Perché sto con i partigiani

Quando, alla metà degli anni Trenta del secolo scorso, il fascismo raggiungeva la sua massima punta di consenso nel nostro Paese, in quello stesso Paese c’erano uomini e donne che resistevano, che opponevano al fascismo il proprio pensiero libero, diffondevano le proprie idee – spesso diverse tra loro, ma questa era una ricchezza in più – e rischiavano per questo la vita o pativano nelle carceri la repressione. Altri uomini e altre donne, con gli stessi ideali, con le stesse diversità e con gli stessi rischi, rappresentavano all’estero un’Italia che non si piegava, un’Italia che guardava, nonostante tutto, con fiducia alla prospettiva della democrazia. In virtù della loro azione, tutto il mondo sapeva che l’Italia non era solo quella di Mussolini.
Quando poi, per la scelta sciagurata intervenire nella guerra a fianco del nazismo, l’Italia fu trascinata al tempo stesso nel baratro di una sconfitta sanguinosa e, con la complicità dei Savoia in fuga, nel fango della totale perdita di dignità nazionale, allora quegli italiani e quelle italiane sono riusciti a raccogliere, attorno a sé e attorno alla prospettiva che rappresentavano, altre forze, soprattutto giovani, e a trasformare un’azione intellettuale e di propaganda ideale in una resistenza armata. Ancora una volta, tutto il mondo sapeva e constatava che l’Italia non era solo quella amica dei nazisti e neppure solo quella ignominiosamente fuggita da Roma al momento dell’armistizio.
Oggi è soprattutto questa difesa a viso aperto della dignità del paese che ci resta come eredità morale e spirituale della lotta e del sacrificio dei partigiani. Una dignità affermata – e questo è stato determinante – sia contro i nazisti sia, tanto più, nel rapporto con gli Alleati, che si trovarono a fare i conti non con “bande” armate, ma con gruppi politicamente forti che pretesero, per esempio, di avere nelle loro mani la resa dell’esercito nazista nelle grandi città del nord.

Dopo la guerra, nei confronti dei paesi che l’avevano vinta, l’Italia poté non arrossire di vergogna. Ma poté valersi anche di un altro vantaggio che era stato portato dal modo con il quale la sua dignità era stata difesa: il fatto che essa fosse stata realizzata in nome di tutti gli italiani. Mentre i Savoia scappavano, i democristiani, i socialisti, i comunisti, gli azionisti non si sottrassero al dovere di combattere tutti insieme, anche con quei monarchici (e non furono pochi) che, a differenza del re, amavano il paese ed erano pronti a sacrificarsi. Un impegno comune e unitario nel quale vennero sospese, non certo dimenticate, le diversità e le contrapposizioni. E difatti, come è naturale che avvenisse, le contrapposizioni, anche aspre, sono riprese nell’Italia democratica che questi uomini e queste donne hanno riconsegnato agli italiani dopo la guerra e dopo la approvazione della più condivisa (e, forse, della più bella) costituzione al mondo.
Se l’Italia ha attraversato quasi settant’anni di momenti esaltanti e di momenti difficili, di crisi economiche e sociali e di riprese, comunque sempre alla pari e insieme al resto del mondo democratico, lo deve a loro.

È per questo che sto con i partigiani, in questo periodo buio nel quale da molti anni la dignità del nostro paese è stata di nuovo in gioco e deve quindi essere riaffermata a testa alta e senza tentennamenti di sorta. È per questo che guardo al loro esempio, alla loro capacità di stare insieme e, una volta stabilite le regole della democrazia, di scontrarsi, sì, ma con rispetto reciproco e, soprattutto, con rispetto di quelle regole. È per questo che sto con i partigiani e che, in particolare nel giorno di quella che io considero la vera festa dell’unità d’Italia, il 25 aprile, cerco di non dimenticare – e di non far dimenticare – quello che hanno fatto.

Non ho la consuetudine delle auto citazioni e i lettori abituali di questo blog lo sanno bene. Tuttavia, mi sarà permesso in questa occasione trascrivere qui una poesia alla quale sono molto legato (è tratta dal mio libro La mente irretita, Manni, 2008). Ho fatto l’insegnante per buona parte della mia vita e ho pensato, leggendo e rileggendo le Lettere dei condannati a morte della Resistenza, che molti di loro avevano la stessa età degli alunni che io mi trovavo in classe tutti i giorni. A questi giovani, a quelli che hanno combattuto nella Resistenza e ai miei alunni nei quali ho sempre voluto che si rispecchiasse quell’amore per la libertà, è dedicata questa poesia il cui stesso titolo, Alunni, non lascia dubbi.

Michele Tortorici, Alunni (da La mente irretita, Manni, 2008)


Rileggendo
le Lettere dei condannati a morte della Resistenza

Alunni vi avrei voluti nell’ora
che vi ha sommersi la storia,
che vi ha affrancati la vostra
temeraria purezza,
che vi ha innalzati la speranza
nella parola che s’invera
come un giuramento.

Alunni vi avrei amati per potere
imparare la fede che attraversa
la morte come un’onda
di piena penetrata
nel mare. Vi avrei cercati per dare
inaspettate risposte alle troppe
impazienti pagine che ho letto. Vi avrei
attesi perché non si chiudesse
il portone della scuola e avrei scavato
per voi macerie di futuro
in offerta d’amore.

Avreste forse anche voi
prestato la vostra fede alle parole
che ho fatto scorrere sui banchi, ai versi
di libertà, alle note a piè di pagina sull’uomo
che s’infutura e che s’india; avreste
forse anche voi bevuto l’inganno
propizio di umani simulacri
senza professione di modernità.

Alunni vi avrei abbracciati per ricevere
il vostro contagio, per raccogliere
le lettere che avete scritto e custodirle
nell’archivio della scuola. Lì
un altro insegnante dopo secoli
d’inettitudine avrebbe scoperto
le pagine nascoste e portato
a nuovi alunni le vostre
parole per inverarle ancora
come un giuramento.


Il 21 aprile alla “Stanza della poesia”
di Palazzo Ducale a Genova

Il 21 aprile, alle 17.30, sarò alla “Stanza della poesia” di Palazzo Ducale a Genova per concludere il ciclo di letture dedicate alla “inutilità” della parola poetica e alla straordinaria forza che proprio da questa inutilità le deriva. Ho dedicato a questo argomento numerosi interventi in questo blog (qui l’ultimo) e non è il caso che mi ripeta. Voglio invece dedicare qualche parola alla “Stanza della poesia” di Genova e dare qualche indicazione in più sui brani che leggerò.

La “Stanza della poesia” è un piccolo ambiente che si apre con discrezione sul fianco del Palazzo Ducale di Genova, dal lato di Piazza Matteotti. Le iniziative che vi si svolgono sono animate dalla musicista Claudia Pastorino e dal poeta Claudio Pozzani, infaticabile organizzatore del Festival della Poesia di Genova che si svolge ogni anno a giugno, e hanno il sempre attento supporto della mamma di Claudio, Carla. È un ambiente intimo dove non c’è distanza tra chi legge e chi ascolta e dove la voce resta racchiusa, più che diffusa, dalle pareti coperte da scaffali pieni di libri.
La lettura Versi inutili e altre inutilità si basa sulle tre poesie contenute nel volumetto che ha lo stesso titolo. Ma non contiene solo queste poesie. Vi raccolgo i miei testi poetici che sono legati dal tema della “parola” e che sono tratti anche da La mente irretita e da Viaggio all’osteria della terra, il mio nuovo libro pubblicato da Manni e uscito in questi giorni. Devo anzi aggiungere, a proposito dei testi tratti da questo libro, che essi sono cresciuti proprio nel corso delle letture su Versi inutili e altre inutilità che ho tenuto in questi anni in Italia (a Roma, a Torino, a Cuneo, a Genzano, a Napoli, a Velletri e altrove).
Sì sono cresciuti. Perché, a ogni lettura, sentivo il bisogno di modificare qua e là il ritmo dei versi, di cambiare una parola: insomma nei due anni trascorsi ho utilizzato queste occasioni, oltre che come espressione pubblica di quello che avevo scritto, anche come laboratorio privato di quello che stavo scrivendo. Naturalmente, a Genova leggerò la redazione definitiva di questi testi, quella uscita a stampa nel nuovo libro.
Sarà circa un’ora di lettura, quattordici poesie che ho composte negli ultimi dieci anni e che, ovviamente, non hanno tra loro alcun altro legame tranne quello che io ho attribuito loro a posteriori e in virtù del quale le ho messe una accanto all’altra, con una carezza, come si fa con i bambini per disporli a farsi fotografare insieme.

Perché dico che sono sufficienti
i 140 caratteri di Twitter

In questi giorni Michele Serra ha attaccato successivamente, in due Amache, «il sensazionalismo urlato» della stampa italiana e «il cicaleccio sincopato» di Twitter. Solo sul secondo di questi suoi obiettivi polemici dichiara (in un successivo articolo del 17 marzo) di aver ricevuto «moltissimi commenti, quasi tutti ostili». Michele Serra è uno dei pochissimi giornalisti con i quali in genere concordo al cento per cento e, dato che questa volta non concordo affatto, voglio riprendere qui il suo ragionamento, naturalmente senza nessun tono “ostile”.

Premetto che non sono un utente di Twitter e che dunque non parlo per spirito di parte. Ma aggiungo che non lo sono perché ritengo che non avrei il tempo né di seguire quello che vi si pubblica, sia pure nelle sole sfere di mio interesse, né di pubblicarvi regolarmente i miei tweet. Ciò non toglie che io apprezzi moltissimo il “limite” che vi viene imposto. Il “limite” è infatti la necessaria condizione della consapevolezza nell’arte. Il “limite” della materia per lo scultore, della bidimensionalità per il pittore, quello del verso (e del ritmo che gli suona dentro) per il poeta, e così via. Il limite è la condizione necessaria della consapevolezza, in generale. Necessaria, ma, come è ovvio, non sufficiente. Non tutti coloro che spaccano pietre sono scultori, né coloro che imbrattano muri pittori, né coloro che vanno a capo prima della fine naturale del rigo poeti.
La questione non è dunque quella del limite, ma di che cosa si fa dentro quel limite. In meno della metà di 140 caratteri Giuseppe Ungaretti ha scritto, per esempio, il 22 maggio del 1916 la straordinari poesia Stasera:


Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia


Su questi tre versi (e sul titolo stesso da attribuire loro), per altro, Ungaretti (nella foto qui a fianco) ha riflettuto e lavorato per anni. Scrive Serra nella sua risposta ai commenti ostili che i 140 caratteri di Twitter portano alla tentazione «del giudizio sommario, della fesseria eletta a sentenza apodittica, del pulpito facile da occupare con zero fatica e spesso zero autorevolezza». Portano chi? In un mio intervento del 29 gennaio scorso citavo un terrificante artiolo uscito sul “Giornale”, un articolo nel quale il «giudizio sommario», la «fesseria eletta a sentenza apodittica» e il «pulpito occupato con zero fatica e zero autorevolezza» avevano avuto bisogno di ben 2187 caratteri da parte di un giornalista che pure ha un account su Twitter. Ripeto la domanda: portano chi? Ungaretti o Sallusti?
I 140 caratteri portano di per sé alla concisione. E basta. Sono personalmente convinto che, se Giulio Cesare avesse avuto a disposizione uno strumento del genere, avrebbe abbozzato su quella piattaforma on line i suoi Commentarii de Bello gallico: «Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur». Questo famosissimo incipit dell’opera misura 146 caratteri. Sarebbe bastato un niente per farlo entrare in un tweet.

Scrive Serra: «La parola – e questa è ovviamente solo una mia opinione – non deve rispondere solo all’ossessione di comunicare (la comunicazione sta diventando il feticcio della nostra epoca). La parola dovrebbe servire ad aggiungere qualcosa, a migliorare il già detto». No, gentile e caro Michele Serra. Mi viene in mente il «Gentile / Ettore Serra» della poesia Commiato, ancora di Ungaretti:


Gentile
Ettore Serra
poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento

Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso


Come non vedere che si tratta di due tweet, il primo di 132 caratteri e il secondo di 86, uno più straordinariamente bello e significativo dell’altro?
No, gentile e caro Michele Serra, la parola, dalla quale fioriscono il mondo, l’umanità, la vita, non deve aggiungere. Deve dire. 140 caratteri sono sufficienti. Anzi possono essere la condizione necessaria per “dire bene”. Naturalmente, per “dire male” non è necessaria nessuna condizione e possono non bastare 10.000 caratteri. La quantità non c’entra. Twitter pone questa condizione per dire notizie. Da questo punto di vista, la notizia fornita da Giulio Cesare nel primo periodo del De Bello gallico è ben più adatta a questa piattaforma che non i versi di Ungaretti, che ho citato per paradosso.
E qui, nel fatto che la notizia ne sia il vero contenuto, c’è un aspetto di Twitter al quale Serra neppure accenna. Questo aspetto è la possibilità di categorizzare tutti gli argomenti che vi vengono affrontati tramite un piccolissimo segno, l’hashtag, cioè nient’altro che il segno che noi chiamiamo “cancelletto”. Basta metterlo davanti alla parola chiave della notizia: quella che noi riteniamo la parola chiave, se siamo i primi a parlare di quell’argomento, o quella che altri hanno già individuato come parola chiave. Come non pensare ai tweet sul #tunnelgelmini che hanno impazzato per giorni alla fine dello scorso mese di settembre e che non erano né giudizi sommari né fesserie né altro del genere, ma, spesso, capolavori di comicità? Naturalmente, l’hashtag serve a cose ben più serie, come sappiamo dalle rivolte nei paesi arabi, dai movimenti che hanno voglia di libertà in tutto il mondo e anche dalle questioni culturali che su Twitter vengono affrontate con minore o maggiore serietà. Individuare la categoria di appartenenza di un concetto o di un fatto è un tipo di procedura mentale che – Aristotele ce lo ha insegnato ben prima di Twitter – aiuta a conoscere la realtà e il piccolo # è diventato così uno strumento importantissimo di approccio alle informazioni.

Ecco perché sono convinto, gentile e caro Michele Serra, che 140 caratteri siano sufficienti. Anzi, sono convinto che, se ben usati, aiutino a ragionare meglio. Aiutano chi sa – e vuole – ragionare, è ovvio.

Il mio amore per la Germania

Lo scorso 27 gennaio, Giornata della Memoria, “Il Giornale” è uscito con un editoriale del direttore, A noi Schettino, a voi Auschwitz. Questo titolo terrificante voleva rispondere a un articolo del settimanale “Der Spiegel” che – sembra – attaccava, per la codardia del comandante della nave da crociera Costa Concordia, tutti gli italiani.
Non sono riuscito in alcun modo a trovare on line l’articolo in questione e non ho avuto né tempo né voglia di cercarlo nelle edicole che hanno giornali stranieri. Ma non ha importanza: di stupidaggini ne scrivono tutti in tutto il mondo. Forse, e sottolineo il forse, ne è stata scritta una anche su “Der Spiegel”. Non sarebbe la prima.

Considero però, eventualmente, stupidi il titolo e l’articolo attribuiti al settimanale tedesco e terrificanti il titolo e l’articolo del giornale italiano. Terrificante il titolo, perché attribuisce a tutti i tedeschi e a tutta la odierna Germania la responsabilità dei campi di sterminio. E invece proprio la Germania sta compiendo, con un coraggio che in Italia è mancato e ancora manca, uno straordinario e doloroso percorso culturale e politico di presa di coscienza delle proprie responsabilità. Terrificante l’articolo perché usa con una disinvoltura che non ricordo in tempi recenti sia la parola “razza” sia soprattutto il concetto che essa esprime così come elaborato dal nazismo e ripreso poi dal fascismo. Il senso dell’editoriale si può infatti così riassumere: i tedeschi, «quelli della razza di Jan Fleischauer (autore dell’articolo)» sono, in quanto tali, cioè in quanto tedeschi, sterminatori di ebrei, sparatori alla schiena di donne e bambini, «arroganti e pericolosi per l’Europa».

Non aggiungo altro se non la mia profonda vergogna per il fatto che questo articolo delirante pretende di rappresentarmi in quanto italiano.
Ebbene no. Non mi rappresenta.

Amo la Germania, la sua musica, la sua letteratura, la sua poesia, le sue città faticosamente ricostruite dopo l’ultima guerra e oggi piene di una straordinaria vitalità sociale e artistica, i suoi viaggiatori che da secoli si emozionano di fronte alle bellezze e alla cultura del nostro paese, il suo popolo. Piango, insieme a questo popolo, gli orrori che in suo nome il nazismo ha perpetrato. Ammiro il coraggio con il quale questo popolo oggi in ogni piazza, in ogni strada, ricorda il suo terribile passato ed è capace di fare i conti con le sue non meno terribili responsabilità. Non mi importa nulla se in Germania qualche giornalista e qualche testata giornalistica sono in vena di sparate anti-italiane. Nella mia testa non agisce in alcun modo il concetto di “razza”, cioè quello che attribuisce una caratterizzazione agli individui per ragioni naturali (di appartenenza etnica o nazionale) e non per le specifiche scelte che ciascuno di essi compie.

Ho scritto qualche anno fa un libriccino di poesie, I segnalibri di Berlino, che è al tempo stesso un diario di viaggio e una dichiarazione di amore per questa città e per la sua capacità di vivere la memoria del proprio passato. Ma non voglio qui fare una citazione di me stesso. Voglio invece trascrivere alcuni bellissimi testi poetici che rappresentano, senza bisogno di alcun commento, la fraternità di due culture che da sempre trovano ispirazione l’una nell’altra. Il primo testo è di Heinrich Heine (1797-1856): si tratta della poesia Mit schwarzen Segeln, tratta dalle Neue Gedichte (1844). Il secondo testo è la traduzione di quella poesia a opera di Giosue Carducci (1835-1907), Passa la nave mia con vele nere, tratta dal terzo libro delle Rime nuove (1887). Il terzo testo è la straordinaria reinterpretazione di quella stessa poesia da parte di Giacomo Noventa (1898-1960) ne Gò vestìo, sì, de luto la me barca.
Ecco dunque i testi. Lasciamo che parlino da soli dei nodi che legano due popoli e due culture.

Heinrich Heine, Mit schwarzen Segeln


 Mit schwarzen Segeln segelt mein Schiff
Wohl über das wilde Meer;
Du weißt, wie sehr ich traurig bin
Und kränkst mich doch so schwer.
 Dein Herz ist treulos wie der Wind
Und flattert hin und her;
Mit schwarzen Segeln segelt mein Schiff
Wohl über das wilde Meer.


Giosue Carducci, Passa la nave mia con vele nere


 Passa la nave mia con vele nere
Con vele nere pe ‘l selvaggio mare.
Ho in petto una ferita di dolore,
Tu ti diverti a farla sanguinare.
 È, come il vento, perfido il tuo core,
E sempre qua e là presto a voltare.
Passa la nave mia con vele nere,
Con vele nere pe ‘l selvaggio mare.


Giacomo Noventa, Gò vestìo, sì, de luto la me barca


 Gò vestìo, sì, de luto la me barca,
E me fido del mar;
Tì ti-sa ben che mi gò perso tuto,
Par volerte amar.
 El to cuor m’à tradìo, come fa ’l vento
A ùn che sa dove andar;
Mi gò vestìo de luto la me barca,
E me fido del mar.


La cultura del privilegio (e dell’ossequio) …

… e l’insegnamento di mio padre

C’è una cosa che accomuna i fatti, apparentemente diversi, dei quali si è parlato – o ri-parlato – nei giorni scorsi a proposito della “casta”: un appartamento in buona parte pagato da generosi donatori “all’insaputa” del compratore; un altro, a pochi passi dal primo, acquistato sottocosto per la sentenza di un organo amministrativo forse influenzato da uno dei compratori che di quello stesso organo faceva parte; una vacanza regalata da altri generosi donatori, e sempre “all’insaputa” del destinatario; una contiguità “culturale” con la camorra (indipendente dall’eventuale concorso in associazione di stampo camorristico, che solo un processo penale potrà accertare) per un deputato lasciato in libertà dal voto “di coscienza” della maggioranza dei suoi colleghi.
La cosa che accomuna questi fatti è quella che io chiamo la cultura del privilegio: l’idea che far parte di un gruppo consenta di sfruttare le prerogative pubbliche o private, il potere legittimo o criminale di quel gruppo per fini personali, di solito raggiungibili anche in altro modo. Un magistrato non può forse accendere un mutuo più oneroso, o un alto dirigente dello Stato non può pagarsi una vacanza di lusso? Un deputato di lungo corso non può forse comprare una casa anche molto costosa con i suoi soldi? Un altro non può acquisire prestigio differenziandosi (magari con qualche rischio) piuttosto che partecipando ai valori di una cultura di stampo camorristico? Certamente sì, ma i mille esempi che abbiamo davanti, dei quali quelli oggetto di clamore sono una piccolissima parte, ci dicono che viene preferita una via diversa. E ciò a causa di una cultura lungamente coltivata nel nostro paese per la quale il privilegio è tale solo se visibilmente eccede la misura della normalità. A che pro avere una posizione di privilegio, se poi, per comprare una casa, devo fare come gli altri?

Naturalmente, c’è un rovescio della medaglia. Il mettere concretamente in atto questa cultura comporta un piccolo pedaggio da pagare: quello dell’obbedienza a poteri più forti, a privilegi ancora più radicati. Un regalo, tanto più quando è accolto da un destinatario che, se scoperto, dovrà dichiararsene inconsapevole (e dunque affermare la propria imbecillità), richiama a un doveroso ricambio del favore, che potrebbe anche non essere richiesto, ma che comunque resta lì nell’aria. Se dovesse essere reclamato, chi potrebbe negare quel ricambio?

* * *

Ero andato a trovare mio padre, che non vedevo da tempo perché era stato impegnato a lungo come presidente di una commissione d’esame di corsi abilitanti per docenti. Eravamo a metà degli anni Settanta, se non ricordo male, e accadde un episodio che mi è tornato alla mente proprio in questi giorni.
Bussarono alla porta e andai ad aprire io. Era un fattorino che consegnò un pacchetto, mi fece firmare qualcosa e se ne andò. Quando mio padre aprì il pacco lo vidi diventare improvvisamente serio. Afferrò malamente l’elegante scatola che vi era contenuta, la posò sul grande tavolo ingombro di libri del suo studio, prese l’elenco telefonico, lo consultò con una certa frenesia e infine compose un numero. Io nel frattempo avevo guardato il contenuto della “elegante scatola”: una bellissima stilografica d’oro e un biglietto con molte firme.
La telefonata fu breve, secca. Accertatosi di chi fosse l’interlocutore, mio padre gli ordinò perentoriamente di venire o di mandare qualcuno a riprendersi subito il pacchetto. Punto e basta. Nessuna discussione era possibile.
Naturalmente, quando vidi che posava il telefono, finalmente tranquillo, gli chiesi di che si trattava. Era un regalo dei partecipanti al corso abilitante i cui esami si erano appena conclusi. Devo ricordare, per i più giovani, che quegli esami si erano svolti all’insegna di una violenta polemica dei sindacati: la richiesta era che non fosse bocciato nessun corsista. Al di là delle prese di posizione ufficiali, per quieto vivere, molte commissioni avevano, di fatto, promosso tutti. Quella della quale era presidente mio padre, no. Ma il regalo era stato inviato dai promossi e dai bocciati, tutti riconoscenti – questo era il senso del biglietto e delle firme – per l’equo rigore che aveva accompagnato un esame svolto con correttezza e serenità.
Perché allora il rifiuto? mi venne spontaneo chiedere a mio padre.
«Perché – mi rispose – questa non sarà l’ultima mia commissione di esame. Nessuno deve pensare che io, come presidente, accetti regali d’oro. Né prima né dopo gli esami. Si tratta di un’ombra che ti accompagna. Se fosse stato un libro sarebbe stato diverso, ma oro no. Mai».

Poco più tardi bussò qualcuno che, senza una parola, si riprese il pacchetto.

Molti anni dopo, quando mio padre morì, trovai sul suo comodino un De Officiis di Cicerone (qui sopra il frontespizio del manoscritto Vat. Pal. Lat. 1534) con un segno su una pagina del terzo libro. La frase segnata era questa:


C’è forse qualcosa di così grande valore, o un vantaggio così desiderabile da indurti a perdere la splendida reputazione di “vir bonus”? E davvero che cosa di tanto grande può procurarci questo privilegio, ammesso che sia tale, che eguagli ciò che può portarci via una volta che ci abbia strappato la reputazione di “vir bonus” e ci abbia tolto ogni sentimento di lealtà e di giustizia?


Non è necessario che io aggiunga altro, né per ricordare l’insegnamento lasciato da mio padre, né per manifestare tutto il mio disprezzo per la cultura del privilegio, che è al tempo stesso – non dimentichiamolo mai – dell’ossequio.

La poesia con il quotidiano

Ho lamentato più volte, anche su questo blog, la disattenzione dei quotidiani nei confronti della poesia. Disattenzione che, in parte, è certamente conseguenza del fatto che la poesia, con la sua originaria e costituzionale inutilità, contraddice tutte le regole di produttività, di competitività e di mercato alle quali la società contemporanea si ispira e delle quali i media, dal canto loro, si fanno – tranne rare eccezioni – portabandiera. Ma, in parte, questa stessa disattenzione è frutto anche di negligenza e ignoranza. La lettura della poesia richiede fatica. Il “verso”, ciascun “verso” di cui un testo poetico è composto, è, come dice la parola, una “svolta”: una “svolta” determinata dal suono (quelle che Pessoa, attraverso il suo eteronimo Álvaro De Campos, chiamava «pause speciali e innaturali»), che mette ogni volta il lettore di fronte a una scelta di senso. Nessun altro tipo di lettura ci spinge in maniera così costante e perentoria a un simile esercizio della coscienza e della libertà. Non a caso Harold Bloom parla di una vera e propria «missione» della poesia (sul termine «missione», che traduce «mission», si potrebbe discutere, ma non è questo il luogo): quella di «aiutarci a diventare liberi artefici di noi stessi» e afferma che «l’arte di leggere la poesia è un autentico esercizio di accrescimento della coscienza, forse il più autentico fra tutti i modi salutari».
Ma in questi giorni è successo qualcosa che, almeno in piccola misura, contraddice questa accusa che io rivolgo ai quotidiani. Il “Corriere della Sera” annuncia infatti la collana Un secolo di poesia, trenta volumi a costo contenuto che verranno allegati al giornale una volta la settimana nei prossimi mesi e di cui viene fornita una prima prova, al costo simbolico di un euro, con l’Elogio dei sogni di Wisława Szymborska. Una scelta, quella del “Corriere della Sera” alla quale plaudo senza riserve, al di là dei poeti e dei testi che saranno scelti.

Tuttavia, come dimostra la permanenza di varie copie del volume di Szymborska sul bancone del mio giornalaio, c’è ancora molto da fare. La gente è così disabituata alla possibilità stessa di leggere libri di poesia che, a quanto pare, non ha voluto aggiungere neppure un euro al costo del giornale per portarsi a casa l’Elogio dei sogni. E non è questione di crisi: è che siamo spinti tutti, piuttosto che alla fatica della scelta, piuttosto che alla verifica di senso dopo ogni svolta che facciamo, alla riposante tranquillità che deriva dal lasciare che altri scelgano al posto nostro e che altri diano un senso alle nostre vite.
Sennò, perché avremmo vissuto così questi ultimi venti anni?

George Whitman:
l’eco della poesia americana in Europa

Nella provincia culturale d’Italia che riempie le pagine dei giornali con i dibattiti sui lucchetti e che sembra non riuscire più ad alzare lo sguardo, la morte di George Whitman, avvenuta il 14 dicembre scorso, ha rappresentato soltanto l’occasione per più o meno idealizzati necrologi, quasi sempre rielaborati a partire da quello pubblicato nel sito della sua mitica libreria parigina “Shakespeare and Company”. Con un colonnino “di colore” nelle pagine della cultura i maggiori quotidiani nazionali (con alcune illustri eccezioni: per esempio “Repubblica”, che l’ha dimenticato del tutto) hanno ritenuto di adempiere al loro obbligo professionale. Coscienza a posto per una ventina di righe. E poi subito a occuparsi ancora di lucchetti.

Il fatto è che Whitman, con quella libreria al 37 di Rue de la Bûcherie, non ha fatto soltanto una lunghissima opera di diffusione del libro e della lettura, non ha soltanto portato avanti una rivoluzione del costume mettendo letti per scrittori e lettori in viaggio vicino agli scaffali e omettendo di denunciare i ladri di libri del suo negozio: George Whitman ha costituito una eco decisiva per l’Europa di ciò che accadeva, soprattutto negli anni Sessanta, nella cultura e nella poesia americana.
Chi di noi avrebbe conosciuto i Ginsberg, i Corso, i Burroughs, i Ferlinghetti, se non ci fosse stata questa eco europea di quello che loro scrivevano e facevano? È vero che la altezzosissima Europa (con l’arretratissima Italia, naturalmente, al primo posto) ha poi pensato di poter fare a meno delle straordinarie suggestioni che da questi poeti giungevano. Ma intanto chi voleva ha potuto conoscerli, si è poi affidato alla grande opera di traduzione e interpretazione di Fernanda Pivano, ha seguito le loro storie che si sono via via spostate da Parigi a New York a San Francisco, ha imparato un linguaggio nuovo che, almeno a qualcuno (e io sono tra questi), ha liberato la testa da tanto ermetismo d’accatto vigente in Italia in quegli stessi anni e ancora oggi non sradicato, ha permesso di trovare nuovi ritmi e di affacciarsi su nuovi orizzonti: questi ultimi collocati sul versante opposto rispetto a quello che la neoavanguardia italiana, magari con scopi analoghi, percorreva contemporaneamente.

Da lì, da quella libreria anglo-americana di Parigi (davanti alla quale, come si può vedere qui a fianco, sono stato anche io), abbiamo avuto l’eco di un’epoca nuova della cultura occidentale. Nuova e al tempo stesso antichissima: non è forse vero che, sulla porta della “Shakespeare and Company”, la poesia è tornata a essere suono, a essere detta ed eseguita, come ai tempi di Omero e di Esiodo, dopo secoli di poesia soltanto scritta? Naturalmente, bisognava stare a sentire. Anche allora, come oggi, bisognava leggere notiziole più di costume e “di colore” che di cultura, affidarsi a trafiletti di poche righe, poi leggere i versi della Beat generation e aspettare che germogliasse qualcosa nella propria anima.
Nel frattempo è successo anche il contrario. È successo che, preso esempio da Whitman, Lawrence Ferlinghetti ha creato la sua libreria “City Lights” a San Francisco, dove ha fatto conoscere e amare i poeti europei (tra gli italiani, più di ogni altro, Pasolini). In quella libreria di San Francisco è nata la grande stagione dei readings, delle letture (rimaste nella storia quelle di Ginsberg) che anche in America, soprattutto in America, hanno riportato la poesia alla essenza sonora delle sue origini.

Non sarebbe il caso di discutere di tutto questo? Non sarebbe il caso di farlo in questo paese dove i readings li abbiamo scoperti decenni dopo per farne una piccola moda un po’ snob da esibire nei festival di poesia? Non sarebbe il caso di farlo in questo paese dove si discute di librerie solo quando chiudono?
Evidentemente non è il caso. O così pensano i nostri intellettuali.
Lasciamoli parlare di lucchetti!

P.S.
Trascrivo qui sotto la traduzione del necrologio apparso sul sito della libreria “Shakespeare and Company”.


Mercoledì 14 Dicembre 2011 George Whitman è morto serenamente nella sua casa, un appartamento sopra la sua libreria, “Shakespeare and Company”, a Parigi. George aveva avuto un ictus due mesi fa, ma ha mostrato incredibile forza e determinazione fino alla fine, continuando a leggere ogni giorno in compagnia di sua figlia, Sylvia, dei suoi amici, del suo gatto e del cane. È morto due giorni dopo il suo novantottesimo compleanno.
Nato il 12 Dicembre 1913, a East Orange, nel New Jersey, George si trasferì a Parigi nel 1948 e vi aprì nel 1951 la libreria “Le Mistral”, in seguito ribattezzata “Shakespeare and Company”. Il negozio, stipato da parete a parete da libri e da letti destinati agli scrittori in viaggio, è cresciuto rapidamente fino a essere un paradiso per gli amanti dei libri e per gli autori, mentre George diventava un’istituzione originalissima della Parigi letteraria. Nel 2006 fu premiato con l’Officier des Art et Lettres dal ministro della Cultura francese per il contributo da lui dato alle arti durante tutta la sua vita.
Dopo una vita interamente dedicata ai libri, agli autori e ai lettori, George mancherà molto a tutti i suoi cari e ai bibliofili di tutto il mondo che hanno letto, scritto e e sono stati nella sua libreria per oltre 60 anni. Soprannominato il Don Chisciotte del Quartiere Latino, George sarà ricordato per il suo spirito libero, la sua eccentricità e la sua generosità, tutti e tre riassunti nei versi di Yeats scritti sui muri della sua libreria sempre aperta e frequentatissima: «Non essere inospitale con gli sconosciuti / potrebbero essere angeli sotto mentite spoglie “.
George sarà sepolto al cimitero di Père Lachaise a Parigi, in compagnia di altri uomini e donne di lettere, come Guillaume Apollinaire, Colette, Oscar Wilde e Balzac. La sua libreria continua, gestita dalla figlia.


Steve Jobs,
inventore di strumenti per farci pensare meglio

Oltre i clamori e i superlativi: grazie Steve

Nei primi giorni dei quasi due mesi trascorsi dalla scomparsa Steve Jobs ha attirato sul suo lavoro e sui prodotti della Apple commenti caratterizzati da un uso spropositato di superlativi. Per lo più ci si è soffermati sulla sua straordinaria capacità di anticipare il futuro con intuizioni che lui stesso ha paragonato alla follia.
Ora, con la mia solita – e orgogliosamente rivendicata – lentezza, cessati i clamori, voglio approfondire la questione a modo mio. E lo faccio cominciando con il notare come possa sembrare strano – e lo è – che sia stato un americano a ricordarci con questo paragone una linea di pensiero che è stata propria dell’umanesimo e del rinascimento italiani ed europei. Una linea di pensiero che, a partire da una originale lettura di Paolo di Tarso, individuava appunto nella follia un formidabile strumento di approccio alla conoscenza. Nella concezione erasmiana, la follia è quella che ci consente al tempo stesso di essere liberi nel pensiero e di accettarne il limite umano: due tendenze, solo apparentemente contrastanti, che per Erasmo hanno origine nella superiore follia della fede e che per un laico sono le coordinate dell’orizzonte terreno.
Nella mia vita ho avuto, e ho, a che fare con gli strumenti che la follia di Steve Jobs ha creato. E questi strumenti mi hanno aiutato a pensare meglio.

Appena sono usciti i primi computer di largo consumo ho cominciato a ragionare sul fatto che il linguaggio digitale di queste macchine avrebbe potuto modificare il nostro modo di organizzare le conoscenze. Un modo che, dall’illuminismo in poi, si è stancamente cristallizzato in una forma esclusivamente sequenziale, la stessa che era all’origine del concetto ordinatore e della concreta realizzazione della Encyclopédie di Diderot e d’Alembert. Ma non la sola forma di organizzaqzione delle conoscenze: né allora, né prima, né dopo.
Quando dunque sono usciti i primi personal computer, a metà degli anni ottanta, provai a poco a poco tutto quello che circolava, dal Commodore 64 al successivo 128 fino al Macintosh e all’Amiga. Di questi ultimi due mi affascinava l’interfaccia grafica che, rispetto a quella dei computer a comandi testuali, rendeva sempre più facile (anzi, in certa misura, rendeva necessario) il superamento della sequenzialità in primo luogo nella organizzazione delle azioni per comandare la macchina e facilitava perciò anche una diversa organizzazione delle conoscenze. Pur essendo da subito un fan scatenato di Steve Jobs, quando, dopo aver usato i computer degli amici, e dopo aver avuto per un anno un Commodore 128, dovetti passare all’acquisto di un computer “serio”, optai per l’Amiga.
Il motivo era semplice. Con il computer dovevo lavorare, oltre che per me stesso, anche per la redazione di una rivista, “Il Nuovo Spettatore italiano”, nella quale ero capo redattore della sezione culturale. E i pochi pezzi che mi arrivavano in formato digitale erano regolarmente scritti con computer “Ibm”. Ebbene l’Amiga aveva questo vantaggio: con una piccola spesa, al corpo del computer originale si poteva collegare un “sidecar”(come si vede nella foto qui sopra), cioè un altro computer con processore 8086 e, dunque, perfettamente compatibile con tutti i software per “Ibm”. È ovvio che, quando dovevo lavorare per me, usavo l’Amiga. Con questo computer ho realizzato, per esempio, il database di tutti gli articoli pubblicati sulla rivista, poi uscito come indice analitico in fascicoli a stampa nel 1987 e nel 1988.

Soltanto più tardi sono passato al Mac, e sempre dopo averci lavorato a casa di un amico. Tra il 1994 e il 1995 con questo amico, Emilio Piccolo, decidemmo di realizzare una edizione ipermediale della Storia della letteratura italiana nell’orizzonte europeo, un’opera che io avevo diretta e in parte scritta e che era stata pubblicata nel 1992 dall’editore Oberon di Milano.
Il lavoro, da un punto di vista concettuale, non era difficile perché il mio compito di direttore di quella storia letteraria era consistito, appunto, nell’organizzarla in forma ipertestuale, per quanto ciò era consentito dal supporto cartaceo. La “storia” era infatti articolata in un testo sequenziale e in “schede” ipertestuali che di volta in volta aprivano verso estensioni di vario tipo: approfondimenti, collegamenti intra e intertestuali e così via. Il vero problema era trovare lo strumento digitale capace di tradurre questa organizzazione concettuale in un prodotto finito. Lo strumento fu appunto un Macintosh classic (nella foto) e un software, “Hypercard”, nativo per Mac. In due anni di lavoro riuscimmo a realizzare quello che avevamo in mente e presentammo a Galassia Gutenberg, con grande interesse (e anche moltissima curiosità) del pubblico la prima edizione ipermediale di una storia letteraria mai realizzata (ricordo a chi legge che era il 1995). Alla storia e alle schede avevamo integrato i testi di molte delle opere citate, immagini e musiche.

Ma torniamo ai miei computer. L’uso di quello straordinario strumento che ci aveva aiutato in maniera decisiva a tradurre in un prodotto digitale ipermediale una complessa organizzazione ipertestuale (storia e testi, schede, immagini, suoni, tutti rintracciabili con flessibili strumenti di ricerca) mi aveva entusiasmato. Così mi procurai un Macintosh usato (generazione precedente a quello che avevamo usato insieme, ma prestazioni, per me, eccezionali) e ho continuato a usarlo fino a quando non ho comprato un iMac, il primo modello uscito, ancora con il Mac Os IX. Da allora, il Mac è stato il mio compagno di viaggio in ogni realizzazione di progetti di scrittura, di prodotti ipermediali e di strutture per siti web.

Cedimento a una estetica di consumo? No. Anche se devo dire che il primo modello di iMac, con il corpo bianco latte a pallini blu, e quello stesso che sto usando ora, alluminio e nero, mi affascinano anche come oggetti. Semplicemente strumenti che mi hanno aiutato e mi aiutano a pensare meglio. Niente superlativi. Solo: grazie Steve.
Niente di più

Ritorno a Berlino: Bebelplatz

Quattro anni fa, nel luglio del 2007 sono stato a Berlino per la prima volta. Ed è stato amore a prima vista per una città straordinaria che si ricostruiva e che intanto costruiva una propria immagine tanto nuova quanto pervasa di memoria.
Più di tutto mi aveva colpito il modo in cui spesso la Berlino del dopo-89 presentava questa memoria: non grandi monumenti, non qualcosa che si innalzava davanti al cittadino o al visitatore, ma qualcosa che, invece, si collocava al livello dei suoi passi. Sì, la memoria faceva parte del nuovo volto di questa città in modo originalissimo perché chi percorreva le sue strade o le sale dei suoi musei ci camminava sopra.
Chi segue quello che scrivo, conosce I segnalibri di Berlino, una raccolta di quattro poesie uscita poi nel 2009 che parla appunto di questo. Mi permetterete di fare una citazione da questo libro:


Dove camminiamo, su queste strade lucide, lo vedi
anche tu, ci sono a volte incise sopra liste
di metallo parole
che alla pioggia brillano più
di quanto potrebbero brillare al sole e tutto
intorno senti che prega la terra per far sì
che non si volti chi passa e faccia finta
di non avere visto.

Qui, ora
dove camminiamo
ci sono solo due parole incise, die Mauer,
e attraversano le strade dove passava fino
all’Ottantanove il Muro. Sulla piazza
con il suo nome, frasi di Rosa Luxemburg di pace
sono incise su altre lunghe liste a fianco
dei giardini che tigli
giovani coprono all’uscita
della U-Bahn.

Dove camminiamo, qui a Berlino i nostri passi sono
improvvisati segnalibri, linee
tracciate con la matita sotto righe che
chi ha scritto
ha scritto per far dire alla terra una preghiera
per non farci voltare e fare finta
di non avere visto.


Nella poesia ricordavo anche la sala dello Jüdische Museum, quella dove si trova l’installazione detta “Schalechet” o “Gefallenes Laub” (Foglie cadute) realizzata da Menashe Kadishman in uno dei grandi spazi vuoti che l’architetto Daniel Liebeskind ha lasciato all’interno del Museo per simboleggiare l’assenza degli ebrei dalla società tedesca. In questa sconvolgente installazione le “foglie cadute” non sono altro che vere e proprie maschere umane realizzate in metallo: chi percorre lo spazio dall’inizio alla fine e ritorno sente sotto i propri piedi queste maschere stridere tra loro con l’effetto di veri e propri urli. Ancora una volta, la memoria richiedeva non di osservare un monumento, ma soltanto di camminare.

Qualche mese dopo, nel corso di una mostra a Roma, parlavo di questo carattere forte di Berlino con la scultrice Yvonne Ekman e lei mi ha mostrato una sua opera, Bebelplatz 1933 che rievocava il rogo dei libri perpetrato dai nazisti in quella piazza nel maggio di quell’anno. Mi ha anche detto che, se fossi tornato a Berlino, nella attuale Bebelplatz avrei trovato un altro “segnalibro”: una installazione realizzata da Micha Ullman consistente in una buca quadrata ricoperta da una lastra trasparente e con le pareti ricoperte di librerie vuote.

Naturalmente, quando qualche settimana fa sono tornato a Berlino, andare a Bebelplatz è stata una delle prime cose che ho fatto. Ed è stata un’altra esperienza straordinaria e di fortissimo impatto emotivo.
Ancora una volta, la nuova Berlino offre la memoria ai passi che fai, richiede la tua attenzione per i luoghi dove cammini, luoghi che rende sacri con modifiche apparentemente piccole. La piazza, che fiancheggia Unter den Linden, subisce in questo periodo il non gradevole effetto del cantiere per il restauro della Staatsoper, ma quando ci si avvicina a quella piccola buca per terra, tutto il resto scompare. Ci si può solo inginocchiare e unirsi a quella preghiera silenziosa che viene dalla terra. A fianco del “Denkmal zur Erinnerung an die Bücherverbrennung” (“Memoriale per il rogo dei libri”) ancora due “segnalibri”: due targhe di metallo con la citazione di due versi tratti dalla tragedia Almansor (1821) di Heinrich Heine: «Das war ein Vorspiel nur, dort wo man Bücher / Verbrennt, verbrennt man auch am Ende Menschen» [Questo era solo il prologo, dove i libri / si bruciano, si bruciano alla fine anche le persone].
Inutile aggiungere altro, se non rinnovare la mia dichiarazione di amore a Berlino.

Centrali nucleari: vogliamo spegnerle tutte

Un quotidiano di destra, la destra seria (quella che c’era prima dell’era berlusconiana e che forse riuscirà a esserci anche dopo), titolava ieri la prima pagina con una domanda altrettanto seria: «Volete spegnerle tutte?». Si riferiva, evidentemente, alle centrali nucleari e alla paura determinata dalla situazione in Giappone. La risposta, anch’essa assolutamente seria, è: sì, vogliamo spegnerle tutte. Perché siamo uomini.

E ora vi spiego come io vedo il fatto, il perché e il per come.
I reattori attivi nel mondo – ci dice l’International Nuclear Safety Center – sono 442. Sono distribuiti in 29 paesi, alcuni dei quali dipendono dal nucleare per oltre il 50% della loro produzione energetica. Ma, complessivamente, l’energia generata da questi 442 reattori è pari al 3% di quella prodotta nel mondo.

Se si guarda al totale, si può dire allora che, facendo a meno delle centrali nucleari, il mondo continuerebbe a produrre il 97% dell’energia che gli serve. Se poi si guarda al futuro prossimo (la fine di questo XXI secolo), bisogna aggiungere che, in ogni caso, quelle centrali chiuderebbero per mancanza di materia prima. L’uranio, infatti, non è infinito. Se vogliamo essere precisi, si tratta dunque soltanto di anticipare i tempi, ciò che vale, d’altronde, anche per la produzione di energia da fonti fossili, anch’esse non infinite.
E questo è il fatto.

Ora veniamo al perché. Anzi, ai perché.
Uno. La scienza (parlo di quella per usi pacifici) si è da sempre sviluppata in un consapevole rapporto tra innovazione e rischio. Consapevole, perché il rischio è sempre stato correlato ai benefici che l’innovazione poteva comportare e ha riguardato, nella storia umana, la vita di alcune (o anche di molte, ma non innumerevoli) persone o possibili danni materiali anche prolungati nel tempo di alcuni (o anche di molti, ma non innumerevoli) anni. Nel caso dei reattori nucleari, questa correlazione si è persa. In questo caso, per quanto grandi possano essere i benefici, i rischi riguardano quantità enormi di persone in tutto il pianeta e gli eventuali danni (per esempio quelli già provocati dai vari incidenti “non gravi” avvenuti nel corso dei decenni nelle varie centrali nucleari) si estenderanno per molte decine di migliaia di anni.
Ma vi è un secondo perché: la “ordinaria gestione” delle centrali nucleari (comprese quelle di ultima generazione delle quali si prospetta l’istallazione in Italia), a causa dell’ancora irrisolto problema del riprocessamento e della conservazione delle scorie, determina conseguenze di estremo pericolo che possono arrivare a 240.000 anni e, per certi materiali, fino a circa un milione di anni. Sono rimasto molto colpito quando ho avuto notizia degli studi su come comunicare tale pericolo ai nostri discendenti, considerato che nessuna lingua umana ha mai superato la durata di qualche migliaio di anni (ammesso e non concesso che un sito di stoccaggio sia davvero sicuro per un periodo così lungo). L’ho anche accennato in una poesia del 2006, Via Retarola:


[…] Attraversare
il tempo non sarà
facile, ma avverrà, come sempre è avvenuto, e noi
non sappiamo che cosa lasciare scritto
– e in che lingua – a chi vivrà per maledirci o forse
non vivrà neppure e non potrà
profanare i nostri cimiteri e seppellire mostri
e schernire un eterno riposo tanto breve.


Infine, c’è un terzo perché. La gestione delle centrali nucleari implica un potere politico forte, in grado di impegnare una quantità enorme di risorse finanziarie per molti anni (a proposito: il quarto perché, su cui non mi dilungherò, riguarda il costo) e di tacitare in un modo o nell’altro chi solleva problemi; e un potere economico e industriale fortissimo, quello delle poche aziende al mondo – le dita delle due mani sono decisamente troppe per contarle – che sono in grado di costruirle e di mantenerle e reggono così il destino di interi popoli: un accentramento di poteri che necessariamente confligge con la democrazia e piace invece a tutte le autocrazie o aspiranti tali. Non a caso c’è spesso un massiccio strato di ideologia sotto il sostegno apparentemente “tecnico” alla soluzione nucleare del problema energetico.

Ma è tempo di passare al “per come”. Insomma, come si fa a sostituire quel 3% di energia mondiale prodotta senza distruggere né le economie dei paesi che ne dipendono (penso alla Francia: guardate la cartina!) né quelle dei paesi che dovrebbero aiutarli? In questo caso le risposte sono soltanto due.
Una. Un accordo mondiale su una exit strategy dal nucleare. Mentre sto scrivendo, Nicolas Sarkozy, dichiara che convocherà una riunione del G20 – del quale la Francia ha la presidenza di turno – per discutere delle opzioni energetiche. La mia non è dunque l’utopia di un visionario. Questo accordo mondiale dovrebbe prevedere una fase di circa dieci anni di progressiva dismissione delle centrali nella quale i paesi non nucleari esporteranno una parte dell’energia da loro prodotta per compensare la mancata produzione delle centrali in via di spegnimento.
Due. Una immediata revisione degli accordi sulle emissioni di anidride carbonica che preveda, ancora una volta a livello mondiale, un gigantesco impegno finanziario a favore della produzione di energia rinnovabile diffusa. Il principio dell’energia rinnovabile diffusa, sostenuto tra gli altri da Jeremy Rifkin, è quello della rete, molto simile a quello con cui funziona internet. Ciascuno produce l’energia che gli serve e immette nella rete quella eccedente. Sole, vento, correnti oceaniche, biomasse, idroelettrico, geotermico: tutte le fonti rinnovabili devono essere utilizzate per produrre l’energia che serve a privati e aziende e tutte le risorse della ricerca scientifica devono essere rivolte in questa direzione per raggiungere i due grandi obiettivi dello spegnimento di tutte le centrali nucleari e della fine dell’uso dei combustibili fossili. È evidente, tra l’altro, che la produzione diffusa di energia da fonti rinnovabili, per il principio della rete, difficilmente può essere messa in difficoltà da un evento naturale, per quanto catastrofico. Se da una parte venisse meno la produzione, da altri milioni di “produttori” continuerebbe a essere immessa energia nella rete.

Una prospettiva come questa ha molte buone ragioni per essere perseguita. Quelle economiche lasciano intravedere una ripresa basata su un settore destinato a toccare nel tempo tutti gli abitanti del pianeta. Quelle politiche ci dicono che, nell’ambito di una governance mondiale, questo modo di produrre energia non solo non confligge con la democrazia, ma può diventarne una struttura portante. Quelle sociali hanno a che vedere con il risparmio di energia e dunque con un modo diverso (ma chi dice che sarà peggiore?) di affrontare la questione dei consumi.

Siamo uomini. Sappiamo bene che per la natura l’intero genere umano non è necessario:


Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.


Giacomo Leopardi, Dialogo della Natura e di un Islandese

Ma, a differenza degli altri esseri animati che popolano il pianeta, siamo capaci di guardare lontano con gli occhi della mente. E questo sguardo può abbracciare i millenni, le decine e le centinaia di millenni e può ancora vedere uomini su questo pianeta. Siamo uomini: perciò possiamo pensare gli altri uomini di un futuro anche lontanissimo; possiamo non sapere come saranno, ma possiamo pensarli. Per questo dovremmo considerare mostruoso questo mezzo secolo nel quale ci siamo lanciati nel cosiddetto “nucleare di pace”, a volte – e forse è proprio il caso dei giapponesi – in buona fede; nel quale abbiamo parlato della “sicurezza” dei reattori per nascondere il nostro odio del futuro; nel quale abbiamo deciso di vivere divorando i nostri figli. Dovremmo considerare mostruoso questo mezzo secolo nel quale abbiamo costruito centinaia di centrali nucleari.
Siamo uomini. Per questo vogliamo spegnerle tutte.