Due poesie di Pascoli

 Posted by  Critica letteraria  Commenti disabilitati su Due poesie di Pascoli
Gen 022011
 

La neve: un’immagine “leggera” del confondersi di vita e morte

Passati i giorni di Natale e Capodanno, passati i giorni della neve, propongo la lettura di due poesie di Giovanni Pascoli che dalla neve prendono spunto, Ceppo e Orfano, tratte dalla raccolta Myricae pubblicata nel 1891 (sono la seconda e la quarta poesia della sezione Creature). Non sono versi di festa. Hanno anzi al centro il tema della morte. Ma questo tema si intreccia con quello del sogno e con alcuni inconfondibili simboli della vita, il giardino fiorito e il fuoco. Il senso di queste due poesie si sposta perciò su un piano diverso.

L’uso della neve come immagine del confondersi di vita e morte, cioè del divenire intorno a noi, è ben più antico di queste poesie: la sua origine è nei bellissimi versi conclusivi del primo capitolo del Triumphus mortis di Francesco Petrarca. Eccoli:


 Pallida no, ma più che neve bianca
che senza venti in un bel colle fiocchi,
parea posar come persona stanca:

 quasi un dolce dormir ne’ suo’ belli occhi,
sendo lo spirto già da lei diviso,
era quel che morir chiaman gli sciocchi:

 Morte bella parea nel suo bel viso.


Come è noto, questa immagine petrarchesca richiama a sua volta un verso di Guido Cavalcanti (nel sonetto Biltà di donna e di saccente core): «e bianca neve scender senza venti»; verso ripreso, prima che da Petrarca, da Dante nel XIV canto dell’Inferno (v. 30): «come di neve in alpe sanza vento». Di questi due versi apparentemente quasi identici, Italo Calvino ha ricordato a suo tempo (1985), nel testo sulla Leggerezza delle sue Lezioni americane, la profonda diversità. Il secondo, con il «come» che lo introduce, «rinchiude tutta la scena nella cornice d’una metafora, ma all’interno di questa cornice essa ha una sua realtà concreta, così come una realtà non meno concreta e drammatica ha il paesaggio dell’Inferno sotto una pioggia di fuoco, per illustrare il quale viene introdotta la similitudine con la neve». Nel verso di Guido Cavalcanti, invece, «l’aggettivo “bianca”, che potrebbe sembrare pleonastico, unito al verbo “scendere”, anch’esso del tutto prevedibile, cancellano il paesaggio in un’atmosfera di sospesa astrazione». È il linguaggio della «leggerezza» che Cavalcanti, nella lettura di Calvino, ha donato alla nostra letteratura.

Ora, i versi di Petrarca riprendono la leggerezza del verso di Cavalcanti e proprio per questo la neve viene usata per confondere nel lettore la percezione della vita e della morte: non si sa più, nel divenire intorno a noi, se quella di cui leggiamo sia vita o sia morte. Ma una cosa è certa: nelle parole di Petrarca si tratta di «quel che morir chiaman gli sciocchi». E noi non vogliamo essere «sciocchi».

Pascoli, dicevo, conosce bene questa storia dell’immagine della neve associata a «quel che morir chiaman gli sciocchi». Anzi, vuol farci sapere che la conosce. E dunque, nella prima delle due poesie riportate, Ceppo, richiama, con le due penultime rime, le rime del Triumphus mortis petrarchesco (bianca/stanca – stanca/bianca). Chi non se ne fosse ancora accorto, a questo punto, alla fine della poesia, deve capirlo. La Madonna che, con Gesù in braccio, la notte di Natale visita una madre che muore – anzi, mentre muore – si colloca su un discrimine che solo un’immagine di leggerezza può additare (non “descrivere”, solo “additare”) in una commistione di realtà e sogno persino dichiarata nell’ultimo verso della poesia. Anche l’orfano, per opera delle parole della vecchia, si colloca in quel discrimine. E anche per lui realtà e sogno si mischiano nella leggerissima immagine del giardino.

Ecco allora le due poesie, nel testo tratto dall’edizione: Giovanni Pascoli, Poesie, Oscar Classici, Arnoldo Mondadori editore, Milano 1974, III edizione.

Giovanni Pascoli, Ceppo


È mezzanotte. Nevica. Alla pieve
suonano a doppio; suonano l’entrata.
Va la Madonna bianca tra la neve:
spinge una porta; l’apre: era accostata.
Entra nella capanna: la cucina
è piena d’un sentor di medicina.
Un bricco al fuoco s’ode borbottare:
piccolo il ceppo brucia al focolare.

Un gran silenzio. Sono a messa? Bene.
Gesù trema; Maria si accosta al fuoco.
Ma ecco un suono, un rantolo che viene
di su, sempre più fievole e più roco.
Il bricco versa e sfrigge: la campana,
col vento, or s’avvicina, or s’allontana.
La Madonna, con una mano al cuore,
geme: Una mamma, figlio mio, che muore!

E piano piano, col suo bimbo fiso
nel ceppo, torna all’uscio, apre, s’avvia.
Il ceppo sbracia e crepita improvviso,
il bricco versa e sfrigola via via:
quel rantolo… è finito. O Maria stanca!
bianca tu passi tra la neve bianca.
Suona d’intorno il doppio dell’entrata:
voce velata, malata, sognata.


Giovanni Pascoli, Orfano


Lenta la neve fiocca, fiocca, fiocca.
Senti: una zana dondola pian piano.
Un bimbo piange, il piccol dito in bocca;
canta una vecchia, il mento sulla mano.
La vecchia canta: Intorno al tuo lettino
c’è rose e gigli, tutto un bel giardino.
Nel bel giardino il bimbo s’addormenta.
La neve fiocca lenta, lenta, lenta.


Di questa poesia, nella Nota alla sesta edizione (1903), Pascoli cita la traduzione di «un gentile amico, Domenico Mosca. In che lingua? In una lingua fraterna», dunque nel dialetto romagnolo.


La naiv, dadora, flocca flocca flocca:
taidla: üna chüna in stüva va vi e nan.
Un pitschen crida, cul daitin in bocca;
la nonna chanta, cul misun sül man.
La nonna chanta: Intuorn a teis lettin,
da rosas, gilgias es ün bel zardin.
Nel bel zardin il pitschen ‘s drumanzet.
Dador la naiv flocca planet planet.


Dov’è la poesia?

 Posted by  Critica letteraria  Commenti disabilitati su Dov’è la poesia?
Dic 222009
 

Tra i libri del decennio neppure un libro di poesia

La fine d’anno, si sa, è epoca di rendiconti. La fine del decennio induce spesso – verrebbe da dire: purtroppo – a rendiconti ancora più impegnativi.
In questa profluvie di giudizi decennali, sei esperti sono stati scelti da “Repubblica” per dire la loro sui dieci migliori libri del decennio appena trascorso. Naturalmente, sulle scelte di questi esperti si potrebbe discutere molto, come su qualsiasi “canone” (e sarebbe inutile: mi domando comunque perché a nessuno dei sei sia venuto in mente di segnalare quello che per me, certamente inesperto, è il libro più straordinario del decennio passato: Il seminatore, libro d’esordio – ma subito un capolavoro – del non giovane esordiente Mario Cavatore). Tuttavia ha ragione Valerio Magrelli (in Siamo poeti maledetti, la top ten ci è proibita, sulla stessa “Repubblica” del 19 dicembre 2009 che pubblicava i risultati dell’indagine) a non porsi il problema dell’uno o dell’altro dei libri scelti, quanto piuttosto la domanda: «perché non c’è neppure un libro di poesia?».

Magrelli si dichiara dell’idea «che, alla base di tutto stia una questione legata al puro sforzo. […] Infatti, tanto l’analisi quanto la narrazione immergono il lettore in un flusso potente e continuo, in una corrente di senso che lo trascina via quasi suo malgrado. Con la poesia, invece, accade il contrario. Qui, sta al lettore mettere in moto il testo. Sta a lui, e soltanto a lui, farsi forza, sospingerlo, azionarlo. È un tipo di lettura diverso, impegnativo e energetico, in quanto esclude ogni forma di passività».

Sono pienamente d’accordo. Ma credo che ci sia anche dell’altro.

Non dico niente di nuovo, ma si tratta di qualcosa che i nostri tempi hanno fatto maturare come non mai e alla quale ho l’impressione che non si possa, per ora, porre rimedio. Questo altro di cui parlo è l’assoluta inutilità della poesia. L’ha affermata con perentoria convinzione, come è noto, Eugenio Montale nel discorso pronunciato per la cerimonia di attribuzione del premio Nobel. Era il 1975 e Montale affermava che «uno dei pericoli del nostro tempo è quella mercificazione dell’inutile alla quale sono sensibili particolarmente i giovanissimi». Da questa considerazione faceva poi discendere la sua famosa affermazione: «In ogni modo io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà. Ma non è il solo, essendo la poesia una produzione o una malattia assolutamente endemica e incurabile».

Ecco, io credo nella assoluta inutilità della poesia e nel fatto che essa sia una malattia endemica. E credo anche che, proprio per questi suoi due caratteri, non ci sia nessuno che, oggi, abbia voglia di collocarla in canoni e classifiche.
Essa è infatti una “inutilità” assolutamente non mercificabile. Non tanto perché non offre, di per sé, mezzi di sostentamento. E ben lo sapeva Montale che, nonostante la fama (anche precedente al nobel ricevuto), ha sempre dovuto vivere di altro che dei diritti d’autore dei suoi non molti libri di poesia. La non mercificabilità della poesia dipende oggi dal suo contrapporsi assoluto a ogni valore di “produttività”, cioè a quel valore che sembra porsi (ed è, di fatto, posto da quasi tutti) in cima alla scala dei valori sociali. Nello stesso discorso per il Nobel, Montale ricorda appena, di sfuggita («non ti curar di lor, ma guarda e passa» gli suggeriva Dante), coloro che, anche tra i colleghi italiani, lo avevano ritenuto inadatto per il premio accusandolo di «una produzione scarsa». Ma proprio questo, sempre più, rende incompatibile la poesia con i valori sociali affermati. Guarda tu! può anche succedere che un poeta sia grande non per quanto ha prodotto, ma per pochi grandissimi versi! Oggi il fatto di essere valutati per quanto produciamo e non per come viviamo ci viene presentato tutti i giorni come una rosea prospettiva del nostro tempo, con una tale tracotanza e da una tale maggioranza di italiani che non possiamo che soggiacere. Come segnalare, e a chi, che nel mondo «c’è un largo spazio per l’inutile» e che tentare di mercificare anche questo spazio è «uno dei pericoli del nostro tempo»?

Però, la poesia, oltre a essere inutile, è anche una malattia endemica. Non sfocia in epidemie, come l’influenza A, ma non si leva di torno. La sua inutilità si affaccia costantemente come una provocazione. Allora ci pensano gli “esperti”. Assumono, in questo caso, la funzione educativa rivendicata con forza, nel romanzo di Kaled Hosseini, dal padre del protagonista del Cacciatore di aquiloni. Il quale dava al figlio questo insegnamento, perché lo tenesse bene a mente: «Gli uomini veri non leggono versi e Dio ci scampi da quelli che li scrivono!». A dispetto di quell’insegnamento, il romanzo ci dice che Hassan continuò a leggere versi e a scriverne. Il problema delle malattie endemiche è che non si diffondono, ma neanche si estinguono.

E, a dispetto di tutti gli “esperti”, anche la poesia, tenuta lontana oggi dalla top ten, non si estinguerà. Le saranno alleati, consapevolmente o no, tutti coloro che, per proprio conto, per il senso e la dignità del proprio essere persone umane, difenderanno lo «spazio per l’inutile» da tutti i tentativi di mercificazione, da tutti i tentativi di renderlo utile.

Non è proprio l’inutilità che ci fa vivere (e morire) meglio?
Viva l’inutilità! E la poesia che ne è, credo, la più alta espressione.

Mario Lunetta: La forma dell’Italia

 Posted by  Critica letteraria, Libri e articoli  Commenti disabilitati su Mario Lunetta: La forma dell’Italia
Apr 272009
 

Un poema di idee

Questi versi sono un processo, un viaggio e una visione […].
È un «poema da compiere» […] non finito, non finibile, come l’orrore che viviamo.
Il filo principale è quello del percorrimento della penisola, il compendio storico-geografico della catastrofe definitiva […].
Non si può aver compreso il testo e non fare nulla.
La poesia ci chiama in causa, il testo ci cita come testi.
(Dalla Prefazione di Francesco Muzzioli)

In un momento nel quale si sente esaltare la virtù di un «utilizzatore finale» contrapposta al vizio (e al possibile reato) di un inevitabile e speculare ‘avviatore iniziale’ (sarà giusto chiamarlo così?), leggere La forma dell’Italia è come cambiare paese: una sensazione al tempo stesso di esilio e di diverso punto di osservazione, quindi di prospettiva radicalmente diversa da quella alla quale, purtroppo, siamo abituati. Quale italiano onesto non ha pensato, in questi tempi, di “andare in esilio”, di starsene per un po’ lontano da questo paese per respirare un’aria diversa? E, se poi non lo ha fatto, questo si deve proprio al suo essere un italiano onesto. D’altro canto, è la stessa dedica del libro di Lunetta («alla memoria di mio padre Vincenzo e di mia madre Carolina, italiani onesti») a suggerirci questa prospettiva.
«E Foscolo, l’Ugone Niccolò dice soltanto / (Lettera apologetica) “Quanto all’Italia d’oggi, / a me pare fatta cadavere” – nient’altro. // Questa è la forma dell’Italia nelle ore / che stiamo vivendo come passeri strozzati». Se non ce lo dicesse la data posta a suggello del poemetto («Roma e altrove, 2007-2008») e se non ne avessimo già letto ampie anticipazioni circa un anno fa, La forma dell’Italia potrebbe sembrarci un instant book.
Ma, anche attraverso l’esplicita citazione foscoliana posta quasi a conclusione del libro, l’autore, a ogni buon conto, ci avverte che non è così. Dunque non è solo una questione di date, ma è, direi, il carattere originario di questo libro. Il poema di Lunetta è, infatti, un poema di idee e non di fatti. E, in quanto di idee, non può adattarsi a essere di attualità, ma, semmai, d’occasione nel senso più alto che questa espressione ha assunto da quando che Goethe ha definito tutta la sua poesia come «poesia d’occasione». A questo si aggiunga il fatto che queste idee hanno il peso – e lo spessore – di una lunga storia personale e di una lunga storia del pensiero. Pensiero civile, si diceva una volta e si aggiungeva: da Dante al Foscolo.

Ecco il testo completo della mia recensione.

Suffusion theme