Mario Lunetta: La forma dell’Italia

In un momento nel quale si sente esaltare la virtù di un «utilizzatore finale» contrapposta al vizio (e al possibile reato) di un inevitabile e speculare ‘avviatore iniziale’ (sarà giusto chiamarlo così?), leggere La forma dell’Italia è come cambiare paese: una sensazione al tempo stesso di esilio e di diverso punto di osservazione, quindi di prospettiva radicalmente diversa da quella alla quale, purtroppo, siamo abituati.

Quale italiano onesto non ha pensato, di questi tempi, ad “andare in esilio”, a starsene per un po’ lontano da questo paese per respirare un’aria diversa? E, se poi non lo ha fatto, questo si deve proprio al suo essere un italiano onesto.
D’altro canto, è la stessa dedica del libro di Lunetta («alla memoria di mio padre Vincenzo e di mia madre Carolina, italiani onesti») a suggerirci questa prospettiva. Leggiamo questi versi:


E Foscolo, l’Ugone Niccolò dice soltanto
(Lettera apologetica) “Quanto all’Italia d’oggi,
a me pare fatta cadavere” – nient’altro.

        Questa è la forma dell’Italia nelle ore
che stiamo vivendo come passeri strozzati.
        Questa un’eco
flebilissima della sua voce possibile, impossibile, muta


Se non ce lo dicesse la data posta a suggello del poemetto («Roma e altrove, 2007-2008») e se non ne avessimo già letto ampie anticipazioni circa un anno fa, La forma dell’Italia potrebbe sembrarci un instant book. Ma, anche attraverso l’esplicita citazione foscoliana posta quasi a conclusione del libro, l’autore, a ogni buon conto, ci avverte che non è così.
Dunque non è solo una questione di date, ma è, direi, il carattere originario di questo libro. Il poema di Lunetta è, infatti, un poema di idee e non di fatti. E, in quanto di idee, non può adattarsi a essere di attualità, ma, semmai, d’occasione nel senso più alto che questa espressione ha assunto da quando che Goethe ha definito tutta la sua poesia come «poesia d’occasione». A ciò si aggiunga il fatto che queste idee hanno il peso – e lo spessore – di una lunga storia personale e di una lunga storia del pensiero. Pensiero civile, si diceva una volta e si aggiungeva: da Dante al Foscolo.

Foscolo, appunto. La Lettera apologetica, che «l’Ugone Niccolò» scrisse poco meno di tre anni prima della morte, è un testo nel quale il poeta guarda l’Italia dall’esilio londinese e, nel rendere testimonianza di quella sua diversa prospettiva, afferma il dovere che hanno gli «onesti scrittori» di parlare liberamente. Il corsivo di onesti è mio, e come potrebbe non esserlo se, rileggendo il testo del Foscolo, a quel punto sono sobbalzato? Con la sua citazione Lunetta ci dà, infatti, la chiave per capire qual è il carattere originario di quest’opera. È una grande difesa di come si sono consolidate, nel corso di tanti anni di vita, di lettura e di scrittura, le sue idee di scrittore onesto (onesto per dna, si direbbe, data la dedica del poema, oltre che per scelta).
Ora, queste idee riguardano in primo luogo il linguaggio, così come è stato per tuta la carriera intellettuale di Lunetta: « […] chi oggi verga questi versi / decisamente prosastici» lo fa, scrive, «rischiando di non essere compreso /non perché ciò che dice è poco chiaro / ma forse perché lo è troppo; […]». D’altro canto, si tratta oggi di una necessità imprescindibile: «[…] i giorni /di quest’Italia claudicate aspirano / a una parola altra, a pronunce meno confuse, a una sillaba / netta. […]».


Niente di più lontano da un’aspirazione puristica:

Necessita alla poesia questa prosaccia buiaccàra, se
non si vuole che perfino gli animali meno dotati
      ci accusino
di ridicola arroganza lirica, di supponenza
stupidamente febbricitante, in un momento che,
vero ragazzi, meglio sarebbe forse chiudere la bocca
      e tornare ad aprire i boccaporti
del pensiero che non gioca nascondino con le ombre.


Non è, dunque, una questione di «semplificazione», ché anzi proprio la semplificazione è uno dei tarli dei nostri giorni, incapaci per incultura e per sciatteria di accedere alla «complessità»: si tratta, invece, di pervicace onestà – ancora una volta – nei confronti della vita: «Il leggere, lo scrivere: non si conoscono attività / più crudeli nella vicenda della specie. / Chi le pratica / somiglia tanto a un condannato alla penna capitale / che non smetta di sperare nella vita».
In secondo luogo, le idee di questo poema riguardano più in generale i contenuti della storia. Se dovessi trovare un concetto capace di riassumere questi contenuti, direi che è «lavoro», cioè, come lo definisce Lunetta, la «forma stessa dell’individuo storico-concreto» di cui «nessuno più parla, ormai». Ecco, attraverso il lavoro, è l’individuo storicamente determinato, quello che in ogni tempo vive il rapporto dialettico con il qui e ora, che contrappone la sua «forma» a quella dell’Italia. È questo individuo determinato che potrà «privilegiare lo strabismo / della ragione, accendere il pessimismo della gioia / con la violenza di una bora di gennaio». Perché, se non lo si fosse ancora capito, questo poema di Lunetta non è un abbandono del campo in nome dei tempi che «“non permettono di fare nulla”» come – ricorda lo stesso Lunetta – «Giorgio Morandi, pittore, diceva / nella sua lingua da monaco solitario». Piuttosto, se per Morandi la scelta era «rinuncia mica inconsapevolezza, era mite disperazione, / desiderio forse furente di immobilità», per l’autore de La forma dell’Italia si tratta invece di una urgenza di agire:


      Se questo esistere demente
è solo una catena di cadute, beh ragazzi, mettiamoci in parallelo
con la linea dell’orizzonte, finché resiste: e fingiamo
di poterla spezzare, con tutta l’ingenuità

dell’utopia, così spesso colpevole, o carente quantomeno
di coscienza della contraddizione, dentro le tasche
e la scatola cranica, le maratone del desiderio
      e le sane esigenze del Galateo
in asmatica cerca del suo Bosco1.


Non mi sembra che mai l’utopia sia stata chiamata in causa da un poeta in funzione di un agire politicamente più compromettente. Naturalmente, fuori dalla poesia, «lo zio di Treviri» (come, in un verso del poema, Lunetta chiama Marx non sai se affettuosamente o per burla o per tutt’e due) sarebbe imbattibile. Qui, ne La forma dell’Italia, l’utopia viene chiamata in causa dal poeta, in quanto poeta, per determinare una finzione che, cosciente – questa volta – della contraddizione, si propone di cambiare il quadro, spezzandone «la linea dell’orizzonte», nel momento in cui non sembrerebbero esserci le condizioni per cambiarlo, anzi, i tempi sembrano non permettere «di fare nulla».
Se Foscolo scriveva dall’esilio, Lunetta scrive da «Roma e altrove», comunque ben dentro La forma dell’Italia di cui ci parla. Eppure, come dicevo all’inizio, l’impressione che abbiamo quando leggiamo, sin dai primi versi, questo poema è quella di essere noi in esilio, di essere noi – anzi – esiliati in un labirinto nel quale, finalmente, abbiamo trovato un filo. Che il poema, come dice il sottotitolo, sia «da compiere» ci rassicura, perché sappiamo che quel filo non è destinato a finire e che, in un modo o nell’altro, ci porterà fuori.


 

La letteratura italiana nell’orizzonte europeo

Usciti nel 1993, i due volumi de La letteratura italiana nell’orizzonte europeo, destinati in particolare alla scuola secondaria di secondo grado, hanno avuto una risonanza inusuale per un libro scolastico, fino a ricevere una recensione (per la verità ambigua, ma firmata niente meno che da Pierluigi Battista) sulla prima pagina di “Tuttolibri”.

In realtà, hanno avuto una discreta fortuna in ambito scolastico, ma una maggiore in ambito universitario, con numerose adozioni anche (forse soprattutto) all’estero, in particolare nelle università degli Stati Uniti.

È noto che Eugenio Montale, nel discorso tenuto a Stoccolma nel 1975 per il conferimento del premio Nobel, definì la poesia un «prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo». E non si può negare che, soprattutto se ci si colloca nella prospettiva del lettore disinteressato (che non sia un critico, che non sia un intellettuale, che non sia egli stesso un autore), i caratteri attribuiti dal poeta genovese alla poesia si possono considerare propri dell’intero mondo delle lettere. Il fatto è però che la storia dell’umanità e – per quel che ci riguarda – quella della nostra penisola stanno lì a dimostrare che, a differenza di tanti prodotti «utili», le lettere, pur se hanno avuto alti e bassi di qualità, non hanno quasi mai conosciuto «crisi di produzione» né «cessazione di attività»; neppure in epoche storiche durante le quali la costruzione di un «libro» – su cartapecora, su carta di papiro, su lamine o tavolette dei più svariati materiali –, la sua duplicazione e la sua diffusione dovevano fare i conti con enormi difficoltà tecniche. Ma, allora, perché darsi tanto da fare per un «prodotto assolutamente inutile»?
Qui sta il punto: proprio la loro inutile godibilità colloca le lettere tra quegli aspetti dell’esistenza umana che – in una graduatoria discendente dall’amore fino alla partita di pallone – sono in grado di trasformare l’attraversamento di una «valle di lacrime» in un piacevole soggiorno.