Michele T.

Auguri

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Dic 282020
 

Se provassimo ad ascoltare quello che la natura ci dice?

Piante di lentisco, con la caratteristica forma a cupola

Chi ha anche soltanto sfogliato uno dei miei libri di versi sa benissimo che io seguo da sempre con attenzione e con amore la vita delle piante. Quando ho pubblicato la raccolta Piante del mio giardino (Campanotto, 2018), nella Premessa, ho scritto: «Tutti quelli che mi conoscono sanno che io parlo con le mie piante. Penso che la giudichino una piccola stravaganza, ma che l’accettino senza problemi forse perché sanno che, comunque, non nuoce». In effetti, chiacchierare con le piante non nuoce: anzi, è utile soprattutto se, tra una conversazione e l’altra, si ascoltano le comunicazioni che le piante stesse scambiano tra loro e con l’ambiente circostante.

Un “dammuso” a Pantelleria

È talmente utile che, pur se storicamente non documentata – gli storici hanno altro a cui pensare –, questa è stata probabilmente un’occupazione non banale dell’umanità per gran parte della sua esistenza su questa terra, approssimativamente, da qualche centinaio di migliaia di anni fa a circa due o trecento anni fa: un bel po’ di tempo.
Tra le altre, le piante di lentisco ci dicono molto con la loro stessa forma. Basta guardarle, anche mentre si va di fretta in macchina lungo una via litoranea. Non ci vuole molto a capire la cosa semplice che vogliono comunicarci: quanto è bello ascoltare ciò che dice il vento, ciò che dice il mare!
E se anche noi provassimo ad ascoltare quello che la natura ci dice? Evito di rispondere con formule “catastrofiste”. Dico soltanto che, se ci provassimo, potremmo riuscire a evitare parecchi guai.

Michele Tortorici
Le piante di lentisco (da Il cuore in tasca, Manni, 2016)


Le piante di lentisco crescono a schiere lungo i litorali,
spesso disposte in fila lungo la strada, e brillano,
in primavera soprattutto, per le foglie
lucide e dure che hanno. Certo che le avete viste anche se non sapete
magari come si chiamano. Bene. Prendono
le piante di lentisco, dovunque capiti loro di crescere, le forme
che stabilisce il vento e assomigliano
di solito a cupole verdi, asimmetriche, disposte
una a fianco dell’altra sul terreno: già questo è il punto. Il punto
è che queste cupole non hanno
sotto di sé edifici
che le sorreggano o ai quali possano loro, in qualche modo essere
opportunamente di copertura. Ecco, non tanto cupole
sembrano, piuttosto – come mai, mi domando,
non ci ho pensato prima? – assomigliano ai dammusi: quelli
che si vedono sorgere
anch’essi, proprio allo stesso modo, dalla terra, sull’isola
di Pantelleria. Sono costruzioni,
i dammusi, di lontanissima origine, di un tempo, forse, nel quale
anche l’uomo seguiva, nel disporre
le pietre, quello che a lui diceva il vento,
quello che a lui diceva il mare, avvertimenti
proferiti in una lingua
che, in quel tempo, diligentemente ascoltata, veniva
senza nessuna difficoltà compresa. E le piante
di lentisco questo
fanno: diligentemente
ascoltano, di giorno in giorno
e poi di notte in notte, quello che dicono
il mare e il vento e volentieri accettano
una ubbidienza nella quale non vedono
sottomissione, ma che considerano piuttosto un utile,
e perciò assennato, partecipare alla discorde concordia che è perenne
alimento del divenire.


Auguro a tutti un anno durante il quale gioiosamente partecipare alla «discorde concordia che è perenne / alimento del divenire»: proprio come fanno le piante di lentisco; naturalmente, con in più la razionale consapevolezza che dovrebbe essere propria di noi umani.

Buon 2021!

Il topo di campagna e il topo di città
Una favola, tante storie – III

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Una favola, tante storie – III
Dic 162020
 

La “veccia” del topo di Orazio arriva al Novecento

«Tante storie, va bene! Ma forse troppe per un topo!» potrebbe dire qualcuno dei miei venticinque lettori ironizzando sul titolo di questo intervento e sul fatto che esso è la terza tappa (la prima si trova qui, la seconda qui) di un lungo e tortuoso viaggio letterario. È vero, le mie letture, dopo aver preso le mosse da quella che poteva sembrare una favoletta senza troppa importanza, hanno fatto parecchia strada. È stato sufficiente che, di quella favoletta, io traducessi la parola ervum con ‘veccia’, per mettere in moto una serie di relazioni tra testi letterari che nei miei interventi precedenti ho paragonato, a causa del loro andamento a zig-zag, ai movimenti della pallina di un flipper.
Finora ho seguito quei movimenti dalla Satira II, vi di Orazio e dalla traduzione che ai primi dell’Ottocento ne ha dato Antonio Pagnini, fino ai Promessi sposi del Manzoni, non senza passare da un sonetto del Burchiello e da una satira dell’Ariosto. Ora il traguardo è vicino. Ma, prima di raggiungerlo, devo passare (o meglio: mi piace passare) attraverso la lettura de Le avventure di Pinocchio: ciò che, del resto, avevo già preannunciato nel precedente intervento, quando avevo parlato delle tracce importanti lasciate dalla parola ‘veccia’ nella storia letteraria del XIX secolo. Non c’è dubbio, infatti, che Le avventure di Pinocchio siano un testo importante di quella storia.

Carlo Collodi (1826-1890; pseudonimo di Carlo Lorenzini) pubblicò questo libro nel 1883, rimaneggiando e riadattando la storia del burattino di legno che aveva già pubblicato a puntate nel 1881 sul «Giornale per i bambini». Riproduco i brani qui sotto dalle pagine della prima edizione del libro (Firenze, Paggi, 1883). Essi si riferiscono al momento in cui Pinocchio è alla ricerca di Geppetto il quale, a sua volta, si era messo in mare per cercare lui. Come giungere al mare? Pinocchio trova un aiuto insperato in un colombo che, niente meno, se lo carica sul dorso.


Cap. XXIII
Volarono tutto il giorno. Sul far della sera, il Colombo disse:– Ho una gran sete!– E io una gran fame! – soggiunse Pinocchio. – Fermiamoci a questa colombaia pochi minuti; e dopo ci rimetteremo in viaggio, per essere domattina all’alba sulla spiaggia del mare. Entrarono in una colombaia deserta, dove c’era soltanto una catinella piena d’acqua e un cestino ricolmo di veccie. Il burattino, in tempo di vita sua, non aveva mai potuto patire le veccie: a sentir lui, gli facevano nausea, gli rivoltavano lo stomaco: ma quella sera ne mangiò a strippapelle, e quando l’ebbe quasi finite, si voltò al Colombo e gli disse:– Non avrei mai creduto che le veccie fossero così buone! – Bisogna persuadersi, ragazzo mio, – replicò il Colombo, – che quando la fame dice davvero e non c’è altro da mangiare, anche le veccie diventano squisite! La fame non ha capricci né ghiottonerie!


Poco dopo, dopo una notte passata a nuotare, sempre alla ricerca di Geppetto, approdato miracolosamente su un’isola e, qui, arrivato nel “Paese delle api industriose”, Pinocchio è ancora una volta morso dalla fame:


Cap. XXIV
Intanto la fame lo tormentava; perché erano oramai passate ventiquattr’ore che non aveva mangiato più nulla: nemmeno una pietanza di veccie.


Pinocchio nella illustrazione di Enrico Mazzanti sul frontespizio dell’edizione Paggi del 1883

Le avventure di Pinocchio sono un testo tanto importante quanto popolare: è da escludere che il suo autore abbia voluto usare una parola rara. Al contrario, qui la parola ‘veccia’ compare proprio perché popolare. Il Collodi ha forse un vago ricordo della traduzione che il Pagnini aveva fatto della Satira II, vi di Orazio? È probabile. Le ‘vecce’ hanno per Pinocchio la stessa funzione che hanno per il topo di quella satira: placare la fame senza «capricci né ghiottonerie»; sono proprio il cibo povero del quale il topo di campagna si accontenta pur di vivere tranquillo. Come tanti altri intellettuali suoi contemporanei, anche il Collodi può aver letto Orazio nella traduzione del Pagnini; anzi, magari lo avrà studiato a scuola dato che aveva frequentato cinque anni di seminario a Colle Val d’Elsa e aveva completato il suo percorso di istruzione alle Scuole pie S. Giovannino di Firenze: istituti nei quali i testi del padre carmelitano Pagnini dovevano essere tra quelli più accreditati per la formazione linguistica (in latino e in italiano) e morale dei giovani. Il Collodi aveva certamente letto i Promessi sposi. E tuttavia, sia che avesse letto entrambe le opere sia che ne avesse letto una soltanto, c’è, a mio parere, un indizio che ci avverte di come l’autore di Pinocchio abbia voluto segnare una differenza rispetto a esse: l’uso della forma «veccie». Avete visto qui sopra che io ho sempre usato ‘vecce’ come forma plurale di ‘veccia’; e così pure hanno fatto, a suo tempo, il Pagnini e il Manzoni (trovate qui le rispettive citazioni). La forma ‘vecce’ è coerente con l’uso ortografico che si è venuto affermando tra Otto e Novecento e che è stato infine fissato come norma nel 1949[1]. Ma Carlo Collodi, nella prima edizione del suo Pinocchio[2], scrisse «veccie». Nessuno ha pensato finora che l’uso di questa forma fosse il frutto di una scelta stilistica. Ma, domando: se non fosse stata una scelta stilistica, perché il Collodi avrebbe scritto in quel modo? Perché era ignorante? Niente affatto. Anche per effetto della solida formazione della quale ho detto qui sopra, era un dotto cultore della lingua italiana ed era ben conosciuto come tale. Nel 1868, infatti, il ministro dell’Istruzione pubblica Emilio Broglio, quando formò una commissione di studiosi con l’incarico «di preparare tutti i provvedimenti e i modi coi quali si possa aiutare e rendere più universale in tutti gli ordini del popolo la notizia della buona lingua», inserì il Lorenzini come «membro straordinario della giunta che avrebbe avuto il compito di compilare il vocabolario dell’uso fiorentino» [3]. Il Collodi sapeva perfettamente qual era l’uso considerato regolare per l’ortografia di quel plurale. Tanto è vero che, in quella stessa prima edizione de Le avventure di Pinocchio, rispettò quell’uso scrivendo «bucce» (parecchie volte, pp. 32 e 33), «figuracce» (p. 63), «risatacce» (p. 136). Allora, una sola conseguenza si può trarre, anche se finora non mi risulta che nessuno ci abbia pensato: che egli abbia scritto «veccie», con singolare e consapevole perseveranza, per distinguere le sue ‘veccie’ veramente popolari dalle ‘vecce’ che aveva trovato nella traduzione oraziana del “letteratissimo” sacerdote Pagnini, che pur parlava soltanto dell’alimento di un topo, e da quelle che aveva trovato nel romanzo del non meno “letterato” Manzoni, che pure aveva attribuito i discorsi in cui esse compaiono a personaggi appartenenti al popolo. Guardate dove ci porta il nostro viaggio in compagnia del topo di Orazio!

A queste considerazioni bisogna aggiungere il fatto che Carlo Collodi non fu il solo, in quel periodo, a usare la forma plurale «veccie». Niente affatto. Una ventina di anni dopo la pubblicazione de Le avventure di Pinocchio, a usare quella stessa forma fu, niente meno, un professore: professore al liceo dal 1882 e all’Università dal 1896: parlo di Giovanni Pascoli.
Siamo alla fine del 1903. Proprio all’inizio di quell’anno, il Pascoli, già molto noto per la sua raccolta Myricae (1891; arrivata nel 1996 alla terza edizione), aveva pubblicato i Canti di Castelvecchio. La sua fama non era certo inferiore a quella del suo maestro Carducci. Nel 1897 aveva pubblicato una raccolta, Poemetti, che raccontava (con molte divagazioni), in terzine dantesche, le vicende di una famiglia di contadini, padre, madre e quattro figli, due maschi, Nando e Dore, e due femmine, Rosa e Viola: una famiglia come tante altre nelle campagne tra la Toscana e la Romagna. Dopo avere già incrementato quella raccolta in una seconda edizione nel 1900, il poeta aveva deciso di ampliarla in modo consistente tra la fine del 1903 e l’inizio del 1904, modificandone anche il titolo in Primi poemetti perché aveva già in mente di aggiungere a essa una successiva raccolta di Nuovi poemetti (che sarebbe uscita nel 1909), sempre imperniata sulle vicende di quella immaginaria – ma realistica – famiglia. Una delle aggiunte ai Nuovi poemetti fu la sezione Le armi, dedicata, non agli ordigni bellici, ma agli strumenti del lavoro contadino[4]. In questa sezione si fa sentire con particolare insistenza l’intenzione del poeta di riprodurre i linguaggio popolare, intenzione già chiara nelle precedenti sezioni nelle quali, per esempio, il padre di quella famiglia colonica viene spesso chiamato «il capoccio». La sezione Le armi comincia con un verso che è già esemplare in questo senso: «”Nando!” al su’ omo disse il babbo “Nando! / […]”», dove il «su’ omo» è ‘il suo figlio maggiore’. Ma, ecco, nei versi dedicati alla «frullana», termine doppiamente popolare, se così si potesse dire[5], il riferimento a coloro che, già «prima dell’aurora» tagliano tutte le erbe del prato, di qualunque tipo esse siano:


[…]          È gente
che falcia; taglia tutto, paleino,
loglio, trifoglio, veccie, timi, mente.


In questo caso l’intenzione popolareggiante del Pascoli è evidente in tutto il brano e la forma ‘veccie’ traduce quella intenzione certamente meglio di ‘vecce’, forma ortografica della quale il professor Pascoli era certamente ben informato: tanto è vero che in altri versi della stessa raccolta scrive «brecce» e «frecce» (e così fa anche altrove). È bene aggiungere almeno tre informazioni. La prima: il Pascoli era uno che, quando si trattava di poesia latina, non aveva bisogno di traduzioni; ma non si può escludere che nei suoi studi filologici avesse letto la traduzione che delle Satire oraziane aveva fatto il Pagnini. La seconda: tanti indizi inducono a pensare che avesse letto Le avventure di Pinocchio, anche se era già trentenne quando era uscito il libro di Collodi. La terza: certamente aveva letto i Promessi sposi. Queste «veccie» derivano da qualcuna delle sue letture oppure dalla diretta conoscenza che il Pascoli aveva di tante piante, una conoscenza forse meno “professionale”, ma certo non meno approfondita di quella che, nel precedente intervento, abbiamo riscontrato nel Manzoni “fattore” della tenuta di Brusuglio? Purtroppo a questa domanda è quasi impossibile rispondere, ma il dubbio che le letture abbiano, per così dire, rinforzato la conoscenza diretta delle piante è, almeno, legittimo. Così come è legittimo pensare che anche il Pascoli, come il Collodi, abbia voluto segnare una differenza rispetto a quei precedenti e che lo abbia fatto con l’uso di una forma ortografica antiquata, sì, ma proprio per questo “popolare”.
Tutto questo sembrerebbe confermato dal fatto che il Pascoli insiste. Di «veccie» ci parla anche in un’altra opera, i Poemi conviviali, pubblicati in quello stesso 1904. In questa raccolta egli reinterpreta o rivisita, in endecasillabi sciolti, alcuni grandi miti. In particolare, nei Poemi di Psyche racconta la prima delle prove alle quali la fanciulla Psiche fu sottoposta, secondo il racconto di Apuleio (125 ca – 180 ca)[6], dopo la sua forzata separazione da Amore. Il compito al quale attende è quello di separare gli uni dagli altri vari semi mischiati in un unico grande mucchio (vd. la nota 6):


E tu devi, d’un mucchio alto di semi,
far tanti mucchi, e sceverare i grani
d’orzo, i chicchi di miglio, le rotonde
veccie, i bislunghi pippoli di rena.
E come fine polvere di ferro
sparsa per tutto il mucchio è la semenza
dei papaveri. E tu, Psyche, tu gemi
[…].
E piangi, ed ecco vengono le figlie
dell’alma Terra, frugole e succinte,
dalla pineta dove a Pan selvaggio
frangean tra gli aghi dei pinastri il suolo.
Non so chi disse alle operaie nere
di Pan la cosa. Ma si fa d’un tratto
un brulichìo per l’odorata selva;
e sgorgano esse a frotte dai minuti
lor collicelli, mentre Pan nell’ombra
s’addorme al canto delle sue cicale.
E salgono alla casa, onda su onda,
fila incessante di formiche, ed opre[
7]
vengono a te; ma prima i grani d’orzo,
pesi, e i bislunghi pippoli di vena
portano, due di loro uno di quelli;
fanno le veccie di tra il biondo miglio,
poi fanno il miglio minimo, poi vanno.
E resta a te la polvere di semi,
di cui ciascuno dal suo nulla esprima
un lungo stelo e il molle fior del sonno.


Anche qui, in un’opera nella quale, in generale, non indulge al linguaggio popolare, tuttavia il Pascoli, quando parla di erbe, lui che, come ho già ricordato, le conosceva bene e le amava, tende a indicarle con quelli che chiamerei affettuosi richiami ai modi di dire popolari: non si può considerare altrimenti una espressione come «i bislunghi pippoli di vena» che sostituisce, addirittura con un vocabolo “infantile”, «gli allungati chicchi di avena». Per questa ragione, anche nei Poemi conviviali, come nei Primi poemetti (opere, d’altronde, pubblicate quasi contemporaneamente) le «veccie» appaiono nella loro forma plurale ortograficamente non aggiornata, ma, come ho già detto, più corrispondente a un modo “popolare” di pensarla scritta.

Che viaggio abbiamo compiuto! Ma non siamo ancora arrivati al traguardo. Dobbiamo seguire un ultimo zig-zag di questa parola povera e umile come il legume che indica, eppure capace di attraversare senza stancarsi secoli di letteratura. L’ultimo zig-zag ci porta – l’avevate capito sin dall’inizio? – a Eugenio Montale.

Montale usa la parola «veccia» in una delle sue poesie più belle e famose, Meriggiare pallido e assorto, pubblicata nella prima edizione degli Ossi di Seppia (Torino, Gobetti, 1925), ma uscita in realtà già nel 1924 (nella rivista «Il Convegno»). Dato che il poeta usa «veccia» al singolare, qui non si tratta più di stabilire se il poeta abbia voluto farci vedere la forma popolare di una parola che indica un’erba: tra l’altro, l’insieme del componimento indica piuttosto chiaramente la sua volontà di usare parole rare; il contrario della scelta stilistica del Collodi e del Pascoli. Quello che importa, rispetto all’uso montaliano di questa parola, è stabilire se per caso il poeta, mentre la scriveva, non abbia avuto presente uno dei tanti testi che ho citato fin qui nei miei tre interventi sul topo di Orazio.
Partiamo da una data: il 1916. Il poeta stesso ha affermato [8] di aver composto Meriggiare pallido e assorto nel 1916. Siamo appena dodici anni dopo l’uscita dei Primi poemetti e dei Poemi conviviali del Pascoli. Proprio in quel 1916 Montale, subito dopo il suo diploma di ragioniere (1915), aveva cominciato a frequentare le biblioteche di Genova insieme a (e, forse, con la guida di) sua sorella Marianna, che stava per iscriversi alla facoltà di Lettere e Filosofia. Inutile dire che, a parte Gozzano[9], i due poeti più famosi alla cui lettura il ventenne Montale poteva pensare di dedicarsi in quelle biblioteche erano D’Annunzio e Pascoli: entrambi amanti, è bene ricordare (soprattutto il primo), del nome “meriggio” e del verbo “meriggiare”. Ma, prima di continuare, leggiamo Meriggiare pallido e assorto.


Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe dei suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.


Non mi soffermo qui sull’intera poesia (potete ascoltare in questo video un mio intervento in proposito). Quello che importa, arrivati al traguardo del mio lungo viaggio a zig-zag, è verificare se la «veccia» che compare in questi versi deriva soltanto dalla osservazione che Montale fa del paesaggio e dalla sua conoscenza delle piante (che, per quanto ne sappiamo, non era minimamente paragonabile a quella del Manzoni o del Pascoli) o se invece non risenta in qualche modo di un rimbalzo proveniente da uno dei testi che abbiamo seguito fin qui.
In questo caso è il poeta stesso, il ventenne Montale imbevuto di recenti letture, a darci un indizio decisivo. La sua «veccia» ha qualcosa in comune con le «veccie» del Poema di Psyche: «le file di rosse formiche». Formiche che, nei versi pascoliani erano nere, va bene, ma che, proprio come in quei versi, sono colte nell’atto di uscire tutte insieme (Pascoli scrive: «a frotte»; Montale sottolinea le «file») da quei piccolissimi monticelli di terra che segnano il punto di accesso di un formicaio. Quei piccolissimi monticelli il Pascoli li chiama, con parola “popolare” «collicelli» e il Montale, con termine desueto e coltissimo, «biche». Ma la scena è la stessa.
Si possono avere dubbi? In questo caso non direi. Montale, forse, ha davvero visto la veccia in qualche prato incolto, ma la «veccia» che compare nei suoi versi gli viene da Pascoli, e le formiche, rosse o nere che siano, camminano, «a frotte» o in «file», niente meno, da L’asino d’oro di Apuleio. Se e così – e credo proprio che sia così – la poesia di Montale Meriggiare pallido e assorto la possiamo considerare l’ultimo bersaglio colpito da quella pallina di flipper partita quasi duemila anni prima dai versi di Orazio.

L’ultimo bersaglio? Ma no. Quella pallina sbatterà ancora chissà dove, chissà quando, chissà quante altre volte. Che bellezza!
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Il topo di campagna e il topo di città
Una favola, tante storie – II

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Una favola, tante storie – II
Dic 052020
 

La “veccia”: dalla mensa povera del topo di Orazio fino alla poesia del Novecento

Nel mio precedente intervento sulla VI Satira del II Libro di Orazio, a proposito di un’eco in quella satira della Bucolica III di Virgilio, ho ricordato che la storia della letteratura – e, in particolare, quella della poesia – non è una sequenza di testi, ma una interazione tra testi: è fatta di testi che si rispondono come echi, di testi che rimandano l’uno all’altro come se fossero colpiti dalla pallina di un flipper. Avevo concluso il mio intervento con la promessa che avrei seguito quella «pallina» a partire da Orazio fino ad arrivare al XX secolo. Ecco: mantengo qui la mia promessa. In questo caso la molla che spinge la «pallina» è la traduzione della parola ervum con l’italiano ‘veccia’. Questa parola, che forse in molti di voi risuona per il ricordo, magari non esplicito, di un verso famosissimo di un poeta del Novecento (che per ora non vi rivelo), percorre vie impensabili nel corso dei secoli. Per seguirle avrò bisogno di due puntate: quindi, alla fine, gli interventi sul topo di Orazio saranno tre.

Ho già avvertito nel precedente intervento che nella mia traduzione io ho usato la parola ‘veccia’ perché ho voluto adottare lo stesso termine usato più di due secoli fa da Antonio Pagnini [1].
Vi assicuro che non si è trattato di un vezzo intellettualistico: ecco, in particolare, le ragioni della mia scelta. Ervum indica in latino varie leguminose, tra le quali anche la lenticchia. Tuttavia, in nessuno dei due luoghi che ho citato, la VI Satira del II Libro di Orazio e la Bucolica III di Virgilio, è possibile pensare che i poeti vogliano alludere alle lenticchie. Infatti, come abbiamo visto, Orazio attribuisce al topo gusti umani e parla di ervum come di un cibo povero di sostanza (tenue) mentre le lenticchie non lo sono affatto. Virgilio parla addirittura di ervum come di un alimento per bovini ed è escluso che le lenticchie potessero essere utilizzate, allora e mai più, in quel modo. “Veccia” indica in italiano proprio un genere di leguminose povere e prevalentemente destinate all’alimentazione animale. Se non è la stessa erba alla quale pensava Orazio, almeno le assomiglia molto. ‘Veccia’ è un termine che, nella storia della nostra lingua, è rimasto a lungo circoscritto al linguaggio popolare e a quello tecnico dell’agricoltura (e, in questo ambito, è usato ancora oggi): di conseguenza era quasi del tutto sconosciuto alla letteratura italiana “colta” fino a quel 1814. E dopo? Le cose sono cambiate, ma non dobbiamo avere fretta: cominciamo dal principio.

Il primo testo letterario italiano – naturalmente non “colto” – in cui è presente questa parola potrebbe essere un sonetto caudato di Domenico di Giovanni (1404-1449) il barbiere poeta fiorentino noto come il Burchiello. Ahi! Ci troviamo in un bel guaio. Infatti ho usato il condizionale. Proprio perché “popolare”, molto popolare, l’opera del Burchiello ha costituito per un bel po’, ai suoi tempi e per qualche secolo, una specie di “cassa comune” poetica dalla quale attingere e nella quale versare i più svariati componimenti purché fossero scritti “alla burchiellesca”. «[…] il nome di Burchiello divenne quello di uno stile e i copisti cessarono presto di distinguere tra imitatori e imitato», ha scritto, con una sintesi perfetta, Claudio Giunta [2]. Il sonetto al quale io mi riferisco, Io vidi un dí nel Serpilongo un fosso, compare, al posto CCCII, in una fortunata edizione settecentesca, Sonetti del Burchiello, del Bellincioni e d’altri poeti fiorentini alla burchiellesca, Londra, 1757 (senza indicazione dell’editore, ma in realtà pubblicato in Toscana, probabilmente a Lucca: Londra come sede di pubblicazione serviva per evitare i problemi di censura del Granducato). Come si vede già dal titolo, anche questa raccolta è un’opera collettiva e non è ben chiaro in che modo sia stata attribuita al Burchiello la paternità di alcuni sonetti e non di altri e viceversa. L’edizione critica curata venti anni fa da Michelangelo Zaccarello [3], basata sulla cosiddetta Vulgata quattrocentesca (la più autorevole edizione del XV sec., del 1481) , non riporta, tra gli altri, proprio questo sonetto. Lo stesso vale anche per le altre edizioni quattrocentesche che io sono riuscito a consultare. La conseguenza che se ne può trarre è la seguente: il sonetto (che non si sa da chi sia stato scritto), a un certo punto (ma quando? Anche questo è incerto), è entrato nella tradizione burchiellesca e l’edizione del 1757 non è andata evidentemente troppo per il sottile e lo ha attribuito al Burchiello in persona. I versi che ci interessano si riferiscono a un gruppo di poveracci che vendono legna per pochi soldi:


Così la mala povertà gli doma,
di verno scalzi, e pochi panni addosso:
pan di saggina, di miglio, e di vecce,
son le vivande della pecorella [
4],
[…]


Ecco: in questi versi la veccia è uno degli ingredienti di un pane che contiene di tutto tranne il grano. Cibo dei poveri. Non sappiamo, come ho chiarito sopra, se questi versi siano proprio del Burchiello, ma non dimentichiamo che sono versi a lui attribuiti in una edizione settecentesca molto diffusa. Non dimentichiamolo, perché tra poco ci torneremo.

Nel frattempo parliamo della presenza del termine «veccia» in un’altra opera, questa volta di un autore della letteratura “colta”: dell’Ariosto. L’opera alla quale mi riferisco è la sua II Satira, scritta nel 1517. Date le perplessità che ho espresso prima, magari è proprio questa la prima volta che la ‘veccia’ si trova in un testo della letteratura italiana. Dunque, la ‘veccia’ compare, come l’ervum, in una satira: uno di quei componimenti nei quali l’Ariosto si richiama direttamente proprio a Orazio con citazioni e rimandi a volte espliciti, a volte più nascosti, ma comunque segno di un costante riferimento a un vero e proprio modello; uno di quei componimenti, bisogna aggiungere, nei quali il linguaggio popolare, naturalmente come citazione scherzosa, non solo non era escluso, ma anzi era richiesto dal genere. Nella II Satira, indirizzata al fratello Galasso, il poeta se la prende con tutti i gradi della carriera ecclesiastica, dal chierico al papa. Proprio lui che stava per recarsi a Roma per ottenere i benefici economici di una parrocchia, ma, questo era il punto, senza l’obbligo del sacerdozio [5]. Ebbene, all’interno di questa sua invettiva anticlericale, l’Ariosto afferma che, quanto più è ricco, tanto più chi ricopre alti gradi ecclesiastici «assottiglia / la spesa» e, di conseguenza, i suoi servi sono ridotti oltre che a mangiar meno carne, ad adattarsi «al pan di cui la veccia / nata con lui, né il loglio fuor si cribra» <[6]. Ancora una volta la fame dei poveri: e il pane fatto con ingredienti che non riescono a spegnere quella fame.

Ma torniamo al Pagnini. Questo è il momento giusto per leggere la sua traduzione degli ultimi versi della Satira II, vi di Orazio:


[…] Cotesta vita
non fa per me. Te la rinunzio [
7]. Il bosco
e la mia tana da’ perigli immune
di secche vecce mi faran contento.


Non è del tutto escluso che il Pagnini abbia tradotto il tenue ervum oraziano con «secche vecce» perché aveva trovato questo termine in un trattato di mezzo secolo prima, Delle specie diverse di frumento e di pane, e della panizzazione, pubblicato nel 1765, con un certo successo, da Saverio Manetti. Ho già accennato al fatto che il termine, oltre che al linguaggio popolare, apparteneva anche a quello tecnico dell’agronomia. Tuttavia, è assai probabile che, per preparare il proprio stile alla traduzione delle Satire di Orazio, il Pagnini abbia letto quelle dell’Ariosto e, pur avendo preferito l’endecasillabo sciolto rispetto all’uso ariostesco della terzina per questo genere poetico, non abbia però dimenticato certi momenti particolarmente intensi di quella sua lettura. Di certo l’attacco anticlericale della II Satira era uno di quelli difficili da dimenticare, soprattutto in considerazione del fatto che il Pagnini era un sacerdote dell’Ordine dei Carmelitani! Per la stessa considerazione sorvolerei sulla eventualità che il Pagnini abbia letto i Sonetti del Burchiello, del Bellincioni e d’altri poeti fiorentini alla burchiellesca, ciò che è possibile, ma che avrebbe comportato altri seri problemi di coscienza. Di una cosa però possiamo essere certi: che, dopo quella sua traduzione (attenzione, non ho detto: “a causa di quella sua traduzione”, ma soltanto “dopo”) il termine ‘veccia’, nella forma singolare o plurale, lascia tracce importanti nei testi della nostra letteratura. E, se dico importanti, un motivo c’è.

Le prime due tracce le troviamo infatti, niente meno, nei Promessi sposi, già nell’edizione del 1827 e, con piccole varianti, in quella del 1840. Di «veccia» o «vecce» il Manzoni parla nel cap. XII (quello, per intenderci, della cosiddetta “rivolta del pane” al culmine della carestia) e nel cap. XXIV (quello nel quale Lucia viene liberata dopo la conversione dell’Innominato). Nel cap. XII chi parla è uno dei manifestanti; nel XXIV è la «buona donna» che don Abbondio ha condotto ad assistere Lucia al momento della liberazione e che subito dopo, l’ha portata a casa sua e le ha generosamente preparato da mangiare Leggiamo:
Ed. 1827


Cap. XII
«Baroni!» sclamava un altro: «si può far di peggio? sono arrivati fino a dire che il gran cancelliere è un vecchio rimbambito, per torgli il credito, e comandare essi soli. Bisognerebbe fare una gran capponaia, e cacciarveli dentro, a vivere di veccia e di loglio, come volevano trattar noi.»
Cap. XXIV
«Tutti s’ingegnano oggi a metter tovaglia,» aggiugneva: «fuor che quei poveretti che stentano ad aver pane di veccia e polenta di saggina; però oggi da un signore così caritatevole sperano di buscar tutti qualche cosa. Noi, grazie al cielo, non siamo in questo caso: tra il mestiere di mio marito, e qualche cosa che abbiamo al sole, si campa.»


Ed. 1840


Cap. XII
«Scellerati!» esclamava un altro: «si può far di peggio? sono arrivati a dire che il gran cancelliere è un vecchio rimbambito, per levargli il credito, e comandar loro soli. Bisognerebbe fare una gran capponaia, e cacciarveli dentro, a viver di veccia e di loglio, come volevano trattar noi.»
Cap. XXIV
«Tutti s’ingegnano oggi a far qualcosina,» aggiungeva: «meno que’ poveri poveri che stentano a aver pane di vecce e polenta di saggina; però oggi da un signore così caritatevole sperano di buscar tutti qualcosa. Noi, grazie al cielo, non siamo in questo caso: tra il mestiere di mio marito, e qualcosa che abbiamo al sole, si campa. […]»


Lucia in una illustrazione del cap. XXIV dei Promessi Sposi realizzata per l’ed. 1840 da Francesco Gonin

Due osservazioni è necessario fare sull’uso manzoniano della parola ‘veccia’.

La prima, piuttosto semplice, riguarda il fatto che, come forse pochi sanno, il Manzoni era un espertissimo “fattore” che aveva studiato, approfondito e applicato, in particolare nella sua tenuta di Brusuglio, i metodi di coltivazione di moltissime piante, da quelle da giardino a quelle da frutta alla vite. In particolare, per quanto riguarda cereali e foraggi e l’alternanza di queste colture, collaborava con la famiglia di mons. Luigi Tosi (la sua guida spirituale a Milano dopo la conversione) ai lavori per la bonifica di terreni aridi nella zona di Malpensa. Quindi, quando parlava di ‘veccia’ sapeva benissimo di che erba si trattava [8]. Si può ben dire, letteralmente, che il Manzoni conoscesse la botanica dalla a alla zeta, poiché aveva studiato la nomenclatura di Carlo Linneo e lavorò per gran parte della sua vita al progetto di un Saggio di una nomenclatura botanica [9] che aveva addirittura l’ambizione di superare la classificazione linneana.

La seconda osservazione riguarda proprio il testo dei due passi dove compare la ‘veccia’ (nella forma singolare o plurale).
Nel cap. XII si parla di gran signori che meriterebbero di «viver di veccia e di loglio», proprio come loro avrebbero voluto far vivere i poveracci. A nessuno può sfuggire come l’associazione della veccia e del loglio richiami da vicino i versi ariosteschi che prima ho citato. Il Manzoni, che certamente li conosceva, li aveva in mente quando ha messo quelle parole in bocca a un popolano? È probabile: il riferimento sociale determinato dal contrasto ricchi-poveri, è assai simile. È difficile non pensare che la pallina, dalla II Satira dell’Ariosto sia schizzata al cap. XII dei Promessi sposi.
Nel cap. XXIV si parla proprio di pane. Come il Manzoni ci racconta nelle righe precedenti a quelle che ho trascritto qui sopra, la donna che aiuta Lucia e che sta per offrirle «un buon cappone» ricusa, «con un certa rustichezza cordiale, i ringraziamenti e le scuse» che la stessa Lucia rinnova ogni tanto. Il ragionamento della buona donna è, in sostanza, questo: altri hanno problemi; io e la mia famiglia no; quindi Lucia non stia a preoccuparsi. Chi ha dei problemi? Beh, ma quelli che stentano persino ad avere «pan di vecce e polenta di saggina». Qui, anche se nel testo manzoniano si intromette il riferimento alla polenta, la vicinanza delle vecce e della saggina – voce schiettamente toscana per una graminacea che in italiano si chiama sorgo e in Lombardia è detta melega – fa subito pensare al Burchiello. Un Burchiello che doveva essere noto al Manzoni già prima del suo cosiddetto “risciacquamento dei panni in Arno”, dato che, sia pure con ‘veccia’ al singolare, la frase compare nell’ed. del 1827. Questa volta la presenza della ‘saggina’ basterebbe da sola a togliere ogni dubbio. Ma c’è un particolare decisivo: se andiamo a dare un’occhiata ai libri posseduti dal Manzoni – sorpresa! O forse no? – troviamo l’edizione del 1757 dei Sonetti del Burchiello, del Bellincioni e d’altri poeti fiorentini alla burchiellesca[10]. Quell’edizione, indipendentemente dalla sua correttezza filologica, aveva fatto rimbalzare proprio bene la pallina di quel flipper del quale ho detto, per metafora, all’inizio di questo intervento questo intervento.

Ho parlato di tracce importanti del termine ‘veccia’ nella letteratura italiana dai primi dell’Ottocento in poi. E, dopo quelle che abbiamo trovato nei Promessi sposi, non vi sembrano forse importanti anche quelle che troviamo in Pinocchio? Importantissime, direi, dato l’immediato e straordinario successo di pubblico che ha avuto quel libro. Tanto importanti che, con il ritrovamento di queste tracce, avvierò il mio terzo intervento su quello che ormai chiamo familiarmente il topo di Orazio.

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Il topo di campagna e il topo di città
Una favola, tante storie – I

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Una favola, tante storie – I
Nov 122020
 

Orazio: quei topi così umani!

Quinto Orazio Flacco, del quale molti hanno sentito il nome e che qualcuno ha studiato a scuola, è un poeta vissuto tra il 65 e l’8 a.C. La VI Satira del II Libro, della quale vi propongo qui sotto alcuni versi, è del 30.
Otto anni prima Orazio era stato presentato a Mecenate, il potente consigliere di Augusto. Indovinate da chi? da Virgilio e dal suo amico Vario Rufo: un bel gruppetto, non c’è che dire. Comunque, subito dopo essere stati presentati, i due erano diventati grandi amici. Certo, amici con una bella differenza di potere e di ricchezza, ma amici. Orazio nel 37 aveva accompagnato Mecenate in una missione non facile anche se poi andata a vuoto; Mecenate, intorno al 33, gli aveva regalato una villa in Sabina.
Questo regalo, ricchissimo e graditissimo, provocò tuttavia un problema: il piacere di abitare in campagna finì per superare nel poeta quello di stare in città. Come racconta nella prima parte della Satira (il testo completo si trova qui), non si trattava soltanto di un generico malcontento per la vita frenetica che si conduceva a Roma. Dell’amicizia di Orazio e Mecenate ormai tutti erano al corrente: da qui invidie, richieste di raccomandazione, di favori per interposta persona. Insomma il povero poeta non ne poteva più. O almeno, nella prima parte della sua Satira, dice così. Nella seconda parte ecco un altro mondo: quello delle conversazioni tra vicini in campagna. Sono tranquille, non riguardano gli affari della città, ma i valori della vita. Uno dei vicini, Cervio, racconta le favolette della nonna e, quando qualcuno esalta le ricchezze di un noto possidente, questo Cervio racconta la favola che potete leggere (con un piccolo taglio) qui sotto con la mia traduzione.

Quinto Orazio Flacco, VI Satira del II Libro (vv. 79-95 e 111-117)
Traduzione di Michele Tortorici


Ospitò – si racconta – una volta un topo di campagna
nel suo povero buco un topo di città, un vecchio amico che l’aveva
a sua volta ospitato. Attento
al suo faticato gruzzoletto, il primo
sapeva aprire però il suo meschino animo
all’ospitalità. A farla breve, i ceci
che aveva messi da parte non li risparmiò e neppure
i lunghi chicchi d’avena, anzi
portò con la sua stessa bocca all’altro
acini d’uva secca e bocconcini
di lardo già in parte mangiati perché voleva con tanti e così vari
alimenti vincere
il disgusto di quello che toccava sì e no i singoli cibi con il suo
gusto difficile. Intanto lui, il padrone di casa, disteso
sulla paglia fresca, lasciava
il meglio del pranzetto e mangiava, di suo, la spelta e il loglio.
A lui, infine, si rivolse il topo di città: «Ma ti piace, amico,
sopportare questa vita su un pizzo boscoso di montagna?
Perché non preferisci, piuttosto che i boschi,
le città e la compagnia degli uomini?
Vieni via, fidati, ai terrestri
in sorte son capitate anime mortali: nessuno
grande o piccolo, può sfuggire alla morte.

[Insomma, con un invito a godere apparentemente oraziano (poi vedremo perché non davvero oraziano) il topo di città convince il suo amico campagnolo a seguirlo. Si mettono in viaggio, passano di notte le mura della città, e arrivano a una casa lussuosa: drappi rossi, divani d’avorio, avanzi di cibo abbondanti. Il topo di città fa gli onori di casa, e quello di campagna si gode questa inversione di ruoli. Però … riprendiamo la lettura del testo oraziano]

[…] Ed ecco, all’improvviso
un picchiare di porte li sbatte tutti e due giù dai divani
e, via, correre spaventati per tutta la sala, più ancora
senza fiato inorridire quando la casa prende a risuonare di latrati
di cani molossi. Subito allora il topo di campagna: «Questa vita
– disse – non fa per me. Stammi bene: compenserò
con la vita nel bosco e con il mio buchetto, sì,
ma al sicuro dai pericoli la poca sostanza della veccia.


La statua di Orazio a Venosa, sua città natale: è opera di Achille D’Orsi (1898),

Nella mia traduzione in versi liberi ho cercato di rendere al massimo la scorrevolezza narrativa degli esametri delle Satire oraziane e di questa in particolare. Orazio scrisse anche altre poesie satiriche, che chiamò Giambi, dal metro che aveva prevalentemente usato: un metro più dinamico e aggressivo. Ma questi componimenti che noi chiamiamo Satire (e a causa dei quali Dante stesso, quando parla di Orazio, dice «Orazio satiro»), in realtà lui li aveva chiamati Sermones, cioè “Conversazioni”.
Vediamo di capire meglio, perché è importante. Un letterato vissuto tra il II e il I secolo a.C., Marco Terenzio Varrone, nel suo trattato Sulla lingua latina (composto tra il 47 e il 44 a.C.: quindi proprio nel periodo del quale stiamo parlando) scrive: «Sermo, opinor, est a serie, unde serta; etiam in vestimento sartum, quod comprehensum: sermo enim non potest in uno homine esse solo, sed ubi oratio cum altero coniuncta» [Sermone ritengo che abbia la stessa origine di serie, da cui anche i serti; e sartum si dice nei vestiti ciò che è cucito. Infatti il sermone non può riguardare un uomo solo, ma si ha quando un discorso coinvolge anche un altro]. Dunque, quelle che noi chiamiamo Satire, in realtà per il loro autore, non erano altro che “conversazioni”: i sermones, come ci dice Varrone, non si fanno mai da soli.
Nei versi che avete letto qui sopra è un amico che, come abbiamo visto, racconta agli altri amici ciò che lui stesso ha sentito dalla nonna. I versi con i quali comincia e finisce la favola hanno lo stesso tipo di piedi, cioè di unità ritmiche, e perciò suonano allo stesso modo. Il poeta ci introduce e ci fa uscire dal suo sermo con lo stesso suono, fa un cenno d’intesa al lettore, come se gli dicesse: «Ecco, lo senti? Ormai ci conosciamo bene».
Naturalmente, va chiarito subito che la favola non è affatto della nonna di Cervio. È di Esopo, un autore che, dal VI secolo a.C. (epoca nella quale visse) fino a oggi, ha ispirato l’intero genere favolistico dell’Occidente.
Visto che stiamo parlando di satire, vale la pena di aprire qui un breve inciso per ricordare che Ludovico Ariosto, nella sua I Satira, riprende anche lui una Favola di Esopo, quella su La volpe con la pancia piena (Fav. 30 ed. Chambry): favola che, a sua volta, proprio Orazio aveva ripreso in una sua Lettera a Mecenate (Ep., I, 7). Si tratta della favola sull’animale affamato che adocchia il cibo in un posto stretto e, dopo aver mangiato, non riesce più a uscire perché ha, appunto, «la pancia piena». La volpe di Esopo diventa una donnola in Orazio e un asino nell’Ariosto. E qui ci troviamo in uno di quegli intrecci di testi che costituiscono uno degli assi portanti della letteratura e, in particolare, della poesia. La storia della quale non è una sequenza di testi, ma una interazione tra testi: è fatta di testi che si rispondono come echi, di testi che rimandano l’uno all’altro come la pallina di un flipper.
Bene, chiuso l’inciso, ritorniamo alla VI Satira del II Libro di Orazio e diciamo che si tratta di un esempio strepitoso di queste interazioni. La Favola di Esopo alla quale essa si ispira, in prosa, è molto stringata, non scende nei particolari né della povertà del topo di campagna né della ricchezza del topo di città. Orazio la riprende e, al tempo stesso, la ricrea. Offre così al mondo un nuovo, straordinario modello: si ispireranno a questa favola, oltre a La Fontaine (1621-1695), per dire solo dei casi più noti in Italia, Carlo Porta in un testo rimasto inedito e lacunoso ma dove comunque c’è un gatto al posto dei molossi, e Trilussa, che ne fa un apologo sulle punizioni riservate ai poveri e non ai ricchi: ciascuno riprende la favola con la sua piccola o grande novità e ciascuno, trattandosi del Porta e di Trilussa, con il suo dialetto.
In un prossimo intervento riprenderò il tema dei rimandi ad altri testi: la pallina del flipper, secondo la metafora – volutamente anacronistica – che ho usato. Ora invece mi fermo a spiegare perché ho parlato prima di un invito solo «apparentemente oraziano» quando mi sono riferito ai versi:


Vieni via, fidati, ai terrestri
in sorte son capitate anime mortali: nessuno
grande o piccolo, può sfuggire alla morte.


Nelle parole del topo di città c’è, è vero, un invito a godere la vita, che è breve. Orazio riecheggerà anni dopo, nelle Odi, questi suoi versi: il topo di città dice infatti a quello di campagna: «Cārpĕ vĭam», cioè, ho tradotto, «Vieni via», più letteralmente, “mettiti per strada”. Ma il suono è lo stesso del famosissimo «Cārpĕ dĭem»: si tratta di un dattilo (costituito una sillaba lunga e due sillabe brevi con l’accento – arsi – sulla prima lunga) seguito dall’arsi del verso successivo. È probabile che Orazio nell’Ode I, 11, quella dedicata a Leuconoe e che contiene quella espressione ormai diventata proverbiale, volesse far sentire ai suoi lettori un’eco della favola che aveva raccontato in questa VI Satira. Tuttavia, c’è da osservare che nella satira, e nella favola che la conclude, Orazio critica le ricchezze; però, qui è proprio il topo ricco a dire al povero «Carpe viam». Invece, nell’Ode alle ricchezze non si accenna neppure e l’unico tema che conta è quello della brevità della vita: questo, sì, è un atteggiamento propriamente oraziano.

Ed eccoci di nuovo, come avevo promesso, alla pallina del flipper: al rapporto tra testi letterari fatto di parole che schizzano di qua e di là. C’è una parola di questa VI Satira, l’ultima, la cui storia di bing-bong merita di essere raccontata. Nella conclusione di questo intervento ne racconto solo la prima parte; in un prossimo intervento, che già prima ho annunciato, vedremo quali percorsi riuscirà a compiere la parola in questione nel corso dei secoli, fino al XX.

La veccia

La parola alla quale mi riferisco è ervo, da ervum: io ho tradotto “veccia”, così come ha tradotto nel 1814 Antonio Pagnini [1]. In effetti l’ervo è una famiglia di leguminose che comprende, per esempio, la lenticchia, ma anche la veccia, un legume selvatico.
Per Orazio è un legume dalla «poca sostanza», come avete letto: e questo esclude di poter tradurre qui ervum con ‘lenticchia’. Ma la veccia ha davvero così «poca sostanza»? Non preoccupatevi, non voglio affrontare una discussione biologico-nutrizionista. Voglio solo richiamare il fatto che il contemporaneo e (come abbiamo visto prima), amico di Orazio, Virgilio, quando parla dello stesso legume, nella Bucolica III, fa dire invece a un pastore a proposito del suo toro: «Heu, heu! quam pingui macer est mihi taurus in ervo! [Ma guarda! quanto è magro il mio toro, benché stia in mezzo alla grassa veccia!]. La differenza non è di poco conto: i due aggettivi riferiti dai due poeti all’ervum hanno significati diametralmente opposti. L’ervum (riporto tutto al caso nominativo) di Virgilio è pingue, cioè grasso e nutriente; quello di Orazio è tenue, cioè povero e poco sostanzioso.
La questione – è evidente – non riguarda la sostanza della veccia, poca o molta, ma il contesto poetico. Nei versi di Virgilio, chi descrive la veccia come grassa è un contadino: sia pure un contadino idealizzato impegnato in una gara arcadico-poetica con un suo compagno di lavoro. Orazio conosceva benissimo le Egloghe di Virgilio (pubblicate nel 38, proprio quando i due poeti avevano stretto in modo indissolubile la loro amicizia) e quindi conosceva certamente anche queste parole: non dimentichiamo mai che a quei tempi (e poi ancora per molto) i testi poetici venivano trasmessi oralmente e le loro trascrizioni servivano agli studiosi. Ma, nonostante il ricordo virgiliano, nei suoi versi Orazio fa sì che il topo di campagna guardi alla veccia, non con la sensibilità dei suoi simili (animali piccoli e grandi), ma con una sensibilità squisitamente umana. Questo è, d’altro canto, il carattere proprio delle Favole di Esopo alle quali Orazio si ispira: i personaggi di quelle Favole hanno, sì, apparenza di animali, ma sono, a tutti gli effetti, uomini. Insomma, i topi di Orazio, benché animali, pensano come uomini e per loro l’ervum è decisamente tenue. Il contadino di Virgilio, benché impegnato in una gara poetica, ha ben presente invece con quale soddisfazione gli animali gustavano il pingue ervum: lui sa bene che il suo toro è magro per l’eccessiva attività amorosa e non certo perché l’ervum non sia sostanzioso.

Nel caso che abbiamo appena visto, la pallina del flipper è tornata un po’ indietro: dal 30 a.C., data di composizione della Satira di Orazio, al 38, data di pubblicazione delle Egloghe virgiliane. Nel prossimo intervento la vedremo schizzare parecchio in avanti, fin quasi ai nostri giorni. A presto.

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Io ti lavo, mascherina!

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Mag 132020
 

Lettera aperta a Domenico Arcuri

Gentile dott. Arcuri,
scrivo a lei e spero che voglia condividere queste mie osservazioni con i ministri competenti: penso che siano quello della Salute, quello dell’Ambiente e quello dello Sviluppo economico, ma lei ne sa certamente più di me.

Ho letto oggi sui giornali sue dichiarazioni (che ho trovato tra virgolette e che trascrivo allo stesso modo) nelle quali ricorda : «Nelle ultime settimane abbiamo distribuito 36,2 milioni di mascherine, dall’inizio dell’emergenza sono 208,8 milioni. Le Regioni nei loro magazzini ne hanno 55 milioni». Ho letto altresì che, secondo una stima del Politecnico di Torino (della quale però non ho trovato la fonte), per i lavoratori servono già oggi 60 milioni di mascherine al giorno. Solo per i lavoratori.
Quindi, i numeri che lei ha dichiarato come un successo «dall’inizio dell’emergenza» sono di gran lunga inferiori al fabbisogno di una settimana. Ma non voglio fare polemica. Voglio fare insieme a lei, con ottimismo, un po’ di conti. Conti relativi alla fase 3.

In Italia vivono oltre sessanta milioni di persone. Secondo l’uso delle mascherine indicato in uno spot del Governo che va spesso in onda in questi giorni, si può ottimisticamente pensare che, nella fase 3, una persona con normali esigenze abbia bisogno di almeno due mascherine al giorno. Parliamo, ovviamente, delle cosiddette “mascherine di comunità”, cioè quelle «generiche, anche autoprodotte» che tutti devono usare «nei luoghi chiusi e frequentati dagli altri» o anche «all’aperto dove non è possibile mantenere la distanza di almeno un metro dagli altri» (le parole tra virgolette sono citate dallo spot del Governo).

Nella fase 3, una persona che non lavora va magari a fare la spesa la mattina, poi il pomeriggio va a trovare un congiunto o in palestra. Secondo quanto indicato nello spot che ho ricordato, non può usare la stessa mascherina. Quindi due mascherine.
Nella fase 3, una persona che va al lavoro con i mezzi pubblici, svolge il suo lavoro di otto ore in due turni con una pausa pranzo e torna a casa sempre con i mezzi pubblici, ha probabilmente bisogno di più di due mascherine. E quando riapriranno le scuole?
Ma noi facciamo i conti con ottimismo, calcoliamo che i bambini sotto i sei anni non hanno l’obbligo delle mascherine e pensiamo perciò a una media di non più di due mascherine al giorno per ciascuna delle 60 milioni di persone che vivono in Italia. Quindi 120 milioni di mascherine al giorno.

Ora facciamo le moltiplicazioni. In un mese servono 3,6 miliardi di mascherine. In un anno, quanto è presumibile che duri (con ottimismo) la fase 3, servono 43,2 miliardi di mascherine.

Ora facciamo le ipotesi. Ipotizziamo (con molto ottimismo, a giudicare da quello che vedo in giro), che il 90% di queste mascherine, cioè circa 39 miliardi, venga smaltito regolarmente, cioè venga depositato tra i rifiuti indifferenziati. La conseguenza sarà un aumento mostruoso di questo tipo di rifiuti che tutti invece ritengono necessario far diminuire. L’ulteriore conseguenza sarà che oltre quattro miliardi di mascherine saranno buttate non si sa dove e finiranno prima o poi nei nostri fiumi, nei nostri laghi, nei nostri mari.

Ma io non le scrivo per lamentarmi. Le scrivo per prospettare uno scenario diverso. In questo caso vorrei fare i conti con pessimismo e le propongo di pensare alla necessità di quattro mascherine al giorno per ogni persona. In realtà penso proprio che questo sia il numero giusto, né ottimistico né pessimistico, di mascherine che servirà nella fase 3. Quindi 86,4 miliardi di mascherine? Niente affatto. Meno di un miliardo.

Infatti, lo scenario che io le prospetto è quello di mascherine lavabili e riutilizzabili. Stranamente, lo spot del Governo parla a questo proposito di mascherine autoprodotte, ma non di mascherine prodotte dall’industria tessile italiana che è tra le più sviluppate al mondo. Bene, autoprodotte o prodotte da qualcun altro, nello scenario che le prospetto, si tratterà di bende a tre strati (come mi sembra suggeriscano gli scienziati) di tessuto di fibra naturale certificato con due fascette sul davanti sulle quali fissare gli elastici (che ciascuno si procurerà come vuole). Niente di più complicato di un normale piccolo tovagliolo piegato in tre. In questo scenario facciamo, come ho detto, conti particolarmente pessimistici.

Calcoliamo dunque che a ciascuna delle sessanta milioni di persone che vivono in Italia debba servire una prima fornitura di dodici mascherine. Se ogni giorno ogni persona ne usa quattro, la sera, quando si lava le mani, con la stessa acqua e lo stesso sapone (o un po’ di più dell’una e dell’altro, ma senza sprechi) laverà anche le quattro mascherine usate e le metterà ad asciugare. Poiché faccio dei conti pessimistici, immagino che, per asciugare, quelle quattro mascherine ci mettano due giorni. Da qui la necessità di dodici mascherine per persona.

Ora facciamo le moltiplicazioni. Servirà una prima fornitura di 720 milioni di mascherine. Questa prima fornitura, in pacchetti di dodici, potrebbe essere venduta a prezzo calmierato. In seguito, chi smarrirà o danneggerà una delle sue mascherine ne potrà comprare altre a prezzo di mercato. Nel frattempo uno spot del Governo potrà insegnare come farle in casa. Unici obblighi per le eventuali mascherine autoprodotte: i tre strati e il tessuto in fibra naturale certificato.

Nello scenario che le ho prospettato, alla fine di un anno di fase 3 potrebbe esserci circa un miliardo di mascherine da smaltire. Ma saranno in fibra naturale: quindi non finiranno nella raccolta indifferenziata e quelle smarrite o anche buttate via non inquineranno. E poi, dati i tempi, forse sarà meglio che ciascuno trovi un posto in un cassetto per conservarle.

Ora una domanda: questo scenario non le sembra migliore di quello di quello di 43 miliardi di mascherine monouso non riciclabili? Rivolgo la stessa domanda a tutti quelli che leggono questa lettera aperta.

Grazie per l’attenzione.

Michele Tortorici

Mar 092020
 

In tempi di Covid-19 mi sono tornate in mente le epidemie vissute dalla mia famiglia e quelle delle quali, con o senza contagio, io stesso ho avuto direttamente esperienza.

La “Spagnola”

La prima epidemia con la quale i miei genitori sono venuti a contatto è stata quella che è rimasta nella storia con il nome di “Spagnola”. Si trattò di una epidemia di influenza sviluppatasi tra l’autunno del 1918 e la primavera del 1920 e che colpì un numero incalcolabile di persone in tutto il mondo uccidendone, secondo stime incerte, tra cinquanta e cento milioni: in Italia fra 350.000 e 600.000.
Mio padre ne ha sempre parlato poco e, ci teneva a precisarlo, solo per sentito dire. Personalmente non ricordava nulla. Ai tempi della Spagnola aveva fra i due e i tre anni e viveva nell’isola di Favignana – dove la Spagnola, forse, non aveva fatto troppi danni. Ricordava soltanto che i suoi genitori ne parlavano come di un grandissimo pericolo scampato.
Mia madre invece aveva quattro anni e mezzo quando la Spagnola cominciò a diffondersi e nel marzo del 1920, quando l’epidemia aveva cessato la sua azione devastatrice, compiva sei anni. Ricordava benissimo. L’anno prima suo padre era morto a Caporetto e la sua famiglia non si era ancora risollevata completamente da quel lutto. Lei viveva con sua madre presso alcuni zii, che in seguito l’avrebbero cresciuta. Abitavano tutti, un po’ stretti, in una casa al centro di Palermo, non lontano dai famosissimi “Quattro canti”. Una zona con una alta densità abitativa, sempre affollatissima. In quella zona, intorno alla sua casa, ricordava mia madre (che, quando si agitava o provava forti emozioni, ricorreva sempre al dialetto), «i genti murianu comu i muschi: prima di tutti i picciriddri», cioè: le persone morivano come le mosche, soprattutto i bambini. Mia madre stessa non riusciva a spiegare come quella famiglia numerosa, conosciutissima nella zona e quindi piena di contatti sociali non fosse stata toccata dalla Spagnola che mieteva vittime lì attorno: una famiglia, già provata, vissuta per più di un anno nel terrore, ma salva.

Il tifo

Mio padre ricordava bene, a sua volta, l’epidemia di febbre tifoidea (non il cosiddetto “tifo petecchiale”, ma una febbre dovuta a una variante della salmonella) che si diffuse in Italia tra il 1929 e il 1930. La ricordava bene perché quella volta proprio lui era stato contagiato. La sua famiglia viveva in quel periodo a Messina e lui, tredicenne, aveva manifestato i sintomi subito in maniera estrema: febbre altissima, mal di pancia fortissimo: tutto al superlativo. Quello che mio padre poteva ricordare era, in realtà l’inizio e la fine della malattia. Nei giorni centrali – mio nonno affermava che erano stati una decina! – non aveva fatto altro che delirare in preda a una febbre che non scendeva sotto i 40°. Ma era un ragazzo forte e, alla fine, se l’era cavata.

La poliomielite

Nella città di Trapani, devastata dai bombardamenti nel corso della Seconda Guerra mondiale, il dopoguerra fu difficilissimo. Le macerie delle case distrutte rimasero lì dov’erano per molti anni; in qualche zona della città per qualche decennio. L’acqua, comunque poca, non arrivava nelle case e bisognava andarla a prendere, a piedi naturalmente, alle poche fontane dove veniva distribuita. Anche il cibo, dopo anni di occupazione alleata, e – ricordavano i miei – soprattutto dopo che gli alleati se n’erano andati, non abbondava e si doveva ricorrere spesso al mercato nero.
In quella città, e in quella situazione, nacque mia sorella nell’agosto del 1945 e sono nato io nel luglio del 1947. Entrambi a casa, con l’intervento della stessa ostetrica: mi sembra che i miei la ricordassero familiarmente come donna Angelina. Nel ritratto che ne faceva mio padre, donna Angelina non avrebbe avuto problemi a comandare un reggimento e, comunque, avendo a disposizione soltanto un civile disarmato come lui, si era sfogata mandandolo in giro a prendere acqua a più non posso e legna per fare bollire quell’acqua in un pentolone installato su un fornello da campo allestito in una stanza della casa davanti a una finestra aperta. Quell’acqua serviva alla disinfezione degli oggetti che donna Angelina realizzava mediante la bollitura di tutto ciò che poteva essere bollito (recipienti, forbici, panni, etc.). Mio padre ricordava la nascita dei suoi due figli con un misto di terrore e divertimento. Il divertimento era dovuto al fatto che tutto era finito bene. Mia sorella e io eravamo nati sani e salvi e mia madre, dopo ciascuno dei due parti, stava benissimo.
I problemi sono venuti dopo. In quegli anni, a Trapani, epidemie di infezioni gastroenteriche facevano strage di neonati. Mia madre aveva imparato dall’ostetrica: bolliva tutto. E mio padre portava a casa acqua e legna: quest’ultima non più per il fornello da campo, proprietà privata dell’ostetrica, ma per una “cucina economica” che, comunque, aveva quel tipo di alimentazione.
Certo, però, la situazione non era rosea. E, in quella situazione, arrivò, tra la fine del 1949 e il 1950, una epidemia di poliomielite.
I miei cercarono di resistere per un po’: noi bambini vivevamo del tutto isolati, accuditi, durante le ore di lavoro dei miei, da una cugina di mio padre, anche lei obbligata alla bollitura di tutto ciò che toccava e portava. Ma, a differenza della Spagnola, che non era entrata nelle case dei miei, la poliomielite entrò nella nostra: ne fu colpita mia cugina, la figlia del fratello di mio padre, che aveva tre mesi più di me e che era l’unica bambina (anche lei molto protetta e a sua volta isolata dagli altri suoi coetanei) che mia sorella e io frequentavamo regolarmente in quella situazione di paura e isolamento. Mia cugina sopravvisse, ma con una gravissima menomazione dell’uso del braccio destro. Intanto altri bambini a Trapani morivano o restavano del tutto paralizzati. Nessuno è mai riuscito a capire come mai mia sorella e io non fossimo stati colpiti dal contagio. Ma le dolorose conseguenze della malattia contratta da mia cugina furono la goccia che fece traboccare il vaso: mio padre e mia madre, insegnanti, erano ancora appena in tempo per chiedere il trasferimento altrove. Lo chiesero subito, per la provincia per la quale c’era il maggior numero di posti: Perugia. E lo ottennero.
Fu così che tutti abbandonammo la Sicilia. Io avevo tre anni. Mia cugina ha poi sopportato con forza straordinaria, e da me sempre ammirata, la sua menomazione. Non ha mai chiesto aiuto e anzi, nel corso della sua vita, è stata lei a prodigarsi per gli altri al di là e al di sopra delle sue forze.
Quella da Trapani fu una fuga, più che in trasloco. Arrivammo a Perugia seguiti dai pacchi contenenti i libri di mio padre. E nient’altro. Qui a fianco ecco due delle migliaia di libri stipati in quei pacchi: si trovano oggi, dopo parecchi altri traslochi, nella mia biblioteca; uno porta ancora il prezzo di uscita del 1932, 16 lire. All’inizio, nell’autunno del 1950, nella casa di viale Antinori che i miei avevano affittato, c’erano quei pacchi e i letti. Sono i primi ricordi che ho: le stanze di quella casa vuote; potrei disegnarne la piantina. Poco dopo, mio padre costruì con le sue mani degli scaffali sui quali i libri furono prontamente messi a posto: l’unica cosa a posto in quella casa. In seguito riuscì a trovare dei mobili usati per arredare il suo studio e la stanza da pranzo. Quelli del suo studio erano orribili e neri. Quelli della stanza da pranzo erano, invece, belli e chiari, niente meno con piccoli bassorilievi lignei. Gli uni e gli altri hanno accompagnato la mia famiglia nei nostri successivi traslochi per decenni. E hanno costituito un ricordo perenne della nostra fuga dalla poliomielite.

L’ “Asiatica”

All’inizio sembrava una cosa esotica. E basta. Il nome evocava un oriente misterioso, ma niente di male. Invece fu una epidemia di influenza che provocò decine di migliaia di morti in Italia. La mia famiglia – come, penso, tutte le altre –  arrivò assolutamente impreparata. Mia madre ricordava le misure di isolamento che i suoi avevano preso ai tempi della Spagnola, quelle che lei e mio padre avevano preso per me e mia sorella all’epoca della poliomielite. Ma quella volta, era il 1957, nessuno di noi prese la minima precauzione. I miei insegnavano entrambi alla scuola media “Tibullo”. Mia sorella frequentava la prima media nella stessa scuola e io la quinta elementare in una scuola che si trovava dalla parte opposta dello stesso enorme fabbricato. Abitavamo a poca distanza da lì. Quartiere Appio-Tuscolano. Tutti i giorni uscivamo la mattina a piedi; io venivo scortato fino all’ultimo gradino dello scalone che portava all’ingresso della mia scuola; i miei proseguivano. La domenica facevamo passeggiate per il centro di Roma con gli amici, in attesa della primavera, quando avremmo fatto le gite ai Castelli. Tutto tranquillo. Io avevo nove anni e mezzo: frequentavo gli amici che abitavano vicino; con uno di questi giocavo a pallone in un corridoio di tre metri per uno.
Fu proprio lui ad ammalarsi per primo. Nessuno si preoccupò. Una settimana dopo a casa eravamo tutti ammalati. Mio padre fu il primo, anche se non voleva darlo a vedere: non si mise a letto, ma era pallidissimo e, in certi momenti, diventava improvvisamente rosso in viso per poi tornare bianco cereo. Mia madre, subito dopo di lui, ebbe per due giorni o tre una febbre leggera. Mia sorella, negli stessi giorni, arrivò con la con febbre fino a 39°, ma poi guarì rapidamente. Io mi ammalai dopo tutti gli altri, ma con febbre a 41°. Sì avete letto bene: febbre a 41°.
Avevamo allora il medico della mutua che, però, chiamavamo “medico condotto”. Tutti i giorni passava due volte a visitare a domicilio i suoi malati. Prendeva delle precauzioni che oggi vengono diffuse da tutti i media: appena entrato a casa e subito prima di uscirne, si faceva accompagnare in bagno per lavarsi a lungo le mani. Disinfettava con alcol denaturato tutti gli strumenti che usava. Ma una cosa mi ricordava i racconti che mio padre faceva di donna Angelina: se faceva delle iniezioni, il nostro medico della mutua, poiché non c’erano allora siringhe monouso, faceva bollire la siringa che portava con sé.
La mia febbre non accennava a scendere. Ricordo perfettamente che si alternavano attorno a me mio padre, mia madre e una ragazza che era stata fatta venire per l’occasione, Edda. Giorno e notte i miei tre infermieri mi applicavano bende fredde sulla fronte. Mia madre dice che sembravo privo di sensi. Invece avevo tutti i sensi e mi sentivo malissimo. Ma sentivo benissimo che i miei chiedevano al medico se ero grave. In quelle occasioni mia sorella scoppiava a piangere.
Ero un bambino magrissimo, un po’ piccolo per la mia età. Quindi non era strano che ci si domandasse se con quel fisico avrei sopportato la malattia. Ma, che io ricordi, il medico ebbe sempre fiducia, o almeno così dava a vedere.
In ogni caso, ce l’ho fatta. Una notte sono stato invaso da un sudore che non finiva mai. La mattina dopo il letto era un lago, ma io non avevo più la febbre.

E ora ecco il covid-19. Ma di questa epidemia non voglio parlare.
Anzi, voglio dire che non è un caso se l’unica immagine di questa pagina è quella di due vecchi libri. Quanta compagnia mi fanno in questi giorni, i libri. E quanto riescono a sgombrarmi la mente dalle troppe parole che vengono strombazzate attraverso tutti i media possibili! Un grazie di cuore ai miei libri vecchi e nuovi.

Dove si può arrivare

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Feb 042020
 

Una novella di Verga e un monito su cui riflettere. Oggi

Dove si può arrivare se, di fronte a un problema – anche grave – ci si lascia guidare, invece che dalla ragione, dalla paura (e dall’odio) per il diverso, dal complottismo, dall’ignoranza, dalla superstizione?
Già da qualche giorno, nell’Italia ubriacata dai media con dosi altissime di notizie sul “corona virus” abbiamo visto spingersi sempre più avanti il limite di ciò che può accadere: persone dai caratteri somatici cinesi, o semplicemente orientali, cacciate dai mezzi pubblici e, per strada, prese a sputi o a sassate.

Ecco: è stata la parola “sassate” a fare scattare il livello di guardia della mia coscienza, già in allarme. L’ho letta in una notizia poi rivelatasi falsa, ma riportata da una agenzia di stampa e riferita dal sito di Skytg24 (uno dei media più impegnati nella ubriacatura del pubblico): «Alcuni studenti di nazionalità cinese dell’Accademia di Belle arti di … sono stati presi a sassate». Dato che i fatti, come aveva avvertito da subito il sindaco di … «non sono mai avvenuti», tralascio il nome del luogo. In effetti ciò che ha fatto scattare in me il livello di guardia è che un fatto mostruoso, sia pure soltanto per uno o due giorni, è stato credibile, anzi è stato creduto. Sarebbe stato credibile, sarebbe stato creduto dieci giorni fa? O l’avremmo preso tutti, senza incertezze, per una balla colossale!

La parola, “sassate”, mi ha fatto tornare in mente una novella poco conosciuta di Giovanni Verga, Quelli del colèra.
È una novella tarda, pubblicata nella raccolta Vagabondaggio (1887: cinquanta anni dopo l’epidemia di colera che aveva colpito Catania e i suoi dintorni; ma già uscita su rivista nel 1884 in una prima versione poi modificata). È anche una novella poco, o forse per niente, presente nelle antologie scolastiche.
Ma è una novella rivelatrice. È il racconto in prima persona di qualcuno che ricorda quei fatti, che crede alle paure e alle falsità circolate ai tempi del colera sulla diffusione del contagio e che parla cinquant’anni dopo, sia pure in italiano e non in dialetto, come avrebbe parlato uno qualsiasi dei testimoni che, come lui, avesse assistito a quei fatti. Per esempio non esita a dire che alcuni «cavavano fuori il fazzoletto, finta [1] di soffiarsi il naso, e lasciavano cadere certe pallottoline invisibili, che chi ci metteva il piede sopra poi, per sua disgrazia, era fatta!». Verga applica in questo caso la tecnica del “discorso indiretto libero” (qui tutti i chiarimenti sull’uso di questa tecnica), anziché a una frase o a un periodo, a un’intera novella. Attraverso questa tecnica il racconto diventa ancora più terrificante e rende tutti i lettori consapevoli di dove possono arrivare persino le «anime buone»: «- No! no! non li ammazzate ancora! Vediamo prima se sono innocenti! Vediamo prima se portano il colèra! – C’erano pure delle anime buone in quella ressa».
Naturalmente, tutto finisce come doveva finire, con una strage che non risparmia neppure una madre con il figlio in braccio: «E ancora, dopo cinquant’anni, Vito Sgarra, che aveva menato il primo colpo, vede in sogno quelle mani nere e sanguinose che brancicano nel buio». Già, Vito Sgarra: non proprio una delle «anime buone», ma uno come tanti.

Ecco dove si può arrivare. Fermiamoci in tempo.

Qui il testo della novella

Giovanni Verga, Quelli del colèra (da Vagabondaggio, 1887)


Il colèra mieteva la povera gente colla falce, a Regalbuto, a Leonforte, a San Filippo, a Centuripe, per tutto il contado; e anche dei ricchi: il parroco di Canzirrò, ch’era scappato ai primi casi, e veniva soltanto in paese per dir messa, a sole alto, l’aveva pigliato nell’ostia consacrata; a don Pepé, il mercante di bestiame, gliel’avevano dato invece in una presa di tabacco, alla fiera di Muglia, un sensale forestiero – per conchiudere il negozio – diceva lui. Cose da far rizzare i capelli in testa! Avvelenata persino la fontana delle Quattro Vie; bestie e cristiani vi restavano, là! A Rosegabella, venti case, un bel giorno era capitato il merciaiuolo, di quelli che vanno in giro colle scarabattole in spalla, e quanti misero il naso fuori per vedere, tanti ne morirono, fin le galline. Ciascuno badava quindi ai casi propri, collo schioppo in mano, appiattato dietro l’uscio, accanto la siepe, bocconi nel fossatello, per le fattorie, nei casolari, da per tutto. Quelli di San Martino s’erano anche armati, uomini e donne. Volevano morir piuttosto di una schioppettata, o d’altra morte che manda Dio. Ma il colèra, no! non lo volevano!

Nonostante, lo scomunicato male andavasi avvicinando di giorno in giorno, tale e quale come una creatura col giudizio, che faccia le sue tappe di viaggio, senza badare a guardie e a fucilate. Oggi scoppiava a Catenavecchia, il giorno dopo si sentiva dire che era alla Broma, cinque miglia soltanto da San Martino. Una povera donna gravida di sei mesi, per avere aiutato certa vecchia che l’era caduto l’asino dinanzi alla sua porta, e fingeva di piangere e disperarsi, era stata presa dai dolori quasi subito, ed era morta, lei e il bambino: sangue d’innocente che grida vendetta dinanzi a Dio!

La sera, da quelle parti, chi aveva il coraggio di arrischiarsi sino in cima alla salita, vedeva dietro la china che nasconde il paesetto i fuochi e i razzi che sembravano quelli della festa del santo patrono, tutti col capitombolo verso San Martino; e il domani poi si trovavano le macchie d’unto per terra e lungo i muri; qua e là si sussurrava dei rumori strani che si udivano la notte: gatti che miagolavano come in gennaio; tegole smosse quasi tirasse il maestrale; gente che aveva udito picchiare all’uscio dopo la mezzanotte, com’è vero Dio; e dei carri che passavano per le stradicciuole più remote, come delle macchine asmatiche che andavano strascinandosi di porta in porta, soffiando e sbuffando, il Signore ce ne scampi e liberi!

Il venerdì, verso mezzogiorno, Agostino, quello delle lettere, era tornato dal rilievo della Posta colla borsa vuota e tutto stravolto. Sua moglie, poveretta, al vederlo con quel viso, si cacciò le mani nei capelli: – Che avete fatto, scellerato? Dove l’avete preso tutto quel male in un momento? – Egli non sapeva dirlo. Laggiù, arrivato al ponte, s’era sentito stanco tutt’a un tratto, e s’era seduto un momento sul parapetto. Prima di lui c’era stato un viandante, il quale si asciugava il sudore con un fazzoletto turchino. – Don Domenico, il fattore, l’aveva predicato tante e tante volte, di badare sopra tutto a certe facce nuove che andavano intorno, per le vie, e nelle chiese perfino! (Potevate sospettarlo, nella casa di Dio?) Cavavano fuori il fazzoletto, finta di soffiarsi il naso, e lasciavano cadere certe pallottoline invisibili, che chi ci metteva il piede sopra poi, per sua disgrazia, era fatta!

Il giorno stesso, a precipizio, chi aveva qualche cosa da portar via, e un buco dove andare a rintanarsi, in una grotta, fra le macchie dei fichidindia, nelle capannucce delle vigne, era fuggito dal villaggio. Avanti il somarello, con quel po’ di grano o di fave, il cesto delle galline, il maiale dietro, e poi tutta la famiglia, carica di roba. Quelli che erano rimasti, i più poveri, da principio avevano fatto il diavolo, minacciando di sfondar le porte chiuse, e bruciare le case dei fuggiaschi; poscia erano corsi a tirar fuori dal magazzino tutti i santi del paese, come quando si aspetta la pioggia o il bel tempo, l’Addolorata, coi sette pugnali di stagno, san Gregorio Magno, tutto una spuma d’oro, san Rocco miracoloso che mostrava col dito il segno della peste, sul ginocchio. All’ora della benedizione, nel crepuscolo, quelle statue ritte in cima all’altare buio, facevano arricciare i peli ai più induriti peccatori. Si videro delle cose allora da far piangere di tenerezza gli stessi sassi: Vito Sgarra che si divise dalla Sorda, colla quale viveva in peccato mortale da dieci anni; Padre Giuseppe Maria a far la croce sul debito degli inquilini che proprio non potevano pagarlo; Angelo il Ciaramidaro andare alla messa e alla benedizione come un santo, senza che gli sbirri gli dessero noia, e la notte dormire tranquillo nel suo letto, colla disciplina irta di chiodi e insanguinata al capezzale, accanto allo schioppo carico che ne aveva fatte tante. Misteri della Grazia! come diceva il predicatore. Tutta la notte, in fondo alla piazzetta, si vedeva la finestra della chiesa illuminata che vegliava sul villaggio; e di tratto in tratto udivasi martellare la campana, alla quale rispondeva da lontano una schioppettata, poi un’altra, poi un’altra, una fucilata che non finiva più, pazza di terrore, e si propagava per le fattorie, pei casolari, per le ville, per tutta la campagna circostante, dove i cani uggiolavano, sino all’alba.

La domenica mattina, spuntava appena l’alba, si vide una cosa nuova nel Prato della Fiera, appena fuori del villaggio. Era come una casa di legno, su quattro ruote, con certe figuracce brutte dipinte sopra. e lì vicino un vecchio carponi, che andava cogliendo erbe selvatiche. I cani avevano dato l’allarme tutta la notte; e quello del maniscalco, che stava da quelle parti, non s’era dato pace, quasi avesse il giudizio.

– Eccolo lì, povera bestia! gli manca solo la parola! – Il maniscalco raccontava a tutti la stessa cosa, via via che andavasi facendo gente dinanzi alla bottega. La gente guardava il cane, guardava la baracca, e scrollava il capo.

Dirimpetto, sugli scalini della croce in capo alla strada, c’erano altri in crocchio, che guardavano, e parlavano sottovoce fra di loro, col viso scuro. Dal muro del cimitero spuntava lo schioppo di Scaricalasino, malarnese, che accennava a tre o quattro altri suoi compagni della stessa risma, lontan lontano, verso la Broma, e poi verso Catenanuova, con gran gesti neri al sole. Dal ballatoio della gnà Giovanna suo marito chiamava gente anche lui, in fondo alla piazza, agitando le braccia in aria. – Quello! Quello! – gridavasi da un crocchio all’altro. E il vecchio carponi era corso a rintanarsi. Sul finestrino del carrozzone era passata una figura bianca di donna, coi capelli scarmigliati; poi s’erano uditi strilli di ragazzi e pianti soffocati. Dalla strada principale giungevano il farmacista, il Capo Urbano, le guardie, col giglio sul berretto e grossi randelli in mano. La folla dietro, come un torrente, mormorando; uomini torvi, donne col lattante al petto. Da lontano, verso San Rocco, la campana sonava sempre a distesa. Don Ramondo, colle mani e colla voce andava dicendo alla folla: – Largo, largo, signori miei! Lasciatemi vedere di che si tratta. – Poi sgusciarono dentro il baraccone tutti e due, lui e il Capo Urbano; le guardie sbatterono l’uscio sul naso ai più riottosi. Ci fu un po’ di parapiglia, un po’ di schiamazzo, qualche pugno sulla faccia. Infine il farmacista e il Capo Urbano ricomparvero vociando tutti e due che non era nulla, il Capo Urbano sventolando un foglio di carta in aria, don Ramondo sgolandosi a ripetere: – Niente! Niente! Son poveri commedianti che vanno intorno per buscarsi il pane. Poveri diavoli morti di fame.

La folla nonostante li seguiva mormorando e accavallandosi come un mare. Sulla piazza il Capo Urbano fece anche lui il suo discorsetto: – Via! via! State tranquilli. Sono o non sono il Capo Urbano? – Poi infilò l’uscio della farmacia con don Ramondo. La folla cominciò a diradarsi. Alcuni andarono a casa, a contar la notizia; altri, siccome il sagrestano si slogava sempre a sonare a messa, entrarono in chiesa. Qualcheduno, più ostinato, ritornò verso il Prato della Fiera. Quei poveri diavoli di comici, che si tiravano dietro la loro casa al par della lumaca, passato il temporale, tornarono a metter fuori le corna ad uno ad uno, appunto come fa la lumaca. Il vecchio aveva sciorinato all’uscio un gran cartellone dipinto. La moglie, con un tamburo al collo, chiamava gente; i ragazzi, camuffati da pagliacci, facevano mille buffonerie, e la giovinetta, colle gambe magre nelle maglie color di carne fresca, un fiore di carta nei capelli, il gonnellino più gonfio di una bolla di sapone, le braccia e le spalle nere fuori del corpetto di seta stinta, soffiava nella tromba, col poco fiato del suo petto scarno. Pure era una novità pel paese, e i giovinastri correvano a vedere, spingendosi col gomito. Inoltre i comici avevano altri richiami per il pubblico: un cardellino che dava i numeri del lotto; il ronzino che contava le ore, e indovinava gli anni degli spettatori colla zampa; un ragazzo che camminava sulle mani, portando in giro, stretto fra i denti, il piattello per raccogliere la buona grazia. Quando si era fatta un po’ di gente, calavano il tendone un’altra volta, e rientravano tutti a rappresentare la commedia coi burattini, la donna col tamburone al collo, gridando sempre dalla piattaforma: – Avanti, signori! Avanti, che comincia! – Si pigliava alla porta quel che si poteva: un baiocco, delle fave, qualche manciata di ceci anche. I ragazzi gratis. Fino alla sera, tardi, ci fu ressa dinanzi alla baracca, sotto il gran lampione rosso che chiamava gente da lontano. Amici e conoscenti si vociavano da un capo all’altro del Prato della Fiera; si scambiavano i frizzi salati e le parolacce come dentro avevano fatto Pulcinella e Colombina. Nessuno pensava più al castigo di Dio che avevano addosso.

Ma la notte – ci volevano più di due ore alla messa dell’alba – Tac tac, vennero a chiamare in fretta lo speziale. – Presto, alzatevi, don Ramondo, ché dai Zanghi hanno bisogno di voi! – Il poveraccio non riusciva a trovare i calzoni al buio, in quella confusione. Zanghi, steso sul letto, freddo, colla barba arruffata, andava acchiappando mosche, colle mani fuori del lenzuolo, le mani nere, gli occhi in fondo a due buchi della testa. Sua moglie seminuda, coi capelli sulle spalle, tutta gonfia e arruffata anche lei come una gallina ammalata, correva per la stanza, cercando di aiutarlo senza saper come, coi figliuoli che le strillavano dietro. – Dottore! dottore! Che c’è? Che ve ne pare? – Don Ramondo non diceva nulla: guardava, tastava, versava la medicina nel cucchiaio, colle mani tremanti, la boccetta che urtava ogni momento nel cucchiaio, e faceva trasalire. E il malato pure, colla voce cavernosa, che sembrava venire dal mondo di là, balbettando: – Don Ramondo! Don Ramondo! Che non ci sia più aiuto per me? Fatelo per questi innocenti, ché son padre di famiglia! Poi, come s’irrigidì, colla barba in aria, e i figliuoli si misero ad urlare più forte, aggrappandosi alle coperte di lui che non udiva, don Ramondo prese il suo cappello, e la donna gli corse dietro in sottana com’era, colle mani nei capelli, gridando aiuto per tutto il vicinato. Spuntava l’alba serena nel cielo color di madreperla; alla chiesa, lassù, si udiva sonare la prima messa.

Per le stradicciuole ancora buie si udiva uno sbatter d’usci, un insolito va e vieni, un mormorìo crescente. Sull’angolo della piazza, nel caffè di Agostino il portalettere, buon’anima, avevano dimenticato il lume acceso, nella bottega vuota, i bicchierini ancora capovolti nel vassoio; e dinanzi all’uscio c’era un crocchio di gente che discuteva colla faccia accesa. Neli, il maggiore dei figliuoli, sporgeva il capo di tanto in tanto fra le tendine dello scaffale, più pallido del suo berretto da notte, cogli occhi gonfi, per vedere se qualcheduno venisse a prendere il rum o l’acquavite. E a tutti coloro che l’interrogavano dall’uscio, senza osare di entrare, rispondeva sempre scrollando il capo: – Così! Sempre la stessa! – Poi si vide uscire dalla parte del vicoletto la ragazzina che andava correndo dal sagrestano per le candele benedette.

Ogni momento giungeva qualcheduno che veniva dalla casa di Zanghi, e aveva visto dall’uscio spalancato il letto in fondo alla camera, col lenzuolo disteso, le candele accese al capezzale e i figliuoli che piangevano. Altri portavano altre brutte notizie. – Il Capo Urbano che stava imballando le materasse; il farmacista che tardava ad aprire la bottega. – La folla cominciava ad ammutinarsi a misura che cresceva. – Cristiani del mondo! Che ci vogliono far morire davvero come bestie nella tana? – Uno, colla faccia stralunata, raccontava come Zanghi avesse acchiappato il male, nella baracca dei commedianti. L’aveva visto lui, coi suoi occhi, il vecchio che lo tirava per la falda del vestito perché gli pareva che volesse passare a scappellotto. – Anche comare Barbara! che pur non si era mossa di casa! – E quell’infame Capo Urbano che andava dicendo “Non è nulla, non è nulla,” e mostrava la carta bianca! Quella era la carta del Sotto Intendente, che ordinava di lasciar spargere il colèra! – Ah! volevano proprio farli morire come bestie nella tana, cristiani di Dio!

Tutt’a un tratto si udirono dietro lo scaffale delle grida: – Mamma! mamma! – e delle strida di dolore disperate. Neli irruppe nella bottega urlando come una bestia feroce, coi pugni sugli occhi. Un parente corse lesto lesto a chiudere gli scaffali, per tutta quella gente che s’affollava nella bottega e nessuno poteva tenerla d’occhio.

Allora la folla, quasi fosse corsa una parola d’ordine, si mosse tutta come una fiumana, gridando e minacciando. Un’anima buona si mise le gambe in spalla, e corse per le scorciatoie dal Capo Urbano, a dirgli che scappasse. Ma il poveraccio, da un bel pezzo, fiutando come si mettevano le cose, aveva infilato l’usciuolo dell’orto, carponi fra le viti, e preso il volo pei campi.

Quelli del baraccone stavano facendo cuocere quattro fave, a ridosso del muricciuolo, seduti sulle calcagna, per covar la pentola cogli occhi, tutta la famiglia. A un tratto udirono gridare: – Dàlli! dàlli! – e videro la folla inferocita che correva per sbranarli. – Signori miei! siamo poveri diavoli, poveri commedianti che andiamo intorno per buscarci il pane! – Il vecchio annaspando colle mani, per fare intendere le sue ragioni; la donna che copriva i figlioletti colle ali, come una chioccia; la giovinetta colle braccia in aria. Arrivò una prima sassata, che fece colare il sangue. Poi un parapiglia, la gente in mucchio accapigliandosi, gli strilli delle vittime, che si udivano più forte. – No! no! non li ammazzate ancora! Vediamo prima se sono innocenti! Vediamo prima se portano il colèra! – C’erano pure delle anime buone in quella ressa. Ma gli altri non volevano intender ragione: Neli di comare Barbara, che gli sanguinava il cuore dall’angoscia; Scaricalasino che aveva visto coi suoi occhi Zanghi stecchito sotto il lenzuolo; massaro Lio che si sentiva già i dolori di ventre addosso. In un attimo la baracca fu tutta sottosopra: i burattini, gli scenari, i cenci, la poca paglia fradicia dei sacconi. Poi, dopo che non ebbero più dove frugare, fecero un mucchio d’ogni cosa, e vi appiccarono il fuoco. – Bravo! E adesso come farete a scoprire se portavano il colèra? – gridavano alcuni. Ma il povero capocomico non sentiva e non badava più a nulla, né le grida di morte, né le falci, né le scuri; pallido e stravolto, col sangue giù per la faccia, i capelli irti, gli occhi fuori della testa, voleva buttarsi sul fuoco per spegnerlo colle sue mani, urlando che lo rovinavano, che gli toglievano il suo pane, strappandosi i capelli dalla disperazione, in mezzo alla famigliuola tutta pesta e malconcia, scampata per miracolo alla strage. – Meglio, meglio che ci avessero uccisi tutti! – Neppure il colèra li aveva voluti, da per tutto dove l’avevano incontrato, stanchi ed affamati.

Ancora, dopo cinquant’anni, Scaricalasino, il quale è diventato un uomo di giudizio, dice a chi vuol dargli retta, che il colèra ci doveva essere nel baraccone. Peccato che lo bruciarono! Quelli erano ricconi che andavano attorno così travestiti per non dar nell’occhio, e buscavano centinaia d’onze a quel mestiere.

Dove avevano saputo far le cose bene era stato a Miraglia, un paesetto mangiato dal colèra e dalla fame, il giorno in cui s’erano viste certe facce nuove per la via dove da un mese non passava un cane, e la povera gente, senza pane e senza lavoro, aspettava il colèra colle mani in mano. Anche costoro mostravano di essere dei viandanti rifiniti dal lungo viaggio, come una famigliuola di zingari; l’uomo che si dava per calderaio, la moglie che diceva la buona ventura, la figlia, una bella bruna, la quale doveva averne fatte molte, così giovane com’era, e portava attaccato al petto cascante un bambino affamato e macilento. Dei suoi diciotto anni non le erano rimasti altro che due grandi occhi neri, degli occhi scomunicati che vi mangiavano vivo. Anch’essi si portavano dietro tutta la loro casa in un carretto sconquassato, coperto da una tenda a brandelli, che veniva avanti traballando, tirato da un somarello sfinito. Siccome la popolazione si era commossa [2] al loro apparire, e minacciava, il Capo Urbano accorse anche qui colle guardie, armate sino ai denti, gridando da lontano – Via! via! – come si fa ai lupi. Loro a ripeter la commedia che venivano da lontano, che li avevano scacciati da ogni dove, che erano affamati, e preferivano li uccidessero lì a schioppettate. Allora, per non saper che fare, temendo di accostarsi per paura del colèra, li lasciarono lì, fuori del paese, guardati a vista come bestie pericolose. Nessuno chiuse occhio, quella notte, la vigilia di san Giovanni, che c’era un chiaro di luna come di giorno. Tutt’a un tratto, coloro che stavano a guardia, nascosti dietro il muro, videro lo zingaro che s’era avventurato carponi sino alle prime case, razzolando in un mondezzaio. Colà l’uccisero di una schioppettata, come un cane arrabbiato. Dopo gli trovarono un torsolo di cavolo, che ci aveva ancora in pugno, e il petto della camicia tutto gonfio di bucce e frutta marcia. Al rumore, alle grida che si udivano da lontano, tutto il paese fu in piedi subito, e la caccia incominciò. La vecchia fu raggiunta all’argine del fossatello, barcollando sulle gambe stecchite. La giovane dinanzi al carretto, che voleva difendere la sua creatura, come succede anche alle bestie, con certi occhi che facevano paura, e cercava di afferrare le scuri per aria, colle mani insanguinate. Dopo, frugando fra i cenci della carretta, trovarono le pillole del colèra e ogni cosa. Ma quegli occhi più d’uno non poté dimenticarli. E ancora, dopo cinquant’anni, Vito Sgarra, che aveva menato il primo colpo, vede in sogno quelle mani nere e sanguinose che brancicano nel buio.

Però, se erano davvero innocenti, perché la vecchia, che diceva la buona ventura, non aveva previsto come andava a finire?


 


[1] finta: forse un errore di stampa in tutte le edizioni della novella; se è così, manca: “facevano”. Comunque, poiché non esistono versioni diverse di questo passo, per correttezza filologica ripeto il testo così com’è anche nella trascrizione della novella.
[2] commossa: ‘turbata’, ‘irritata’.

Auguri

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Dic 312019
 

Una comune responsabilità, per sperare

Quando scrisse (nell’ottobre del 1900) la poesia che trascrivo qui sotto, Rilke si trovava a Berlino e aveva venticinque anni. Negli ultimi dieci anni della sua vita non aveva fatto che viaggiare: Boemia, Austria, Germania, i tre paesi di riferimento della sua famiglia, e poi Italia, Francia, Russia (qui a fianco è ritratto in uno schizzo dell’artista Leonid Pasternak conosciuto proprio nel primo dei suoi viaggi in Russia) e altri posti ancora.

Bisogna pensare che proprio questo suo continuo contatto con tanti Paesi diversi e con tante persone diverse (alcune delle quali erano già, come Tolstoj, o sarebbero state in seguito tra i protagonisti della cultura europea e mondiale) lo avesse indotto, anche a causa della sua straordinaria sensibilità, a sentire una responsabilità universale, verso tutto il mondo e verso tutti i viventi nel mondo. La sorte di tutti i viventi lo riguarda. E lui non si sottrae: accetta di sostenere questo peso sulle spalle: quasi assumendo i contorni di una figura cristologica.

Nei giorni scorsi ho letto un testo che non ha nulla a che vedere con questo di Rilke: è un editoriale di Enzo Bianchi, monaco laico fondatore della comunità di Bose (in provincia di Torino). Questo editoriale ha come titolo Si può sperare solo insieme e si conclude con un appello alla speranza che è anche un appello alla responsabilità comune, alla solidarietà:


Rinasca la solidarietà tra tutti noi appartenenti a un’unica umanità, una solidarietà tra generazioni e popolazioni diverse. Così sapremo impegnarci per affrontare a livello globale i problemi che opprimono l’umanità: cambiamenti climatici, guerre, migrazioni, violazioni dei diritti umani… Si tratta di sperare contro ogni speranza: ma si può sperare solo “insieme”, mai da soli, mai senza l’altro.


Credo che da questi due testi si possa trarre, al di là della volontà dei loro autori così diversi, un significato affine: solo se avremo una comune responsabilità nei confronti del mondo e di coloro che ci vivono, potremo sperare.
È quello che auguro, di tutto cuore, per il 2020 e per gli anni a venire, ai lettori di questo blog.

Rainer Maria Rilke, Ernste Stunde (in: Buch der Bilder), 1902


Wer jetzt weint irgendwo in der Welt,
ohne Grund weint in der Welt,
weint über mich.

Wer jetzt lacht irgendwo in der Nacht,
ohne Grund lacht in der Nacht,
lacht mich aus.

Wer jetzt geht irgendwo in der Welt,
ohne Grund geht in der Welt,
geht zu mir.

Wer jetzt stirbt irgendwo in der Welt,
ohne Grund stirbt in der Welt:
sieht mich an.


Traduzione di Michele Tortorici, Ora grave (in: Il cuore in tasca, Manni, 2016)


Chi adesso piange da qualche parte nel mondo,
senza ragione piange nel mondo,
è per me che piange.

Chi adesso ride da qualche parte nella notte,
senza ragione ride nella notte,
è di me che ride.

Chi adesso cammina da qualche parte nel mondo,
senza ragione cammina nel mondo,
è verso di me che cammina.

Chi adesso muore da qualche parte nel mondo,
senza ragione muore nel mondo,
è lui che mi riguarda.


L’indifferenza

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Dic 162019
 

Nell’attesa abulica del riscaldamento globale

Una volta tanto mi attengo all’attualità. O quasi. Parlo di ciò che è accaduto ieri.

Una mia poesia di qualche anno fa, Le dune e i laghi salmastri (nella raccolta Viaggio all’osteria della terra, Manni, 2012), si concludeva con un verso che potrei definire “sentenzioso” e difatti era, non a caso, un endecasillabo: «Non è concessa a noi l’indifferenza». A noi: cioè, come si ricavava con chiarezza dai versi precedenti, a noi che viviamo su questa terra e che abbiamo discernimento; la poesia potete leggerla qui per intero.

Non vi sembra abbastanza attuale? Non vi sembra che il verso appena ricordato abbia a che vedere con ciò che è accaduto ieri?
Già, difatti: che cosa è accaduto ieri? Ieri è fallito il tentativo di Cop 25 di raggiungere un’intesa su un documento finale. In particolare, le divergenze tra le Parti (Cop è acronimo di Conference of Parties: cioè i vari paesi del mondo) hanno impedito l’attuazione dell’art. 6 dell’Accordo di Parigi di un anno fa: attuazione che era, appunto, l’obiettivo principale di Cop 25. Le Parti sono state divise da contrasti insanabili su come regolare il cosiddetto “mercato del carbonio”.

Che cos’è? cerco di spiegare che cosa ho capito io.
L’articolo 6 dell’Accordo di Parigi consente per un Paese la «mitigazione delle emissioni di gas a effetto serra» anche attraverso la riduzione dei livelli di emissione in un «Paese ospitante, il quale trae beneficio dalle attività di mitigazione risultanti in riduzioni di emissioni che possono anche essere usate da un’altra Parte per ottemperare al proprio contributo determinato a livello nazionale». In questo modo l’articolo 6 dell’Accordo di Parigi mira a «produrre una complessiva mitigazione delle emissioni globali» (sott.: di gas a effetto serra).

(Foto di XR Roma)

Questo articolo è un mezzo imbroglio e non a caso è scritto in una forma molto contorta (anche nell’originale in inglese): in sostanza io, Paese X continuo a produrre emissioni di gas a effetto serra, ma vengo considerato virtuoso se, per esempio piantando alberi, riduco le emissioni in un Paese Y (Paese ospitante), che ne trae beneficio. Cop 25 doveva stabilire come regolare questo imbroglio. Alcuni paesi (USA, Cina, India, Arabia Saudita, Australia: tra i più grandi produttori di petrolio, di carbone e comunque di gas a effetto serra) non ne hanno voluto proprio sapere di mettersi a discutere; il Brasile ha proposto di trasformare questo imbroglio semplice (e, comunque, a impatto zero per il pianeta, cioè emissioni né ridotte né aumentate) in un imbroglio doppio: la riduzione di emissioni si sarebbe dovuta considerare due volte, una per il Paese X e una per il Paese Y; il questo modo il Paese Y avrebbe potuto a sua volta produrre emissioni corrispondenti a quelle ridotte sul suo territorio dal Paese X. Risultato: anziché impatto zero per il pianeta, la possibilità di un aumento illimitato delle emissioni; un film di Totò trasferito dal genere comico a quello tragico. L’Unione Europea e altri Paesi si sono opposti e hanno preferito rinunciare a un accordo pur di non firmare un accordo farsa. Quindi, come se nulla fosse, tutto continuerà come prima: almeno fino a giugno 2020.
Ieri sera la notizia del fallimento di Cop 25 non era nell’apertura di nessuno dei telegiornali (che sono riuscito a vedere). E oggi non si trovava al primo posto sulla prima pagina di nessuno dei quotidiani italiani (tra quelli che il mio gentile edicolante mi ha mostrato: grazie, Franco!). La parola che descrive bene l’insieme delle reazioni a questa notizia è indifferenza. Soltanto pochi (o molti, a seconda della prospettiva) attivisti “verdi”, guardati con supponenza o con fastidio, hanno reagito con toni allarmati o con azioni dimostrative forti (qui sopra una foto della performance shock realizzata dagli aderenti a Extinction Rebellion al laghetto dell’Eur a Roma).

Illustrazione di Marco Vagnini
per il libro Fine e principio

Qualche anno dopo la pubblicazione della poesia della quale ho parlato all’inizio di questo intervento, in un libriccino impreziosito dalle illustrazioni di Marco Vagnini, Fine e principio (Anicia, 2015), ho immaginato che la fine del mondo dovuta alle estreme conseguenze del riscaldamento globale avvenisse «in un giorno come tanti» nella più completa indifferenza generale.
La poesia si intitola, appunto, Il sole è precipitato in un giorno come tanti e prende spunto dal mito di Fetonte così come ce lo ha tramandato Ovidio. Nei miei versi il fenomeno è descritto in quello che potrei definire il “diario impossibile” (come potrebbe essersi conservato, dopo la fine del mondo?) di un impiegato che va al lavoro e che, sin dall’inizio, dichiara: «Eravamo / come sempre occupati nelle nostre / attività quotidiane e non ci fregava niente di tutto il resto: poteva succedere / qualunque cosa e neanche / ce ne accorgevamo».
Ecco: se escludo la consapevole preoccupazione  dei pochi (o molti) attivisti dei quali parlavo prima, vedo quasi dappertutto nel mondo una totale indifferenza: la stessa che caratterizza il protagonista di questa poesia e che noi, viventi su questa terra e dotati di discernimento, non dovremmo avere mai, non dico di fronte a fenomeni estremi che minacciano l’esistenza del genere umano, ma di fronte a nessun accadimento.

Naturalmente, il testo della poesia è, come ho detto, un “diario impossibile” e ciò attenua il pessimismo di questi miei versi che, altrimenti, potrebbero essere definiti “catastrofisti”. Invece si propongono soltanto di ricordare a tutti che «non è concessa a noi l’indifferenza».

Michele Tortorici, Il sole è precipitato in un giorno come tanti (da Fine e principio, Anicia, 2015)


«Tum vero Phaethon cunctis e partibus orbem
adspicit accensum nec tantos sustinet aestus»
Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, II, vv. 227-228

Il sole è precipitato in un giorno come tanti. Eravamo
al solito occupati nelle nostre
attività quotidiane e non ci fregava niente di tutto il resto: poteva succedere
qualunque cosa e neanche
ce ne accorgevamo. Molti di noi, come capita,
erano usciti di casa malvolentieri. Per esempio, la sera precedente io
avevo trovato posto per la macchina lontano da casa e quel giorno, un giorno
come tanti altri, mi ero dovuto alzare ancora più presto del solito per fare a piedi
un tratto piuttosto lungo – dieci minuti, un quarto d’ora – e riuscire
ad arrivare sulla via Appia prima che il traffico si fermasse del tutto. Ma c’era,
ne sono sicuro, chi si trovava con la stessa mala voglia
– magari la macchina più vicina a casa – dall’altra
parte del mondo: naturalmente non so come si chiamano le loro vie
né se anche lì, lungo una qualche strada simile
alla via Appia il traffico si ferma
del tutto a certe ore, forse no; da quella
parte del mondo non sono mai stato, non so altro che un po’ di geografia
imparata al ginnasio, ripassata
casualmente con qualche programma tivù di Geographic Channel, e conosco
abbastanza bene soltanto
il torneo di tennis che si gioca a Melbourne, uno dei quattro
del grande slam,
e le squadre di rugby di Australia e Nuova Zelanda.

Il sole è precipitato in un giorno che, al solito, c’erano già le file, nonostante
le precauzioni che molti di noi – io, tra gli altri, con una levataccia che lo stomaco
mi saliva ancora fino alle orecchie – avevano prese per partire
presto. Arrivare
al lavoro, insomma, era stato già difficile. Perciò, una volta arrivati, eravamo
così storditi che, se già prima non ci fregava niente
di tutto il resto, figuriamoci adesso: poteva succedere
qualunque cosa. Mentre stavamo in fila,
i cantieri avevano cominciato i lavori: noi
che eravamo passati per la via Appia avevamo visto gli operai fare salire
e scendere le funi dalle carrucole montate sulle impalcature
del palazzo in ristrutturazione a largo dei Colli albani. I negozi, invece,
dovevano ancora aprire, tranne bar, edicole,
è ovvio, e pochi altri. Ancora più tardi avrebbero aperto
i centri commerciali, però era giovedì, mancavano
due giorni al sabato. Il sabato ai centri commerciali saremmo
andati tutti per fare due passi.

Il giorno che il sole è precipitato, c’è stato uno nel mio ufficio che per primo
ha visto il chiarore
diventare troppo forte e ha detto: «Ma che cazzo fanno? Qualcuno
abbassi le serrande!». Poi, quando anche il caldo è diventato
troppo forte, ha detto: «Ma che cazzo fanno? Qualcuno
accenda l’aria condizionata». E ha aggiunto: «Che? siete scemi?». C’era,
ne sono sicuro, chi si trovava con la stessa mala voglia dall’altra
parte del mondo: avranno anche loro cantieri
che aprono già la mattina presto e negozi
che aprono un poco più tardi e uffici dove c’è uno che è il primo
ogni volta a dire le cose
che magari anche gli altri pensano, ma se le tengono
per sé. Centri commerciali? Dall’altra
parte del mondo? Figuriamoci. Il sabato
sarebbero stati tutti là anche loro. Mancavano
due giorni (forse per loro ne mancava uno
soltanto, ma non importa), sarebbero stati tutti là,
se il sabato fosse venuto, ci scommetto. Per quanto riguarda
gli uffici, poi, si alzano
anche da loro e si abbassano
le serrande o le tende o quello che hanno. E quando
fa caldo si accende
l’aria condizionata. Insomma,
immagino che tutto andasse dovunque come era sempre andato. Però
non ci eravamo accorti che era alla fine, sì era proprio alla fine quell’andare lì.

Nel mio ufficio, solo dopo che quel tipo ci aveva detto «Che, siete scemi?»
abbiamo cominciato a porre mente locale sul fatto
che stava succedendo qualcosa di irreparabile, di solito quello era uno educato,
noioso sì, ma educato. La parola fine ha cominciato
a circolare prima in una stanza, poi in un’altra, poi in tutto il corridoio. Allora
la prima cosa che abbiamo fatto è stata attaccare briga
perché volevamo stabilire di chi era la responsabilità. In nessun modo
riuscivamo a metterci d’accordo. La produzione di CO2 era additata,
neanche a dirlo, da tutti come la principale colpevole: quel maledetto traffico
sulla via Appia per entrare a Roma la mattina. E poi il sabato mattina, quando
non c’era da fare la fila per andare al lavoro, quell’altro
traffico – maledetto sia
anche lui, abbiamo pensato; forse
uno di noi, il solito, lo ha anche detto, non ricordo – quell’altro
traffico verso centri commerciali, outlet, posti
dove fare due passi, comunque
ci si alzava più tardi, la sera prima si pagava
quell’ora di parcheggio in più per arrivare fino alle nove e non avere
problemi con i vigili: tutto a posto,
dunque. A posto un accidente. La produzione di CO2 era additata
con foga da tutti come la principale colpevole, quindi che c’entravamo
noi? Se c’era
da stabilire di chi era la responsabilità, bisognava
cercare da qualche altra parte. Questo pensavamo. In nessun modo,
però riuscivamo
a metterci d’accordo su questa altra parte dove cercare. Da che parte? Intanto
c’era sempre quel tipo, il solito, nel mio ufficio che, mentre tutti stavamo
a litigare, gridava più forte come se volesse
metterci d’accordo: «Qualcuno
accenda l’aria condizionata». E aggiungeva: «Che? siete scemi?». Non ricordo
altro. C’è altro
che dovrei ricordare? Non credo, perché proprio allora
il sole è precipitato, questa fu, almeno, la nostra ultima impressione.


La lingua «umile e alta» del teatro di Eduardo

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Ott 262019
 

Perché tutti noi abbiamo in mente la frase «Ha da passà ‘a nuttata»

Il 24 ottobre scorso un autorevole commentatore de “La Stampa”, a proposito della deposizione del Presidente del Consiglio al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (sui giornali trovate scritto Copasir), ha affermato, a conclusione del suo articolo: «Sta di fatto che ‘a nuttata sembra passata» (Francesco Bei, p. 21). Ora, il fatto che un giornalista romano usi su un giornale torinese un’espressione napoletana ci dà la misura di quanto questa espressione che contiene «’a nuttata» legata al verbo “passare” sia entrata non soltanto nel lessico comune, ma nell’immaginario collettivo di noi italiani. Si tratta di un vero miracolo. Ho già spiegato in un altro post che l’immaginario collettivo degli italiani è, in sostanza, defunto: perciò parlo di miracolo e perciò vorrei spiegarne qui la ragione. Lo faccio anche prendendo spunto da un breve intervento che ho svolto al “convegno-festa” che Velletri, la città dove risiedo, ha dedicato qualche tempo fa al suo cittadino onorario Eduardo De Filippo, un intervento del quale in molti mi hanno chiesto la pubblicazione: eccoli accontentati.
La ragione del miracolo del quale ho parlato risiede nella scelta linguistica che Eduardo ha operato, con straordinaria consapevolezza e lungimiranza, nella fase che possiamo chiamare della “rinascita” del suo teatro, tra il 1945 e il 1946. Per parlare di questa scelta linguistica la prendo, come spesso mi capita, un po’ alla lontana.

Voglio ricordare infatti, in primo luogo, i primi versi del XXXIII canto del Paradiso dantesco. «Vergine madre, figlia del tuo figlio, / umile e alta più che creatura». Tra poco sarà chiaro perché comincio proprio da qui.
Vorrei fare osservare un fatto singolare e, forse, poco sottolineato dai dantisti: i due aggettivi che Dante rivolge alla Vergine, «umile e alta», corrispondono alle qualità che egli stesso, o l’eventuale altro autore della lettera a Can Grande della Scala, se questa lettera è falsa [1], attribuisce alla lingua della Commedia: Commedia, appunto, o meglio, Comedìa, perché scritta nel linguaggio proprio dello stile comico. Quest’ultimo, che consente a Dante l’uso del volgare al posto del latino, secondo l’ordine medievale degli stili, può scendere molto in basso, perché è «humilis quia locutio vulgaris in qua et muliercule comunicant» (“humilis”, appunto, come la Vergine). Eppure, come Dante poteva affermare in base a un’osservazione di Orazio, talvolta quello stesso stile poteva anche fare salire alta la propria voce (“alta”, appunto, come la Vergine) [2]. Insomma, Dante si inventa una lingua che, «umile e alta», dotata delle qualità proprie della Vergine, si rivela perciò stesso onnicomprensiva e spazza via, con ciò, tutte le suddivisioni medievali, anche se a esse ancora si riferisce, almeno in linea teorica e con una non lieve forzatura di quanto affermato da Orazio, per non scandalizzare troppo i dotti contemporanei.

Dopo questo momento fondante della lingua italiana – della lingua più ancora che della letteratura – e dopo la lirica di Petrarca che, trenta o quarant’anni dopo, rovescia l’assunto dantesco e afferma nei fatti l’esigenza di una lingua selezionata solo verso l’alto, la storia letteraria italiana ha vissuto, almeno fino a Manzoni, una dicotomia: da una parte – la parte vincente, addirittura trionfante –, il petrarchismo linguistico che furoreggia nelle corti e tra i dotti, ma che separa per secoli letteratura e popolo; dall’altra, alcune eccezioni di invenzione linguistica onnicomprensiva, un’invenzione spesso basata su un dialetto, e qualche volta addirittura su lingue esplicitamente artificiali. Non posso fare qui la storia di questa dicotomia né del superamento che di essa si è avuto con il Manzoni e dopo di lui. Quello che qui interessa è che Eduardo, un secolo dopo che quella dicotomia era stata ricucita, si inventa anche lui una lingua «umile e alta» compiendo una scelta dalle conseguenze sensazionali.

Già, perché la lingua che Eduardo inventa e adopera per il suo teatro a cominciare dalla svolta degli anni 1945-1946, non coincide affatto, come si sarebbe portati a credere, con il dialetto napoletano. Essa infatti non ha più nulla di “naturalistico”, nulla di “mimetico” e non è più, nemmeno, quella del teatro che Eduardo stesso aveva praticato negli anni Venti e Trenta. La lingua del nuovo teatro di Eduardo, da quegli anni del dopoguerra in poi, è invece un prodigioso pastiche di dialetto e lingua nazionale sul quale agisce la straordinaria lezione di Giambattista Basile, con il suo Cunto de li cunti. Vale la pena ricordare qui, a questo proposito, che uno degli ultimi lavori di Eduardo sarà la traduzione della Tempesta di Shakespeare proprio nel napoletano ibrido e sostanzialmente “inventato” del Basile.

Ma, perché quella scelta? E perché proprio in quegli anni? Dopo i primi tentativi teatrali, basati sulla farsa tradizionale e culminati con il Natale in casa Cupiello (1931), Eduardo autore, che nel frattempo aveva cominciato a guardare a Pirandello anche come attore e capocomico [3], non poté essere più soddisfatto dei testi dialettali che scriveva o che metteva in scena. Eduardo aveva capito che il grande apporto di Pirandello al teatro italiano (anzi, al teatro mondiale) era stato, per dirla qui nel modo più rapido possibile e quindi con inevitabile semplificazione, quello di allargare il campo di realtà rappresentabile sul palcoscenico. L’aveva capito e aveva anche l’ambizione di fare di più: questo ‘di più’ Eduardo era convinto di poterlo fare proprio sul terreno del linguaggio. Poteva, ancora una volta semplificando, sfondare verso il basso e ampliare in quella direzione il campo di realtà rappresentabile sul palcoscenico che Pirandello aveva così genialmente allargato.
Da qui la ricerca e l’uso di una lingua «umile e alta», capace sì, di raggiungere l’altezza delle vette pirandelliane, ma anche, se necessario, di sporcare di fango il palcoscenico.

Per questo i drammi che Eduardo ha scritto e rappresentato nell’immediato dopoguerra costituiscono qualcosa di nuovissimo. Talmente nuovo che egli stesso sente il dovere di sottolinearlo con una apparente svista nella sceneggiatura di Napoli milionaria, il dramma scritto e rappresentato nel 1945. Qui, la lunga didascalia iniziale, che descrive la scena in italiano (come fanno sempre le didascalie, anche quelle delle farse dialettali), comincia con le parole: «’O vascio ‘e donn’Amalia Jovine». Con queste parole Eduardo mette la sua bandiera sul campo appena conquistato: rende chiaro, a chi non riuscisse a capirlo con il solo testo della commedia, qual è il suo proposito.

I drammi di Eduardo del 1945-1946, Napoli milionaria e Questi fantasmi parlano entrambi della vita e della morte e dell’incombere del Male (quello con la M maiuscola). È per parlare di questo che Eduardo ha bisogno di una lingua «umile e alta».

«’O vascio ‘e donn’Amalia Jovine» è un luogo – il più basso possibile, persino nel nome che compare nella didascalia (in italiano sarebbe stato:  “abitazione a pianterreno”, “abitazione affacciata sulla strada”) – dove si gioca con la vita e con la morte: si gioca davvero, tanto che tutti ricorderanno la scena in cui il protagonista si finge morto per non farsi arrestare. Sulla soglia di quel «vascio» occhieggia il Male: i piccoli traffici di donna Amalia che diventeranno vero e proprio mercato nero con il prosieguo della guerra. Tutto il dramma è una sorta di pendolo che oscilla tra la vita e la morte alla presenza muta del Male, vero convitato di pietra in quel «vascio».

Poiché volevo fare due esempi della funzione che ha la lingua «umile e alta» nel costruire il teatro di Eduardo, comincio proprio da uno che riguarda Napoli milionaria: e faccio l’esempio più scontato, la battuta finale del dramma: quella dalla quale ho preso le mosse a proposito dell’articolo apparso su “La Stampa”. La frase famosissima è «Ha da passà ‘a nuttata». È una battuta sulla quale l’autore ha riflettuto per decenni, fino a cambiarla, oltre trent’anni dopo, nel finale della trasformazione del testo in libretto d’opera per le musiche di Nino Rota, con: «La guerra non è finita e non è finito niente». E tuttavia essa, così com’era, è entrata da subito nel nostro immaginario e nel nostro linguaggio di mulierculae che parliamo tutti i giorni – né sembra, ancora oggi, volerne uscire.
Dalla prima all’ultima delle sette sillabe di questa frase oscilla il pendolo della vita e della morte della figlia più piccola di donn’Amalia e di Gennaro Jovine. Non è, come è stata interpretata (e per questo criticata e per questo anche cambiata infine dallo stesso Eduardo), una battuta ottimistica. È un pendolo, appunto. E questo pendolo, forse l’avete sentito, ha un ritmo: ho parlato di sette sillabe; in realtà quella battuta ha proprio il ritmo di un settenario. A me, tra i mille altri versi che nella lirica italiana hanno quel ritmo, ne è venuto in mente uno del Cinque maggio manzoniano, quando il poeta parla delle fede: «Bella, immortal benefica / fede ai trionfi avvezza». È un verso di quella sorta di preghiera finale nella quale Manzoni, ringraziato Dio per aver lasciato una più grande impronta di sé su uno in particolare dei mortali, riconosce la presenza della fede nel Napoleone morente. E anche in Eduardo, quella frase, con quel ritmo, è più una preghiera che una constatazione. In una lingua «umile e alta», sporca di fango e capace di attingere il cielo.

Il secondo esempio lo traggo da Questi fantasmi: altro che «tema dell’adulterio, tra spunti comici e situazioni grottesche», come ho letto su un testo scolastico. Anche Questi fantasmi è un dramma sulla vita e sulla morte e anche questo dramma ha bisogno di una lingua che copra l’estensione che separa il fango dal cielo: la comicità e il grottesco servono, quando ci sono, proprio a questo. Ebbene, in Questi fantasmi c’è una frase, pure in questo caso in dialetto, che segna il passaggio del protagonista Pasquale Lojacono dal dialogo con i vivi al dialogo con i morti o creduti tali da lui. Il momento nel quale viene pronunciata questa frase è di tregua apparente: Lojacono parla con il suo famoso dirimpettaio e minimizza la possibilità che l’appartamento da lui appena affittato sia infestato dai fantasmi. Proprio in quel momento Carmela, la sorella del portiere, si affaccia, dietro le imposte del balcone. «È una donna di quarantacinque anni o cinquant’anni – scrive Eduardo nella didascalia di scena –, ma ne dimostra settanta. Veste da popolana trascurata e sciamannata. I capelli, scomposti e arruffati, sono completamente bianchi». Appena la vede, Lojacono, che qualche dubbio, contrariamente a quanto affermava con il suo dirimpettaio, se lo era fatto venire, terrorizzato grida: «Che vuoi? Chi sei?». È la prima volta che si rivolge a quella che, in quel momento, lui crede un’anima dannata; e riceve questa risposta: «’A sora d’ ‘o guardaporta». Naturalmente, poco dopo il protagonista si renderà conto dell’equivoco, e tuttavia proprio in quelle parole si verifica e si rivela la svolta del dramma: da quel momento Lojacono parlerà con altri interlocutori nella perfetta convinzione che si tratti di “anime dannate”. E quando l’amante della moglie, che aveva finto di essere una di queste, si troverà faccia a faccia con lui, ecco che cosa dice Lojacono, quasi in chiusura di Questi fantasmi:


Parlanno cu’ te me sento vicino a Dio, me sento piccirillo piccirillo … me sento niente … e mi fa piacere sentirmi niente, così posso liberarmi del peso del mio essere che mi opprime!


Questa frase rivela perfettamente la natura composita del pastiche linguistico eduardiano che mischia con straordinaria creatività dialetto e lingua nazionale. Probabilmente Eduardo non conosceva allora il ponderoso saggio di Sartre L’essere e il nulla, uscito in Francia nel ’43, ma in Italia solo nel ’58. Conosceva certamente, però, le posizioni dell’esistenzialismo europeo, conosceva il Sartre autore teatrale: e comunque, in poche parole della sua lingua «umile e alta», sintetizza l’oggetto delle riflessioni esposte nel saggio di settecento pagine del filosofo francese.

Altro che commedia sull’adulterio: qui ci troviamo veramente davanti all’umile e all’alto della vita, anzi all’umile e all’alto del rapporto dell’essere con il niente: uno dei pilastri della cultura del Novecento.
E tutto era cominciato con le poche parole di una vera e propria muliercula: «’A sora d’ ‘o guardaporta», parole che formano anch’esse un verso, un ottonario perfetto, anche se inusuale nella disposizione degli accenti: ma ne troviamo alcuni con un ritmo quasi identico, guarda caso, ancora in Manzoni. Sono i primi versi dell’Inno sacro La Risurrezione: «È risorto: or come a morte / la sua preda fu ritolta? / come ha vinte l’atre porte, / come è salvo un’altra volta». Anche in questo caso, io non so se Eduardo avesse in mente quel verso (di un Inno che comunque è notissimo e che sembra risuonare, con le sue rime, nella frase pronunciata da Carmela), ma certo vita e morte sono dentro a quei versi manzoniani come in pochi altri della nostra storia letteraria.

Comunque sia, un fatto è certo: con la sua lingua «umile e alta» Eduardo ha creato un teatro che parla sì di vita, di morte, di essere, di niente, ma non come potrebbe fare un filosofo, piuttosto come potrebbe parlarne uno di noi, uno di noi, in particolare, che non si vergogna, almeno in certi momenti, di ridere e di far ridere a crepapelle sugli argomenti più seri. Insomma, come uno di noi mulierculae.

E difatti il teatro di Eduardo non ha mai smesso di parlare a ciascuno di noi. E credo che, con quella sua lingua «umile e alta», ancora per un bel po’ non smetterà di farlo.


[1] La questione della autenticità della Epistola XIII è viva esattamente da due secoli poiché fu sollevata da Filippo Scolari, in: Note ad alcuni luoghi delli primi cinque canti della Divina Commedia, Venezia, Picotti, 1819, pp. 12-21. È impossibile qui, anche solo tentare una sintesi del problema. Basterà dire che dopo decenni di prevalenza della tesi secondo la quale l’Epistola XIII era un’abile e dotta falsificazione, prevale oggi quella della autenticità. Per le ultime puntualizzazioni critiche sulla questione si veda la Nota introduttiva di Luca Azzetta al testo dell’Epistola XIII in: Dante Alighieri, Le Opere, Nuova edizione commentata delle Opere di Dante, Salerno Editrice, Roma, 2016, vol. IV, pp. 273-297.
[2] Orazio, Ars Poetica, vv. 93-96. I versi citati da Dante nell’Epistola XIII sono i seguenti: «Interdum tamen et vocem comedia tollit, / iratusque Chremes tumido delitigat ore; et tragicus plerunque dolet sermone / pedestri Telephus et Peleus» [Talvolta, tuttavia, anche la commedia fa salire alta la voce, e Cremete, irato, litiga con linguaggio magniloquente; e nella tragedia Tèlefo e Peleo esprimono il dolore con parole pedestri]. Cremete, maschera comica greco-romana, è tra l’altro, il protagonista dell’Heautontimorumenos di Terenzio; Telefo, re di Misia, è protagonista di una delle tragedie perdute di Euripide; Peleo è a sua volta protagonista di tragedie perdute di Sofocle e di Euripide.
[3] Su suggerimento dello stesso autore, Eduardo curò nel 1936 un adattamento in dialetto napoletano del Berretto a sonagli di Pirandello.

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