Mag 102019
 

Oggi, nell’anniversario delle Bücherverbrennungen, i roghi di libri avvenuti la notte del 10 maggio 1933 a Berlino e nelle principali città della Germania, l’Associazione italiana Biblioteche ha promosso la manifestazione “Libri salvati”.

Partecipo con tutto il cuore a questa manifestazione perché il ricordo di quell’orrore della storia europea è diventato col tempo un pezzo della mia storia personale. Come credo sia un pezzo della storia personale di chiunque lavori con le parole.

Ecco dunque alcuni dei miei versi che rappresentano, mettono in scena – potrei dire –, il mio rapporto con i roghi dei libri.

Nel maggio di qualche anno fa, sconvolto da un grande dolore familiare, ho scritto la poesia che trascrivo in parte qui sotto e che è spiegata dall’esergo con la citazione di Calvino.

Michele Tortorici, Non sono bravo a fare lo sputafuoco, (da Il cuore in tasca, Manni, 2018)


La parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile,
alla cosa assente, alla cosa desiderata o temuta,
come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto.
Italo Calvino, Lezioni americane, 3 – Esattezza

Ho ricominciato: ho scritto, dunque, anche se ci sono volte – parlo
con cognizione di causa: ricordo, ecco, un giorno (il sette)
del mese di maggio del duemila e tredici –,
ci sono volte che le parole non vorreste proprio che uscissero
dalla vostra testa. A me è capitato
mica tante volte: poche. Però ricordo, ecco, quel giorno e i giorni
che l’hanno seguito: io volevo essere
allora uno sputafuoco, uno di quelli che davanti
ai tendoni del circo attirano il pubblico. Volevo sputare
una bella fiammata e ridurre le parole
che sarebbero dovute uscire
dalla mia testa, voom, in cenere. Perché da lì, dalla bocca
escono le parole che si trovano nella testa quando vogliamo che altri
le conoscano: in latino si diceva edere, ex dare, dar fuori
dalla bocca, appunto.
[…] Una fiammata, una bella
fiammata e tutte le parole che cercano
di uscire dalla testa attraverso la bocca ridotte,
voom, in cenere. Questo
desideravo quando, come vi ho detto, mi è capitato di volere essere
uno sputafuoco.

Non è giusto,
mi sono detto tuttavia e continuo a dirmi e dico a voi,
non è giusto
mai avercela
con le parole. Che colpa ne hanno? Bisogna saperlo, e difatti
l’ho sempre saputo, che le parole sono fragili ponti
di fortuna – ma che dico fragili, fragilissimi: perciò
da me prediletti – dove
passa la vita ed è necessario che passi anche la morte.

Non è giusto,
mi sono detto tuttavia e continuo a dirmi e dico a voi,
non è giusto
mai avercela
con le parole. E allora? Niente sputafuoco: mi è capitato
di volerlo essere, va bene, ma poi, basta! Niente fiamme, niente
cenere. Ho ricominciato, allora. Continuo
a costruire, come avevo fatto prima
di quel giorno di maggio, come avevo fatto sempre, nuovi fragili ponti
di fortuna. Continuo
a percorrere il mondo lungo queste vie sospese
sul vuoto: vie che però conosco bene; vie,
l’ho sempre saputo, dove
passa la vita ed è necessario
che passi anche la morte. Ho ricominciato. Che altro
avrei potuto fare? Non sono bravo
– sapete? –, non sono bravo per niente a fare lo sputafuoco.


Subito dopo, poiché mi sono reso conto dell’equivoco che quei miei versi potevano far sorgere, ho scritto quest’altra poesia

Michele Tortorici, Devo chiarire, (da Il cuore in tasca, Manni, 2018)


Devo chiarire,
a proposito del fatto che, come sputafuoco, avrei voluto
incenerire parole,
devo chiarire
che mi riferivo alle parole che stavano ancora dentro
alla mia testa, alle parole che se ne stavano
belle tranquille, ancora tutte rannicchiate lì: parole private, insomma,
di mia stretta – intima, direi – proprietà; niente di pubblico.

Devo chiarire
che non mi piace proprio, in generale, bruciare le parole. Perché,
a voi piace? C’è sempre il rischio
– a questo ho pensato solo dopo avere scritto
la poesia sullo sputafuoco –
c’è sempre il rischio che qualcuno vi prenda sul serio
che non capisca, che non disgiunga
il senso metaforico di quel bruciare
da quello letterale o, peggio, che non voglia vedere
la differenza tra il privato e il pubblico. C’è sempre il rischio
che qualcuno dica: «Ecco,
quello lì voleva fare un bel fuoco
con le parole che non gli erano ancora uscite
dalla testa e io voglio farlo
con le parole che sono uscite dalla testa di uno
che a me non piace. Perché
lui sì e io no?». Ce ne sono, statemi a sentire, di quelli
che non perderebbero un minuto se qualcuno
gli desse il la. Ce ne sono, statemi a sentire, di quelli
che non aspettano altro per fare, voom, un falò
– uno di quelli veri, e senza neppure
la virtù circense di uno sputafuoco –
delle parole di qualcuno
che non gli piace. Parole pubbliche, edite:
ricordate? edere, ex dare, dare fuori. Libri, ecco.

Devo chiarire
che non dimentico, che non riesco
– sapete? – a dimenticare i versi di Heine:
«Dort, wo man Bücher /
Verbrennt, verbrennt man auch am Ende Menschen».
Primo atto dell’Almansor.
«Là dove i libri /
si bruciano, si bruciano alla fine pure le persone».

Devo chiarire
che certe parole non le dimentico. Altro che bruciarle.


I versi di Heine che ho appena citati sono ora incisi in una iscrizione che sulla Opernplatz (oggi, ufficialmente, Bebelplatz, ma i berlinesi continuano a chiamarla come prima) precede e segue il Denkmal zur Erinnerung an die Bücherverbrennung realizzato nel 1995 da Micha Ullman: semplicemente una voragine le cui pareti sono ricoperte da scaffali vuoti.

Ecco, qui di seguito, i nomi degli autori i cui libri furono bruciati quel giorno:
Albert Einstein, Alexander Lernet-Holenia, Alfred Döblin, Alfred Kerr, Alfred Polgar, André Gide, Anna Seghers, Arnold Zweig, Arthur Schnitzler, Bertha von Suttner, Bertolt Brecht, Carl Sternheim, Carl von Ossietzky, Charles Darwin, Egon Erwin Kisch, Émile Zola, Erich Kästner, Erich Maria Remarque, Ernest Hemingway, Ernst Bloch, Ernst Erich Noth, Ernst Glaser, Ernst Toller, Erwin Piscator, Eugen Relgis, Felix Salten, Franz Kafka, Franz Werfel, Friedrich Engels, Friedrich Wilhelm Foerster, Georg Kaiser, Georg Lukács, George Grosz, Grete Weiskopf, H. G. Wells, Heinrich Eduard Jacob, Heinrich Heine, Heinrich Mann, Helen Keller, Henri Barbusse, Hermann Hesse, Ilja Ehrenburg, Isaak Babel, Iwan Goll, Jack London, Jakob Wassermann, James Joyce, Jaroslav Ha?ek, Joachim Ringelnatz, John Dos Passos, Joseph Roth, Karl Kraus, Karl Liebknecht, Karl Marx, Klaus Mann, Kurt Tucholsky, Lev Trockij, Leonhard Frank, Lion Feuchtwanger, Ludwig Marcuse, Ludwig Renn, Ludwig von Mises, Maksim Gor’kij, Marcel Proust, Marieluise Fleißer, Max Brod, Nelly Sachs, Ödön von Horváth, Otto Dix, Robert Musil, Romain Rolland, Rosa Luxemburg, Sigmund Freud, Stefan Zweig, Theodor Lessing, Thomas Mann, Upton Sinclair, Vladimir Lenin, Vladimir Majakovskij, Walter Benjamin, Werner Hegemann.

Vorrei concludere questo mio post con la citazione di poche parole di Thomas Mann (uno degli autori i cui libri furono, appunto, bruciati nella notte del 10 maggio del 1933) che mi sembrano attualissime. Già, perché il vero problema, quando qualcuno brucia dei libri, non è tanto il fatto che  li abbia bruciati, di per sé terrificante: il vero problema è ma il criterio con il quale vengono scelti i libri da bruciare; un criterio la cui definizione è, se possibile, ancora più terrificante.

In una discussione tra due dei personaggi simbolo de La montagna magica, Ludovico Settembrini e Leo Naphta, il secondo a un certo punto afferma: «[…] l’autorità è l’uomo, il suo interesse, la sua dignità, la sua salvezza, e tra questa autorità e la veritànon può esserci conflitto. Esse coincidono». Ed ecco la risposta:

«Sie lehren da einen Pragmatismus – erwiderte Settembrini – den Sie nur ins Politische zu übertragen brauchen, um seiner ganzen Verderblichkeit ansichtig zu werden. Gut, wahr und gerecht ist, was dem Staate frommt. Sein Heil, seine Würde, seine Macht ist das Kriterium des Sittlichen. Schön! Damit ist iedem Verbrechen Tür und Tor geöffnet un die menschliche Wahrheit, die individuelle Gerechtigkeit, die Demokratie – sie mögen sehen, wo sie bleiben …»

«Lei sta predicando un pragmatismo» rispose Settembrini «che basta trasporre sul piano politico per coglierne appieno la natura nefasta. È buono, vero e giusto soltanto ciò che giova allo Stato. La sua salvezza, la sua dignità, la sua potenza sono i criteri della morale. Ebbene! Con ciò si spalanca la porta a ogni crimine, e la verità umana, la giustizia individuale, la democrazia …, può ben vedere dove vanno a finire …»

 

 

Ott 042018
 

Odetta alle prese con un omicidio: una sofferta ricerca e la scoperta del male.
Scelto come libro del mese di ottobre 2018 dalla piattaforma web di notizie EzRome

Odetta, protagonista anche del del mio precedente romanzo, Due perfetti sconosciuti, riesce, dopo parecchio tempo, a godersi un fine settimana più lungo del solito nella sua casetta al Circeo: un’oasi di pace in un complesso di villini, il Patio, che confina con il piccolo allevamento di bovini di Antonino Spano. Arrivata di giovedì, Odetta gusta questa sua vacanza facendo qualche bagno in tarda mattinata, qualche lavoro in giardino, qualche pettegolezzo con i vicini, qualche bella discussione letteraria con un vecchio professore in pensione. Tutto sembra procedere con la piacevole monotonia di sempre, quando il sabato mattina viene scoperto l’omicidio di Antonino Spano. Dopo i primi accertamenti svolti nella stessa giornata di sabato, la domenica mattina i proprietari di quelle casette vengono chiamati al commissariato di Terracina a dire quello che sanno per chiarire il quadro della situazione.
Ultima a essere chiamata è Odetta. Oltre a comunicarle l’ora dell’omicidio, il commissario le rivela che il vecchio professore in pensione, a lei così caro, la sera prima si è presentato in commissariato e ha chiesto: «Prendete me». Che voleva dire? Il commissario considera quella frase una confessione spontanea, ma insincera: insomma il professore si è messo in mostra per qualche stravagante motivo (che il commissario conosce, ma che non vuol rivelare a Odetta), però non c’entra niente con l’omicidio. Tanto è vero che parecchi testimoni hanno visto all’ora del delitto un vagabondo uscire dal terreno di Antonino e dileguarsi verso sud. La polizia lo cerca.
Odetta potrebbe fare la sua chiacchierata con il commissario e andarsene in santa pace, ma la sua voglia di conoscere e di percorrere strade lastricate da dubbi la induce a chiedere al commissario qualche notizia in più. I dubbi, allora, si fanno sempre più numerosi e quelle strade che lei vuole percorrere a tutti i costi la portano, infine, a vedere molto da vicino il “male”.

Sì, Una confessione spontanea è un romanzo nel quale Odetta percorre strade lastricate da dubbi per arrivare a conoscere il “male”: il male che non è soltanto nell’omicidio in sé, quanto nelle ragioni che l’hanno causato. Odetta, però, non è una filosofa e non è neanche la «miss Marple del Portonaccio» come qualcuno la apostrofa alla fine del romanzo. Preferisce le battute dei film di Totò ai trattati di filosofia e, proprio perché è una accanita lettrice di Agatha Christie, sa bene che le sue strade lastricate da dubbi sono molto più tortuose, ma anche molto più divertenti, di quelle di solito seguite da miss Marple.
Odetta non rinuncia mai alle sue divagazioni, alle sue osservazioni “divergenti”, fino a occuparsi del naso del commissario («quel suo naso così importante, da autorevole capo di una tribù di pellirosse»), delle sue funzioni intestinali, delle sue simpatie (o nostalgie) politiche. Infine, Odetta ha una capacità autocritica e autoironica che di solito gli investigatori non hanno.
Così, il romanzo si sviluppa, per tutta la sua prima parte con una leggerezza che raggiunge in certi momenti il tono della comicità o addirittura della farsa per poi precipitare, nel finale, in una quasi inaspettata tragedia.

Il mio primo romanzo, Due perfetti sconosciuti è uscito ormai cinque anni fa. Allora mi sono quasi giustificato con i miei lettori per avere abbandonato, sia pure momentaneamente, il terreno della poesia. Posso dire oggi che quel terreno non l’avevo mai lasciato. Difatti, in questi anni ho pubblicato altre tre raccolte di versi: la più corposa Il cuore in tasca (Manni, 2012); la più intrigante Fine e principio (Anicia, 2015: mi dispiace, questo volume non è in vendita, potete trovare le copie numerate fuori commercio soltanto alle mie letture o presentazioni), la più recente Piante del mio giardino (Campanotto, 2018).
Ma quello che vorrei sottolineare qui è che quella esperienza di prosa creativa, dopo decenni nei quali la mia prosa si era esercitata soltanto nella scrittura di saggi letterari, mi ha in certo modo segnato. Mi ha fatto capire, in particolare, che anche la prosa può essere animata da un ritmo. Certo: un ritmo che non ha niente a che vedere con quello determinato nella poesia dalla presenza del verso; e tuttavia, comunque, un ritmo.
Per accentuare a modo mio la presenza di un ritmo nella prosa narrativa, ho adottato per il mio primo romanzo uno stile che aveva degli esempi fuori d’Italia – il più bello, a mio parere, La cote 400 di Sophie Divry (tradotto in italiano con il titolo La custode di libri, Einaudi, 2012) –, ma non ne ha, ancora oggi, qui da noi, a parte i miei romanzi, ovviamente. Ecco di che si tratta.
Gli eventi vengono narrati, non attraverso descrizioni dell’autore (neppure nella finzione della narrazione in prima persona, nei panni di un personaggio) magari inframezzate da dialoghi, ma soltanto attraverso un dialogo. Il protagonista dialoga con uno o più interlocutori e da quel dialogo il lettore è informato di ciò che accade direttamente da colui che partecipa a quegli accadimenti. Da dove nasce, in tutto ciò, il nuovo e particolare ritmo narrativo? Dal fatto che, di quel dialogo, lo scrittore trascrive soltanto le battute del protagonista e omette quelle dei suoi interlocutori. Da qui, un vero e proprio “balletto” tra lettore e testo. Il lettore legge la battuta del protagonista. Subito dopo un’altra battuta. In mezzo deve inserirsi lui, con la sua immaginazione, la sua capacità di costruire egli stesso la parte mancante del dialogo o, semplicemente, le mosse dell’interlocutore. Faccio due esempi.
Il libro di Sophie Divry comincia con queste battute:


Si svegli! Che fa, dorme? La biblioteca apre soltanto fra due ore, qui non ci si può stare. È il colmo: adesso ci rinchiudono i lettori, nel mio seminterrato. A questo punto me le hanno fatte proprio tutte, qua dentro. È inutile che gridi, io non c’entro niente … Ma so chi è lei, lei lo conosce bene, questo posto. A forza di passarci le giornate a perdere tempo, doveva pur capitare che ci restasse di notte. No, non vada via, già che è qui mi dia una mano.


In questo breve testo il lettore, oltre a trovare alcune informazioni essenziali (l’azione si svolge in una biblioteca; in quella biblioteca è stato trovato un vagabondo etc.), è indotto a intervenire almeno tre volte. La prima per immaginare come può essere (ancora insonnolito, sporco, con i vestiti stazzonati etc.) il tipo trovato a dormire nel seminterrato della biblioteca: questo è un intervento abbastanza tradizionale; accade spesso con tutti gli stili narrativi ed è il bello della lettura. Ma il più bello viene dopo. Il lettore è indotto a intervenire una seconda volta per immaginare che cosa può aver gridato il vagabondo svegliato dagli armeggi della bibliotecaria. La terza volta il lettore interviene per immaginare il movimento del vagabondo che stava per andar via e che viene invece fermato dalla battuta della protagonista.

Il secondo esempio lo prendo dal mio nuovo libro, Una confessione spontanea. Con una avvertenza. L’editore de La custode di libri non ha ritenuto di dovere andare mai a capo (forse su indicazione dell’autrice?) e questo implica un po’ di fatica in più da parte del lettore per individuare di volta in volta dove finisce una battuta. Il mio (benemerito e paziente) editore e io abbiamo invece convenuto che fosse utile andare a capo alla fine di ciascuna battuta. E qui il “balletto” diventa molto più facile: il lettore, appena ci fa un po’ l’abitudine (direi già alla fine della prima pagina del libro), capisce benissimo che, quando vede un “a capo”, in quell’intervallo tra la fine di una riga e l’inizio della successiva, tocca a lui, tocca alla sua immaginazione, tocca alla sua capacità di mettersi nei panni dell’interlocutore del protagonista.
Avrete notato che ho usato sempre il maschile: in realtà, a farla da padrone ne La custode di libri e nei miei romanzi sono donne; protagonista dei miei romanzi è Odetta. Il secondo esempio lo traggo da alcune sue battute di dialogo. Convocata al commissariato di Terracina per testimoniare in merito all’omicidio di Antonino Spano, Odetta non perde l’occasione per lasciarsi andare alle sue amate divagazioni, persino in quella situazione non proprio piacevole e persino con il commissario che svolge l’indagine e che avrebbe ben altro da fare. Ecco alcune battute del suo dialogo con il commissario. Argomento: la pubblicità.


Certo! Per quante volte possano replicare uno spot, la replica che ne fanno non serve ad aumentare il tasso di verità di quello che lo spot proclama, “reclama”, si sarebbe detto una volta. Ricorda? La pubblicità si chiamava réclame.
Davvero? Beh, era molto tempo fa.
Bravo, i tempi di Carosello.
Per carità. Balle anche quelle di Carosello. In ogni caso, apprezzo molto che lei partecipi alle mie divagazioni con qualche intervento calzante.
Sì, torno subito al fatto, ma mi lasci dire che non ne ho nessuna nostalgia.
Di Carosello naturalmente.


In questo caso è tutto più facile per il lettore: ogni volta che vede un “a capo” sa bene che deve intervenire. La prima volta per immaginare l’obiezione del commissario (che non sa nulla di réclame) e per determinare sempre meglio, anche in base a questa obiezione, oltre che per altri sparsi indizi precedenti, l’età del commissario. La seconda volta per accorgersi che il commissario, per quanto giovane, sa che comunque, tanto tempo fa, c’era Carosello. La terza per verificare che il commissario, un po’ ingenuo, pensa che le pubblicità dei tempi di Carosello fossero veritiere. La quarta per raffigurarsi con che parole, e magari con che mossa, il commissario possa aver spinto Odetta a «tornare al fatto» e la quinta per accertarsi che il commissario ogni tanto lascia perdere e non segue più le divagazioni di Odetta. Queste informazioni sono tutte nelle battute di Odetta, ma il lettore se ne appropria negli “a capo”, con il suo passo, ormai, da ballerino provetto: infatti con queste battute siamo ormai a pagina 20 di Una confessione spontanea. Odetta è già da un pezzo in azione con le sue chiacchiere.

Set 102018
 

Molti anni fa – ma non vi dico quando – ho scritto la poesia che potete leggere qui sotto. Dopo parecchio tempo ho deciso di inserirla in una nuova raccolta, quella che sarebbe poi uscita con il titolo Il cuore in tasca (Manni, 2016). Mentre venivano stampate le bozze del libro, nel luglio del 2016, ne ho parlato con la mia cara amica e traduttrice Danièle Robert, perché proprio in quei giorni era scomparso il poeta francese Yves Bonnefoy (nella foto qui sotto), del quale nella poesia cito (e traduco a modo mio) un verso bellissimo.

È stata Danièle Robert a parlare di quella mia poesia inedita ispirata al verso di Bonnefoy con Florence Trocmé, curatrice del bellissimo sito di poesia Poezibao, impegnata a preparare un hommage al poeta appena scomparso. È successo, così, che Florence Trocmé, colpita da quei versi, li abbia voluti inserire all’interno del suo hommage, sia in italiano sia nella traduzione che nel frattempo ne aveva fatto Danièle Robert. Insomma, prima ancora di essere pubblicata in volume, quella poesia è uscita, con la traduzione francese, nell’hommage di Poezibao a Yves Bonnefoy (vi si accede da questa pagina), unico testo di un poeta italiano. Nel frattempo Florence Trocmé mi ha convinto a cambiare il titolo di quella poesia: da Leggo disordinatamente, il titolo diventò così Dragué fut le regard hors de cette nuit. Si deve proprio a questo cambio “in corsa”, quando già erano state corrette le seconde bozze, un clamoroso errore di stampa nel titolo (ciò che non è mai accaduto nei libri di Manni e che rende Il cuore in tasca una specie di “Gronchi rosa” di questo benemerito editore). Queste vicende mi tornano in mente di quando in quando da un po’ di tempo, perché mi sembra che questa poesia, con una storia così lunga alle spalle, abbia assunto oggi una pregnanza e una attualità che non aveva neanche – forse – quando l’ho scritta.

Michele Tortorici, Dragué fut le regard hors de cette nuit * (da Il cuore in tasca, Manni, 2016)


Leggo disordinatamente, più ancora di sempre. Oggi, per esempio,
ho letto qualche poesia di Bonnefoy, parecchie pagine di un saggio
sull’invenzione del romanzo e, come se i due libri si fossero
accordati fra loro per trovare
un compagno adatto, infine ho letto settanta
pagine circa di una biografia
– autore francese, è ovvio – di Moravia (mi sono accorto,
durante questa lettura, a proposito, che di Moravia ho letto
meno di quello che avrei dovuto – forse voluto, non lo so neanche).

«Trascinato fu lo sguardo fuori da questa notte» scrive Bonnefoy.

Leggo disordinatamente, più ancora di sempre, e scrivo
anche senza nessun intendimento
preciso. Insomma, le parole entrano
nella mia testa e ne escono in tutte
le direzioni possibili. Grazie
a questo loro andirivieni capace di tenermi
ben sveglio mi chiedo: come
trascinare lo sguardo fuori da questa notte?

Leggo disordinatamente e le parole entrano
nella mia testa e ne escono con movimenti
vorticosi che in parte
mi sfuggono. Richiedono pazienza – molta
pazienza, credetemi – per essere ricomposte, per essere messe, cioè,
a posto: da una parte, intendo, quello che leggo e dall’altra
quello che dico e che scrivo. È grazie a questa pazienza – potrei dire
persino testardaggine – che mi chiedo: come
trascinare lo sguardo fuori da questa notte?

È notte, appunto, qui attorno. Dipende da questo se, più ancora
di sempre, leggo disordinatamente e scrivo
anche senza nessun intendimento
preciso parole che mi inducono
a un lavorio continuo e hanno bisogno
di pazienza – di molta
pazienza, credetemi. Come
trascinare lo sguardo fuori da questa notte, dato
che, senza ragione, tutto
è notte qui attorno?


* Verso tratto dalla poesia di Yves Bonnefoy Art de la poesie, in Pierre écrite, Mercure de France, Paris, 1965. La traduzione, «Trascinato fu lo sguardo fuori da questa notte» è mia.

Mag 202018
 

20 maggio 2018: prima Giornata mondiale delle api

Accolgo con gioia la notizia (fornita dall’Ansa, ma – mi sembra – ben poco ripresa dalla stampa, tutta protesa a informarci del “royal wedding”) che, dopo decenni di disattenzione delle istituzioni nazionali e sovranazionali verso i metodi della produzione agricola, qualcuno si è accorto dell’importanza delle api. Si tratta, niente meno, della Fao (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura).

Un’ape su un fiore di peonia nell’isola di Mainau, la cosiddetta “Blumeninseln” (Isola dei fiori) sul lago di Costanza. La foto è mia.

Ecco, nella convinzione – finalmente! – che tutti i paesi e i singoli individui debbano «fare di più per proteggere le api e gli altri impollinatori», la Fao ha istituito la Giornata mondiale delle api che si celebra oggi per la prima volta. Ho deciso, in questa occasione senza i miei soliti indugi e ritardi, che fosse il caso festeggiare tempestivamente l’evento.
Come? Naturalmente con alcuni versi. Si dà il caso, infatti, che delle api io parli, senza che nessuno me l’abbia suggerito, nel mio libro più recente, Piante del mio giardino, del quale vi ho dato notizie nel post precedente.
In questo mio libro parlo delle api una prima volta, rapidamente, a proposito di quegli sciami che, proprio in questa stagione, anzi in questi giorni, volano sui grappoli di fiori bianchi delle robinie e che, oltre al resto, «offrono, per la somma / dei molti ronzii, un’armonia la cui origine / accidentale non toglie niente alla grazia / musicale del risultato ultimo». Ma soprattutto ne parlo a proposito della mietitura delle spighe di lavanda, che deve ancora venire: il suo tempo verrà tra la fine di giugno e i primi di luglio. Il fatto è che le api sono molto ghiotte del polline della lavanda. Ma c’è un modo per non disturbarle. Di questo parlano i versi che seguono. Il libro Piante del mio giardino, edito da Campanotto, è già in libreria. Se non doveste trovarlo, lo riceverete più o meno una settimana dopo l’ordine. Altrimenti si trova nelle librerie on line.


[…]
Quando mi decido a mieterle devo stare attento
a non infastidire le api che, innumerevoli,
si affollano intorno alle spighe fiorite: si affollano
– è proprio la parola giusta – tanto che a volte
avrei persino un certo timore a passare lì a fianco,
se le stesse api,
quando mi avvicino, non mostrassero
una certa indifferenza e non dessero prova,
in questo modo, di volere
intrecciare con me una di quelle amicizie basate
sul principio, che forse sarà un po’ cinico ma certo
è efficace, di evitare
a vicenda di molestarsi. Rispettoso
della natura di questa amicizia,
per non molestare le api, sistemo ogni volta
tutta la faccenda della mietitura quando loro
si sono già ritirate: me la sbrigo
in non più di un’ora, alle luci
estreme del giorno. Aspetto
difatti che si sia allontanata anche l’ultima
«ape tardiva», come la chiamerebbe il mio caro,
indimenticabile Giovannone, Giovannino,
però, per le sorelle nelle quali i ricordi
d’infanzia prevalevano
sulla considerazione delle visibilmente non piccole
dimensioni del fratello poeta. Parlo – devo
proprio spiegarlo? – di Pascoli: vi avevo
preavvertiti[1].


 


[1] In alcuni versi precedenti avevo infatti preannunciato questa mia citazione pascoliana

Apr 052017
 

È davvero da molto tempo che non scrivo su questo blog. I miei venticinque lettori non devono pensare però che mi sia dimenticato di loro. È vero piuttosto il contrario: ho pensato al mio pubblico e ho scritto molto e, poiché la capacità di scrivere non è infinita, ho dovuto trascurare questo blog, anziché altro (gli editori sono più esigenti dei lettori di blog). Quello che ho scritto in questi mesi sarà pubblicato, penso, tra la fine di quest’anno e i primi mesi del prossimo. Avremo quindi modo di riparlarne.
Tuttavia, per farmi perdonare del lungo silenzio, vi propongo una poesia tratta dalla sezione Senza ragione della mia nuova raccolta di versi Il cuore in tasca. Ecco, questa poesia parla proprio del silenzio, già nel titolo: La speranza e il silenzio. Anzi, ve lo anticipo, parla proprio di una delle ragioni del silenzio di questo blog, anche se si tratta di ragioni riferite nientemeno al luglio del 2012 (l’intervento che cito nella poesia è questo): ma c’è proprio tanta differenza tra allora e oggi? La speranza e il silenzio sarà uno dei testi che leggerò domani, quando Valerio Marucci presenterà Il cuore in tasca alle 17 nel Salone Borrominiano della Biblioteca Vallicelliana di Roma. Buona lettura.

Michele Tortorici, La speranza e il silenzio (da Il cuore in tasca, Manni, 2016)


In questi giorni che la speranza è – come direbbe
il nostro caro e amato padre Dante –
«buia assai più che persa», il fatto che con calma io me ne vada
a spasso con le mani dietro la schiena
per il Corso può sembrare incoerente. Qualcuno potrebbe accusarmi
di scarso impegno sociale. Altri
potrebbero sollecitarmi a scrivere, se non
tutti i giorni almeno qualche volta, sul mio blog,
micheletortorici punto ittì, parole di fuoco, utili
a scuotere coscienze. Ma
c’è già chi ne scrive: lascio fare. Nel mio blog, poi,
figuriamoci! L’ultimo
post che ho scritto parlava di Ovidio, anche se l’argomento
che mi ero imposto di affrontare era quello dell’acqua
come bene comune: lo vedete? Le mie parole
si rivelano, a ben considerare, sempre inutili. Sono inguaribile.

In questi giorni che la speranza è – come direbbe
il nostro caro e amato padre Dante –
«buia assai più che persa», le parole,
quelle che, con il chiarore che hanno naturalmente
dentro di sé, potrebbero
attenuare l’oscurità mi va di pensarle e poi,
questo è il fatto, invece che di scriverle sul mio blog, mi va di tenerle
a mente come facevo con le filastrocche
che mio padre cantilenava; mi va di tenerle
a mente come se potessi imprigionarle per un incantesimo
nel tronco di una vecchia pianta – sono vecchio, infatti – rimasta
tanto tempo nello stesso posto. E queste vecchie piante, come tutte
le piante del resto, sono mute. E le filastrocche
hanno sì parole, ma le loro parole
sono senza ragione e sono senza senso, lo sanno tutti:
uno due e tre
né lu papa nun è re,
nun è re né lu papa
né lu beccu nun è crapa,
nun è crapa né lu beccu
né lu rusignolu nun è sceccu
.

Il fatto è che c’è un grande silenzio nella mia testa. E le parole
che penso con il fine preciso di dirle e di scriverle, quelle
inutili della poesia, non spezzano
questo silenzio, piuttosto lo accrescono. Non è da pochi giorni
d’altro canto, non so più nemmeno io da quanto tempo succede,
che la speranza è «buia assai più che persa». E pensare parole,
quelle utili
a scuotere le coscienze, scriverle
sui blog o sui giornali – lo fanno in tanti –
non funziona, è evidente. Bisogna pensarle, è vero. Bisogna pensarne
anche di quelle che possono sembrare utili: utili
almeno per scongiurare l’accusa
di scarso impegno sociale. Bisogna pensarne mica tante, però,
di queste parole. Soprattutto,
penso che sia meglio evitare di fare ricorso alle solite
parole. Allora, meglio le filastrocche. Mio padre, poi,
ne trovava di originali tanto che in seguito non le ho più sentite
dire da nessuno, mi sono rimaste
a mente, sarà per un incantesimo, anche se magari
non ricordo proprio
tutte le strofe, tutte le rime:
nun è sceccu lu rusignolu,
continua così, va bene, e poi? Forse continuava
né la ramorazza non è citrolu,
ma non ricordo proprio più: che peccato! Silenzio.

Ecco, il silenzio. Non dico tanto: se con un minuto
di silenzio si ricordano i morti, quanto dovrebbe durare
il silenzio necessario per pensare ai vivi? Proviamo
un’ora. Si potrebbe ripetere
la prova una volta la settimana. Poi si potrebbe ripetere due volte,
tre volte, quattro, cinque, sei, sette volte la settimana: una volta
al giorno, dunque,
da raggiungere con un buon allenamento
perché è faticoso
il silenzio. La potremmo chiamare l’ora
della speranza, l’ora che la speranza
diventa meno buia, meno persa: senza ragione, solo per il silenzio.


Dic 212016
 

Il solstizio d’inverno e la speranza della luce in un rito del 21 dicembre a Salisburgo

L’arrivo dei Perchten nella Domplatz di Salisburgo

Oggi, più o meno a quest’ora (scrivo alle 16.30) o poco più tardi, si svolge a Salisburgo, davanti alla cattedrale, un rito pagano. Vi ho assistito di persona quasi dieci anni fa mentre nella grande Domplatz fervevano le attività delle bancarelle del Christkindlmarkt, il mercatino di Natale. E per questo, capite, il ricordo di quel ventuno dicembre mi è venuto in mente proprio in questi giorni.
Dalla scalinata della chiesa è uno spettacolo vedere quel mercatino nel buio della sera che sembra precipitare troppo presto e che però, lì, mette ancora più in rilievo lo scintillio delle luci.
Mi trovavo sulle scale per scattare qualche foto di quello spettacolo quando ho visto arrivare un gruppo di “mostri” danzanti. Subito si sono create due ali di folla, una dalla parte del mercatino e una dalla parte della cattedrale. In mezzo, la danza dei mostri si è conclusa, dopo molte evoluzioni, intorno a un fuoco che simboleggiava la speranza del risorgere della luce a primavera. Così mi spiegava, con pazienza per la mia pessima comprensione del tedesco, un salisburghese. Di fronte al mio stupore, lui sembrava compiaciuto del fatto che un rito pagano si svolgesse liberamente davanti alla cattedrale e in presenza delle bancarelle di Natale: «Die Hoffnung ist immer gut»,”La speranza è sempre un bene”, credo che mi abbia detto. E poi qualcos’altro che non ho capito.

Ho chiesto in seguito informazioni anche ad altre persone e ho saputo che, nelle religioni pagane pre-cristiane di quella zona delle Alpi, Frau Perchta, il capo di quei “mostri”, era una creatura semidivina che soprintendeva al passaggio del solstizio d’inverno. Le creature demoniache che l’accompagnavano si chiamavano Perchten. Le maschere che attraversavano la piazza rappresentavano per l’appunto queste straordinarie creature disposte a celebrare la luce persino nel giorno più breve e buio dell’anno. Un segno di speranza – di cocciuta speranza, mi verrebbe da dire – che mi ha quasi commosso allora e mi ha di nuovo e più fortemente commosso quando l’ho ricordato nei giorni scorsi di fronte allo scempio del mercatino di Natale sul Ku’damm di Berlino.
Attraverso quel rito salisburghese si capisce infatti perché, con o senza Frau Perchta, nessuno da quelle parti può pensare di rinunciare ai mercatini, simbolo essi stessi della luce nei giorni più bui dell’anno. Chi lo facesse rinuncerebbe anche alla speranza nel domani. E difatti i mercatini, che non sono come tanti credono soltanto un luogo di shopping ma un’importante festa di futuro, continuano a essere aperti, in Germania, in Austria e dovunque questa tradizione sia radicata.
E ci aiutano a sperare, quei mercatini. Ci aiutano tutti: noi tranquilli cittadini d’Europa così come i disperati delle parti del mondo distrutte dalle guerre. Nel profondo del buio, c’è chi celebra la luce perché sa che verrà.
Per questo, nonostante tutto, Auguri!

Trascrivo qui sotto una poesia che ho scritto allora, poco dopo essermi allontanato dalla Domplatz di Salisburgo, e che mi sembra, anche vista con il senno di poi, abbastanza rappresentativa dello spirito di quel rito del 21 dicembre.

Michele Tortorici, Il baratto dei Perchten (da Viaggio all’osteria della terra, Manni, 2012)


E poi i Perchten la luce, che la notte
precipitosa del ventuno
di dicembre aveva spenta, l’hanno riaccesa loro con le fiaccole
e insieme con le danze che mimavano
più lunghe giornate e facevano già festa
alla venuta della primavera.

>Nella piazza infuocata Frau Perchta e i Perchten barattavano
– se ho ben capito – l’adesso con il dopo, il freddo e il buio
presenti con la stagione ancora da venire.

Un baratto speciale: come è possibile calcolare
la congruità di uno scambio tra quello che c’è e la speranza
di quello che sarà? Anche se
– a dire il vero – i Perchten di tutto il susseguirsi
delle stagioni, per il fatto
che di anno in anno ugualmente
si ripetono, sanno – o credono
di sapere – pressoché tutto, pensano comunque
di potersi fidare. La notte
del solstizio, in ogni caso, non hanno dubbi i Perchten
sul crescere del giorno il giorno dopo.


Apr 252016
 

Una decina di anni fa ho visto per caso nella libreria di una stazione ferroviaria la nuova edizione di un vecchio libro che avevo letto da ragazzo, le Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (Einaudi, 2002; l’edizione che avevo letto io era quella del 1952 che mio padre conservava bene in vista nella sua monumentale libreria di mogano: libreria che, mentre scrivo queste righe, mi guarda da dietro le spalle). Dato che mancava ancora del tempo alla partenza del treno, ho preso in mano quel libro e ho cominciato a rileggere quelle pagine così belle e così forti. Le ho rilette con la mia esperienza di insegnante e, mentre quando le avevo lette per la prima volta non avevo fatto caso all’età di coloro che le avevano scritte, a distanza di quarant’anni l’età di alcuni di quei condannati a morte mi ha colpito come una stilettata: avevano – ho pensato – l’età dei miei alunni di quando insegnavo al liceo, diciassette, diciotto, diciannove anni.
Mi aveva colpito in particolare, e non l’avevo notato alla prima lettura o non me lo ricordavo, il tono di quelle lettere: niente di “eroico”; erano, sì, “ultime” parole, ma scritte come se si trattasse di una partenza, con serenità, con accettazione. La morte era nel conto delle cose possibili. Ecco: si trattava di dar conto di questa cosa ai genitori, agli amici, alla fidanzata. E coloro che avevano quella straordinaria forza d’animo erano ragazzi. Sarebbero potuti essere miei alunni.
Durante il viaggio, uno dei miei tanti Roma-Torino del quale non ricordo però la ragione precisa, ho scritto, sull’onda dell’emozione di quella rilettura, la poesia che propongo qui sotto, Alunni, che qualche anno dopo è entrata a far parte della mia raccolta di versi La mente irretita. Questa poesia è poi diventata molto cara a tanti colleghi. Uno ha voluto che fosse trascritta sulla “pergamena” di saluto che gli è stata donata dalla scuola quando è andato in pensione, altri l’hanno letta a loro volta ai loro alunni; Manuela Vico, straordinaria insegnante di francese animatrice del Premio di poesia “Inter-Alpes” (al quale partecipano alunni della provincia di Cuneo e della regione francese della Provence-Alpes-Maritimes) ha voluto farne una specie di colonna sonora delle manifestazioni nelle quali si articola questo premio e spesso la fa leggere e la commenta con sempre rinnovata emozione.

Oggi le ultime testimonianze – lettere, appunti, fogli di diario – di condannati a morte e di deportati della resistenza italiana sono conservate nel sito ultimelettere.it che consiglio a tutti di andare a visitare con l’attenzione che merita. Da questo sito (e non dal libro che ho letto e riletto) traggo le lettere di tre ragazzi di diciassette anni che mi sembra facciano capire, meglio di qualsiasi “commento”, il senso della mia poesia Alunni.

Lettera di Ludovico Ticchioni (Tredicino) a … scritta in data 17-01-1945 da Carcere


17 gennaio
Sono sicuro che oggi
sarà il mio ultimo
giorno di vita.
Non mi importa
di morire.


Lettera di Domenico Caporossi (Miguel) alla Madre scritta in data 21-02-1945


21/2/1945
Cara Mamma Vado a morire,
ma da partigiano, col sorriso sulle labbra
ed una fede nel cuore. Non star malinco=
nica io muoio contento. Saluta amici e
parenti, ed un forte abbraccio e bacioni
alla piccolo Imperio e Ilenio e
il Caro Papa, e nonna e nonno e di
ricordarsene sempre. Ciau Vostro figlio
Domenico


Lettera di Lorenzo Alberti (Renzo) ai familiari


[Fronte]

Cara Mamma, sono stato preso
da dei tedeschi a Upega e sono stato
condannato a morte.
Non stai a piangere e né a strillare non
dai colpa a nessuno. Vivi tranquilla
ci hai ancora il fratello che ti
tiene compagnia. Ti può aiutare
nella vecchiaia.
Lo so che dopo tanti sacrifici
ti trovi un figlio di meno. Non
ti arrabbiare!
Caro papà vivete tranquilli
in famiglia come principi.
Sono morto senza
torture
Caro Fratello non piangere
aiuti bene ai

[Retro]

genitori senza farli arrabbiare.
Cari famigliari salutatemi tutti
i cari conoscenti e parenti
dite a loro che il destino volle così.
Vi saluto tutti
Renzo


Ecco, Ludovico, Domenico, Renzo, e tanti altri come loro, li avrei voluti come alunni. Dedico questa poesia a tutti gli alunni che ho avuto.

Michele Tortorici, Alunni (da La mente irretita, Manni, 2008)


Rileggendo
le Lettere dei condannati a morte della Resistenza

Alunni vi avrei voluti nell’ora
che vi ha sommersi la storia,
che vi ha affrancati la vostra
temeraria purezza,
che vi ha innalzati la speranza
nella parola che s’invera
come un giuramento.

Alunni vi avrei amati per potere
imparare la fede che attraversa
la morte come un’onda
di piena penetrata
nel mare. Vi avrei cercati per dare
inaspettate risposte alle troppe
impazienti pagine che ho letto. Vi avrei
attesi perché non si chiudesse
il portone della scuola e avrei scavato
per voi macerie di futuro
in offerta d’amore.

Avreste forse anche voi
prestato la vostra fede alle parole
che ho fatto scorrere sui banchi, ai versi
di libertà, alle note a piè di pagina sull’uomo
che s’infutura e che s’india; avreste
forse anche voi bevuto l’inganno
propizio di umani simulacri
senza professione di modernità.

Alunni vi avrei abbracciati per ricevere
il vostro contagio, per raccogliere
le lettere che avete scritto e custodirle
nell’archivio della scuola. Lì
un altro insegnante, dopo secoli
d’inettitudine, avrebbe scoperto
le pagine nascoste e portato
a nuovi alunni le vostre
parole per inverarle ancora
come un giuramento.


Apr 142016
 

Marco Vagnini, lo straordinario illustratore di due mie brevi raccolte di versi, è scomparso improvvisamente a cinquantuno anni il 14 febbraio scorso. Lui scriveva di sé con modestia di essere un «industrial designer, ma anche un graphic designer e un professore di design dell’ISIA (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche) di Roma». Nel ricordarlo a due mesi dalla morte, io posso dire di lui che era un creatore di bellezza.

Era un artista a tutto tondo perché la sua passione era trovare la ragione delle forme che ci stanno attorno: le forme degli oggetti e delle loro rappresentazioni, le forme che lo spazio assume se racchiuso da qualche elemento, le forme nelle quali ci si presenta, nella sua terrestrità, la materia (nella foto qui a fianco Marco Vagnini è accanto a una delle sue opere di pittura materica, che lui chiamava “artefatti naturali”) e, infine, la forma più difficile da trovare, la forma delle idee.
Che cosa vuol dire “la forma delle idee”?
Per spiegarlo devo ripercorrere un periodo bello della vita di Marco e della mia. Poco meno di vent’anni fa l’ISIA collaborava con il Ministero dell’Istruzione per la realizzazione di opere di design, dagli opuscoli per la diffusione delle novità legislative (erano gli anni dell’introduzione dell’autonomia scolastica) fino agli stand con i quali il Ministero stesso partecipava a mostre, fiere e altre situazioni di rapporto diretto con i cittadini. A lavorare per queste occasioni erano Enzo Manili, anche lui, a suo tempo professore di design all’ISIA e, appunto, Marco Vagnini, allora suo assistente. Non poche riunioni di lavoro si svolgevano nello studio di Manili in Piazza Giovine Italia. Più che riunioni di lavoro erano cantieri di idee dove si cercava in primo luogo di costruire un’idea che allora sembrava un po’ pazza: rendere “più bello” il rapporto del Ministero con i cittadini. “Più bello”, sì. Certo, quelli erano gli anni nei quali le nuove norme sulla comunicazione pubblica puntavano a qualificare il rapporto tra istituzioni e cittadino nel senso della trasparenza e della semplicità; ma proprio per raggiungere questo obiettivo, noi che ci riunivamo in quello studio (i più assidui, insieme a Manili e Vagnini, eravamo il direttore dell’allora Servizio per la Comunicazione del Ministero, Luigi Catalano, e io) pensavamo che quel rapporto dovesse essere, innanzitutto “più bello”. Via il grigiore connesso, nell’immaginario dei più, a un’istituzione come il Ministero e largo ai colori e alla fantasia. Nel corso di queste discussioni Enzo Manili, genero di Fosco Maraini e orgoglioso proprietario di una copia autografata del suo bellissimo libro di poesie nonsense La gnòsi delle Fanfole, ogni tanto leggeva alcuni di quei versi come via di fuga dalle insensatezze di vecchie norme e vecchi pregiudizi (insensatezze vere e concrete, a differenza dei nonsense di parole della Gnòsi) e poi, ripresa in mano la fidata matita momentaneamente abbandonata a favore del libro, continuava tranquillamente il suo lavoro. Una mattina spiegò in che cosa consisteva, secondo lui, il lavoro del designer: lo spiegò a noi, ma soprattutto a Marco, che comunque, ci fece capire, aveva ascoltato parecchie altre volte quella “lezione”, da allievo prima ancora che da assistente: il lavoro del designer consisteva, secondo Manili, nel «trovare la forma delle idee».

Qualunque allievo avrebbe colto il senso metaforico di quel discorso e si sarebbe fermato lì. Marco no. Marco ha sempre preso sul serio la lezione del suo maestro. Anzi, si potrebbe dire che ha voluto essere più risoluto ancora del suo maestro in quella ricerca. Qui a fianco ecco un esempio di come Marco interpretava l’insegnamento di Manili e, al tempo stesso, seguiva l’idea di rendere più bello il rapporto del Ministero con i cittadini. Non era usuale che gli uffici del Ministero avessero un logo e tuttavia fu Marco stesso a farci notare come un ufficio che nasceva con lo scopo di comunicare meglio non poteva farne a meno: doveva essere riconoscibile; l’idea che quell’ufficio rappresentava doveva avere la sua forma e lui l’avrebbe trovata. Eccola, nell’immagine qui a fianco. Questo logo, collocato in basso a destra in tutti i documenti usciti dalla Direzione generale per la Comunicazione (evoluzione del Servizio per la Comunicazione, nato insieme alle norme sull’autonomia scolastica), ha reso riconoscibile quell’ufficio più e meglio di qualunque dichiarazione o spiegazione in merito.

Non voglio dire niente qui di molte delle “grandi opere” (gli stand per esposizioni o manifestazioni pubbliche, in particolare) realizzate da Enzo Manili e Marco Vagnini, anche perché sarebbe impossibile distinguere la mano dell’uno da quella dell’altro. Non posso tuttavia fare a meno di mostrare (nella foto qui a fianco) la straordinaria “Ruota dell’autonomia”: uno stand informativo sui vari aspetti dell’autonomia scolastica presentato al ComPa 2001 e che ha ricevuto in quell’occasione il Premio del cittadino “Diritto all’informazione” attribuito, attraverso una votazione dei visitatori, allo stand migliore.
Voglio invece ricordare una iniziativa di Marco che riguarda proprio l’idea della necessità per una istituzione di essere “bella” nel suo porsi in relazione con i cittadini. Parlo degli anni a cavallo tra i due secoli durante i quali, a causa dell’avvento generalizzato dei computer, gli uffici del Ministero avevano rinunciato alla costosa – e bellissima – carta intestata stampata dal Poligrafico dello Stato (anche perché il Ministero in quegli anni aveva cambiato nome: da Ministero della Pubblica istruzione a Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) e usavano per i documenti ufficiali, dalle circolari ai decreti, normali fogli bianchi in testa ai quali stampavano, ciascuno con un carattere diverso, con un corpo diverso, qualche volta con una centratura non perfetta, la scritta istituzionale con sotto il nome dell’ufficio. Una specie di sciatteria generalizzata e, come si può immaginare, chi ama la bellezza può magari sopportare la bruttezza, ma non la sciatteria. Anche in questo caso, fu Marco a fare notare a noi della Direzione generale per la Comunicazione questo aspetto decisamente sconveniente della comunicazione ministeriale. E fu lui a porvi rimedio.
Come? In modo non facile. Ricavò, uno per uno, da una vecchia carta intestata, i bei caratteri calligrafici della scritta “Ministero della Pubblica Istruzione”; sulla base di quei caratteri, tracciò, da straordinario designer, le lettere mancanti per la nuova scritta (per esempio la U e la R maiuscole), si procurò attraverso l’apposito ufficio del Quirinale l’emblema della Repubblica e, infine, realizzò la nuova scritta, su una e su due righe (quella che vedete qui a fianco), pronta per rispondere alle diverse esigenze dei vari uffici. Dati i tempi che corrono, devo forse aggiungere che fece questo lavoro nei pochi spazi di tempo libero che aveva e che non ne ricavò alcun compenso. A noi della Direzione generale per la Comunicazione, non restò che trasmettere il file a tutti gli uffici del Ministero con la raccomandazione di usare con un semplice copia e incolla quella scritta per tutte le comunicazioni ufficiali. Naturalmente, poiché l’amore per la bellezza uno non se lo può dare, ma lo deve avere dentro di sé, allora e oggi quella raccomandazione non è stata sempre seguita.

Nessuno può meravigliarsi quindi, se, quando ho pensato di realizzare un libro di poesie illustrato, io mi sono rivolto a Marco Vagnini.
La prima volta nel 2010. Il libro è Versi inutili e altre inutilità, del quale riproduco qui a fianco la copertina, di una impareggiabile “purezza” grafica. Una purezza talmente assoluta che lo stesso grafico dell’editore, al vedere quella copertina, rinunciò ad aggiungere il nome, appunto, dell’editore per non introdurre in essa nessun elemento nuovo, che sarebbe stato di disturbo.
La seconda volta l’anno scorso. Il libro è Fine e principio e chi vuole può leggere, seguendo il link alla pagina dedicata a questo libro, insieme alle notizie sui versi che vi sono raccolti, il senso della collaborazione tra me e Marco: un senso talmente importante, ai fini stessi della comprensione del libro, che abbiamo deciso di pubblicare, in appendice alle poesie, lo scambio di email che documentava quel rapporto. Di questo libro riproduco qui sotto l’illustrazione all’ultima delle quattro poesie che vi sono raccolte e che è una elaborazione grafica di una foto (qui a fianco) della sala delle “Foglie cadute” (in ebraico “Schalechet”) dello Jüdisches Museum di Berlino.
Questa sala rievoca la Shoah in modo molto particolare (qui a destra una vista parziale della sala in una foto diversa da quella sulla quale ha lavorato Marco Vagnini). Alta e lunga, ha il pavimento ricoperto di maschere di metallo con la forma di bocche che urlano. Chi vi entra per la prima volta non sa che cosa fare, ma una hostess invita a non fermarsi e a camminare su quelle maschere di metallo fino in fondo alla sala. Appena calpestate, quelle maschere, per l’attrito dell’una sull’altra, stridono con un’eco che si ripercuote sulle pareti e che dà l’impressione di urli ripetuti. Chi esce dalla sala dopo averla percorsa fino alla fine ed essere ritornato indietro è una persona diversa da quella che vi era entrata: è come se l’intera storia dell’umanità pesasse sulle sue spalle, ma anche – almeno così è stato per me, in particolare quando ho visitato quella sala per la seconda volta – come se da quel peso potesse nascere una speranza. Nella poesia scaturita dalla mia esperienza di quella sala, Nuove progenie, ho cercato di riversare tanto il terribile peso del male della storia quanto la potente forza della speranza. Come dare forma a questa idea? Marco ha creato una prospettiva artificiale nella quale dal fondo oscuro emerge la luce, anzi, le stesse maschere di metallo diventano un elemento luminoso per chi ha il coraggio di guardarle. Una invenzione al tempo stesso bellissima e fedelissima al testo poetico del quale a lungo avevamo parlato insieme.
Alla fine dello scorso anno, proprio per il senso di speranza che porta dentro di sé ho pubblicato su questo blog la poesia Nuove progenie (qui: dove trovate anche molte notizie che aiutano a penetrare il senso di questi versi) in un post di auguri per il 2016. Non avrei mai pensato che l’avrei ripubblicata, a distanza di qualche mese – come ora sento il bisogno di fare – per ricordare il mio carissimo e giovane amico Marco Vagnini, creatore di bellezza.

Michele Tortorici, Nuove progenie (da Fine e principio, Roma, Anicia, 2015)


Schalechet

Quando ho visto nel museo,
come foglie cadute, maschere di metallo con la forma
di urli; quando, passo
dopo passo, quelle maschere io le ho sentite stridere, è tornato
alla mia mente con chiarezza l’avvertimento di Temi: «Liberatevi
delle vesti e gettate
dietro di voi le ossa di colei
che con magnanimità vi ha partoriti». Dopo l’ultimo diluvio,
dovevamo non
continuare, una dopo l’altra, generazioni
e generazioni di uomini e di donne come se ciò che era stato
non fosse stato, ma
ricominciare nuove stirpi, fare nascere
nuove progenie dalle ossa della terra.

Schalechet

Quando ho visto nel museo,
come foglie cadute, maschere di metallo con la forma
di urli; quando, passo
dopo passo, quelle maschere io le ho sentite stridere, ho capito
l’avvertimento di Temi. Dopo l’ultimo diluvio,
quegli urli scolpiti nel ferro erano loro
le nuove ossa che la terra, con spietata
magnanimità ci offriva perché, liberati delle vesti, affrancati
dall’ostinato volere
ricordare – quelli, dico, che hanno voluto
ricordare –, le gettassimo dietro di noi per fare nascere
nuovi uomini e nuove donne.

Schalechet


Feb 052016
 

Il mio nuovo libro è una raccolta di saggi letterari

Il primo, quello che dà il titolo al volume, si rivolge a tutti coloro che amano la poesia, a coloro che la insegnano, a coloro che, semplicemente, vogliono provare e far provare emozione alla lettura di un testo poetico, da Esiodo ai contemporanei.

«L’iniziazione a un mistero – afferma Gilberto Scaramuzzo nella Presentazione – è quel che deve aspettarsi chi si avvia alla lettura di questo libro. Il mistero cui si viene iniziati è un mistero bello: leggere la poesia. […] L’intento di queste pagine non è quello di insegnare un sapere ma di insegnare un potere. E insegnare un potere richiede un’opera creativa.
Difficile non avvertire come l’autore voglia che chiunque legga le sue pagine arrivi a godere in proprio di uno dei luoghi più belli dell’essere umani». Nel saggio che dà il titolo a questo volume, La musica delle parole. Come leggere il testo poetico, l’autore – continua Scaramuzzo – «ha il pregio di padroneggiare la difficile arte di giungere nei luoghi semplici, e così, in questa sua opera, la poesia viene riscoperta anche come creazione di un ritmo e, grazie ai suoni delle parole, di un’armonia; quindi come ri-creazione della dimensione spazio-temporale e, perciò, come ri-conoscimento dell’eterno».

Gli altri saggi del volume costituiscono in gran parte una sorta di esemplificazione di come, concretamente, leggere specifici testi poetici. Alcuni di questi sono letti nella loro unicità e singolarità. È il caso dei saggi su Il primo canto della Commedia dantesca. Due domande impertinenti e due pertinenti risposte, Il Natale del 1833. Il problema del dolore e i dubbi del Manzoni e La poesia Gesù di Giovanni Pascoli, un testo quasi sconosciuto. Altri testi poetici sono invece letti – attraverso precise analisi ipertestuali – nel lungo e spesso tortuoso cammino che la parola poetica è capace di compiere. È il caso del saggio su La speranza fallace da Cavalcanti a Petrarca fino a Leopardi e di quello su La neve. Un’immagine leggera del confondersi di vita e morte, da Cavalcanti a Pascoli.
A questi interventi se ne affiancano altri che costituiscono vere e proprie sorprendenti incursioni critiche sul terreno della prosa: La novella di Cisti fornaio. Boccaccio inganna i suoi lettori e Lorenzino de’ Medici come Cesare Borgia? C’è da ridere.
La musica delle parole è frutto di letture svolte senza pregiudizi, con mente sgombra: di conseguenza, presenta risultati critici originali e, in qualche caso, straordinariamente innovativi rispetto a interpretazioni tradizionali spesso appiattite sul “già visto” e sul “già detto”.

Il libro, uscito oggi, 5 febbraio, dalla tipografia (per una volta ho superato la mia tradizionale lentezza e questo post è fin troppo tempestivo), sarà nelle librerie, anche quelle online, già dalla prossima settimana. Il 20 febbraio sarà presentato, nella splendida sede della Confraternita de’ Genovesi in Roma, in via Anicia 12, da Sabrina Capponi e da Valerio Marucci, con il coordinamento di Renato Mammucari.

Giu 112015
 

Gli atti dell’atelier de traduction dedicato alla mia poesia Porto di giorni
e la traduzione di Danièle Robert

In un post di oltre un anno fa avevo promesso ai lettori di questo mio blog di tenerli informati della pubblicazione degli Atti delle “Assises de la traduction littéraire” tenutesi ad Arles nel 2013 e dedicate al tema “Traduire la mer”.
In quelle “Assises”, il più importante consesso mondiale di traduttori in lingua francese, la mia poesia Porto di giorni ha rappresentato la produzione poetica italiana ed è stata oggetto di un atelier de traduction curato da Danièle Robert. Ecco dunque l’estratto degli Atti contenente la relazione su quell’atelier, il cui interesse, ben al di là del fatto che riguarda una mia poesia, consiste nel proporsi come vero e proprio modello del percorso da seguire per affrontare la traduzione di un testo poetico, indipendentemente dalle lingue di origine e di arrivo. Tutto merito della bravissima Danièle Robert alla quale devo la splendida traduzione di due miei libri: uno di versi, La mente irretita (La pensée prise au piège, Vagabonde, 2010); e uno in prosa, il romanzo Due perfetti sconosciuti (Deux parfaits inconnus, Chemin de ronde, 2014).

Aggiungo una piccola postilla a quanto detto sulle Assises del 2013. Data l’attenzione che critici, traduttori, editori e pubblico hanno in Francia per i miei testi, nessuno si stupirà se la “voce” su Wikipedia che mi riguarda si trova sulla versione francese di wikipedia (qui) e non su quella italiana. Ringrazio di cuore gli amici francesi che la tengono aggiornata.

Trascrivo qui sotto l’estratto, ma chi vuole può scaricare il pdf semplicemente cliccando qui.

Assise della traduzione letteraria 2013
Tradurre il mare
Estratto degli Atti tradotto da Roberta Bisini
____

Atelier di italiano
curato da Danièle Robert

Carosello di barche carosello di parole
su una poesia di Michele Tortorici, Porto di giorni
(tratta da Viaggio all’osteria della Terra, San Cesario di Lecce, Manni editori, 2012)

Per una felice coincidenza, i due ateliers d’italiano di queste Assise avevano come oggetto due autori siciliani, uno romanziere, l’altro poeta, le cui opere rispettive riflettono un approccio e una visione del mare molto diversa: all’est lo Stretto di Messina, Cariddi e Scilla, dove si svolge l’affresco monumentale di Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, all’est l’isola di Favignana, nell’arcipelago delle Egadi, inesauribile fonte di ispirazione per la poesia di Michele Tortorici.

Avevo scelto di proposito una poesia inedita in francese per favorire una lettura plurale e un largo ventaglio di proposte attraverso le quali la mia era suscettibile di modifiche: questo metodo si è rivelato estremamente ricco per me e probabilmente per la maggior parte di una sessantina di partecipanti (italianisti, specialisti di altre lingue, studenti francesi e italiani), vista la diversità e la vivacità delle loro reazioni.

Dopo una breve presentazione dell’autore – che io traduco e con il quale sono in corrispondenza regolare da qualche anno – ho distribuito ai presenti un piccolo testo scritto da lui, dando qualche indicazione molto utile per il nostro lavoro: spiega infatti Tortorici di aver “pensato” il titolo e l’insieme della poesia sul piano ritmico e prosodico riferendosi alla celebre aria di Azucena del Trovatore “Stride la Vampa” della quale abbiamo tentato un ascolto tecnicamente un po’ frustrante ma che ci ha messo in ogni caso nell’orecchio l’essenziale di quello di cui si tratta: una sottile combinazione di ritmi a due e tre tempi realizzata da una voce solista lancinante e un’orchestra molto coinvolgente. Ma Tortorici aggiunge che un po’ alla volta ha virato verso un ritmo più libero che, verso la fine della poesia, si rivela quasi prosaico.

Poi ho letto il testo in italiano:

Tornano le barche tutti i giorni al porto; e tornano
al porto i giorni con la loro
pazienza, con la cocciutaggine
che è necessaria perché non manchino mai coi loro soli
alti e bassi e poi le loro lune
cangianti. Tornano le barche e tornano
i giorni sui moli e si diffonde
l’attesa come l’eco
fa quando risuona sulle pareti alte che riparano,
dal lato di scirocco, il porto.

Porto dove le barche antiche hanno
nomi di santi usciti certe volte
da un calendario anch’esso antico, un calendario
che altrove sarà stato
dimenticato ed è rimasto qui perché si è invischiato nei detriti
salati che si ammassano e poi seguono il vento come i ragazzini
fanno con il pallone per le strade
che di là dalla Plaia alla rinfusa
si allontanano.

Porto di giorni visti mille volte, di ritorni
pervicaci tanto che li credi immutabili, di cicli ordinati, o pensati
così, comunque
rassicuranti.

Porto di giorni che fortunosamente,
uno dopo l’altro, cadono tra questi moli dove
anche loro rimangono invischiati nei detriti
che il mare accumula e che poi si disfano
in un marciume liquido: nessuno
sa quando – e se – altre correnti
riusciranno a sospingerli via di nuovo al largo.

Porto di giorni che, anche quando la folla per mercanteggiare
il pesce, d’agosto, si assiepa fin sul bordo
della banchina, ostinatamente ritornano, ai vocii
indifferenti, indifferenti a tutti i calpestii. E allo stesso modo
che respira, al tendersi
e allentarsi delle corde,
ogni barca ormeggiata, i giorni pure, col moto delle onde,
respirano qui in un alternarsi
di slanci e tregue, premure e svogliatezze. E l’eco
risuona sulle pareti alte che riparano,
dal lato di scirocco, il porto.

Una prima constatazione: questo testo non presenta problemi insormontabili sul piano lessicale: non ci sono neologismi, né invenzioni verbali, né uso del dialetto come in Horcynus Orca; in compenso, tutta l’arte della traduzione poggia qui sul modo di fare udire una “musica” che non sia a immagine del testo originale, evidentemente, ma in corrispondenza con esso, a partire dalle risorse che ci dà il francese. Abbiamo quindi rapidamente rilevato i termini che potevano impedire la comprensione dell’insieme e abbiamo identificato il loro senso primario, nell’attesa di un affinamento, poi la discussione si è incentrata sul titolo, Porto di giorni, il cui accento sulla prima e la quarta sillaba riprende quello di Stride la vampa.

Ci trovavamo in un’impasse: impossibile far cominciare il titolo francese con “Port”, troppo aspro, e ridurre a tre sillabe, senza la “e” muta, un verso di cinque. Abbiamo quindi lasciato maturare le cose e siamo passati alla prima strofa che, a sua volta, ha suscitato un buon numero di questioni sulla ripresa: Tornano le barche…e tornano i giorni” ecc. Rispettare o no l’inversione del soggetto? Scegliere “reviennent”, “retournent”, rentrent”, oppure “tournent” con il rischio di un leggero cambiamento del senso ma stando più vicini alle sonorità dell’italiano? Ero piuttosto per questa ultima soluzione perché tornare può avere letteralmente il senso di “tourner” e l’espressione “tornare le spalle” significa proprio “tourner le dos”; ma mi sono rimessa all’opinione della maggioranza che sosteneva giustamente che ciò dava un senso differente al testo.

In ogni caso era chiaro che noi dovevamo osservare sempre la struttura d’insieme della poesia, cioè questa alternanza di ritmi a due e tre tempi che è in stretta relazione con le idee, impressioni e sentimenti che sviluppa.

Un’altra pietra di inciampo ha riguardato l’impiego per due volte dell’espressione pareti alte che, nel primo caso, designa i parapetti – costruiti o naturali? – che proteggono il porto dalle intemperie ma, nel secondo caso, soltanto le pareti rocciose della costa sud molto frastagliata e scoscesa. Tra “murs” “parois” “murailles” “falaises” la scelta era insoddisfacente perché ognuno di questi termini non si adattava contemporaneamente alle due immagini. Ho proposto “parapets”, contro il parere di molti che ci vedevano una costruzione di basso profilo, ma ho spiegato la scelta: da una parte l’autore si preoccupa di precisare pareti alte; dall’altra avevo immediatamente pensato, preparando il testo, a due versi del Bateau ivre: “ Fileur eternel des immobilités bleues / Je regrette L’Europe aux anciens parapets!”. L’uso metaforico della parola in Rimbaud è analogo a quello di Michele Tortorici che senza dubbio non ha ripreso volontariamente questa immagine, ma si traduce sempre con il proprio bagaglio personale, storico, culturale ed è questo che avvicina il lavoro del traduttore con quello dell’interprete di una partitura musicale o di un testo teatrale; è anche così che si apre la porta a delle traduzioni continuamente rinnovate.

Ci sono stati molti altri punti di discussione: così tre termini che evocano l’ostinazione ma che appartengono a tre famiglie diverse: cocciutaggine, pervicaci, ostinatamente e che non devono essere tradotti con gli stessi termini; lo stesso l’unione delle parole un marciume liquido difficile da rendere perché qualifica contemporaneamente le pagine di un calendario cadute nella sabbia e i giorni che cadono sulla banchina del porto, restando le une e gli altri invischiati nei detriti. Pareri molto condivisi ma anche dubbi: tra “macération liquide”, “magma liquide”, “liquide putréfié”,” fange liquide”, quale immagine sposa meglio il movimento del testo?

L’espressione alla rinfusa / si allontanano ha dato luogo a numerosi rifiuti: “en désordre” giudicato troppo piatto; “en pagaille” troppo familiare, “à vau l’eau” – che io suggerivo – ritenuto peggiorativo. La questione è rimasta aperta.

Un lungo dibattito c’è stato anche sull’avverbio fortunosamente che designa l’oscillazione tra la buona e la cattiva sorte, la fortuna e la sfortuna, e che qualifica qui la caduta dei giorni. Avevo proposto “bon an, mal an” ma un partecipante mi ha fatto osservare che, su un piano ritmico e per dare davvero l’impressione di una incertezza, di un errare, era meglio trovare una parola più lunga, e ha proposto “aventureusement” Tutti hanno approvato.

E si è arrivati alla conclusione di questa poesia che, sebbene alla lettura possa apparire facile da “decifrare” anche per un non italianista, si rivela invece piena di trabocchetti appena si tenta la traduzione.

Restava la questione del titolo, non risolta. Ma il tempo pressava e io ho dato la mia personale soluzione: far precedere la parola “port” da un articolo indefinito. L’accento cade quindi sulla seconda e sulla quarta sillaba, e si arriva già in questo modo al movimento che si ritroverà per tutto il corso della poesia per significare l’oscillare delle barche alla fermata, quello delle onde, e il “respiro” dei giorni che si succedono.

Sulla coppia della fine della poesia: vocii/calpestii costruito in chiasmo, al tendersi e allentarsi, slanci e tregue, premure e svogliatezze, tutti sono stati d’accordo.

Il testo che presento qui è il prodotto della mia traduzione di partenza rivista ed emendata alla luce della riflessione collettiva.

Un port de jours

Retour des barques tous les jours au port ; et retour
au port des jours avec
patience, avec l’entêtement
qui leur est nécessaire pour ne jamais faillir avec leurs soleils
hauts et bas et puis leurs lunes
changeantes. Retour des barques et retour
des jours sur les môles et l’attente
s’étire comme fait l’écho
quand il résonne sur les hauts parapets qui protègent,
du côté du sirocco, le port.

Un port où les barques anciennes ont
des noms de saints parfois sortis
d’un calendrier ancien lui-même, calendrier
qui a dû être ailleurs
oublié et qui est resté là parce qu’il s’est échoué dans les détritus
salés qui s’entassent et puis suivent le vent comme font
les gamins avec leur ballon dans les rues
qui au-delà de la Plaia s’égarent
en tous sens.

Un port de jours mille fois vus, de retours
si opiniâtres qu’on les croit immuables, de cycles réguliers, ou perçus
ainsi, en tout cas
rassurants.

Un port de jours qui, aventureusement,
l’un après l’autre, tombent entre ces môles où
échoués eux aussi ils restent dans les détritus
que la mer accumule et puis se décomposent
en une fange liquide : personne
ne sait quand — et si — d’autres courants
parviendront à les pousser au large de nouveau.

Un port de jours qui, même lorsque la foule pour marchander
le poisson, en août, se presse tout au bord
du quai, obstinément retournent, aux bruits de voix
indifférents, indifférents à tous les bruits de pas. Et de la même façon
que respire, lorsque se tendent
et se relâchent les cordages,
chaque barque au mouillage, les jours aussi, au mouvement des vagues,
respirent là dans une alternance
d’impulsions et de trêves, d’empressements et d’indolences. Et l’écho
résonne sur les hauts parapets qui protègent,
du côté du sirocco, le port.

Per concludere sull’importanza essenziale ai miei occhi di tradurre sempre la poesia tenendo conto del verso che la fonda, ho distribuito e letto una magnifica traduzione de “L’Albatros” di Antonio Prete e che è presente nel saggio che ha dedicato alla traduzione del testo poetico (vedere qui sotto) e anche una canzone di Guido Cavalcanti di cui ho redatto la traduzione.

Bibliografia:

Baudelaire, Charles, I fiori del male, traduzione dal francese e cura di Antonio Prete, Milano, Feltrinelli, 2003.
Cavalcanti, Guido, Rime, traduit de l’italien, prefacé et annoté par Danièle Robert (édition bilingue), Senouillac, Vagabonde, 2012.
Prete, Antonio, À l’ombre de l’autre langue, [All’ombra dell’altra lingua, 2011], Cadenet, les éditions Chemin de ronde, coll. “Stilnovo“, 2013.
Tortorici, Michele, La pensée prise au piège , [La mente irretita , 2008], traduit da l’italien e prefacé par Danièle Robert (édition bilingue), Senouillac, Vagabonde, 2010.

Suffusion theme