatto detto che l’autore
dal quale io le ho attinte avesse
davvero originariamente in testa il significato che è mia
responsabilità aver tirato fuori da un accostamento
forse indebito.

Sapete? Continuo, mie care,
poiché non conosco altre vie, ad attraversare il mondo lungo ponti
di fortuna così fragili – le parole, appunto –
che ogni tanto mi sento più sicuro se mi aggrappo a quelli degli altri.

È il quindici di luglio. Fa caldo: che tempo
volete che faccia? E compio
sessantotto anni. Un’età ragguardevole, ve l’assicuro. Intanto
corre il Tevere e correrà
sempre come il signor Michele non fosse mai nato


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