La poesia visiva

A proposito della mostra Belle parole a Fano

Poco meno di due settimane fa ho pubblicato un post, Che vergogna!, a proposito delle tragicomiche avventure di un mio viaggio a Fano. A Fano ero andato per vedere la interessantissima mostra di poesia visiva Belle parole che si è svolta fino al 28 giugno scorso nelle sale della Galleria Carifano a Palazzo Corbelli. Avevo promesso che ne avrei parlato ed ecco le mie riflessioni in proposito.

La mostra ha presentato al pubblico, per la prima volta tutte insieme, molte importanti testimonianze di poesia visiva e, in particolare, di quella corrente nata nel 1963 con il “Gruppo 70” e cresciuta poi fino agli anni Novanta del secolo scorso in quella vera e propria officina di idee costituita da Campanotto Editore. In questa straordinaria casa editrice l’espressione della poesia visiva è stata favorita, da una parte, dalla lungimiranza e dalla lucidità di Franca Campanotto – grande “signora” dell’editoria italiana scomparsa purtroppo tre anni fa – e, dall’altra, dalla creatività del suo direttore editoriale Carlo Marcello Conti, artista e poeta egli stesso, sempre disponibile alle avventure della mente.
Le opere esposte (tra le più importanti, quelle di Lamberto Pignotti, Eugenio Miccini, Mirella Bentivoglio, Michele Perfetti, Lucia Marcucci, Adriano Spatola, Gian Paolo Roffi) ci hanno ricordato la volontà di quel gruppo di poeti di trasformare la poesia in comunicazione plurimediale, anzi in un «neo-volgare» mediale, cioè in un linguaggio comprensibile a tutti (a differenza di quello della contemporanea neo-avanguardia), disponibile alla contaminazione con la tecnologia e capace, proprio per la sua semplicità di approccio, di demistificare i prodotti della moda e della pubblicità, magari facendo loro il verso. In questo universo mediale la parola non solo si mescolava con altri media, ma assumeva a sua volta una duplice medialità: continuava sì a essere testo verbale scritto, composto di segni alfabetici, ma diventava al tempo stesso segno iconico in grado di interagire con altri segni iconici mediante le tecniche più svariate. Si può dire che il “Gruppo 70” portava così a compimento il lungo cammino cominciato dalla poesia contemporanea nel momento in cui aveva preso coscienza di quella che chiamerei la solitudine – ma anche, perciò, la autonoma significatività – del testo poetico scritto.

Eugenio Miccini, Il poeta incendia la parola,
s.d.,
Tecnica mista su cartoncino

Per capire in che cosa è consistito questo cammino è necessario qui un approfondimento (per cui potete leggere anche questo mio intervento di qualche tempo fa). In breve, il testo poetico è stato per millenni un testo verbale fonico. La forma scritta attraverso la quale esso ci è stato tramandato sui vari supporti che la storia via via ha offerto – da ultimo, la carta stampata – non ha mai avuto altro valore che quello di testimone: textus/testis, come dicevano i latini con un azzeccato gioco di parole. Questa condizione millenaria si è modificata solo intorno alla fine del XVIII secolo. Più o meno in quel periodo la lettura privata del nuovo genere letterario di massa, il romanzo, una lettura fatta da soli e solo con gli occhi, ha, per così dire, contagiato anche quella della poesia, che da Esiodo fino ad allora era stata fatta in pubblico e ad alta voce. Da allora il testo poetico è stato percepito dal lettore come testo verbale scritto. Poco più di un secolo dopo questa svolta alcuni poeti, in particolare Apollinaire e i futuristi, hanno avvertito la possibilità di un uso nuovo e diverso di quel testo verbale scritto che da tempo non era più semplice trascrizione del suono delle parole, ma aveva una sua piena e totale autonomia: hanno cioè utilizzato quello testo, quell’insieme di segni alfabetici, come segno iconico. Il risultato più importante e più poeticamente riuscito di questa nuova assunzione del testo poetico come testo anche iconico sono certamente i Calligrammes di Apollinaire (qui il sito di riferimento), ma non mancano esempi molto belli di poesia visiva futurista (uno di questi, Paesaggio+temporale di Giacomo Balla, esempi lo trovate nell’intervento già richiamato). Ormai da un secolo, dunque, il testo di una poesia che noi vediamo scritto su una pagina, da quella stessa pagina, ci occhieggia con gli attributi di un grafo. E non solo nei testi dei poeti che, più consapevoli di questa svolta, hanno volutamente prodotto testi di poesia visiva, come quelli, appunto, del “Gruppo 70”, ma nei testi di tutti i poeti. La collocazione dei versi sulla pagina non si limita più soltanto all’indicazione dell’a capo: è diventata ormai anche una indicazione visiva, un segnale stradale lungo il percorso della fruizione del testo poetico. È sufficiente pensare, per rendersene conto, alla collocazione tipografica dei versi sulla pagina, con rientri, spaziature e con ogni genere di deformazione dell’andamento lineare della riga su cui viene collocato il verso.

Lucia Marcucci, Polluzione 1971,
Tecnica mista su carta

Rispetto a questi interventi tipografici che troviamo più o meno diffusi in quasi tutti i libri di poesia stampati nell’ultimo secolo, la poesia visiva opera un processo di semplificazione. Nessuna ambiguità, nessun occhieggiamento: il segno verbale scritto, la parola scritta con i segni alfabetici, diventa in tutto e per tutto segno iconico e si affianca senza stridere ad altri segni iconici che nulla hanno a che vedere con l’alfabeto. In qualche caso, anche tra le opere esposte a Fano, la parola è assente e allora – a mio parere – è difficile parlare ancora di poesia visiva e non di opera d’arte visuale. In tutti gli altri casi, la parola non perde importanza, ma, come nella pubblicità, si assolutizza in uno slogan, in un titolo, diventa un motto da ricordare. «Il poeta incendia la parola», un tema sul quale Eugenio Miccini è tornato più volte, è tutto questo: è lo slogan di un manifesto pubblicitario nel quale è affiancato a una fiammata di testi, è il titolo dell’opera ed è un motto che ben sintetizza l’attività dei poeti del “Gruppo 70” e, in fondo, di tutti i poeti. «Polluzione» è il titolo di un testo di tre righe (tre versi? credo di sì) che Lucia Marcucci fa confrontare e contrastare, nella loro linearità, con un profilo che definirei arcimboldiano, ridotto però al rigore della quadricromia. In tutti e due i casi, come fare a non sussultare, a non lasciarsi coinvolgere emozionalmente da quell’incendio o da quell’esplosione? L’effetto è appunto quello di una pubblicità, la cui essenza è smentita però dalla assoluta non commerciabilità dell’oggetto proposto – la poesia, la guerra atomica – ed è perciò smontata e svelata nei suoi meccanismi suasori.

Il fatto che la poesia visiva non abbia avuto eredi diretti dopo il quarantennio di piena attività nel quale si è sviluppata a partire dalla metà degli anni Sessanta non vuol dire che essa non sia stata fertile. Da quel terreno è cresciuta una nuova consapevolezza della ampiezza dei confini del testo poetico e, nel praticare quello stesso terreno, così strettamente legato al segno iconico, la poesia ha riscoperto paradossalmente il valore del suono della parola: molti poeti visivi hanno acquisito nuove contaminazioni con i media digitali e sono oggi performer di testi multimediali. Alcuni poeti visivi sono stati anche poeti sonori (si pensi ad Adriano Spatola e Gian Paolo Roffi). Allontanarsi dalle origini ha aiutato insomma a ritornare più vicini alle origini, quando il testo poetico – testo verbale fonico – si mischiava a quello musicale, alla danza e costituiva, ogni volta che veniva eseguito, un evento al quale si poteva ben attribuire il nome di «Poesia totale» coniato in un saggio del 1978 da Adriano Spatola. Un grazie di cuore agli organizzatori della mostra Belle parole che ci ha fatto riflettere su tutto questo.

Che vergogna!

Un viaggio in treno da Roma a Fano

Tempo fa ero stato avvertito da un caro amico, il poeta e performer Giampaolo Roffi, di una bella mostra sulla poesia visiva a Fano (Belle parole: chiude sabato prossimo, ne parlerò presto su questo blog) e ieri mi sono messo in viaggio per andarla a vedere. Nel fare via internet i biglietti del treno mi ero subito accorto che non sarebbe stata una cosa tanto facile: all’orario buono per me non c’era né uno dei due intercity giornalieri né l’unico “frecciabianca”; solo “regionali veloci”. Niente di male, ho pensato, dato che non avevo nessuna fretta e che il “RV” delle 11.28 mi avrebbe portato comunque in meno di quattro ore a Falconara e da lì, con una coincidenza piuttosto sicura (quaranta minuti di scarto), sarei stato a Fano per le quattro e mezza: avrei avuto il tempo per una doccia, per un breve riposo, e per una tranquilla passeggiata a Palazzo Corbelli, dove, nelle sale della galleria “Carifano”, la mostra avrebbe aperto alle 18.30.

Pronti, via! Un primo problema si è presentato al momento in cui è apparso sul display luminoso della stazione Termini il numero del binario, 1ES, inutile abbreviazione di 1 EST, ma senza l’indicazione, che sarebbe stata invece utilissima, che il medesimo binario si trova esattamente a mezzo chilometro dalla stazione propriamente detta. Niente di male, ho pensato un’altra volta, dato che sono un buon camminatore e che, come sempre, ero in largo anticipo sull’orario di partenza. Difatti ho raggiunto perfettamente in tempo il mio “RV”, un trenino di due vagoni che dava l’impressione di essere abbandonato al sole in uno scenario desolato. Ma era solo un’impressione. Bastava salire e si capiva subito che quei due vagoncini non erano affatto abbandonati, erano anzi pieni, pienissimi e trovare un posto a sedere non è stato facile. Niente di male, ho pensato, una volta che mi sono seduto nel penultimo o terzultimo posto libero: il calore umano di tanti passeggeri ci avrebbe aiutati tutti a sopportare il freddo intenso prodotto, già prima della partenza, da un’aria più “sconsiderata” che “condizionata”.

Nel frattempo riflettevo sul nome di questi treni che una volta si chiamavano “accelerati” e ora “veloci”. Li chiamano così, mi domandavo, per esorcizzare, con questi riferimenti semantici alla rapidità, la loro lentezza? Oppure quei nomi li usano proprio per sottolineare quella lentezza persino con una punta di cattiveria, come certe volte fanno i ragazzi a scuola quando chiamano “occhio di lince” un loro compagno particolarmente miope? La seconda, forse.

Eh, va bene. Pronti, via! Il secondo problema che ho notato non viene di solito considerato tale: il treno è partito con circa dieci minuti di ritardo. Ma posso affermare con certezza che nessuno dei treni che ho preso da un anno a questa parte (mi sembra inutile risalire più indietro) è mai partito perfettamente in orario. È l’abitudine che non fa considerare un problema questi ritardi nella partenza. Sciatteria? Non lo so. Niente di male, ho pensato comunque, dato che c’è tutto il tempo per recuperare.

Solo venti minuti dopo ho cominciato a pensare che qualcosa di male dovesse esserci in quel viaggio. Forse l’ottimismo che avevo ripetutamente ostentato a me stesso era fuori luogo. Il treno, infatti, dopo la regolare fermata a Tiburtina, si era piantato come un albero in aperta campagna e non non si muoveva da un pezzo. Qualcosa di male deve proprio esserci, ho pensato. Ma che cosa? Come al solito, a lungo nessuna comunicazione è stata fatta ai viaggiatori. Infine, dopo più di un quarto d’ora, un sintetico avviso ci annunciava che la sosta del treno era “dovuta per motivi di precedenze”. L’unico scopo di questo avviso era farci capire che l’amore per la sintassi, qualora provato da chi aveva predisposto quel testo, non era comunque per niente corrisposto. Infatti non ci era stata detta la sola cosa che ci interessava, cioè quanto a lungo potevano durare quei “motivi di precedenze”. La risposta a questo interrogativo è venuta dai fatti: molto. La sosta è durata molto; abbastanza da fare accumulare al treno circa quaranta minuti di ritardo. Ahi, che male! Proprio i quaranta minuti di scarto della coincidenza che io consideravo sicura.

Pronti via! Di nuovo. La ripresa del movimento del treno, salutata da tutti con soddisfazione, ci ha portati in breve, via Orte, Nera Montoro, Narni, Terni e Spoleto, fino a Trevi dove un nuovo e, questa volta, inaspettato e indesiderato annuncio ci ha avvertito che chi viaggiava per Falconara doveva cambiare treno a Foligno. Questo non era assolutamente previsto. Dunque il panico. La metà di noi (io, da un po’ immerso nella lettura, ero compreso in questa metà) era convinta di trovarsi già a Foligno e si è precipitata verso le uscite, ma è tornata indietro come una molla dopo che i primi, una volta scesi sul marciapiedi della stazione, avevano letto la targa con il nome di Trevi e avevano fatto un non facile, ma comunque deciso e tumultuoso, dietro front. I viaggiatori stranieri, poiché tutti gli annunci venivano fatti rigorosamente solo in italiano (e in quell’italiano) seguivano il flusso dei più, ma, dopo il tira e molla al quale avevano assistito, si erano accasciati sui loro posti in attesa di una catastrofe sconosciuta, ma ritenuta imminente.

In queste condizioni di spirito e di fisico siamo arrivati a Foligno. Qui era davvero il momento di scendere, ma solo per noi che eravamo diretti a Falconara. Coloro che erano diretti a Perugia dovevano restare sul treno d’origine. Gli stranieri, dovunque fossero diretti, sono scesi e hanno preso l’altro treno, sempre con l’idea che seguire il flusso dei più fosse comunque la cosa migliore da fare. D’altro canto, tutti noi, anche quelli in possesso di un po’ di inglese, eravamo già abbastanza abbrutiti (lo confesso con personale imbarazzo e disagio) da fregarcene completamente della loro destinazione giusta o sbagliata.

Ancora una volta, pronti, via! Dopo il cambio imprevisto, il ritardo era salito a circa quarantacinque minuti. Ma nessuno ce lo ha detto. Sul nuovo convoglio, infatti, nessun annuncio. Niente di niente fino all’arrivo a Falconara. Sembrava che non ci fosse personale a bordo. Come ho fatto allora a sapere del ritardo? Nel trambusto, consultando freneticamente il mio tablet per capire se avevo altre possibilità di arrivare in tempo a Fano nel caso probabile in cui fosse saltata la mia coincidenza, mi sono accorto che una app (si chiamano così, non chiedetemi perché, i programmi per i tablet e gli smartphone), “Prontotreno”, aveva al suo interno una opzione, “Stato treno”, dalla quale – rete telefonica permettendo – si poteva seguire passo passo, o meglio, stazione dopo stazione, il passaggio del treno e il ritardo rispetto all’orario previsto. Un libro in una mano, il tablet nell’altra, e il gioco era fatto. Una serie di leggeri miglioramenti prontamente registrati dall’app, mi ha fatto sperare: il ritardo andava scendendo verso i trentacinque minuti.

Devo aggiungere qui, per dovere di cronaca, che il passaggio da un treno con dieci gradi circa di temperatura a quest’altro con almeno venticinque (aria condizionata rotta o scelta sadica?) aveva intanto fatto sgorgare in tutti noi piccoli e diffusi ruscelletti di sudore e forse in qualcuno, anche per il protrarsi del viaggio, l’esigenza di ruscelletti di altro e più escrementizio genere. Fatto sta che il treno non profumava davvero e, vicino alle toilettes scrupolosamente d’annata, puzzava in modo insopportabile. Io e gli altri che dovevamo prendere la coincidenza per Fano, tuttavia, eravamo talmente concentrati sul trascorrere del tempo e sul ritardo del treno che i nostri sensi, come accade in queste occasioni, erano attutiti, tanto che persino i meravigliosi luoghi attraversati non avevano suscitato in noi nessuna emozionata meraviglia, come invece avrebbero dovuto.
Finalmente, ecco, il treno rallenta in vista della stazione di Falconara e tutti ci precipitiamo verso l’uscita in anticipo perché siamo a pochi minuti dall’agognata coincidenza e non vogliamo perderla. Una ragazza, arrivata con il respiro affannato sulla piattaforma dell’uscita (vicina alla toilette), nel riprendere fiato, ha insufflato nei polmoni una zaffata della puzza terribile che lì aleggiava e ha cominciato ad avere violenti conati di vomito, finiti soltanto, senza ulteriori e più effusive conseguenze, all’apertura della porta da dove la ragazza stessa si è poi praticamente gettata a corpo morto sul marciapiedi della stazione con il rischio, data la situazione di generale prostrazione morale, di essere calpestata e sopraffatta. Un barlume di pietà umana rimasto in noi ha scongiurato questo rischio. Eravamo ancora esseri umani ed eravamo a Falconara, incredibilmente, in tempo per la coincidenza per Fano. Dunque, tutti giù di corsa per le scalette fino al sottopassaggio dove il display mostrava i treni in partenza e il relativo numero di binario: e, a fianco al treno per Fano delle 16.01, era scritto: “sopp”, abbreviazione per “soppresso”. Il treno successivo alle 16.49.

Inutile protestare. Con chi poi? Unica alternativa due passi per Falconara. Uscito dalla stazione, vedo un’edicola con il “Resto del carlino” in bella mostra e il titolo: “Italia. Il giorno del giudizio”. Ecco, mi sono detto, era tutto previsto, come facevo a non saperlo? Il titolo però non si riferiva a una catastrofe ferroviaria che avesse fatto prospettare, in tutto il pianeta, solo la fine della penisola italiana, ma alla imminente partita Italia-Uruguay (conoscendo l’esito della partita, si potrebbe dire con facile ironia che la nazionale italiana di calcio è andata ai Mondiali come un treno o, meglio, come i suoi treni).

E comunque, per l’ennesima volta, pronti, via! Alle 16.49, direte voi. No, perché, dovendo partire da Ancona alle 16.40 e dovendo arrivare a Falconara alle 16.48, il treno della nuova coincidenza è riuscito ad accumulare cinque minuti di ritardo su otto di percorso – un bel record – ed è poi arrivato a Fano con dieci minuti di ritardo su ventotto di percorso – forse non un record, questo, ma comunque, bisogna riconoscerlo, una bella prestazione!

Un salto in albergo, una rapida doccia, un cambio completo di biancheria e di abiti e via alla mostra, non con una tranquilla passeggiata, come avevo previsto di fare, ma a passo rapido. Una mostra stupenda, permettetemi di parlarne in un prossimo intervento.
Lasciatemi riposare.

E lasciatemi dire che, più e oltre che disappunto, più e oltre che rabbia, ho provato alla fine di quel viaggio una indicibile vergogna per come, in questo paese bello e sventurato, vengono trattati i cittadini e per la noncuranza con la quale si manca di rispetto al loro diritto costituzionale alla mobilità.

P.S.
Non vi parlo del viaggio di ritorno: tutto quasi normale. Sul treno Falconara-Roma, i soliti dieci gradi di temperatura ma, bisogna dirlo, due soli minuti di ritardo (per questo ho scritto “quasi normale”). Tutto come al solito, dunque, compresa – per me che abito a Velletri – la soppressione del treno da Ciampino delle 13.14 (questa volta neanche annunciata dal display, ma comunicata a voce ai viaggiatori in attesa sul marciapiedi da un funzionario delle Ferrovie apparentemente, e forse ragionevolmente, in fuga), il ritardo di circa dieci minuti del treno successivo e, insomma, le solite due ore abbondanti per percorrere i trentotto chilometri che dividono la capitale d’Italia dalla amena località dei Castelli romani dove ho scelto di vivere.

I nomi dei poeti nelle strade

Sei anni fa, il 4 maggio 2008, è apparsa su un importante quotidiano italiano la notizia che il Governo dell’Ucraina, allora presieduto da Julija Tymošenko, aveva deciso di rimuovere dalle strade delle città ucraine le targhe con i nomi di grandi personalità russe del passato e, tra queste, le targhe con i nomi dei grandi poeti russi. Io non vidi affatto in quel gesto un fenomeno di costume, come sembravano suggerire certi toni leggeri dell’articolo che riportava la notizia in questione. E non vidi neanche una semplice rivendicazione di identità nazionale. Fui invece preoccupato dalla quantità di odio nazionalistico che pensavo fosse stata necessaria per cancellare il nome di Puškin e sostituirlo con quello di Roman Shukhevych, discusso generale che aveva collaborato con i nazisti e partecipato a tragici eccidi negli ultimi anni della seconda Guerra Mondiale.
Fu questa preoccupazione, allora – mi sembra – non avvertita dagli “esperti” di politica internazionale, a farmi scrivere di getto la poesia che potete leggere qui sotto, I nomi dei poeti nelle strade. Pochi giorni dopo, il 12 maggio, volli aprire la presentazione al Salone di Torino del mio libro La mente irretita con la lettura di questa poesia, lettura che fu accolta con emozione, ma anche con una certa sorpresa da parte del pubblico che o non aveva letto l’articolo o non ne era stato particolarmente colpito.
A sei anni di distanza, l’interrogativo che conclude la poesia mi sembra che abbia assunto, come capita a volte alle inascoltate parole dei poeti, un senso profetico.

Michele Tortorici, I nomi dei poeti nelle strade (da Viaggio all’osteria della Terra, Manni, 2012)


Agli amici dell’Ucraina

Amici dell’Ucraina,

lasciateli stare i nomi dei poeti nelle strade
di Kiev e delle altre
vostre città. Quei nomi che volete cancellare saranno
pure di poeti nati in un paese che ora
voi chiamate nemico, ma la patria
dei poeti non è dove nascono, è in ogni luogo dove
sono vivi uomini
sulla terra e la parola
li accompagna.

Lasciateli stare i nomi dei poeti, anzi, dalle targhe
dove sono scritti, copiateli con la vernice bianca sull’asfalto
come una volta facevano i supporter per i corridori
del Giro o del Tour. Scrivete i nomi e poi scrivete anche
i loro versi e camminateci sopra
per vivere.

I poeti di quel paese che ora
voi chiamate nemico sono
poeti del mondo e di confini
non sono abituati ad averne. Lasciateli stare
i loro nomi, se qualcuno
ne avevate prima dimenticato,
aggiungetelo adesso. Scrivete il nome e poi scrivete anche
qualcuno almeno dei versi
che ha composto. Amici, è sempre tempo
di avere parole di poeti per compagne
sulle strade di Kiev e di ogni altra
vostra città: se li togliete
quei nomi, quelle strade
dove credete che vi porteranno?


Buon Primo maggio

Quest’anno la stagione è un po’ in ritardo. Ma la campagna romana e, immagino, anche altre campagne lievemente ondulate e soleggiate in Italia e altrove, hanno già cominciato a tingersi del rosso dei papaveri. Tra non molto ne saranno interamente colorate.
E diventeranno, a guardarle, enormi bandiere rosse che ondeggiano al vento. Come, una volta, erano le piazze il Primo maggio.

A differenza delle piazze, i papaveri insistono a sbandierare il loro rosso e lo faranno ancora a lungo. Non so quanto, ma ancora a lungo. Ogni volta che viene, in ritardo o no, la loro stagione.

Buon Primo maggio a tutti

Michele Tortorici, Papaveri e papere (canzone che mi viene in mente quando attraverso in macchina la campagna romana) (Da Viaggio all’osteria della terra, Manni, 2012)


«Lo sai che i papaveri son alti, alti, alti»
(Mario Panzeri, 1952)
«Il testo di Papaveri e papere mi è stato suggerito
dalla prosopopea di certi personaggi politici.
Credo che anche con una semplice canzonetta
si possa fare della satira di costume»
(Mario Panzeri, 1952)

Ora che è la stagione dei papaveri, al vederli,
mi domando perché
mai a questi fiori sia stata associata
l’idea di un privilegio. Certo, sono alti i papaveri, come
dice – ed è giusto – la vecchia canzone; però
basta guardarli per capire
che non hanno nessuna prosopopea, anzi occupano
con umiltà posti da altri fiori
certo non desiderati,
perché sono sparsi qua e là in mezzo a erbe
spesso selvatiche, infestanti.

L’unico privilegio – credo io –
che i papaveri hanno è nel colore. E ciò per due ragioni.

La prima è che,
per quanto possano altre
erbe sopraffarli, sono loro – i papaveri –
che tu vedi, sono loro anzi che macchiano,
come se fossero inchiostro, con il colore
rosso le occasionali,
moleste compagne della breve
vita che vivono.

La seconda è che,
a causa di questo loro macchiare, appena si alza
un po’ di vento, tutta la campagna,
lì dove sono i papaveri, è un’onda di rosso, o piuttosto
– guarda bene – è una bandiera.

L’unico privilegio – credo io –
che i papaveri hanno è nel colore. Per due buone ragioni.


La «lampada accesa»

Dante era più avanti di Papa Francesco?

Nel discorso tenuto all’Angelus domenica 9 febbraio Papa Francesco ha ripreso e commentato due immagini del Vangelo del giorno. Nel brano citato (Matteo, 5, 13-16), Gesù dice ai suoi discepoli:


Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.


Riferendosi all’immagine della “lampada accesa” il papa ha detto (cito direttamente dalla pagina web della Libreria Editrice Vaticana che contiene anche le note relative alla risposta della folla):


[…] Ma che bella è questa missione di dare luce al mondo! È una missione che noi abbiamo. È bella! È anche molto bello conservare la luce che abbiamo ricevuto da Gesù, custodirla, conservarla. Il cristiano dovrebbe essere una persona luminosa, che porta luce, che sempre dà luce! Una luce che non è sua, ma è il regalo di Dio, è il regalo di Gesù. E noi portiamo questa luce. Se il cristiano spegne questa luce, la sua vita non ha senso: è un cristiano di nome soltanto, che non porta la luce, una vita senza senso. Ma io vorrei domandarvi adesso, come volete vivere voi? Come una lampada accesa o come una lampada spenta? Accesa o spenta? Come volete vivere? [la gente risponde: Accesa!] Lampada accesa! È proprio Dio che ci dà questa luce e noi la diamo agli altri. Lampada accesa! Questa è la vocazione cristiana.


Quella della «lampada accesa» è in effetti una immagine di grande intensità che, prima ancora dei Vangeli, affonda le sue radici nella tradizione dell’Antico Testamento. Il papa, in queste sue parole, ne ha tratto spunto per ricordare ai cristiani la natura e la bellezza della loro missione – finalmente qualcuno che parla della “bellezza” del comportamento umano! –, che è quella di essere accesi e dare la luce.
Come non concordare, in particolare da una prospettiva laica, con questa impostazione che mette da parte secoli di proselitismo e di propaganda e privilegia la funzione della testimonianza e – mi sembra –, anche se non detto esplicitamente, del servizio? Tuttavia a chi ha letto la Commedia dantesca, a chi, come me, attraverso il poema dantesco, ha ricostruito certi aspetti fondanti della cultura medievale resta l’impressione che Papa Francesco avrebbe potuto dire qualcosa di più.
Infatti la cultura medievale e Dante, che ne ha dato la più alta e vigorosa sintesi, manifestano nella lettura della metafora della “lampada accesa” una straordinaria apertura della quale oggi riusciamo ad apprezzare tutta quella forza vitale che forse non sempre è stata vista nella sua pienezza.
Gli intellettuali cristiani del medioevo avevano un problema che noi non abbiamo: come evitare di perdere tutta la ricchezza e bellezza della cultura pagana pur riconoscendo l’insufficienza oggettiva del suo essere pre-cristiana? La soluzione fu trovata in quello che poi Dante, nel Convivio, definì come sovrasenso «allegorico». Attribuire ai testi (a tutti i testi, ma in particolare a quelli dei poeti pagani) un sovrasenso allegorico consentiva di vedervi «una veritade ascosa sotto bella menzogna». Attraverso questa interpretazione, il senso «litterale» dei testi provenienti dall’antichità pagana, che nella visione cristiana era di per sé falso, poteva però essere visto come custodia di una verità; e nulla impediva ai lettori cristiani di cercare legittimamente tale verità negli scrittori pagani.
Questa impostazione, che ha fatto degli intellettuali cristiani medievali – da Agostino a Dante – i più grandi traghettatori della cultura e della letteratura pagana per i secoli successivi e per noi (che saremo loro eternamente grati), è certamente, come ho scritto poco fa, di straordinaria apertura. Ma, bisogna aggiungere, Dante va oltre e compie un passo in avanti decisivo. Il luogo, famosissimo, nel quale egli compie questo passo è il XXII canto del Purgatorio.
Riassumo brevemente la situazione. Nel canto XX Dante e Virgilio, mentre si trovano nella quinta cornice del Purgatorio dove ci si pente del peccato di avarizia, avvertono un terremoto e sentono un grido corale di tutte le anime: “Gloria in excelsis Deo”. Nel canto XXI appare improvvisamente loro un’ombra che li saluta con «Dio vi dea pace» e li accompagna. Quest’anima spiega ai due la ragione di ciò a cui hanno assistito: il Purgatorio è «libero […] da ogni alterazione» che riguardi la terra e tutti i fenomeni che vi accadono sono dovuti alla volontà di Dio; in particolare, la terra vi trema non per ragioni fisiche, ma «quando alcuna anima monda / sentesi, sì che surga o che si mova / per salir su; e tal grido seconda»: il terremoto avviene cioè quando una delle anime che stanno espiando i loro peccati si sente purificata (monda) ed è quindi libera di salire al Cielo; e il “Gloria” accompagna la raggiunta liberazione dell’anima. L’ombra che è apparsa a Dante e Virgilio e che ha chiarito loro ciò che è effettivamente accaduto è proprio l’anima che si è appena liberata. Ma chi è? Virgilio glielo chiede. Senza sapere, a sua volta, chi sia colui che gli pone la domanda, l’ombra rivela di essere il poeta Stazio, dichiara che l’Eneide è stata per lui una potente fonte di ispirazione e conclude: «per esser vivuto di là quando / visse Virgilio, assentirei un sole / più che non deggio al mio uscir di bando». Insomma, Stazio afferma che sarebbe stato disposto ad accettare un anno in più di pene del Purgatorio, se avesse potuto conoscere «di là», sulla terra, Virgilio. Una bestemmia mentre sta per ascendere al Paradiso? No.

Perché quella espressione di Stazio non debba essere considerata una bestemmia lo capiamo nel XXII canto. Qui Virgilio, interpretando anche la curiosità di Dante, chiede infatti a Stazio quando e in che modo era divenuto cristiano e ne riceve una risposta tanto inaspettata quanto importante per capire ciò di cui sto parlando: la posizione degli intellettuali cristiani del medioevo nei confronti del paganesimo. Vale la pena leggere i versi bellissimi con i quali Stazio risponde a Virgilio (Purgatorio, XXII, 64-73):


 […] Tu prima m’invïasti
verso Parnaso a ber ne le sue grotte,
e prima appresso Dio m’alluminasti.
 Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e se non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte,
 quando dicesti: «Secol si rinnova;
torna giustizia e primo tempo umano,
e progenïe discende da ciel nova».
 Per te poeta fui, per te cristiano:
[…].


Virgilio – questo il senso delle parole di Stazio – era stato colui che lo aveva spinto alla poesia (‘a bere nella grotte del Parnaso’, sede delle Muse) e anche colui che lo aveva scortato con la sua luce verso Dio. Virgilio aveva fatto con Stazio come il servo che di notte con la lampada fa luce a chi lo segue, ma non a se stesso. Infatti, pur non essendo cristiano, Virgilio aveva ispirato il cristianesimo a Stazio con i versi della sua IV Egloga nei quali aveva cantato l’avvento di un’età nuova e di una nuova progenie divina («Magnus ab integro saeclorum nascitur ordo / iam redit Virgo, redeunt Saturnia regna; / ima nova progenies caelo demittitur alto»). Stazio, per merito di Virgilio, era diventato poeta; ma era anche diventato cristiano. Di conseguenza Stazio deve proprio a lui il fatto di non essere stato dannato e perciò, quando si è detto disposto a un anno in più di Purgatorio se gli fosse stato possibile vivere nello stesso periodo di chi gli ha ispirato la conversione e lo ha spinto a battezzarsi non ha pronunciato una bestemmia, ma ha affermato un principio di eterna gratitudine.

Qui non importa il fatto che la notizia della conversione di Stazio sia storicamente molto poco attendibile. Anzi proprio questo rende ancora più importante il fatto che Dante abbia creato dal nulla questo bellissimo episodio. Se lo ha creato è stato proprio perché aveva bisogno di testimoniare il suo passo in avanti. Non soltanto Dante riconosce a Virgilio la presenza, nella sua Egloga, di una verità (anzi di una profezia, come si credeva nel medioevo) nascosta nei suoi versi inevitabilmente, dolorosamente, falsi; gli riconosce il fatto che quella verità potesse essere “lampada accesa”. Virgilio, pur non cristiano (e perciò destinato eternamente al Limbo), ha portato la “lampada accesa”; l’ha portata dietro di sé, tanto da non poterne vedere egli stesso la luce, ma l’ha portata!
Si tratta di una affermazione di importanza straordinaria. Dante ha reinterpretato la cultura medievale con una lucidità e una ampiezza di orizzonte che gli hanno consentito di trarne delle conseguenze di eccezionale modernità: tra le altre – ecco il grande passo in avanti del quale ho parlato -, quella di riconoscere, lui cristiano, agli altri, ai non cristiani, la possibilità di essere “lampada accesa”. Quando Dante sarà alle soglie del Paradiso terrestre, sulla cima della montagna del Purgatorio, una figura non ancora ben spiegata dalla critica, Matelda, lo accoglierà confermando le parole di Stazio: «Quelli ch’anticamente poetaro / l’età de l’oro e suo stato felice, / forse in Parnaso esto loco sognaro» (Purgatorio, XXVIII, 139-141). Il Parnaso, cioè l’ispirazione poetica, ha consentito ai poeti pagani di superare se stessi come in un sogno, ma, soprattutto, ha consentito loro di essere “lampade accese” pur non essendo, non potendo essere, cristiani. Le verità che essi avevano espresso, pur essendo di necessità nascoste «sotto bella menzogna», erano comunque in grado di fare luce, anzi, di fare quella particolare luce che scorta alla fede in Dio.

Avanti, papa Francesco, è il momento di riprendere Dante e di accettare, anzi di affermare, che un non cristiano può essere anche lui “lampada accesa” e fare luce a cristiani e non cristiani, a credenti e non credenti, insomma a tutti quelli che hanno la volontà di vederla, quella luce: una volontà che rappresenta anch’essa una “bella missione”, perché, se c’è bisogno nel mondo di chi fa luce, c’è anche bisogno di chi è disposto a riceverla.

I nostri figli, le loro strade
e un augurio per tutti

Due intellettuali di grido (e di sinistra) hanno pubblicato di recente un libro ciascuno per dichiarare la propria insoddisfazione nel rapporto con i loro figli, ragazzi che hanno preso strade diverse, soprattutto nel modo di pensare, da quelle ipotizzate e desiderate dai rispettivi illustri padri. Io ho pubblicato l’anno scorso (nel mio più recente libro di versi, Viaggio all’osteria della terra) una poesia scritta nel 2008 – e che trascrivo qui sotto – nella quale esprimo tutta la mia gioia per il fatto che i miei figli, Giacomo e Mario, hanno preso, in piena autonomia di pensiero e di cuore, le loro strade. Per quanto mi riguarda, oltre a essere stato loro vicino il più possibile, con il più grande amore possibile, ho cercato proprio di far crescere, insieme al loro fisico e alla loro cultura, il senso del loro “essere sé”, del loro “fare da sé”.

In questa crescita sono stato, semplicemente, accanto ai miei figli. Fino a quando non ho constatato che si allontanavano da me. E allora, proprio allora, ho capito che avevo svolto bene il mio compito. Sono ormai uomini fra i trenta e i quarant’anni, hanno preso le loro strade e sono strade nuove. Ecco, il bello è che sono strade nuove; e sono io che mi trovo a doverle percorrere per capire dove i miei figli stanno andando. D’altro canto, come sanno bene tutti i miei amici, a me piace molto viaggiare. I miei figli sono il mio viaggio più bello, sono la mia città futura: e questa città io sono ben felice che siano loro a costruirla.
Ora, da qualche mese, questo viaggio e questa città si sono riempiti di una nuova, grande felicità portata dall’arrivo di una nipotina, Lucrezia, figlia di Giacomo e Loredana, una bambina meravigliosa che, sono certo, comincerà a poco a poco a costruire la sua strada, ancora una nuova strada, ancora una città futura: una città talmente futura che io non riuscirò di certo a vederla tutta. Ma, che importa? È così bello sapere che ci sarà!

L’augurio che faccio a tutti per le prossime feste, per il prossimo anno e per tutti gli anni è che ciascuno abbia la possibilità di costruire la sua strada e che questa strada sia nuova e diversa da tutte le altre. E, a chi ha figli o figlie, auguro di vedere ancora nuove e diverse strade: le strade intraprese dai loro ragazzi e ragazze. Perché il bello dei nostri figli è che siano sé e non che siano come noi li vorremmo.
Buone feste e Buon 2014 a tutti.

Michele Tortorici, Due ragazzi e le stelle (Da Viaggio all’osteria della terra, Manni, 2012)


Ragionando, penso spesso che i miei figli – quei due
ragazzi alti che mi hanno
accompagnato allo stadio l’altra sera e mi hanno offerto
il biglietto e il panino e una serata noi tre così fisicamente
vicini, stretti
a sentire l’uno le voci urlate e i cori
degli altri due – sì penso dentro di me che oggi
quei due ragazzi posso
amarli non perché nel loro
sangue hanno il mio, non solo per la vita
data e presa e per quella passata insieme e per gli anni
che abbiamo trascorso a penetrare il mondo e a inseguire,
giocando un poco e un poco no, il senso
di ciò che vi accadeva – parole poche: lo sanno
tutti che io dico solo
poche parole per amore.

Ragionando, penso spesso che li amo oggi perché sono
quello che sono. Certo che vedo anche un poco me in ognuno
di loro, ma vedo che sono sé
principalmente. E mi appago ad amarli così dopo che tanto
tempo il filo forte
che me li legava era d’esser loro padre.

Ragionando, penso adesso che non basterebbe
la vita data e presa e quella passata insieme a farmeli
amare oggi. Oggi li amo invece
come sono. E li vedo
come si vedono – penso – nascere le stelle, stelle
che sono là dove sono da un tempo immenso e che la luce
ci hanno mandato per un immenso spazio e solo
alla fine di quel lungo andare all’improvviso
ci appaiono. È successo così che, fino
a un certo punto, io questa luce così forte in loro
non la vedevo; era come se – lontanissima – dovesse ancora
giungere, guardavo – è naturale –
quella tenue tanto
da vicino da me riflessa, e quelle stelle non potevano
in tutto a me apparire. Ecco, così li amo questi due
ragazzi oggi, amo il dono che hanno, quello che ora
– dopo il lungo cammino della luce – posso
vedere, non già solo
quello che di mio in loro riconosco. Amo
le storie nuove che hanno incominciato.


La mia poesia Porto di giorni
alle Assises de la traduction littéraire

Si svolgono da oggi a domenica ad Arles, le trentesime Assises de la traduction littéraire, il più importante appuntamento riservato a coloro che traducono da tutte le lingue del mondo in francese. Il tema di quest’anno è “Traduire la mer”, e un posto d’onore viene riservato al romanzo di Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, del quale Monique Baccelli e Antonio Werli stanno portando a compimento l’immane opera di traduzione per le Éditions Attila.

Ma il fatto che mi tocca direttamente – e che mi emoziona nel profondo per l’esplicito e autorevole riconoscimento nei confronti del mio lavoro – è che la produzione poetica italiana è rappresentata in queste Assises dalla poesia Porto di giorni, tratta dalla mia più recente raccolta di versi, Viaggio all’osteria della terra. In questa raccolta Porto di giorni dà il titolo alla intera prima sezione dedicata al mio rapporto con il mare e con l’isola di Favignana, che è centrale nella mia poesia. Mi fa perciò particolare piacere che proprio questo testo sia stato scelto nell’anno nel quale le Assises hanno come tema “Traduire la mer”.
Sarà Danièle Robert, bravissima e appassionata traduttrice insignita l’anno scorso del prestigioso Prix Nelly Sachs, a condurre il 10 novembre prossimo l’atelier sulla versione in francese, ancora inedita, di questa poesia.
Inutile aggiungere che terrò informati i venticinque lettori della uscita degli atti relativi a questo atelier.

Al pubblico francese, che ha dimostrato in questi anni uno straordinario amore per i miei versi, e a tutti i miei lettori italiani dedico la pubblicazione in questo blog di Porto di giorni.

Michele Tortorici, Porto di giorni (da Viaggio all’osteria della terra, Manni, 2012)


Tornano le barche tutti i giorni al porto; e tornano
al porto i giorni con la loro
pazienza, con la cocciutaggine
che è necessaria perché non manchino mai coi loro soli
alti e bassi e poi le loro lune
cangianti. Tornano le barche e tornano
i giorni sui moli e si diffonde
l’attesa come l’eco
fa quando risuona sulle pareti alte che riparano,
dal lato di scirocco, il porto.

Porto dove le barche antiche hanno
nomi di santi usciti certe volte
da un calendario anch’esso antico, un calendario
che altrove sarà stato
dimenticato ed è rimasto qui perché si è invischiato nei detriti
salati che si ammassano e poi seguono il vento come i ragazzini
fanno con il pallone per le strade
che di là dalla Plaia alla rinfusa
si allontanano.

Porto di giorni visti mille volte, di ritorni
pervicaci tanto che li credi immutabili, di cicli ordinati, o pensati
così, comunque
rassicuranti.

Porto di giorni che fortunosamente,
uno dopo l’altro, cadono tra questi moli dove
anche loro rimangono invischiati nei detriti
che il mare accumula e che poi si disfano
in un marciume liquido: nessuno
sa quando – e se – altre correnti
riusciranno a sospingerli via di nuovo al largo.

Porto di giorni che, anche quando la folla per mercanteggiare
il pesce, d’agosto, si assiepa fin sul bordo
della banchina, ostinatamente ritornano, ai vocii
indifferenti, indifferenti a tutti i calpestii. E allo stesso modo
che respira, al tendersi
e allentarsi delle corde,
ogni barca ormeggiata, i giorni pure, col moto delle onde,
respirano qui in un alternarsi
di slanci e tregue, premure e svogliatezze. E l’eco
risuona sulle pareti alte che riparano,
dal lato di scirocco, il porto.


16 ottobre 1943. La deportazione

Ricorre oggi il settantesimo anniversario della deportazione degli ebrei romani dal ghetto. Il momento nel quale cade questo anniversario è di vergogna, segnato dal tentativo di trasformare in “cerimonia” – e, attraverso di essa, quasi in una legittimazione post mortem – il pur necessario e pietoso rito di inumazione dovuto (ma privatamente e in questo caso, direi, segretamente) finanche a un colpevole di crimini contro l’umanità.
Non voglio, tuttavia, parlare di questo. Ci ritornerò, forse, con la lentezza che rivendico nelle righe di “Benvenuto” di questa pagina web.
Lo scopo di questo mio post è quello di dedicare alla memoria dei più di mille ebrei romani deportati e uccisi nei lager (ne tornarono vivi soltanto quindici, dei 1081 prelevati dal ghetto) una poesia che ho scritto dopo avere ascoltato, il 13 maggio del 2007 a Torino, la presentazione di un bel libro scritto da Alessandra Chiappano come vademecum per quegli insegnanti – coraggiosi, ma talvolta emotivamente disarmati – che portano i loro allievi in visita di meditazione ai campi di concentramento. Il libro, I lager nazisti. Guida storico didattica (Giuntina, 2007), fu presentato al Salone del Libro da un gruppo di valenti storici. Tra questi, Bruno Maida aprì il proprio intervento con la frase: «I libri sono come telescopi». Ebbene, quella frase suscitò in me, lettore quasi compulsivo, un’emozione straordinaria: l’idea dei libri come telescopi che servono a farci vedere attraverso il tempo e, in particolare dei libri capaci di trattenere la memoria di quella grande tragedia del Novecento che fu l’Olocausto, mi entrò dentro fino a fare quasi esplodere nella mia testa i versi di questa poesia, Hai ragione, Bruno, che i libri. Versi che hanno poi ricevuto un notevole consenso e che sono stati tra i più richiesti nelle molte letture che ho fatto della raccolta nella quale sono stati pubblicati, La mente irretita.

Michele Tortorici, Hai ragione, Bruno, che i libri (da La mente irretita, Manni, 2008)


A Bruno, ad Alessandra
e agli ebrei romani deportati settanta anni fa

Hai ragione, Bruno, che i libri
sono come telescopi e quello che ci fanno
vedere vicino è la nostra
storia che scapperebbe via così lontano
così presto e il passato sarebbe passato
come in un volo e non potremmo scorgere
orme prima di noi. Telescopi: resteremo
nel nostro rifugio di vecchi nani saliti
su spalle di giganti a guardare
la terra di cui non sappiamo
se ci sorregga più o se non sia
soltanto una forza
senza nessuna materia a tenerci
soffermati in questo angolo dove
fortuitamente nell’universo si scioglie
la vita. Telescopi: ci siamo issati su queste
spalle pietrificate per guardare
più indietro e più avanti, abbiamo voluto
essere signori – quassù – del pensiero
e della nostra sapienza, ma anche
qui ci sono arrivati
addosso tutti i sentori che la terra impudica-
mente si lascia sfuggire e siamo impregnati
del fumo dolciastro dei forni – di quei
forni – e nessuno può perdonare
oramai nessun altro. Telescopi: prima
di guardare ci sarà chiesto – credo –
di non fuggire per l’orrore, di restare quassù,
di non scendere per poi dovere scrutare
la terra dalla terra e passo
dopo passo scoprire la nostra
improvvisa cecità; prima di guardare saremo
– credo – confortati, saremo tenuti
per mano, accompagnati a un altare alto,
ancora più alto di queste spalle che sono
i nostri piedistalli, per fare
sacrificio di ciò che fino a ieri avevamo
pensato come il male; prima di guardare
i nostri saperi saranno consumati e noi
saremo più vecchi e più nuovi. Hai ragione,
Bruno, che i libri
sono come telescopi e guardarci
dentro è passare la vita ogni giorno
con una sapienza
nuova e sopra i giganti che ci sostengono
essere un poco più alti anche noi.


La strage

«Vecchio Nereo custode di visioni / e di memorie che disvela un divino / capriccio all’improvviso per non so quale / inattesa cedevolezza» ho scritto di me stesso parecchi anni fa in una poesia, La vita dell’isola, pubblicata poi ne La mente irretita (2008).
In questa figura mitologica generata, secondo Esiodo, da Ponto (il Mare) unitosi a Gaia (la Terra), mi sono sempre riconosciuto a causa della doppia natura, terrestre e acquatica, propria di chi, come me, è originario di un’isola. Oggi, 3 ottobre 2013, giorno della strage di miei fratelli e sorelle, di miei figli e figlie migranti, morti in quello stesso mare mediterraneo nel quale io cerco e vedo la vita ogni volta che me ne faccio avvolgere, oggi questo mio sentirmi Nereo mi porta accanto a tutti loro. Percepisco chiaramente su di me, per il semplice fatto di essermi immerso in quello stesso mare, il peso della loro morte. E, mentre maledico tutti coloro che in queste ore usano i corpi di questi miei fratelli e sorelle, figli e figlie, come strumenti di polemica politica, prego, da laico, che il mare possa offrire quell’abbraccio confortevole che il mondo e gli uomini hanno loro negato.

A tutti loro dedico la mia poesia La vita dell’isola.


Quante ne avrò raccolte di conchiglie
madreperlacee su fondali astuti amici d’ombre
e di alghe che cullano le onde in una danza
lieve, ma trascina a volte la risacca
come un coro di supplici protese
con le braccia di qua di là, a un dio
o a un vincitore. Cosmogonia nascosta
vagabonda per grovigli di cammini
d’acqua dove si accende il cuore del piacere
e del dolore che ritornano uno
dopo l’altro nella vita dell’isola sul fondo
del mare sottocosta – e dirupi d’arenaria
specchiano sé in una chiarezza che t’inganna,
in un biancore che si adombra
di tutto ciò che vive e di incavi
e di sale. Neppure te ne accorgi
di tutta la vita che laggiù si mischia se ti affacci
dalla scogliera: vedi solo
una insensata svogliatezza della luce
svagata pellegrina dei fondali
e che ne sai delle conchiglie che da un lato
la riflettono e dall’altro
sono scabre e le nasconde tutto ciò che intorno
a esse si affatica? Ogni tanto
le cerco ancora, ma spesso sono loro
a venirmi incontro con la malizia di un brillio
a riconoscermi per quello che non ho
dimenticato dell’isola che vive lì sul fondo
del mare – e forse la memoria me la porto
sul corpo tatuata con segni che non vedo –,
animale marino dei ritorni
annuali, vecchio nereo custode di visioni
e di memorie che disvela un divino
capriccio all’improvviso per non so quale
inattesa cedevolezza. La vita dell’isola
si avvicenda alla morte lì sul fondo
del mare sottocosta – così come accade
dappertutto – e il polverio di ciò che vive
e ciò che muore mi avvolge come
un’avventura senza luoghi, senza punti
di partenza o di arrivo, in un tempo
incostante, perdigiorno
e anche un poco stanco di inseguire
nel mio viaggio il mio fine.


I miei Versi inutili
per ricordare i quaranta anni del golpe in Cile

Quarant’anni fa dal giornale radio delle sette del mattino del 12 settembre – se non ricordo male – ebbi le prime notizie del golpe militare in Cile. Notizie, almeno le prime, frammentarie e incerte: di sicuro c’era soltanto la presa del palazzo presidenziale e la morte di Salvador Allende. Subito fissai dentro di me quelle notizie con l’immagine della notte. Naturalmente non sapevo quello che sarebbe successo nei giorni, nelle settimane e negli anni successivi. Non potevo prevedere la ferocia di un regime dittatoriale disumano che sarebbe passato alla storia per la pratica sistematica della tortura, per gli oltre tremila assassini accertati degli oppositori (ma il numero”reale” degli assassinati è probabilmente più di dieci volte superiore) e per i milleduecento desaparecidos. Ma, per una di quelle intuizioni che a volte fanno capire i fatti meglio di tante analisi, vidi la storia che entrava in una notte e mi resi conto di non riuscire a vedere il giorno che sarebbe seguito.
È vero che il Cile era dall’altra parte del mondo. Ma mi era vicino – come era vicino a tanti ragazzi italiani della sinistra di quegli anni – per la sua poesia, quella di Pablo Neruda, per la sua musica, quella degli Inti-Illimani o di Victor Jara, per la bellezza – sì: la bellezza – del percorso di democrazia e giustizia sociale, quello intrapreso da Salvador Allende, che negli ultimi tre anni avevamo seguito passo passo con ammirazione e trepidazione.

Da quel momento di quarant’anni fa, ogni volta che ho avuto la percezione del venir meno di una lucida prospettiva di speranza in qualsiasi parte del mondo, compresa quella dove mi trovo a vivere, ho avvertito in quella percezione la stessa immagine della notte. E, ogni volta, non ho potuto non ripensare a quel golpe come a qualcosa, oltre che di storicamente accaduto purtroppo, anche di simbolico, di tragicamente evocativo
È per questo che, quando circa quattro anni fa ho scritto le tre poesie della piccola raccolta Versi inutili e altre inutilità, versi sul mio modo di vedere la storia dei nostri ultimi venti anni, mi sono quasi sentito trascinare da quel simbolo e non ho potuto fare a meno di evocare, a proposito della notte che l’Italia sta attraversando, anche quell’altra notte tanto più tragica e profonda.
E dunque, il mio modo di ricordare che sono trascorsi quaranta anni dal golpe cileno consiste nell’offrire alla vostra lettura la prima delle tre poesie della raccolta, quella nella quale, appunto, ricordo quel golpe attraverso la figura di Victor Jara (nella foto). Per i più giovani ricordo che Victor Jara (1932-1973), cantautore cileno, membro del Partito comunista, fu arrestato l’11 settembre, subito dopo il colpo di stato di Pinochet, e rinchiuso nell’Estadio Chile trasformato, come è noto, in campo di concentramento. Per evitare che potesse suonare o scrivere, gli furono spezzate le mani. Ma lui riuscì lo stesso a comporre i versi della canzone Estadio Chile, forse dicendoli e facendoli imparare ai compagni di prigionia. Questi versi uscirono poi da quello stadio e oggi sono una delle poche cose che restano di quei giorni immediatamente successivi al golpe, di quella notte della democrazia e dell’umanità. Oggi l’Estadio Chile, dove il cantautore fu assassinato – forse – il 16 di settembre, si chiama Estadio “Victor Jara”.
Ho dedicato questa poesia a Giovanni Perrino, poeta e amico che ha scritto, tra gli altri, il bel libro Ellis Island (Interlinea, 2007). Una delle poesie di questo libro comincia con il verso «Bisogna pure ricominciare, per sciatteria o viltà». Anche se io ho plagiato le sue parole, anche se ne ho in parte tradito il senso e se ho persino chiamato «stramaledetto» (ma solo perché ce l’avevo continuamente in testa) il suo verso, Giovanni non mi ha tolto l’amicizia.

Michele Tortorici, Versi inutili (da Versi inutili e altre inutilità, Edicit, 2010)


A Giovanni

Bisogna pure ricominciare per sciatteria o viltà, bisogna
– ti dico io – ricominciare ogni giorno che capita e sapere
che andare avanti può dipendere dalle quotidiane
pigrizie (o eccitazioni, fa lo stesso)
che ci spingono, comunque sia, a vivere.

Ricominciare
ogni giorno che capita. È un modo di dire. Dalla notte
dove siamo
non ce la facciamo a uscire e il buio
che s’intorbida dilata
le nostre pupille e noi aspettiamo la luce, ma quando
sarà tornata potremmo
non vedere ancora. Sarebbe bella! Uno scherzo
della nostra natura: le pupille
sono fatte così. Ma tutta
questa storia di sciatteria e viltà, questo stramaledetto verso
che mi è rimasto in testa ed è cocciuto
come un moscone ammaliato
dal non-senso del vetro dove sbatte, l’una
e l’altro non sono uno scherzo – è evidente.

Ricominciare
ogni giorno (e sia pure per modo di dire) che capita: quello che posso
fare è scrivere – non aspettarti chissà che cosa – versi
come sempre, come è
nella loro essenza,
inutili, anzi, date le circostanze, lo capisci, i più inutili
che mi vengono in mente. Non so scrivere inni d’altro canto
(sacri o profani), ammesso che gli inni (in una
qualsiasi delle due specie) siano utili, e neanche
so a che cosa inneggiare: mi viene in mente la luce perché vorrei proprio
ora vederci più chiaro.

Ma in questa notte dilata il buio che s’intorbida le nostre
pupille tanto che non sappiamo se quando
sarà tornata la luce vedremo davvero di più o se saremo
ciechi ancora.

E poi c’è un’altra cosa: non so neppure gridare, non saprei
nemmeno
per strada strillare i miei versi per farli
ascoltare, anche solo per caso, a chi è lì che cammina.

Mi chiedo come faranno
i suonatori ambulanti a fare sentire
le loro canzoni sui tram, a farle sentire persino
nelle carrozze della metro.

E poi c’è un’altra cosa
ancora ed è
più importante: non so come sia potuto accadere che i versi
di una canzone siano stati
detti uno dopo l’altro in uno stadio
di prigionieri (non si poteva
scrivere lì) e insomma siano stati creati e fermati
in una memoria
comune così come echi continuamente
ripetuti e tutto questo sia stato fatto da chi
sapeva che nessuno
di quei versi gli sarebbe servito a niente per vivere, però
di quei versi ciascuno poteva
essergli compagno per morire. Ricordi Victor Jara, Estadio Chile? Non so
come sia potuto accadere, ma dev’essere
stato lì tutto un mischiarsi di versi e di sangue e di mani
spezzate e di morte e so per certo che i versi
detti e ridetti tra tutto
quello che accadeva erano la cosa più inutile, però è anche vero che sono
l’unica cosa che ora
ci è rimasta di quella notte – Estadio
Chile, Santiago dall’undici
al sedici di settembre.

Ed era una notte – lo so – diversa da questa. Ma ciò
non toglie che adesso
il buio dilata, torbido
com’è, le nostre pupille e non sappiamo se quando
sarà tornata la luce vedremo davvero di più o se saremo
ciechi ancora.

Io penso che, se qualcuno riuscisse
non a gridarle, piuttosto
a spargerle nell’aria le parole
di questi versi sarebbe
come se la loro inutilità non fosse un’astrazione, ma
un aerosol da spruzzare; ci sarebbe comunque l’effetto di non soffocare,
almeno io che le ho scritte, queste parole, tu
che le leggi, gli altri, se ci saranno, che le raccoglieranno
con il loro respiro per la strada.

E se questa notte è malata
e marcisce il suo buio, sarà meglio non irrorarsi
della frescura nemmeno, in ogni caso sarà meglio non credere
che la luce del giorno
arrivi per conto suo. Se la vogliamo, la luce,
toccherà a noi di trovarla, e sia pure con tutte le nostre
quotidiane pigrizie (o eccitazioni, fa lo stesso),
o forse proprio per quelle,
per quella incompiutezza che accompagna
la nostra umanità dentro a questa storia di sciatteria e viltà che ci è
venuta addosso e non è uno scherzo – è evidente.

Versi inutili. Però è anche vero che se
– meglio di niente – la loro inutilità non fosse un’astrazione, ma
un aerosol da spruzzare e riuscissimo a spargerli
davvero in un modo o in un altro nell’aria, potremmo non soffocare
di questo marcire del buio e fare catena di mani con chi c’è (almeno
io che li ho scritti, questi versi, tu
che li leggi, gli altri, se ci saranno, che li avranno raccolti
con il loro respiro per la strada) e riusciremmo a trovarla
noi la luce del giorno. Dopo
si tratterà di vederci di nuovo, se l’avremo trovata, la luce, e sia pure
con tutte le nostre
quotidiane pigrizie (o eccitazioni, fa lo stesso),
o forse proprio per quelle,
per quella incompiutezza che accompagna
la nostra umanità dentro a questa storia di sciatteria e viltà che ci è
venuta addosso e non è uno scherzo – è evidente.


Novembre 2009
Il volume Versi inutili e altre inutilità è stato pubblicato nel 2010 dall’editore Edicit di Foligno.