Le Assises de la traduction littéraire:
Un port de jour

Gli atti dell’atelier de traduction dedicato alla mia poesia Porto di giorni
e la traduzione di Danièle Robert

In un post di oltre un anno fa avevo promesso ai lettori di questo mio blog di tenerli informati della pubblicazione degli Atti delle “Assises de la traduction littéraire” tenutesi ad Arles nel 2013 e dedicate al tema “Traduire la mer”.
In quelle “Assises”, il più importante consesso mondiale di traduttori in lingua francese, la mia poesia Porto di giorni ha rappresentato la produzione poetica italiana ed è stata oggetto di un atelier de traduction curato da Danièle Robert. Ecco dunque l’estratto degli Atti contenente la relazione su quell’atelier, il cui interesse, ben al di là del fatto che riguarda una mia poesia, consiste nel proporsi come vero e proprio modello del percorso da seguire per affrontare la traduzione di un testo poetico, indipendentemente dalle lingue di origine e di arrivo. Tutto merito della bravissima Danièle Robert alla quale devo la splendida traduzione di due miei libri: uno di versi, La mente irretita (La pensée prise au piège, Vagabonde, 2010); e uno in prosa, il romanzo Due perfetti sconosciuti (Deux parfaits inconnus, Chemin de ronde, 2014).

Aggiungo una piccola postilla a quanto detto sulle Assises del 2013. Data l’attenzione che critici, traduttori, editori e pubblico hanno in Francia per i miei testi, nessuno si stupirà se la “voce” su Wikipedia che mi riguarda si trova sulla versione francese di wikipedia (qui) e non su quella italiana. Ringrazio di cuore gli amici francesi che la tengono aggiornata.

Trascrivo qui sotto l’estratto, ma chi vuole può scaricare il pdf semplicemente cliccando qui.

Assise della traduzione letteraria 2013
Tradurre il mare
Estratto degli Atti tradotto da Roberta Bisini
____

Atelier di italiano
curato da Danièle Robert

Carosello di barche carosello di parole
su una poesia di Michele Tortorici, Porto di giorni
(tratta da Viaggio all’osteria della Terra, San Cesario di Lecce, Manni editori, 2012)

Per una felice coincidenza, i due ateliers d’italiano di queste Assise avevano come oggetto due autori siciliani, uno romanziere, l’altro poeta, le cui opere rispettive riflettono un approccio e una visione del mare molto diversa: all’est lo Stretto di Messina, Cariddi e Scilla, dove si svolge l’affresco monumentale di Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, all’est l’isola di Favignana, nell’arcipelago delle Egadi, inesauribile fonte di ispirazione per la poesia di Michele Tortorici.

Avevo scelto di proposito una poesia inedita in francese per favorire una lettura plurale e un largo ventaglio di proposte attraverso le quali la mia era suscettibile di modifiche: questo metodo si è rivelato estremamente ricco per me e probabilmente per la maggior parte di una sessantina di partecipanti (italianisti, specialisti di altre lingue, studenti francesi e italiani), vista la diversità e la vivacità delle loro reazioni.

Dopo una breve presentazione dell’autore – che io traduco e con il quale sono in corrispondenza regolare da qualche anno – ho distribuito ai presenti un piccolo testo scritto da lui, dando qualche indicazione molto utile per il nostro lavoro: spiega infatti Tortorici di aver “pensato” il titolo e l’insieme della poesia sul piano ritmico e prosodico riferendosi alla celebre aria di Azucena del Trovatore “Stride la Vampa” della quale abbiamo tentato un ascolto tecnicamente un po’ frustrante ma che ci ha messo in ogni caso nell’orecchio l’essenziale di quello di cui si tratta: una sottile combinazione di ritmi a due e tre tempi realizzata da una voce solista lancinante e un’orchestra molto coinvolgente. Ma Tortorici aggiunge che un po’ alla volta ha virato verso un ritmo più libero che, verso la fine della poesia, si rivela quasi prosaico.

Poi ho letto il testo in italiano:

Tornano le barche tutti i giorni al porto; e tornano
al porto i giorni con la loro
pazienza, con la cocciutaggine
che è necessaria perché non manchino mai coi loro soli
alti e bassi e poi le loro lune
cangianti. Tornano le barche e tornano
i giorni sui moli e si diffonde
l’attesa come l’eco
fa quando risuona sulle pareti alte che riparano,
dal lato di scirocco, il porto.

Porto dove le barche antiche hanno
nomi di santi usciti certe volte
da un calendario anch’esso antico, un calendario
che altrove sarà stato
dimenticato ed è rimasto qui perché si è invischiato nei detriti
salati che si ammassano e poi seguono il vento come i ragazzini
fanno con il pallone per le strade
che di là dalla Plaia alla rinfusa
si allontanano.

Porto di giorni visti mille volte, di ritorni
pervicaci tanto che li credi immutabili, di cicli ordinati, o pensati
così, comunque
rassicuranti.

Porto di giorni che fortunosamente,
uno dopo l’altro, cadono tra questi moli dove
anche loro rimangono invischiati nei detriti
che il mare accumula e che poi si disfano
in un marciume liquido: nessuno
sa quando – e se – altre correnti
riusciranno a sospingerli via di nuovo al largo.

Porto di giorni che, anche quando la folla per mercanteggiare
il pesce, d’agosto, si assiepa fin sul bordo
della banchina, ostinatamente ritornano, ai vocii
indifferenti, indifferenti a tutti i calpestii. E allo stesso modo
che respira, al tendersi
e allentarsi delle corde,
ogni barca ormeggiata, i giorni pure, col moto delle onde,
respirano qui in un alternarsi
di slanci e tregue, premure e svogliatezze. E l’eco
risuona sulle pareti alte che riparano,
dal lato di scirocco, il porto.

Una prima constatazione: questo testo non presenta problemi insormontabili sul piano lessicale: non ci sono neologismi, né invenzioni verbali, né uso del dialetto come in Horcynus Orca; in compenso, tutta l’arte della traduzione poggia qui sul modo di fare udire una “musica” che non sia a immagine del testo originale, evidentemente, ma in corrispondenza con esso, a partire dalle risorse che ci dà il francese. Abbiamo quindi rapidamente rilevato i termini che potevano impedire la comprensione dell’insieme e abbiamo identificato il loro senso primario, nell’attesa di un affinamento, poi la discussione si è incentrata sul titolo, Porto di giorni, il cui accento sulla prima e la quarta sillaba riprende quello di Stride la vampa.

Ci trovavamo in un’impasse: impossibile far cominciare il titolo francese con “Port”, troppo aspro, e ridurre a tre sillabe, senza la “e” muta, un verso di cinque. Abbiamo quindi lasciato maturare le cose e siamo passati alla prima strofa che, a sua volta, ha suscitato un buon numero di questioni sulla ripresa: Tornano le barche…e tornano i giorni” ecc. Rispettare o no l’inversione del soggetto? Scegliere “reviennent”, “retournent”, rentrent”, oppure “tournent” con il rischio di un leggero cambiamento del senso ma stando più vicini alle sonorità dell’italiano? Ero piuttosto per questa ultima soluzione perché tornare può avere letteralmente il senso di “tourner” e l’espressione “tornare le spalle” significa proprio “tourner le dos”; ma mi sono rimessa all’opinione della maggioranza che sosteneva giustamente che ciò dava un senso differente al testo.

In ogni caso era chiaro che noi dovevamo osservare sempre la struttura d’insieme della poesia, cioè questa alternanza di ritmi a due e tre tempi che è in stretta relazione con le idee, impressioni e sentimenti che sviluppa.

Un’altra pietra di inciampo ha riguardato l’impiego per due volte dell’espressione pareti alte che, nel primo caso, designa i parapetti – costruiti o naturali? – che proteggono il porto dalle intemperie ma, nel secondo caso, soltanto le pareti rocciose della costa sud molto frastagliata e scoscesa. Tra “murs” “parois” “murailles” “falaises” la scelta era insoddisfacente perché ognuno di questi termini non si adattava contemporaneamente alle due immagini. Ho proposto “parapets”, contro il parere di molti che ci vedevano una costruzione di basso profilo, ma ho spiegato la scelta: da una parte l’autore si preoccupa di precisare pareti alte; dall’altra avevo immediatamente pensato, preparando il testo, a due versi del Bateau ivre: “ Fileur eternel des immobilités bleues / Je regrette L’Europe aux anciens parapets!”. L’uso metaforico della parola in Rimbaud è analogo a quello di Michele Tortorici che senza dubbio non ha ripreso volontariamente questa immagine, ma si traduce sempre con il proprio bagaglio personale, storico, culturale ed è questo che avvicina il lavoro del traduttore con quello dell’interprete di una partitura musicale o di un testo teatrale; è anche così che si apre la porta a delle traduzioni continuamente rinnovate.

Ci sono stati molti altri punti di discussione: così tre termini che evocano l’ostinazione ma che appartengono a tre famiglie diverse: cocciutaggine, pervicaci, ostinatamente e che non devono essere tradotti con gli stessi termini; lo stesso l’unione delle parole un marciume liquido difficile da rendere perché qualifica contemporaneamente le pagine di un calendario cadute nella sabbia e i giorni che cadono sulla banchina del porto, restando le une e gli altri invischiati nei detriti. Pareri molto condivisi ma anche dubbi: tra “macération liquide”, “magma liquide”, “liquide putréfié”,” fange liquide”, quale immagine sposa meglio il movimento del testo?

L’espressione alla rinfusa / si allontanano ha dato luogo a numerosi rifiuti: “en désordre” giudicato troppo piatto; “en pagaille” troppo familiare, “à vau l’eau” – che io suggerivo – ritenuto peggiorativo. La questione è rimasta aperta.

Un lungo dibattito c’è stato anche sull’avverbio fortunosamente che designa l’oscillazione tra la buona e la cattiva sorte, la fortuna e la sfortuna, e che qualifica qui la caduta dei giorni. Avevo proposto “bon an, mal an” ma un partecipante mi ha fatto osservare che, su un piano ritmico e per dare davvero l’impressione di una incertezza, di un errare, era meglio trovare una parola più lunga, e ha proposto “aventureusement” Tutti hanno approvato.

E si è arrivati alla conclusione di questa poesia che, sebbene alla lettura possa apparire facile da “decifrare” anche per un non italianista, si rivela invece piena di trabocchetti appena si tenta la traduzione.

Restava la questione del titolo, non risolta. Ma il tempo pressava e io ho dato la mia personale soluzione: far precedere la parola “port” da un articolo indefinito. L’accento cade quindi sulla seconda e sulla quarta sillaba, e si arriva già in questo modo al movimento che si ritroverà per tutto il corso della poesia per significare l’oscillare delle barche alla fermata, quello delle onde, e il “respiro” dei giorni che si succedono.

Sulla coppia della fine della poesia: vocii/calpestii costruito in chiasmo, al tendersi e allentarsi, slanci e tregue, premure e svogliatezze, tutti sono stati d’accordo.

Il testo che presento qui è il prodotto della mia traduzione di partenza rivista ed emendata alla luce della riflessione collettiva.

Un port de jours

Retour des barques tous les jours au port ; et retour
au port des jours avec
patience, avec l’entêtement
qui leur est nécessaire pour ne jamais faillir avec leurs soleils
hauts et bas et puis leurs lunes
changeantes. Retour des barques et retour
des jours sur les môles et l’attente
s’étire comme fait l’écho
quand il résonne sur les hauts parapets qui protègent,
du côté du sirocco, le port.

Un port où les barques anciennes ont
des noms de saints parfois sortis
d’un calendrier ancien lui-même, calendrier
qui a dû être ailleurs
oublié et qui est resté là parce qu’il s’est échoué dans les détritus
salés qui s’entassent et puis suivent le vent comme font
les gamins avec leur ballon dans les rues
qui au-delà de la Plaia s’égarent
en tous sens.

Un port de jours mille fois vus, de retours
si opiniâtres qu’on les croit immuables, de cycles réguliers, ou perçus
ainsi, en tout cas
rassurants.

Un port de jours qui, aventureusement,
l’un après l’autre, tombent entre ces môles où
échoués eux aussi ils restent dans les détritus
que la mer accumule et puis se décomposent
en une fange liquide : personne
ne sait quand — et si — d’autres courants
parviendront à les pousser au large de nouveau.

Un port de jours qui, même lorsque la foule pour marchander
le poisson, en août, se presse tout au bord
du quai, obstinément retournent, aux bruits de voix
indifférents, indifférents à tous les bruits de pas. Et de la même façon
que respire, lorsque se tendent
et se relâchent les cordages,
chaque barque au mouillage, les jours aussi, au mouvement des vagues,
respirent là dans une alternance
d’impulsions et de trêves, d’empressements et d’indolences. Et l’écho
résonne sur les hauts parapets qui protègent,
du côté du sirocco, le port.

Per concludere sull’importanza essenziale ai miei occhi di tradurre sempre la poesia tenendo conto del verso che la fonda, ho distribuito e letto una magnifica traduzione de “L’Albatros” di Antonio Prete e che è presente nel saggio che ha dedicato alla traduzione del testo poetico (vedere qui sotto) e anche una canzone di Guido Cavalcanti di cui ho redatto la traduzione.

Bibliografia:

Baudelaire, Charles, I fiori del male, traduzione dal francese e cura di Antonio Prete, Milano, Feltrinelli, 2003.
Cavalcanti, Guido, Rime, traduit de l’italien, prefacé et annoté par Danièle Robert (édition bilingue), Senouillac, Vagabonde, 2012.
Prete, Antonio, À l’ombre de l’autre langue, [All’ombra dell’altra lingua, 2011], Cadenet, les éditions Chemin de ronde, coll. “Stilnovo“, 2013.
Tortorici, Michele, La pensée prise au piège , [La mente irretita , 2008], traduit da l’italien e prefacé par Danièle Robert (édition bilingue), Senouillac, Vagabonde, 2010.

La mia poesia Porto di giorni
alle Assises de la traduction littéraire

Si svolgono da oggi a domenica ad Arles, le trentesime Assises de la traduction littéraire, il più importante appuntamento riservato a coloro che traducono da tutte le lingue del mondo in francese. Il tema di quest’anno è “Traduire la mer”, e un posto d’onore viene riservato al romanzo di Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, del quale Monique Baccelli e Antonio Werli stanno portando a compimento l’immane opera di traduzione per le Éditions Attila.

Ma il fatto che mi tocca direttamente – e che mi emoziona nel profondo per l’esplicito e autorevole riconoscimento nei confronti del mio lavoro – è che la produzione poetica italiana è rappresentata in queste Assises dalla poesia Porto di giorni, tratta dalla mia più recente raccolta di versi, Viaggio all’osteria della terra. In questa raccolta Porto di giorni dà il titolo alla intera prima sezione dedicata al mio rapporto con il mare e con l’isola di Favignana, che è centrale nella mia poesia. Mi fa perciò particolare piacere che proprio questo testo sia stato scelto nell’anno nel quale le Assises hanno come tema “Traduire la mer”.
Sarà Danièle Robert, bravissima e appassionata traduttrice insignita l’anno scorso del prestigioso Prix Nelly Sachs, a condurre il 10 novembre prossimo l’atelier sulla versione in francese, ancora inedita, di questa poesia.
Inutile aggiungere che terrò informati i venticinque lettori della uscita degli atti relativi a questo atelier.

Al pubblico francese, che ha dimostrato in questi anni uno straordinario amore per i miei versi, e a tutti i miei lettori italiani dedico la pubblicazione in questo blog di Porto di giorni.

Michele Tortorici, Porto di giorni (da Viaggio all’osteria della terra, Manni, 2012)


Tornano le barche tutti i giorni al porto; e tornano
al porto i giorni con la loro
pazienza, con la cocciutaggine
che è necessaria perché non manchino mai coi loro soli
alti e bassi e poi le loro lune
cangianti. Tornano le barche e tornano
i giorni sui moli e si diffonde
l’attesa come l’eco
fa quando risuona sulle pareti alte che riparano,
dal lato di scirocco, il porto.

Porto dove le barche antiche hanno
nomi di santi usciti certe volte
da un calendario anch’esso antico, un calendario
che altrove sarà stato
dimenticato ed è rimasto qui perché si è invischiato nei detriti
salati che si ammassano e poi seguono il vento come i ragazzini
fanno con il pallone per le strade
che di là dalla Plaia alla rinfusa
si allontanano.

Porto di giorni visti mille volte, di ritorni
pervicaci tanto che li credi immutabili, di cicli ordinati, o pensati
così, comunque
rassicuranti.

Porto di giorni che fortunosamente,
uno dopo l’altro, cadono tra questi moli dove
anche loro rimangono invischiati nei detriti
che il mare accumula e che poi si disfano
in un marciume liquido: nessuno
sa quando – e se – altre correnti
riusciranno a sospingerli via di nuovo al largo.

Porto di giorni che, anche quando la folla per mercanteggiare
il pesce, d’agosto, si assiepa fin sul bordo
della banchina, ostinatamente ritornano, ai vocii
indifferenti, indifferenti a tutti i calpestii. E allo stesso modo
che respira, al tendersi
e allentarsi delle corde,
ogni barca ormeggiata, i giorni pure, col moto delle onde,
respirano qui in un alternarsi
di slanci e tregue, premure e svogliatezze. E l’eco
risuona sulle pareti alte che riparano,
dal lato di scirocco, il porto.


I miei Versi inutili
per ricordare i quaranta anni del golpe in Cile

Quarant’anni fa dal giornale radio delle sette del mattino del 12 settembre – se non ricordo male – ebbi le prime notizie del golpe militare in Cile. Notizie, almeno le prime, frammentarie e incerte: di sicuro c’era soltanto la presa del palazzo presidenziale e la morte di Salvador Allende. Subito fissai dentro di me quelle notizie con l’immagine della notte. Naturalmente non sapevo quello che sarebbe successo nei giorni, nelle settimane e negli anni successivi. Non potevo prevedere la ferocia di un regime dittatoriale disumano che sarebbe passato alla storia per la pratica sistematica della tortura, per gli oltre tremila assassini accertati degli oppositori (ma il numero”reale” degli assassinati è probabilmente più di dieci volte superiore) e per i milleduecento desaparecidos. Ma, per una di quelle intuizioni che a volte fanno capire i fatti meglio di tante analisi, vidi la storia che entrava in una notte e mi resi conto di non riuscire a vedere il giorno che sarebbe seguito.
È vero che il Cile era dall’altra parte del mondo. Ma mi era vicino – come era vicino a tanti ragazzi italiani della sinistra di quegli anni – per la sua poesia, quella di Pablo Neruda, per la sua musica, quella degli Inti-Illimani o di Victor Jara, per la bellezza – sì: la bellezza – del percorso di democrazia e giustizia sociale, quello intrapreso da Salvador Allende, che negli ultimi tre anni avevamo seguito passo passo con ammirazione e trepidazione.

Da quel momento di quarant’anni fa, ogni volta che ho avuto la percezione del venir meno di una lucida prospettiva di speranza in qualsiasi parte del mondo, compresa quella dove mi trovo a vivere, ho avvertito in quella percezione la stessa immagine della notte. E, ogni volta, non ho potuto non ripensare a quel golpe come a qualcosa, oltre che di storicamente accaduto purtroppo, anche di simbolico, di tragicamente evocativo
È per questo che, quando circa quattro anni fa ho scritto le tre poesie della piccola raccolta Versi inutili e altre inutilità, versi sul mio modo di vedere la storia dei nostri ultimi venti anni, mi sono quasi sentito trascinare da quel simbolo e non ho potuto fare a meno di evocare, a proposito della notte che l’Italia sta attraversando, anche quell’altra notte tanto più tragica e profonda.
E dunque, il mio modo di ricordare che sono trascorsi quaranta anni dal golpe cileno consiste nell’offrire alla vostra lettura la prima delle tre poesie della raccolta, quella nella quale, appunto, ricordo quel golpe attraverso la figura di Victor Jara (nella foto). Per i più giovani ricordo che Victor Jara (1932-1973), cantautore cileno, membro del Partito comunista, fu arrestato l’11 settembre, subito dopo il colpo di stato di Pinochet, e rinchiuso nell’Estadio Chile trasformato, come è noto, in campo di concentramento. Per evitare che potesse suonare o scrivere, gli furono spezzate le mani. Ma lui riuscì lo stesso a comporre i versi della canzone Estadio Chile, forse dicendoli e facendoli imparare ai compagni di prigionia. Questi versi uscirono poi da quello stadio e oggi sono una delle poche cose che restano di quei giorni immediatamente successivi al golpe, di quella notte della democrazia e dell’umanità. Oggi l’Estadio Chile, dove il cantautore fu assassinato – forse – il 16 di settembre, si chiama Estadio “Victor Jara”.
Ho dedicato questa poesia a Giovanni Perrino, poeta e amico che ha scritto, tra gli altri, il bel libro Ellis Island (Interlinea, 2007). Una delle poesie di questo libro comincia con il verso «Bisogna pure ricominciare, per sciatteria o viltà». Anche se io ho plagiato le sue parole, anche se ne ho in parte tradito il senso e se ho persino chiamato «stramaledetto» (ma solo perché ce l’avevo continuamente in testa) il suo verso, Giovanni non mi ha tolto l’amicizia.

Michele Tortorici, Versi inutili (da Versi inutili e altre inutilità, Edicit, 2010)


A Giovanni

Bisogna pure ricominciare per sciatteria o viltà, bisogna
– ti dico io – ricominciare ogni giorno che capita e sapere
che andare avanti può dipendere dalle quotidiane
pigrizie (o eccitazioni, fa lo stesso)
che ci spingono, comunque sia, a vivere.

Ricominciare
ogni giorno che capita. È un modo di dire. Dalla notte
dove siamo
non ce la facciamo a uscire e il buio
che s’intorbida dilata
le nostre pupille e noi aspettiamo la luce, ma quando
sarà tornata potremmo
non vedere ancora. Sarebbe bella! Uno scherzo
della nostra natura: le pupille
sono fatte così. Ma tutta
questa storia di sciatteria e viltà, questo stramaledetto verso
che mi è rimasto in testa ed è cocciuto
come un moscone ammaliato
dal non-senso del vetro dove sbatte, l’una
e l’altro non sono uno scherzo – è evidente.

Ricominciare
ogni giorno (e sia pure per modo di dire) che capita: quello che posso
fare è scrivere – non aspettarti chissà che cosa – versi
come sempre, come è
nella loro essenza,
inutili, anzi, date le circostanze, lo capisci, i più inutili
che mi vengono in mente. Non so scrivere inni d’altro canto
(sacri o profani), ammesso che gli inni (in una
qualsiasi delle due specie) siano utili, e neanche
so a che cosa inneggiare: mi viene in mente la luce perché vorrei proprio
ora vederci più chiaro.

Ma in questa notte dilata il buio che s’intorbida le nostre
pupille tanto che non sappiamo se quando
sarà tornata la luce vedremo davvero di più o se saremo
ciechi ancora.

E poi c’è un’altra cosa: non so neppure gridare, non saprei
nemmeno
per strada strillare i miei versi per farli
ascoltare, anche solo per caso, a chi è lì che cammina.

Mi chiedo come faranno
i suonatori ambulanti a fare sentire
le loro canzoni sui tram, a farle sentire persino
nelle carrozze della metro.

E poi c’è un’altra cosa
ancora ed è
più importante: non so come sia potuto accadere che i versi
di una canzone siano stati
detti uno dopo l’altro in uno stadio
di prigionieri (non si poteva
scrivere lì) e insomma siano stati creati e fermati
in una memoria
comune così come echi continuamente
ripetuti e tutto questo sia stato fatto da chi
sapeva che nessuno
di quei versi gli sarebbe servito a niente per vivere, però
di quei versi ciascuno poteva
essergli compagno per morire. Ricordi Victor Jara, Estadio Chile? Non so
come sia potuto accadere, ma dev’essere
stato lì tutto un mischiarsi di versi e di sangue e di mani
spezzate e di morte e so per certo che i versi
detti e ridetti tra tutto
quello che accadeva erano la cosa più inutile, però è anche vero che sono
l’unica cosa che ora
ci è rimasta di quella notte – Estadio
Chile, Santiago dall’undici
al sedici di settembre.

Ed era una notte – lo so – diversa da questa. Ma ciò
non toglie che adesso
il buio dilata, torbido
com’è, le nostre pupille e non sappiamo se quando
sarà tornata la luce vedremo davvero di più o se saremo
ciechi ancora.

Io penso che, se qualcuno riuscisse
non a gridarle, piuttosto
a spargerle nell’aria le parole
di questi versi sarebbe
come se la loro inutilità non fosse un’astrazione, ma
un aerosol da spruzzare; ci sarebbe comunque l’effetto di non soffocare,
almeno io che le ho scritte, queste parole, tu
che le leggi, gli altri, se ci saranno, che le raccoglieranno
con il loro respiro per la strada.

E se questa notte è malata
e marcisce il suo buio, sarà meglio non irrorarsi
della frescura nemmeno, in ogni caso sarà meglio non credere
che la luce del giorno
arrivi per conto suo. Se la vogliamo, la luce,
toccherà a noi di trovarla, e sia pure con tutte le nostre
quotidiane pigrizie (o eccitazioni, fa lo stesso),
o forse proprio per quelle,
per quella incompiutezza che accompagna
la nostra umanità dentro a questa storia di sciatteria e viltà che ci è
venuta addosso e non è uno scherzo – è evidente.

Versi inutili. Però è anche vero che se
– meglio di niente – la loro inutilità non fosse un’astrazione, ma
un aerosol da spruzzare e riuscissimo a spargerli
davvero in un modo o in un altro nell’aria, potremmo non soffocare
di questo marcire del buio e fare catena di mani con chi c’è (almeno
io che li ho scritti, questi versi, tu
che li leggi, gli altri, se ci saranno, che li avranno raccolti
con il loro respiro per la strada) e riusciremmo a trovarla
noi la luce del giorno. Dopo
si tratterà di vederci di nuovo, se l’avremo trovata, la luce, e sia pure
con tutte le nostre
quotidiane pigrizie (o eccitazioni, fa lo stesso),
o forse proprio per quelle,
per quella incompiutezza che accompagna
la nostra umanità dentro a questa storia di sciatteria e viltà che ci è
venuta addosso e non è uno scherzo – è evidente.


Novembre 2009
Il volume Versi inutili e altre inutilità è stato pubblicato nel 2010 dall’editore Edicit di Foligno.

Un saggio critico sulla mia poesia
Un amour partagé di Danièle Robert

Danièle Robert, scrittrice, italianista e traduttrice pluripremiata (da ultimo ha vinto il Premio di traduzione di poesia “Nelly Sachs 2012”), ha realizzato qualche anno fa la traduzione in francese del mio libro La mente irretita (La pensée prise au piège, Vagabonde, 2010) e ha contribuito in maniera decisiva alla ampia diffusione dei miei versi in Francia.

Ora torna a occuparsi della mia poesia con un breve ma intenso saggio critico, Un amour partagé, pubblicato sul sito Altritaliani.net (qui la pagina del “Chi siamo“) e contenente il testo di due poesie, Leggere parole (da La mente irretita, in italiano) e Rue Lepic (da Viaggio all’osteria della terra, nella traduzione francese, ovviamente sua).
Nel saggio Danièle Robert affronta la questione di ciò che lei chiama un «échange amoureux entre les éléments de la nature et les mots que leur contemplation suscite» e trova con straordinaria sensibilità critica – e, bisogna aggiungere, poetica – che lo stesso «échange amoureux» riguarda in ugual modo e con uguale intensità l’isola (l’isola per antonomasia dei miei versi, Favignana, e, per estensione ,il mare e i mari), gli alberi e le piante, e le città con le loro pietre e le loro vie.

Da tempo Danièle Robert sostiene che la traduzione è uno dei modi per cogliere il senso più riposto del verso e il suo saggio su Altritaliani.net è la dimostrazione migliore di quanto l’amore per la parola possa portare chi traduce a scendere più di ogni altro – più dello stesso autore, mi verrebbe da dire – fino negli abissi più profondi del testo poetico.
Grazie, Danièle.

2012: Il 2 agosto al Baglio di Scopello

Il 2 agosto, al Baglio di Scopello, nell’ambito della serata dedicata a Il paesaggio abitato, in occasione del plenilunio, lettura di poesie dal Viaggio all’osteria della terra. Gios Strazzera ha alternato la sua voce alla mia. Tullio Sirchia, padrone di casa, ha fatto le presentazioni.

Lo scenario è stato quello che potete vedere: il sole che è tramontato mentre si facevano i preparativi e la luna che è sorta, dalla parte opposta, mentre la lettura era in corso.

Il Viaggio all’osteria della terra
nelle parole di Giorgio Bárberi Squarotti

Il 12 maggio Giorgio Bárberi Squarotti
ha presentato al Salone del libro di Torino
il mio nuovo libro, Viaggio all’osteria della terra

Quando, dopo una breve introduzione di Cinzia Burzio, ha preso la parola per presentare il mio Viaggio all’osteria della terra, Giorgio Bárberi Squarotti era stato appena intervistato da una troupe del Salone del Libro a proposito della “Primavera digitale”, tema conduttore della edizione del 2012. La sua opinione è che i supporti digitali siano adatti alla lettura di testi sui quali non si voglia poi esercitare una ri-lettura, testi che non si abbia bisogno di tenere accanto in ogni momento per capirne di più attraverso un continuo contatto fisico e visivo, insomma testi di consumo. Poi ci sono i “testi che restano”, quelli con i quali il rapporto non può che essere assiduo, persistente, ininterrotto, per una lettura che ci illumini su ciò che siamo. Tra questi, i testi poetici hanno un posto, se non esclusivo, certamente di primo piano.
E, tra i testi poetici destinati a restare, Bárberi Squarotti ha collocato anche le mie due raccolte, La mente irretita e Viaggio all’osteria della terra. Della prima ha voluto ricordare la piacevole sorpresa con la quale, quattro anni fa, aveva accolto il libro di uno sconosciuto, nel quale aveva subito visto la profondità dei temi e la forza del linguaggio poetico. Alla seconda, che era l’oggetto dell’incontro, ha dedicato, più che una presentazione, un discorso critico centrato su due grandi questioni.

Una è stata quella del rapporto tra mito, memoria letteraria e scrittura poetica. La letteratura – sostiene Bárberi Squarotti – e, in particolare, la scrittura poetica quando è tale, aggiungono qualche cosa di nuovo a ciò che conosciamo oppure ce lo fanno conoscere in modo nuovo. Il poeta, nel momento nel quale riscrive o reinterpreta il mito o traduce in forme moderne la memoria letteraria, determina anche un nuovo rapporto tra noi che leggiamo e quel mito e quella memoria. La poesia La stanchezza di Ulisse (che appartiene alla prima sezione del Viaggio all’osteria della terra) è, secondo Bárberi Squarotti, un felice esempio di questa capacità del poeta di aprire una prospettiva nuova nel rapporto tra il lettore e le sue letture. «Rispetto all’Ulisse di Dante, e anche a quello di Saba, rispetto all’Ulisse che, dopo tante avventure si rimette di nuovo in mare, quello di Tortorici – ha detto Bárberi Squarotti – non ha ricavato da tutto ciò che ha fatto un nuovo entusiasmo e un nuovo interesse, ma è stanco, di una stanchezza che è tipica dell’uomo moderno. Qui abbiamo una caratterizzazione nuova dell’episodio e del personaggio di Ulisse con una originalità che ne fa un personaggio tipico del nostro mondo: questo Ulisse ha capito che è inevitabile fermarsi e che, arrivato alla fine di tutte le avventure possibili, la stanchezza non può che portarlo a sentire “il peso / di ogni umano limite cadergli / addosso”». «Nella scrittura poetica di Tortorici – ha affermato Bárberi Squarotti a conclusione dell’analisi della prima delle due questioni affrontate -, Ulisse, ripreso dal mito, viene reinventato come espressione dell’uomo moderno».
L’altra questione sulla quale si è soffermato con il suo discorso critico Bárberi Squarotti è stata quella relativa al modo in cui la poesia interviene a determinare non solo il rapporto tra il lettore e le sue letture, ma anche quello del lettore con la vita quotidiana. Per questo aspetto ha ricordato l’importanza dei testi contenuti nelle altre sezioni del libro, testi che, fra «visioni, viaggi, paesaggi, città, strade, incontri, fanno sì che il lettore trovi finalmente illuminato, esplicitato e spiegato ciò che aveva magari confusamente intuito». Nell’ambito di questo secondo campo di analisi critica Bárberi Squarotti ha voluto ricordare in particolare una poesia, Fortezze (nella sezione Le vie amiche) e l’intera sezione Papaveri e papere.
La poesia Fortezze, ha precisato il critico nella sua interpretazione, «si riferisce a un treno che va da Torino a Milano Porta Garibaldi e che passa davanti a vecchie fabbriche dismesse. È una poesia che richiama alla mente quei vecchi stabilimenti industriali, come quelli del Vanvitelli a Caserta, come quelli che ancora sono stati realizzati a Torino tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, che avevano una loro dignità e che, anche abbandonati, continuano a dirci qualcosa. Ecco, il viaggio in treno significa anche passare attraverso il passato, e Tortorici passa attraverso “castelli in aria”, sogni o ciò che magari è diventato sogno, ma che è stato storia e che il poeta ci ripresenta nella sua verità, una verità che si trova ben al di là dei dati che si possono ricavare dalla cronaca e dall’attualità». A questa poesia Bárberi Squarotti ha poi accostato quelle che raccontano angoli di città come Berlino, Parigi, Toronto, New York e molte altre e ha citato in particolare Rue Lepic che si riferisce, appunto, a una via di Parigi.
«Un’altra parte del libro che considero particolarmente bella – ha poi aggiunto Bárberi Squarotti – è costituita dalle molte piante e dai molti alberi della sezione Papaveri e papere, dalle acacie selvatiche, ai tigli, agli olmi, agli ulivi e ad altri ancora. Io ho una esperienza personale, non a Torino, naturalmente, ma al mio paese nelle Langhe, di molti di questi alberi e, se la lettura della poesia è un modo di ripercorrere la propria esperienza, ecco che la poesia di Tortorici, come ho potuto provare di persona, la illumina e la spiega».
Cinzia Burzio, che ha coordinato con grande finezza l’incontro, ha voluto che, prima della sua conclusione, io rispondessi a una domanda sul tema del ritorno, che lei considera centrale nell’insieme del libro. E in effetti si tratta di un tema – questo il senso e la sintesi della mia risposta – che tocca corde profonde della mia sensibilità. Il ritorno è soprattutto, nel Viaggio all’osteria della terra, l’illusione che ci spinge tutti a pensare il tempo come un viaggiatore che non percorra con decisione un cammino in avanti, ma che possa essere trattenuto in qualche modo, che possa tornare, appunto, sui suoi passi: come se i giorni, invece di andarsene uno dopo l’altro, tornassero, trattenuti magari tra i moli di un porto, oppure presi per burla tra i cavallucci che girano su una giostra, per citare gli esempi contenuti nelle due poesie Porto di giorni e La giostra. Il tempo è il vero protagonista del libro, il tempo guardato in faccia con la gioiosa consapevolezza di non temerlo e anche con la fatica e l’impegno necessari a recuperare ciò che lascia: la testimonianza, le molte testimonianze del nostro essere uomini.

Un grazie di cuore, per l’organizzazione dell’incontro, all’editore Manni e, in particolare, ad Anna Grazia D’Oria, sensibile e attenta responsabile della collana “Pretesti” nella quale è stato pubblicato il Viaggio all’osteria della terra.

 

Il 21 aprile alla “Stanza della poesia”
di Palazzo Ducale a Genova

Il 21 aprile, alle 17.30, sarò alla “Stanza della poesia” di Palazzo Ducale a Genova per concludere il ciclo di letture dedicate alla “inutilità” della parola poetica e alla straordinaria forza che proprio da questa inutilità le deriva. Ho dedicato a questo argomento numerosi interventi in questo blog (qui l’ultimo) e non è il caso che mi ripeta. Voglio invece dedicare qualche parola alla “Stanza della poesia” di Genova e dare qualche indicazione in più sui brani che leggerò.

La “Stanza della poesia” è un piccolo ambiente che si apre con discrezione sul fianco del Palazzo Ducale di Genova, dal lato di Piazza Matteotti. Le iniziative che vi si svolgono sono animate dalla musicista Claudia Pastorino e dal poeta Claudio Pozzani, infaticabile organizzatore del Festival della Poesia di Genova che si svolge ogni anno a giugno, e hanno il sempre attento supporto della mamma di Claudio, Carla. È un ambiente intimo dove non c’è distanza tra chi legge e chi ascolta e dove la voce resta racchiusa, più che diffusa, dalle pareti coperte da scaffali pieni di libri.
La lettura Versi inutili e altre inutilità si basa sulle tre poesie contenute nel volumetto che ha lo stesso titolo. Ma non contiene solo queste poesie. Vi raccolgo i miei testi poetici che sono legati dal tema della “parola” e che sono tratti anche da La mente irretita e da Viaggio all’osteria della terra, il mio nuovo libro pubblicato da Manni e uscito in questi giorni. Devo anzi aggiungere, a proposito dei testi tratti da questo libro, che essi sono cresciuti proprio nel corso delle letture su Versi inutili e altre inutilità che ho tenuto in questi anni in Italia (a Roma, a Torino, a Cuneo, a Genzano, a Napoli, a Velletri e altrove).
Sì sono cresciuti. Perché, a ogni lettura, sentivo il bisogno di modificare qua e là il ritmo dei versi, di cambiare una parola: insomma nei due anni trascorsi ho utilizzato queste occasioni, oltre che come espressione pubblica di quello che avevo scritto, anche come laboratorio privato di quello che stavo scrivendo. Naturalmente, a Genova leggerò la redazione definitiva di questi testi, quella uscita a stampa nel nuovo libro.
Sarà circa un’ora di lettura, quattordici poesie che ho composte negli ultimi dieci anni e che, ovviamente, non hanno tra loro alcun altro legame tranne quello che io ho attribuito loro a posteriori e in virtù del quale le ho messe una accanto all’altra, con una carezza, come si fa con i bambini per disporli a farsi fotografare insieme.

La poesia non è sull’Aventino

Alcuni amici si sono meravigliati del fatto che i miei Versi inutili, a leggerli, non corrispondono all’idea che se ne erano fatta, prima ancora di leggerli, in base al titolo. Pensavano a testi di ripiegamento e di rinuncia, a una sorta di mio ritiro sull’«Aventino» in attesa di tempi migliori.
E invece mi scrivono di aver trovato un testo «impegnato» contro certi perversi meccanismi economici e di potere del mondo contemporaneo. Spero di aver ben sintetizzato quello che pensano. E comunque li ringrazio. Non credo, comunque, di aver sbagliato titolo.

Né credo che la parola «impegnato» corrisponda all’intenzione di questo libro. Non perché sia una cattiva parola (onore a chi pratica l’impegno in letteratura), ma perché io non sono affatto dispiaciuto che la (mia) poesia sia inutile. Ho già scritto in questo blog che l’inutilità è per me una prospettiva “forte” dalla quale guardare il mondo e dunque non la concepisco davvero come una collinetta (sia pure amena come l’Aventino romano) nella quale starmene tranquillo ad aspettare che qualcun altro abbia a cuore un mondo migliore e si batta per realizzarlo. Sia chiaro: non sono affatto tranquillo.

Già nel 1975 Montale, quando individuava nell’inutilità il carattere proprio della poesia, ne cancellava al tempo stesso quel senso di inadeguatezza, di insufficienza e di inettitudine che a suo tempo aveva contrassegnato l’autoflagellazione dei crepuscolari e lo presentava come un «titolo di nobiltà». E, in questi anni, sempre più il valore dell’inutilità è stato ipso facto, cioè per il fatto stesso di essere tale, una contraddizione tanto nobile quanto insanabile rispetto alla presuntivamente utile e produttiva “normalità” quotidiana; una contraddizione guardata con così grande sospetto dagli interessati custodi di questa “normalità” da spingerli a tener fuori la poesia dall’orizzonte stesso dei generi della scrittura contemporanea e a relegarla in una sorta di controllata nicchia da poche centinaia di copie di tiratura. Un esilio, e neanche dorato: questo è certo. Un esilio che non tocca, tutti lo vedono, la letteratura o la saggistica «impegnate».

Il fatto è che il valore dell’inutilità contraddice in particolare, per la sua natura stessa e in modo totale, le cosiddette “regole del mercato” e più ancora tutti quei poteri economici e politici che di esse si fanno scudo per trasformare gli stati in rappresentanti di tornaconti particolari anziché dell’interesse generale, garanti dei dividendi anziché di “regole” diverse. A guardar bene, si scopre una cosa che, se non fosse tragica, sarebbe divertente: la rinuncia non è quella di chi scrive «versi / come sempre, come è / nella loro essenza, / inutili»; è quella degli stati, o meglio, per non essere qualunquisti, di quei governi che hanno messo gli stati sull’Aventino dell’economia e ne hanno fatto impotenti vedette di quello che succede, salvo naturalmente a farli scendere di corsa da quello stesso Aventino quando tornaconti e dividendi soffrono qualche malanno.

In Italia c’è qualcosa di più. La notte che stiamo attraversando è determinata qui dal fatto che questa sostanziale rinuncia dello stato si mischia a una ridente ostentazione sia dei tornaconti privati sia degli stessi privati costumi (i latini dicevano mores). Ridente, ma certi ghigni di cartapesta dimostrano che quel riso è forzato. Questi costumi, che si pretenderebbero riservati, vengono invece appositamente fatti vedere – e non solo dal buco della serratura – per essere presentati come desiderabili ai più e non goduti solo da chi non può permetterseli perché ahilui, fuori dal mercato e dal potere: il massimo della sfiga. E il guaio è che tanti di coloro che non possono permettersi questi costumi si sentono davvero sfigati.

Perciò viviamo in una notte e non in un qualsiasi travagliato e difficile giorno. E perciò l’inutilità della poesia assume, qui e ora, nel «buio che s’intorbida» ogni minuto di più, un carattere di contraddizione ancora più radicale di quello che ha sempre avuto anche in altri tempi e in altri luoghi.

La poesia è la contraddizione.
Chi vuole uscire da questa notte provi a far tornare la poesia dall’esilio.
Amici, fatelo voi.

2009: il 22 settembre all’anteprima di PoesiaFestival

Il 22 settembre, alle 21.00, al Centro culturale di via 1° maggio di Marano sul Panaro, lettura insieme ad Antonella Kubler. Roberto Galaverni ha presentato l’incontro, che si è svolto nell’ambito dell’Anteprima del PoesiaFestival dell’Unione Terre di Castelli in provincia di Modena. Qui il programma.
A Marano sul Panaro le iniziative del PoesiaFestival, fortemente volute dal sindaco, Emilia Muratori, sono seguite con straordinaria passione, competenza e spirito di servizio da Ada Pelloni, responsabile del Settore Istruzione, Cultura e Assistenza del Comune.

Devo spendere qualche parola sulla mia compagna di lettura. «Antonella Kubler – scrive Giorgio Bàrberi Squarotti nella Prefazione al bel libro Un alambicco, per favore – si è inventata un genere poetico di tenace originalità, nell’essenzialità del ritmo e delle figurazioni sì prosciugati, ma per più efficacemente allora offrire il passaggio del discorso dal quotidiano e dal minimo dell’esperienza, delle considerazioni, dei commenti, delle situazioni che ogni giorno si incontrano, fino alla sentenza suprema, alla rivelazione sublime del senso del mondo e della vita».

Antonella (nella foto qui a fianco) ha letto poesie da Un alambicco per favore (Genesi, 2008) e da Polverine (Book, 2006). Nelle sue brevi poesie il suono di ogni verso è come se si staccasse da una realtà che avevamo accanto, ma ci era sfuggita, per raggiungerci dopo un processo di purificazione che fa diventare ogni parola – e non di rado il verso è costituito da una sola parola – assoluta, totale. È la parola che porteremo con noi, che ci aiuterà a capire. Forse, proprio per quella sua qualità, non avremo il coraggio di pronunciarla, ma non fa niente. Quando leggiamo i versi si Antonella Kubler, sentiamo che a poco a poco cominciamo ad appartenere a loro.

Non bisogna lasciarsi ingannare dalla brevità delle sue poesie. Non sono piccole poesie, ma intense poesie. E non deve ingannare neanche la leggerezza, a volte ironica, di certi versi: è la leggerezza con la quale le parole rappresentano la vita (è giusto che sia così, ce lo ha insegnato Calvino), ma la cosa rappresentata – la vita – non per questo pesa di meno. Se i contenuti delle poesie di Antonella Kubler fossero di metallo, quel metallo avrebbe un peso specifico molto alto, statene certi.

La mia poesia Vicino al faro sul blog di Angèle Paoli

Un’immagine di Angèle Paoli

Dal 30 agosto il bellissimo blog della poetessa còrsa Angèle Paoli, Terres de femmes, ha pubblicato Vicino al faro, una poesia de La mente irretita tratta dalla sezione La vita dell’isola, con la splendida traduzione inedita di Danièle Robert, una nota biografica e una recensione. Terres de femmes dal 2004 ospita testi della migliore poesia europea contemporanea e importanti riflessioni critiche della stessa Paoli.

Il faro del quale parlo nella poesia è quello di Punta sottile che si trova all’estremità occidentale di Favignana e guarda l’altra isola dell’arcipelago, Marettimo.

«La musique de Michele Tortorici – scrive Angèle Paoli – saisit le lecteur dans une infinie douceur, l’enveloppe, l’entraîne dans ses rythmes, ses ruptures, ses vagabondages joyeux ou mélancoliques, la pureté de son phrasé. Profondeur de la réflexion, poésie de l’intime qui donne à penser avec retenue, élégance et délicatesse. Un mot magnifique de la langue italienne résume l’ensemble de ces qualités: Morbidezza».