Una «soverchiante tempesta emotiva»

Testimonianze dall’oltretomba dantesco

Di recente i giudici della Corte d’Appello di Bologna hanno pubblicato le motivazioni in base alle quali hanno dimezzato la condanna (da trenta a sedici anni) a un omicida per gelosia. A indurre l’uomo al delitto sarebbe stata una «soverchiante tempesta emotiva». È stata questa considerazione che ha influito «sulla misura della responsabilità penale» dell’imputato.

Non voglio qui soffermarmi sulle reazioni a questa sentenza (la più gentile è stata che quei giudici hanno ripristinato il “delitto d’onore”), quanto su una conseguenza che nessuno si aspettava: la notizia delle motivazioni dei giudici di Bologna, passato qualche giorno, il tempo necessario per un viaggio nell’Oltretomba dantesco, è arrivata nell’Empireo, fino alle orecchie del Padre Eterno. Naturalmente Lui, nella sua onniscienza, sapeva ab aeterno che quella sentenza sarebbe stata emessa e che le sue motivazioni sarebbero state quelle che poi effettivamente sono state; e aveva anche preso, ab aeterno, le decisioni del caso: il marzo dell’anno 2019 dell’era volgare avrebbe visto uno sconvolgimento dell’oltretomba solo di poco meno importante di quello avvenuto con la discesa di Cristo agli Inferi.

A quanto risulta da testimoni attendibili che sono riusciti a farmi arrivare le loro dichiarazioni, questo sconvolgimento si è appena verificato. Anche nell’Oltretomba dantesco è stato infatti applicato il principio in base al quale, se un delitto è stato compiuto per impulso di una «soverchiante tempesta emotiva», ciò deve influire sulla misura della responsabilità: dunque sono state emesse nuove sentenze nei confronti delle anime a suo tempo ingiustamente condannate.

Lucifero nella illustrazione di Gustave Doré

Incredibile a dirsi, secondo queste testimonianze, il primo a giovarsi di questa nuova considerazione delle responsabilità è stato, nientemeno, Lucifero. D’altro canto, come è possibile negare che la sua ribellione fosse dovuta a una «soverchiante tempesta emotiva»? Non solo non è possibile negarlo. Ciò risulta con tutta evidenza nell’unico passo dell’Antico Testamento che ne parla: «Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell’aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli? Eppure tu pensavi: Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell’assemblea, nelle parti più remote del settentrione. Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò uguale all’Altissimo. E invece sei stato precipitato negli inferi, nelle profondità dell’abisso!» (Isaia, 14, 12-15). Fin troppo chiaro: un angelo, magari un po’ superbo, vede il trono dell’altissimo e come può non essere colto da una «soverchiante tempesta emotiva» che lo spinge a ribellarsi? Il Padre Eterno, sulla base delle motivazioni dei giudici di Bologna, ha dovuto, almeno parzialmente, riabilitare Lucifero e gli altri angeli a suo tempo insorti contro di Lui. In particolare, Lucifero, non più ritenuto responsabile di ribellione a Dio, è stato estratto dal ghiaccio del Cocito dove era conficcato ed è stato mandato a scontare il ben più lieve peccato di superbia nella prima cornice del Purgatorio.

Ed ecco la sintesi di numerose convergenti testimonianze (tanto per restare nel linguaggio della procedura penale) sul suo arrivo alla nuova destinazione. Sputati dalle sue tre bocche Giuda, Bruto e Cassio, risalita la «natural burella» che porta dall’Inferno al Purgatorio, dopo avere risposto con il gesto dell’ombrello alle rimostranze di Catone che, nella sua qualità di custode di quel regno dell’Oltretomba, voleva fermarlo con le buone o con le cattive, Lucifero, raggiunto il suo più confortevole luogo di pena, si è lasciato docilmente mettere sul collo il pietrone sotto al quale dovrà girare intorno al monte, insieme agli altri penitenti, per espiare il suo peccato.

A questo punto, raccontano i testimoni, è successo l’irreparabile. Al vederselo accanto, con le ali da pipistrello ancora mezze gelate e un aspetto a metà tra quello del mostro infernale e quello dell’angelo, Oderisi da Gubbio, per la sorpresa, si è girato verso la sua sinistra con una mossa improvvisa tanto che il pietrone che gli pesava sul collo gli è caduto sull’alluce del piede destro con due conseguenze orribili: un dolore lancinante e una bestemmia terrificante. Detto fatto, il povero Oderisi – che dopo circa ottocento anni di giri del monte sotto il pietrone, era sul punto di essere promosso al Paradiso – si è ritrovato in un attimo precipitato nel terzo girone del settimo cerchio dell’Inferno, disteso sulla sabbia rovente e sotto una pioggia di fuoco, non lontano da Capaneo che rideva di lui e bestemmiava secondo il suo solito.

Catone, anche in questo caso, aveva provato a fermare Oderisi che correva in direzione vietata, ma stavolta era stato fermato da un crampo al braccio, certo segno della volontà celeste.

Poiché le revisioni dei processi nell’Oltretomba si fanno in tempi brevissimi, pochi istanti dopo il passaggio in direzione vietata da parte di Oderisi, una folla immane costituita da circa i due terzi delle anime dannate (tutte a suo tempo giudicate senza tener conto della «soverchiante tempesta emotiva» che le aveva indotte a peccare) si è assiepata all’ingresso della «natural burella»: un vero pandemonio. Poiché si trattava di anime e non di corpi, sono riuscite a passare a migliaia per volta e, a migliaia, sono transitate correndo davanti all’esterrefatto Catone, tutte, quasi fossero d’accordo, facendo come Lucifero il gesto dell’ombrello e ciascuna scatenata verso la cornice di sua competenza. I vecchi occupanti delle cornici della montagna, sprovviste di parapetti, sono stati spinti di sotto e c’è stato chi, tra loro, a forza di cadere, è precipitato di nuovo nell’Antipurgatorio. Un caos indescrivibile e ingovernabile: in questo le testimonianze sono univoche.

Dei milioni, o forse miliardi, di anime passate in questo modo dalla dannazione perpetua alla speranza del Paradiso, la più nota, quella alla quale, secondo i testimoni, anche le altre guardavano con aria al tempo stesso di compiacimento e di sorpresa, era l’anima di Gianciotto Malatesta, l’omicida di Paolo e Francesca. Il suo peccato, dovuto senza ombra di dubbio a una «soverchiante tempesta emotiva», è stato derubricato da assassinio a tradimento di parenti e affini (punito nella prima zona del nono cerchio, la Caina, proprio nel fondo dell’Inferno) a un atto d’ira dovuto anche alle sue poco felici esperienze di vita. Ciò ha comportato, tenuto conto della pena già scontata, una sua chiamata diretta al Paradiso, dopo un attraversamento pro forma del Purgatorio e una sosta di qualche ora nella cornice degli iracondi. Tutto sarebbe andato per il meglio per l’ormai quasi beato Gianciotto, se, arrivato nel Paradiso terrestre, egli, inesperto delle regole di quel regno dell’Oltretomba, non avesse sessualmente molestato Matelda mentre questa lo immergeva nelle acque del Lete. Detto fatto, ecco un’altra anima percorrere in direzione vietata prima il monte e poi la «natural burella» verso l’Inferno, sempre con la contrarietà di Catone, ancora una volta bloccato con il segno celeste del crampo al braccio mentre cercava di fermare Gianciotto.

Il vero guaio è stato che Gianciotto, tirato fuori da Caina, destinato al Paradiso, è stato infine, in seguito al suo palpeggiamento di Matelda, definitivamente assegnato al cerchio dei lussuriosi. Qui, inutile dirlo, ha trovato Paolo e Francesca che, come due colombi, se ne andavano uniti nella tempesta infernale. Colto da una nuova «soverchiante tempesta emotiva» – come non capirlo! –, trascinato da ben due tempeste, Gianciotto ha dunque tentato di uccidere per la seconda volta i due amanti. Alla fine, il Padre Eterno ha deciso che per lui le motivazioni dei giudici di Bologna erano inapplicabili, che Caina era il posto giusto per fargli scontare la condanna e lo ha conficcato di nuovo nel ghiaccio.

Nel frattempo, aggiungono i testimoni, si è avuto un vero terremoto nelle istituzioni dell’Oltretomba.

Minosse, disgustato dalla sentenza dei giudici di Bologna e, ancor più, dalla sua applicazione nell’Oltretomba, si è dimesso: si è staccato la coda con un morso, l’ha lasciata all’entrata del secondo cerchio dell’Inferno, luogo dove aveva da sempre giudicato i dannati, e, giudicatosi da solo, è andato a conficcarsi nel ghiaccio di Cocito per il gran tradimento che aveva così commesso.

A sua volta, Catone, umiliato dai gestacci di milioni di anime dannate diventate improvvisamente purganti, ancor più umiliato dai segnali inviatigli dal Padre Eterno quando aveva cercato di fermare le anime purganti che correvano in direzione vietata, si è suicidato per la seconda volta affogandosi nell’acqua melmosa delle pendici della montagna del Purgatorio. Detto fatto, questa volta è stato spedito nella selva dei suicidi, trasformato in un cespuglio di mirto e sistemato accanto a Pier delle Vigne dal quale viene ossessionato con le continue lamentele che questi rivolge ai cortigiani di Federico II. Non potendo suicidarsi per la terza volta, Catone si punisce da solo strappandosi i rami e regalandoli a tre suicidi sardi che li usano per fabbricare, in una distilleria clandestina nascosta nella stessa selva, il classico liquore.

Altre testimonianze sono annunciate per i prossimi giorni. Intanto sembra che, assenti Minosse e Catone, nell’Inferno e nel Purgatorio si stia verificando un incontrollato via vai di anime. Per evitare nuovi guai in tutto questo marasma, Matelda è scappata e si aggira sulla terra sotto mentite spoglie (forse nelle vesti di una nuova dirigente del movimento #MeToo), mentre sulle sponde del Lete e dell’Eunoè si sono piazzati al suo posto posteggiatori abusivi che svolgono – abusivamente, appunto – le sue funzioni e che nessuno, neanche il Padre Eterno, riesce a cacciare.

 

Due bugie di Dante

Dedicato a Lydia Spalluto, grande insegnante di italiano
che purtroppo è scomparsa due giorni fa lasciando un vuoto di amicizia, di cultura, di sorrisi in tutti noi che l’abbiamo conosciuta

Il 14 dicembre scorso Bruno Pinchard, presidente della Société Dantesque de France, mi ha presentato al pubblico convenuto nella Salle du Conseil della Sorbonne Nouvelle come un «écrivain rebelle»: «rebelle», sì, per lo stile narrativo adottato nei miei romanzi (Due perfetti sconosciuti è stato tradotto ed è ben conosciuto in Francia); ma soprattutto a causa delle ricerche che ho svolto su Ciacco e Filippo Argenti e che mi hanno portato alla recente pubblicazione del libro Due bugie di Dante, oggetto, per l’appunto, del mio intervento alla Sorbonne. In realtà, come ho poi precisato nel corso della relazione, ho effettuato le mie ricerche con un metodo tutt’altro che ribelle: quello, vecchio ma sempre valido, dell’analisi e del confronto dei testi. Aggiungo, che le ho condotte in maniera tanto più attenta e rigorosa quanto più andavo verificando che i loro risultati si rivelavano del tutto diversi da quelli affermati da una accreditata tradizione lunga sette secoli: un vero colosso.

Un momento della mia relazione
alla Société Dantesque

Un colosso, sì, ma dai piedi di argilla.
La tradizione, che arriva fino alle odierne edizioni annotate del poema dantesco, si basa infatti su indicazioni provenienti dai primi commentatori della Commedia. I quali, a loro volta, si rivelano ossessionati dalla volontà di trovare precise identità storiche anche per quei personaggi coevi a Dante che il poeta ci presenta nella Commedia con il solo nome o soprannome, o addirittura senza nome.
Quei commentatori – tra i quali due figli del poeta – avevano certo l’intento meritorio di ricostruire l’autenticità dell’ambiente che faceva da sfondo al poema. Tuttavia dobbiamo pensare che, più in generale, essi non volessero compromettere la credibilità dell’autore, dell’esule ormai da tutti venerato: credibilità che consideravano evidentemente legata con un nodo indissolubile alla “verità”, alla riconoscibilità fattuale di tutti i riferimenti che egli aveva fatto alla realtà del suo tempo.

Sta di fatto che la loro ossessione portò a identificazioni discutibili: gli ignoti personaggi dei quali parlo, una ventina, si trovano tutti nell’Inferno e, guarda caso, essi vengono per lo più ascritti a famiglie nemiche del poeta; raramente, per altro, i commentatori si rivelano d’accordo tra loro; mai, proprio mai, c’è un documento o una cronaca dell’epoca che confermi le loro asserzioni.
Tra quei personaggi, due spiccano in modo particolare: Ciacco, che Dante ci presenta nel VI canto con quello che non si sa neanche se sia un nome o un soprannome, e Filippo Argenti che, con il suo nome e soprannome sonanti, appare nell’VIII.

Del primo gli antichi commentatori affermano le più varie identità, ma non c’è un solo documento a confermarne neanche una. Di Filippo Argenti tutti, a cominciare dal figlio del poeta Iacopo, affermano trattarsi di un appartenente alla famiglia Adimari: una famiglia eminente dei Neri in merito alla quale ci sono moltissimi documenti. Ma nessuno dei suoi componenti risulta essersi chiamato Filippo almeno fino alla fine del XIV secolo. Alessandro Adimari ai primi del Seicento scrisse una storia della propria famiglia. In essa parla, sì, anche di Filippo Argenti, ma, per questo suo avo, non trova altre testimonianze che quelle fornite dagli stessi versi di Dante e dalla novella del Boccaccio che a quei versi si ispira.

Insomma, di nessuno di questi due personaggi risulta la minima traccia che sia mai esistito. D’altro canto, perché Dante non avrebbe avuto la libertà di inventarseli? Bene, nel mio libro Due bugie di Dante, una volta arrivato a queste conclusioni, non mi fermo affatto: da esse parto per porre la sola domanda legittima a proposito di Ciacco e di Filippo Argenti: perché il poeta se li è inventati?

Se lo ha fatto, ha avuto i suoi buoni motivi. E l’ultimo capitolo del libro lo dedico interamente a spiegare quali sono: si tratta di motivi tanto importanti da incidere sulla comprensione dell’intera Commedia.

Volete sapere quali sono? Buona lettura!

Il mio nuovo romanzo:
Una confessione spontanea

Odetta alle prese con un omicidio:
una sofferta ricerca e la scoperta del male.

Scelto come libro del mese di ottobre 2018 dalla piattaforma web di notizie EZ ROME

Odetta, protagonista anche del del mio precedente romanzo, Due perfetti sconosciuti, riesce, dopo parecchio tempo, a godersi un fine settimana più lungo del solito nella sua casetta al Circeo: un’oasi di pace in un complesso di villini, il Patio, che confina con il piccolo allevamento di bovini di Antonino Spano. Arrivata di giovedì, Odetta gusta questa sua vacanza facendo qualche bagno in tarda mattinata, qualche lavoro in giardino, qualche pettegolezzo con i vicini, qualche bella discussione letteraria con un vecchio professore in pensione. Tutto sembra procedere con la piacevole monotonia di sempre, quando il sabato mattina viene scoperto l’omicidio di Antonino Spano. Dopo i primi accertamenti svolti nella stessa giornata di sabato, la domenica mattina i proprietari di quelle casette vengono chiamati al commissariato di Terracina a dire quello che sanno per chiarire il quadro della situazione.
Ultima a essere chiamata è Odetta. Oltre a comunicarle l’ora dell’omicidio, il commissario le rivela che il vecchio professore in pensione, a lei così caro, la sera prima si è presentato in commissariato e ha chiesto: «Prendete me». Che voleva dire? Il commissario considera quella frase una confessione spontanea, ma insincera: insomma il professore si è messo in mostra per qualche stravagante motivo (che il commissario conosce, ma che non vuol rivelare a Odetta), però non c’entra niente con l’omicidio. Tanto è vero che parecchi testimoni hanno visto all’ora del delitto un vagabondo uscire dal terreno di Antonino e dileguarsi verso sud. La polizia lo cerca.
Odetta potrebbe fare la sua chiacchierata con il commissario e andarsene in santa pace, ma la sua voglia di conoscere e di percorrere strade lastricate da dubbi la induce a chiedere al commissario qualche notizia in più. I dubbi, allora, si fanno sempre più numerosi e quelle strade che lei vuole percorrere a tutti i costi la portano, infine, a vedere molto da vicino il “male”.

Sì, Una confessione spontanea è un romanzo nel quale Odetta percorre strade lastricate da dubbi per arrivare a conoscere il “male”: il male che non è soltanto nell’omicidio in sé, quanto nelle ragioni che l’hanno causato. Odetta, però, non è una filosofa e non è neanche la «miss Marple del Portonaccio» come qualcuno la apostrofa alla fine del romanzo. Preferisce le battute dei film di Totò ai trattati di filosofia e, proprio perché è una accanita lettrice di Agatha Christie, sa bene che le sue strade lastricate da dubbi sono molto più tortuose, ma anche molto più divertenti, di quelle di solito seguite da miss Marple.
Odetta non rinuncia mai alle sue divagazioni, alle sue osservazioni “divergenti”, fino a occuparsi del naso del commissario («quel suo naso così importante, da autorevole capo di una tribù di pellirosse»), delle sue funzioni intestinali, delle sue simpatie (o nostalgie) politiche. Infine, Odetta ha una capacità autocritica e autoironica che di solito gli investigatori non hanno.
Così, il romanzo si sviluppa, per tutta la sua prima parte con una leggerezza che raggiunge in certi momenti il tono della comicità o addirittura della farsa per poi precipitare, nel finale, in una quasi inaspettata tragedia.

Il mio primo romanzo, Due perfetti sconosciuti è uscito ormai cinque anni fa. Allora mi sono quasi giustificato con i miei lettori per avere abbandonato, sia pure momentaneamente, il terreno della poesia. Posso dire oggi che quel terreno non l’avevo mai lasciato. Difatti, in questi anni ho pubblicato altre tre raccolte di versi: la più corposa Il cuore in tasca (Manni, 2012); la più intrigante Fine e principio (Anicia, 2015: mi dispiace, questo volume non è in vendita, potete trovare le copie numerate fuori commercio soltanto alle mie letture o presentazioni), la più recente Piante del mio giardino (Campanotto, 2018).
Ma quello che vorrei sottolineare qui è che quella esperienza di prosa creativa, dopo decenni nei quali la mia prosa si era esercitata soltanto nella scrittura di saggi letterari, mi ha in certo modo segnato. Mi ha fatto capire, in particolare, che anche la prosa può essere animata da un ritmo. Certo: un ritmo che non ha niente a che vedere con quello determinato nella poesia dalla presenza del verso; e tuttavia, comunque, un ritmo.
Per accentuare a modo mio la presenza di un ritmo nella prosa narrativa, ho adottato per il mio primo romanzo uno stile che aveva degli esempi fuori d’Italia – il più bello, a mio parere, La cote 400 di Sophie Divry (tradotto in italiano con il titolo La custode di libri, Einaudi, 2012) –, ma non ne ha, ancora oggi, qui da noi, a parte i miei romanzi, ovviamente. Ecco di che si tratta.
Gli eventi vengono narrati, non attraverso descrizioni dell’autore (neppure nella finzione della narrazione in prima persona, nei panni di un personaggio) magari inframezzate da dialoghi, ma soltanto attraverso un dialogo. Il protagonista dialoga con uno o più interlocutori e da quel dialogo il lettore è informato di ciò che accade direttamente da colui che partecipa a quegli accadimenti. Da dove nasce, in tutto ciò, il nuovo e particolare ritmo narrativo? Dal fatto che, di quel dialogo, lo scrittore trascrive soltanto le battute del protagonista e omette quelle dei suoi interlocutori. Da qui, un vero e proprio “balletto” tra lettore e testo. Il lettore legge la battuta del protagonista. Subito dopo un’altra battuta. In mezzo deve inserirsi lui, con la sua immaginazione, la sua capacità di costruire egli stesso la parte mancante del dialogo o, semplicemente, le mosse dell’interlocutore. Faccio due esempi.
Il libro di Sophie Divry comincia con queste battute:


Si svegli! Che fa, dorme? La biblioteca apre soltanto fra due ore, qui non ci si può stare. È il colmo: adesso ci rinchiudono i lettori, nel mio seminterrato. A questo punto me le hanno fatte proprio tutte, qua dentro. È inutile che gridi, io non c’entro niente … Ma so chi è lei, lei lo conosce bene, questo posto. A forza di passarci le giornate a perdere tempo, doveva pur capitare che ci restasse di notte. No, non vada via, già che è qui mi dia una mano.


In questo breve testo il lettore, oltre a trovare alcune informazioni essenziali (l’azione si svolge in una biblioteca; in quella biblioteca è stato trovato un vagabondo etc.), è indotto a intervenire almeno tre volte. La prima per immaginare come può essere (ancora insonnolito, sporco, con i vestiti stazzonati etc.) il tipo trovato a dormire nel seminterrato della biblioteca: questo è un intervento abbastanza tradizionale; accade spesso con tutti gli stili narrativi ed è il bello della lettura. Ma il più bello viene dopo. Il lettore è indotto a intervenire una seconda volta per immaginare che cosa può aver gridato il vagabondo svegliato dagli armeggi della bibliotecaria. La terza volta il lettore interviene per immaginare il movimento del vagabondo che stava per andar via e che viene invece fermato dalla battuta della protagonista.

Il secondo esempio lo prendo dal mio nuovo libro, Una confessione spontanea. Con una avvertenza. L’editore de La custode di libri non ha ritenuto di dovere andare mai a capo (forse su indicazione dell’autrice?) e questo implica un po’ di fatica in più da parte del lettore per individuare di volta in volta dove finisce una battuta. Il mio (benemerito e paziente) editore e io abbiamo invece convenuto che fosse utile andare a capo alla fine di ciascuna battuta. E qui il “balletto” diventa molto più facile: il lettore, appena ci fa un po’ l’abitudine (direi già alla fine della prima pagina del libro), capisce benissimo che, quando vede un “a capo”, in quell’intervallo tra la fine di una riga e l’inizio della successiva, tocca a lui, tocca alla sua immaginazione, tocca alla sua capacità di mettersi nei panni dell’interlocutore del protagonista.
Avrete notato che ho usato sempre il maschile: in realtà, a farla da padrone ne La custode di libri e nei miei romanzi sono donne; protagonista dei miei romanzi è Odetta. Il secondo esempio lo traggo da alcune sue battute di dialogo. Convocata al commissariato di Terracina per testimoniare in merito all’omicidio di Antonino Spano, Odetta non perde l’occasione per lasciarsi andare alle sue amate divagazioni, persino in quella situazione non proprio piacevole e persino con il commissario che svolge l’indagine e che avrebbe ben altro da fare. Ecco alcune battute del suo dialogo con il commissario. Argomento: la pubblicità.


Certo! Per quante volte possano replicare uno spot, la replica che ne fanno non serve ad aumentare il tasso di verità di quello che lo spot proclama, “reclama”, si sarebbe detto una volta. Ricorda? La pubblicità si chiamava réclame.
Davvero? Beh, era molto tempo fa.
Bravo, i tempi di Carosello.
Per carità. Balle anche quelle di Carosello. In ogni caso, apprezzo molto che lei partecipi alle mie divagazioni con qualche intervento calzante.
Sì, torno subito al fatto, ma mi lasci dire che non ne ho nessuna nostalgia.
Di Carosello naturalmente.


In questo caso è tutto più facile per il lettore: ogni volta che vede un “a capo” sa bene che deve intervenire. La prima volta per immaginare l’obiezione del commissario (che non sa nulla di réclame) e per determinare sempre meglio, anche in base a questa obiezione, oltre che per altri sparsi indizi precedenti, l’età del commissario. La seconda volta per accorgersi che il commissario, per quanto giovane, sa che comunque, tanto tempo fa, c’era Carosello. La terza per verificare che il commissario, un po’ ingenuo, pensa che le pubblicità dei tempi di Carosello fossero veritiere. La quarta per raffigurarsi con che parole, e magari con che mossa, il commissario possa aver spinto Odetta a «tornare al fatto» e la quinta per accertarsi che il commissario ogni tanto lascia perdere e non segue più le divagazioni di Odetta. Queste informazioni sono tutte nelle battute di Odetta, ma il lettore se ne appropria negli “a capo”, con il suo passo, ormai, da ballerino provetto: infatti con queste battute siamo ormai a pagina 20 di Una confessione spontanea. Odetta è già da un pezzo in azione con le sue chiacchiere.

Il mese di giugno e le erbe amare d’Europa

Il poeta Folgòre da San Gimignano (vissuto tra gli ultimi decenni del Duecento e i primi del Trecento: quindi contemporaneo di Dante)1 è noto in particolare per i Sonetti de’ Mesi (scritti probabilmente intorno al 1309). Sono poesie che imitano il genere dei plazer provenzali nei quali si cantavano aspirazioni di bellezza, amabilità e nobiltà d’animo. Le aspirazioni di Folgòre sono chiare: la piacevolezza di una vita ricca e senza preoccupazioni quale poteva offrirsi alla allegra brigata di giovani borghesi alla quale l’intera “corona” dei Sonetti de’ mesi è dedicata. In particolare, il componimento che ci parla del mese di Giugno, con le sue due quartine ricolme di diminutivi e vezzeggiativi e con la descrizione più di una miniatura che di un vero paesaggio, ci dice quanto forti fossero quelle sue aspirazioni e, al tempo stesso, quanto fossero ancora distanti dalla realtà. In ogni caso, giugno è tra tutti i mesi cantati da Folgòre, quello che più risponde a un ideale di plazer totale affermato in particolare nei concetti espressi dalle parole in rima dell’ultima terzina: amore, cortesia, grazia.


  Di giugno dovvi una montagnetta
coperta di bellissimi arbuscelli,
con trenta ville e dodici castelli
che sieno intorno ad una cittadetta,
  ch’abbia nel mezzo una sua fontanetta;
e faccia mille rami e fiumicelli,
ferendo per giardini e praticelli
e rifrescando la minuta erbetta.
  Aranci e cedri, dattili e lumìe
e tutte l’altre frutte savorose
impergolate sieno per le vie;
  e le genti vi sien tutte amorose,
e faccianvisi tante cortesie
ch’a tutto ‘l mondo sieno graziose.


In realtà la storia d’Europa ci dice che il mese di giugno è stato spesso contraddistinto da situazioni che si collocano all’opposto delle aspirazioni di Folgòre. In quello stesso 1309 nel quale – probabilmente – lui scriveva questo sonetto, proprio nel mese di giugno, appena al di là degli Appennini, si svolgeva, il giorno 7, quella che passò alla storia come una delle più sanguinose battaglie tra Guelfi e Ghibellini: la battaglia di Camerata Picena, che vide contrapposti, da una parte, i Guelfi di Ancona e i loro alleati e, dall’altra, i Ghibellini di Jesi e i loro alleati. Vi furono forse quattromila morti tra i soli anconetani. La tradizione vuole che il campo di battaglia fosse così impregnato di sangue che le erbe che vi crebbero sopra furono amare in seguito per moltissimo tempo.

I resti di un soldato tra le canne della riva del Piave. © Museo Risorgimento Bologna | Certosa

Sempre nel mese di giugno, il giorno 15, poco più di sei secoli dopo la battaglia di Camerata Picena, nell’ultimo anno della Grande Guerra, il 1918, l’esercito austroungarico scatenò la cosiddetta Battaglia del Solstizio2: un estremo tentativo di superare la linea di difesa italiana sul Piave, dettato anche dalla difficoltà di rifornimenti da parte dell’esercito imperiale e dalla conseguente necessità di arrivare alle pianure del Veneto dove in quei giorni il grano era maturo. Un tentativo che si rivelò tanto disperato quanto sanguinoso. In una decina di giorni, dei 500.000 uomini impegnati dagli austroungarici in quell’azione di sfondamento, ne morirono circa 150.000: tra questi, moltissimi “ragazzi dell’Uno”, diciassettenni reclutati all’ultimo momento più per fare numero, dunque per fare da carne da macello, che non per combattere. I caduti italiani furono 90.000: tra questi, moltissimi “ragazzi del Novantanove” diciannovenni reclutati per lo stesso scopo per il quale erano stati reclutati i loro “nemici” austroungarici.
Inutile parlare di tutti i morti, militari e civili provocati in Europa da quella guerra sciagurata provocata dallo scontro feroce di nazionalismi: circa diciotto milioni, dai quali restano esclusi i morti dell’epidemia di influenza3 che si diffuse proprio nei mesi finali del conflitto: soltanto in Italia, in mancanza di cifre ufficiali, si stima che i morti causati da quella epidemia siano stati da un minimo di 370.00  a un massimo di 650.000.

Sempre nel mese di giugno, il giorno 22, appena 23 anni dopo la Battaglia del Solstizio, appena 77 anni fa, Hitler lanciava tre milioni di uomini nell’invasione dell’Unione Sovietica. Quasi un terzo di quei tre milioni cadranno soltanto nella Battaglia di Stalingrado. Ma intanto erano caduti quasi quattro milioni di soldati sovietici: oltre un milione solo nella stessa Battaglia di Stalingrado.
Inutile parlare dei morti civili di quell’invasione.
Inutile parlare di tutti i morti, militari e civili, provocati in Europa da quella guerra sciagurata scatenata dai nazisti: circa quaranta milioni.

Questo è stato il mese di giugno nell’Europa dei secoli passati.
Questo è stato il mese di giugno in quell’Europa senza regole comuni, senza discipline alle quali i singoli stati devono sottostare, senza controlli dei bilanci, insomma senza tutte quelle norme che una “unione”, qualunque essa sia, anche la più sgangherata delle polisportive, impone a chi ne fa parte.
Questo è stato il mese di giugno in quella Europa i cui campi inondati di sangue avranno prodotto anch’essi per secoli erbe amare come quelli delle splendide colline marchigiane macchiate dallo scontro fratricida del 1309.
Questo è stato il mese di giugno in quella Europa che oggi sognano i sostenitori del “sovranismo”, quello che una volta si chiamava, più semplicemente, nazionalismo.

Io non voglio tornare a quell’Europa là.
Io preferisco il mese di giugno al quale aspirava Folgòre. Lo so che è un sogno. Ma, almeno, è un bel sogno. E l’Unione Europea che c’è oggi, quella con tante difficoltà e tanti problemi, nonostante quelle difficoltà e quei problemi, mi aiuta a tenerlo nel cassetto.

 


Le api del mio giardino

20 maggio 2018: prima Giornata mondiale delle api

Accolgo con gioia la notizia (fornita dall’Ansa, ma – mi sembra – ben poco ripresa dalla stampa, tutta protesa a informarci del “royal wedding”) che, dopo decenni di disattenzione delle istituzioni nazionali e sovranazionali verso i metodi della produzione agricola, qualcuno si è accorto dell’importanza delle api. Si tratta, niente meno, della Fao (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura).

Un’ape su un fiore di peonia nell’isola di Mainau, la cosiddetta “Blumeninseln” (Isola dei fiori) sul lago di Costanza. La foto è mia.

Ecco, nella convinzione – finalmente! – che tutti i paesi e i singoli individui debbano «fare di più per proteggere le api e gli altri impollinatori», la Fao ha istituito la Giornata mondiale delle api che si celebra oggi per la prima volta. Ho deciso, in questa occasione senza i miei soliti indugi e ritardi, che fosse il caso festeggiare tempestivamente l’evento.
Come? Naturalmente con alcuni versi. Si dà il caso, infatti, che delle api io parli, senza che nessuno me l’abbia suggerito, nel mio libro più recente, Piante del mio giardino, del quale vi ho dato notizie nel post precedente.
In questo mio libro parlo delle api una prima volta, rapidamente, a proposito di quegli sciami che, proprio in questa stagione, anzi in questi giorni, volano sui grappoli di fiori bianchi delle robinie e che, oltre al resto, «offrono, per la somma / dei molti ronzii, un’armonia la cui origine / accidentale non toglie niente alla grazia / musicale del risultato ultimo». Ma soprattutto ne parlo a proposito della mietitura delle spighe di lavanda, che deve ancora venire: il suo tempo verrà tra la fine di giugno e i primi di luglio. Il fatto è che le api sono molto ghiotte del polline della lavanda. Ma c’è un modo per non disturbarle. Di questo parlano i versi che seguono. Il libro Piante del mio giardino, edito da Campanotto, è già in libreria. Se non doveste trovarlo, lo riceverete più o meno una settimana dopo l’ordine. Altrimenti si trova nelle librerie on line, in particolare qui.


[…]
Quando mi decido a mieterle devo stare attento
a non infastidire le api che, innumerevoli,
si affollano intorno alle spighe fiorite: si affollano
– è proprio la parola giusta – tanto che a volte
avrei persino un certo timore a passare lì a fianco,
se le stesse api,
quando mi avvicino, non mostrassero
una certa indifferenza e non dessero prova,
in questo modo, di volere
intrecciare con me una di quelle amicizie basate
sul principio, che forse sarà un po’ cinico ma certo
è efficace, di evitare
a vicenda di molestarsi. Rispettoso
della natura di questa amicizia,
per non molestare le api, sistemo ogni volta
tutta la faccenda della mietitura quando loro
si sono già ritirate: me la sbrigo
in non più di un’ora, alle luci
estreme del giorno. Aspetto
difatti che si sia allontanata anche l’ultima
«ape tardiva», come la chiamerebbe il mio caro,
indimenticabile Giovannone, Giovannino,
però, per le sorelle nelle quali i ricordi
d’infanzia prevalevano
sulla considerazione delle visibilmente non piccole
dimensioni del fratello poeta. Parlo – devo
proprio spiegarlo? – di Pascoli: vi avevo
preavvertiti […]
1.


Il mito siamo noi

Il 18 maggio alle 21, al teatro Porta Portese di Roma, alcuni miei testi poetici
letti attraverso una azione scenica che ne sottolinea il rapporto con il mito

Da Giambattista Vico in poi il mito è stato considerato una forma di conoscenza, anzi la forma originaria di quel vocabolario dell’anima umana che si è venuto via via costruendo nel rapporto tra le cose e le parole che ha attraversato la storia di noi esseri pensanti, osservanti e parlanti. Secondo Hegel, il mito fa parte, sì, «della pedagogia del genere umano, poiché eccita ed attrae ad occuparsi del contenuto», tuttavia «siccome in esso il pensiero è contaminato da forme sensibili, [il mito] non può esprimere ciò che vuole esprimere il pensiero. Quando il concetto si è fatto maturo, non ha più bisogno di miti». Ci sarà però un motivo se gli esseri umani continuano a voler conoscere attraverso il mito, anzi, spesso, vogliono conoscere se stessi attraverso il mito.

Prendiamo un caso esemplare della poesia del Novecento: Umberto Saba. Nel 1933, nella raccolta Parole, Saba scrive una poesia dal titolo Ulisse. Leggiamola.


O tu che sei sì triste ed hai presagi
d’orrore – Ulisse al declino – nessuna
dentro l’anima tua dolcezza aduna
la Brama
per una
pallida sognatrice di naufragi
che t’ama?


E ora leggiamo anche il commento che lo stesso Saba ha fatto di questa poesia nella sua Storia e cronistoria del Canzoniere:


La breve poesia Ulisse, una delle più brevi di tutto il Canzoniere e nella quale riecheggia il motivo della “Brama”, offre al lettore quello che “preso a sé” è forse il più bel verso di Saba1: «pallida sognatrice di naufragi». Ulisse al declino è probabilmente il poeta stesso. Nella figura di quell’astuto greco egli si è più volte (non sappiamo se a torto o a ragione; probabilmente più a torto che a ragione) “eroicizzato”. (vedi anche quella che, fino a oggi, è la sua ultima poesia: il componimento omonimo che chiude Mediterranee).


Per capire il rapporto esemplare di Saba con il mito leggiamo dunque, infine, come il poeta nelle vesti di critico di se stesso ci suggerisce, questo secondo componimento intitolato Ulisse, inserito nella raccolta Mediterranee, del 1946, con la quale si chiudeva l’edizione del Canzoniere pubblicata nel 1948.


Nella mia giovanezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.


Umberto Saba

È fin troppo facile osservare che il Saba cinquantenne di Parole vede se stesso in un «Ulisse al declino» che potrebbe, lui eroe della “Brama” per antonomasia, non avere più brama «per una / pallida sognatrice di naufragi» (è vero: un verso bellissimo!). Quello di Saba è un dubbio. E da quel dubbio germina la prima poesia che ha, non a caso, la forma di una breve domanda.
È altrettanto facile osservare che nella seconda splendida poesia (splendida, nel senso proprio della parola: che splende di luce marina, solare, smeraldina) il Saba di Mediterranee, di quasi quindici anni più vecchio, si riflette invece in un Ulisse tutt’altro che in declino: non a caso questa poesia è dominata, splendidamente, dalla parola rima “al-largo” che ci rimanda all’Ulisse navigatore, anzi all’Ulisse insaziabile, dantesco più che omerico.
Ma queste due facili osservazioni nascono dall’implicita persuasione che “il mito siamo noi”. Non avremmo nemmeno potuto abbozzarle nella nostra mente se non fossimo intimamente convinti che, per conoscerci, per conoscere noi stessi e la relazione che abbiamo con gli altri («il porto / accende ad altri i suoi lumi», scrive Saba con questa consapevolezza), possiamo ricorrere al mito; qualche volta dobbiamo ricorrere al mito, a quel patrimonio di immagini e racconti che qualcuno ha studiato, qualcuno no, ma che sono disponibili per l’immaginario di tutti noi da migliaia di anni, anzi sono l’immaginario di noi da migliaia di anni. Perché facciamo questo? Scrive Michail Lifšic che «nei miti il mondo reale si presenta sotto l’angolo visuale della libertà». Certo la libertà di pensare il mondo prima del λόγος: prima e anche più arditamente di quanto sia consentito al λόγος (nonostante quello che ne pensa Hegel). Ma, soprattutto, penso io, la libertà di sentire il nostro divenire come indefinito, come parte di un indefinito e infinito trascorrere nel quale ciascuno di noi conosce mentre ri-conosce e mentre si ri-conosce.

Questo è l’angolo visuale sul mondo che il mito ci dà. Guai se ce ne privassimo.
Per questo ho riunito in una “azione scenica” intitolata Il mito siamo noi la lettura di alcune mie poesie che, in modo più o meno diretto, si legano con fili fortissimi a quel patrimonio al tempo stesso così lontano e così vicino. L’ho fatto per sollecitare nuova conoscenza, ri-conoscimento di sé e degli altri.
Il 18 maggio prossimo alle 21 questa “azione scenica” sarà eseguita, nella bella Sala Brecht del teatro Porta Portese di Roma, da me, da Paola Nanni e da Monica Bianchi, accompagnati dal flauto impareggiabile di Annalisa Spadolini.

Tre appuntamenti

Nei prossimi giorni tre appuntamenti importanti per il mio Viaggio all’osteria della terra.

Albano, 28 novembre, 17.30, Sala della Giunta di Palazzo Savelli
Il 28 novembre sarà Carmelo Ucchino, scrittore e critico letterario, a presentare il mio libro. L’evento, organizzato dal Circolo Culturale “Enrico Berlinguer” Arte & Incontri, sarà introdotto dai saluti di Alessio Colini, delegato per la cultura del Comune di Albano. Io stesso leggerò una piccola antologia di testi tratti dal Viaggio all’osteria della terra, e sarò accompagnato dalla chitarra di Esra Tatlikan.

Genova, 1° dicembre, 17.30, Stanza della Poesia, Piazza Matteotti 78r
Il secondo incontro si svolge alla Stanza della Poesia del Palazzo Ducale di Genova. Questa volta, nel piccolo e raccolto ambiente della Stanza, ci sarà soltanto la mia voce a ‘eseguire’ le poesie del Viaggio all’osteria della terra. Farò una scelta antologica basata su assonanze di luoghi: la Stanza non è distante dal bellissimo Porto vecchio restaurato da Renzo Piano e le vie attorno, i carruggi che scendono da quella parte, sono proprio, come quelle della seconda sezione del mio libro, Vie amiche. E dunque via libera alle poesie che riguardano porti e strade, e magari strade ferrate. Con l’avvertenza – è ovvio – che la poesia non descrive e che quindi le assonanze non sono di contenuti, ma di invenzione.

Roma, 3 dicembre, 17.30, Sala della Crociera, via del Collegio Romano, 27
Il terzo evento è un concerto per voce recitante (la mia), flauto e violoncello. Il titolo, L’osteria della terra e altri luoghi dell’imperfezione, fa capire che i testi oggetto della performance, tratti sia dal mio libro più recente sia dagli altri, costruiranno un percorso centrato sulla bellezza dell’essere imperfetti, un’idea che reinterpreta in maniera positiva il nostro limite umano e che anima molte delle mie poesie e, ovviamente, dei miei pensieri.
Con Annalisa Spadolini già da qualche anno stiamo lavorando a un rapporto tra musica e voce nella esecuzione del testo poetico che sia più di integrazione che di accompagnamento. A livello teorico abbiamo esposto questa impostazione nell’intervento a due voci (tanto per non smentirci) Musica e poesia: una partitura nel testo parlato (qui l’intervento), presentato alla IV edizione del convegno internazionale Il fondamento filosofico del fare musica tutti nel sistema formativo (Roma, 31 marzo – 1° aprile 2011) dedicato al tema Musica, arti, creatività. Naturalmente, nella pratica è tutto un po’ più difficile, ma ormai l’intesa tra la mia voce e quella del flauto di Annalisa Spadolini aiuta a superare molti problemi. La ‘new entry’ del gruppo, Gabriella Pasini, già dalle prime prove si è inserita perfettamente in questa intesa e il 3 dicembre a Roma la performance si annuncia – non è immodestia: mi riferisco alla bravura delle musiciste – di notevole livello.

 

Il 27 ottobre a Velletri

Il 27 ottobre scorso Maddalena Fumagalli ha presentato a Velletri il mio recente libro di poesie Viaggio all’osteria della terra. La sede è stata l’Antico casale di Colle Ionci, messo gentilmente a disposizione da Valeriano Bottini. Le mie letture sono state accompagnate dalla chitarra di Esra Tatlikan.

Una serata ricca di intelligenza e di sensibilità. Non parlo, ovviamente, dei miei testi. Dopo aver pubblicato un libro di poesie, non mi metto certo a dire che sono intelligenti. L’unica cosa che mi sento di fare è leggerle, magari con qualche annotazione che spieghi al pubblico non il testo (che, di solito, si spiega da solo), ma il contesto che ha accompagnato la nascita di questi o di quei versi e che può avere un qualche interesse.
Se parlo di intelligenza e di sensibilità, mi riferisco alle due mie partner.
Comincio dalla musicista. Esra Tatlikan ha fatto una scelta straordinariamente appropriata delle musiche, mai invasive, sempre capaci di accompagnare il ritmo dei versi senza sovrapporsi a esso. E, dopo aver fatto quella scelta, ha avuto la capacità di venire dietro alle mie variazioni, alle mie deviazioni rispetto a quanto stabilito nelle prove e persino, come nel caso della poesia Passeggiate di notte (terza parte della piccola trilogia Viaggio di gruppo a Hiedelberg), a certe mie intemperanze nell’accennare passi di tango. Ecco, i versi ai quali mi riferisco:

Potevamo ballare,
le nostre passeggiate a gruppi di quattro o di cinque, comunque
mai troppo distanti, erano
già di per sé, piuttosto
che cammini, danze: un po’ trascurate, è vero, ma attente
alla cadenza delle nostre chiacchiere, un due tre quattro, quasi
un tango. […].

Maddalena Fumagalli conosce bene tutti i miei versi, ha scritto la bella prefazione, Note per una città, al mio libro I segnalibri di Berlino, ha recensito i miei Versi inutili e altre inutilità; insomma segue da tempo quello che scrivo e lo segue con la capacità di entrarci dentro come se riuscisse a trovare sempre una porta aperta o, meglio, come se riuscisse ad aprire tutte le porte che trova.
Anche questa volta è entrata da par suo nei miei testi, ma questa volta, proprio per la conoscenza che ha di tutto quello che ho scritto, ha tessuto con pazienza tutta una serie di fili tra un testo e l’altro, tra un verso e l’altro, e ne ha ricavato quelli che chiamerei degli arazzi parlanti: sì, arazzi come quelli che Heinrich Heine immagina dialogare tra loro «in dem Schlosse Blahe», nel castello di Blaia, dove la notte, secondo la bellissima invenzione del poeta tedesco, Jaufré Rudel e la contessa di Tripoli prendono vita dagli arazzi nei quali sono raffigurati e continuano a incontrarsi e ad amarsi.
Il pubblico che era presente, oltre ad ascoltare le letture, ha così potuto sentire anche lui quello che questi arazzi avevano da dire, ha potuto avvertire la vita che scorreva nei loro fili, ha potuto sentirsi parte di una raffigurazione completa e straordinariamente efficace del percorso che ho compiuto in questi anni nella mia scrittura poetica. Una presentazione che ha dato un po’ di emozione anche a me.

Un grazie di cuore a chi ha reso possibile questa bella serata.

Il 12 agosto a Favignana

Il 12 agosto il mio libro più recente, Viaggio all’osteria della terra, sarà presentato a Favignana, nel giardino dell’hotel Aegusa, da Maria Guccione e Gios Strazzera.
L’hotel Aegusa occupa un bel palazzo ottocentesco di Favignana e il suo giardino (nella foto qui a fianco) è costituito dal tradizionale patio che fino al secolo scorso rappresentava la caratteristica principale, non solo dei palazzi, ma in genere delle case di Favignana.
L’appuntamento è alle 19.00.