L’odore della paura

Perché il Presidente del Consiglio attacca la “scuola di Stato”

La paura ha un odore. È sgradevole, come sanno bene i nostri amici cani, che giustamente se ne offendono e rispondono per le rime. La paura della libertà ha un odore ancora più sgradevole e anche noi umani, con il nostro limitato olfatto, possiamo percepirlo. Da lontano. E a distanza di tempo. È una paura che si osserva bene in chi la libertà la nomina troppo. Perché, chi non ne ha paura, la considera una condizione “normale” del vivere civile e parla di ciò che, posta questa condizione, si dovrebbe fare.

Riferiscono i media che il Presidente del Consiglio ha detto: «Libertà vuol dire avere la possibilità di educare i propri figli liberamente, e liberamente vuol dire non essere costretti a mandarli in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare principi che sono il contrario di quelli dei genitori».
Certo, c’è in questa frase un tentativo maldestro – ma non si sa mai – di accattivarsi le simpatie della Chiesa e, attraverso di essa, di quel mondo cattolico che i sondaggi indicano come sempre più lontano dal sostegno a un uomo dai costumi non propriamente irreprensibili.
Ma c’è di più: viene fuori da questa frase, senza remore, la vecchia paura che la destra più retriva ha tradizionalmente per l’istruzione di tutti. La “scuola di Stato” (oggi veramente si chiama “sistema pubblico di istruzione e formazione” e comprende le scuole statali e quelle paritarie: la frequenza di queste ultime è finanziata dallo stato) è sempre stata la garanzia che l’istruzione possa essere davvero «aperta a tutti» (art. 34 della Costituzione), e che «libero» vi sia l’insegnamento (art. 33).

Proprio di questo ha paura il Presidente del Consiglio, come sempre hanno avuto paura – ripeto – i peggiori esponenti della destra autoritaria. Naturalmente, c’è anche una destra che non ha mai avuto paura della “scuola di Stato” e che l’ha anzi difesa come presidio di laicità. Ma non è questo il caso. Ha paura il nostro (ahimè!) Presidente che i bambini e gli adolescenti possano crescere pensando con la propria testa, e non con quella dei genitori, o di altri. Ora, proprio il confronto tra opinioni diverse, tra idee diverse della vita, tra pensieri fondati su diversi presupposti culturali (quelli dei genitori e quelli dei vari insegnanti, ciascuno differente dall’altro) fa crescere liberi. E questo tipo di crescita il nostro (ahimè!) Presidente vorrebbe impedire: la sua paura della libertà riguarda l’oggi e il domani.

Viene fuori, anche, da questa frase, una concezione della scuola non statale che fa davvero impressione e che dovrebbe suscitare lo sdegno, anziché solleticare istinti favorevoli, da parte almeno delle scuole cattoliche più serie. Il discorso, infatti, si presume che riguardi principalmente queste scuole, dato che è stato rivolto a un uditorio di “Cristiano riformisti”, partito che io non conoscevo ma che si autodefinisce – ho scoperto – di «donne e uomini cristiani animati da senso civico e che credono fortemente nella possibilità di riscatto della politica solo se essa ha dei forti punti di riferimento morali».
La scuola cattolica
sarebbe dunque, per ovvia deduzione, quella che nelle teste dei giovani ‘inculca principi identici a quelli dei genitori’. E questo sarebbe, secondo il nostro (ahimè!) Presidente, il corretto sviluppo di un processo di crescita culturale: un processo ideologico autoconservativo lungo il quale, se mai dovesse realizzarsi, la storia non riuscirebbe ad andare avanti e, anzi, si incepperebbe in una involuzione raccapricciante. Raccapricciante per tutti coloro che, a destra e a sinistra, vogliono, sia pure con visioni diverse, che un futuro, comunque, ci sia.

Ha parlato a braccio, il nostro (ahimè!) Presidente, e non si è reso conto delle deduzioni che si potevano trarre da quello che diceva. Ma l’odore della paura si sente ogni volta che questa frase viene trascritta sui quotidiani o viene ritrasmessa dalle tv. È talmente sgradevole che, nonostante il freddo, mentre leggevo il giornale, ho dovuto aprire la finestra. E, da vecchio insegnante, mi son sentito di dover rispondere per le rime. Si fa così. Me lo hanno insegnato i miei cani.

Che ciascuno di noi faccia qualcosa

Una poesia di Saba per capire come è (o dovrebbe essere) cambiato
l’immaginario della donna per gli uomini del ventesimo e del ventunesimo secolo

«Che ciascuno di noi faccia qualcosa, perché la somma di questo fare è un grande valore» ha detto Oscar Luigi Scalfaro nell’invitare a sostenere l’appello di Libertà e Giustizia per le dimissioni del Presidente del Consiglio. Ho aderito all’appello, considero giusto e importante quello che ha detto Scalfaro e faccio l’unica cosa che so fare bene. Parlare di letteratura, anzi di poesia. E cercare, così, di capire quello che succede.

Sono passati poco più di cento anni da quando Umberto Saba ha scritto le poesie della piccola raccolta Casa e campagna. Appena cinque poesie scritte tra il 1909 e il 1910 e, tra queste, una che lo stesso Saba riconosce essere la sua più nota e comunque – aggiunge parlando di sé in terza persona nella Storia e Cronistoria del Canzoniere – «se di questo poeta si dovesse conservare una sola poesia, noi conserveremmo questa».

Si tratta della poesia A mia moglie.

Umberto Saba, A mia moglie


Tu sei come una giovane
una bianca pollastra.
Le si arruffano al vento
le piume, il collo china
per bere, e in terra raspa;
ma, nell’andare, ha il lento
tuo passo di regina,
ed incede sull’erba
pettoruta e superba.
È migliore del maschio.
È come sono tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio.
Così, se l’occhio, se il giudizio mio
non m’inganna, fra queste hai le tue uguali,
e in nessun’altra donna.
Quando la sera assonna
le gallinelle
mettono voci che ricordan quelle,
dolcissime, onde a volte dei tuoi mali
ti quereli, e non sai
che la tua voce ha la soave e triste
musica dei pollai.

Tu sei come una gravida
giovenca;
libera ancora e senza
gravezza, anzi festosa;
che, se la lisci, il collo
volge, ove tinge un rosa
tenero la sua carne.
Se l’incontri e muggire
l’odi, tanto è quel suono
lamentoso, che l’erba
strappi, per farle un dono.
È così che il mio dono
t’offro quando sei triste.

Tu sei come una lunga
cagna, che sempre tanta
dolcezza ha negli occhi,
e ferocia nel cuore.
Ai tuoi piedi una santa
sembra, che d’un fervore
indomabile arda,
e così ti riguarda
come il suo Dio e Signore.
Quando in casa o per via
segue, a chi solo tenti
avvicinarsi, i denti
candidissimi scopre.
Ed il suo amore soffre
di gelosia.

Tu sei come la pavida
coniglia. Entro l’angusta
gabbia ritta al vederti
s’alza,
e verso te gli orecchi
alti protende e fermi;
che la crusca e i radicchi
tu le porti, di cui
priva in sé si rannicchia,
cerca gli angoli bui.
Chi potrebbe quel cibo
ritoglierle? chi il pelo
che si strappa di dosso,
per aggiungerlo al nido
dove poi partorire?
Chi mai farti soffrire?

Tu sei come la rondine
che torna in primavera.
Ma in autunno riparte;
e tu non hai quest’arte.
Tu questo hai della rondine:
le movenze leggere:
questo che a me, che mi sentiva ed era
vecchio, annunciavi un’altra primavera.

Tu sei come la provvida
formica. Di lei, quando
escono alla campagna,
parla al bimbo la nonna
che l’accompagna.
E così nella pecchia
ti ritrovo, ed in tutte
le femmine di tutti
i sereni animali
che avvicinano a Dio;
e in nessun’altra donna.


Anche in questa poesia così “nuova” rispetto alla tradizione italiana Saba subisce tutti gli stereotipi sulla donna propri del suo tempo, in particolare quello della devozione. Ma fa qualcosa che nessun poeta aveva mai fatto. Strappa il velo angelico che dallo stilnovo in poi la poesia colta italiana aveva posto sulla donna – esaltandola, ma al tempo stesso travisandola – e dichiara che lei avvicina a Dio per se stessa, come «tutte / le femmine di tutti / i sereni animali». Non perché è un angelo, insomma, ma perché è una donna, perché appartiene al regno degli esseri “viventi”, prima ancora che “umani” (il «genus omne animantum» del Proemio del De rerum natura di Lucrezio). È nella donna stessa, nel suo fisico “essere viva”, la sua capacità di relazione con l’assoluto.
Che cosa cambia, con ciò?
Dal punto di vista della storia letteraria va a rotoli una plurisecolare tradizione tipicamente italiana che aveva separato l’immagine della “donna poetica” (e la lingua con la quale questa immagine veniva rappresentata) da quella della “donna vera”, in carne e ossa. Non che qualcosa non si fosse mosso anche prima: la donna di A se stesso, in Leopardi, è ben diversa dalla «donzelletta» del Sabato del villaggio. E, nel Natale del 1833, il Manzoni si ribella addirittura con violenza a quell’assoluto (il Dio cristiano, per lui) che ha consentito il venir meno della presenza fisica della moglie Enrichetta dal suo fianco (leggi qui). Ma sono episodi. Piccoli vortici. La corrente andava in un’altra direzione. Ora, con Saba, la corrente viene deviata da una diga. La poesia A mia moglie fa scandalo. La moglie stessa di Saba, in un primo momento, se ne offende. Benedetto Croce la legge con orrore e rimprovera a Saba (senza degnarlo di una lettera, ma scrivendogli una cartolina postale) che le sue poesie «mancano di qualunque elaborazione formale».

Il fatto è che intanto stava cambiando il mondo, oltre che dal punto di vista politico (la crisi degli imperialismi), anche da quello antropologico. Cominciava così a cambiare, tra l’altro, la prospettiva dalla quale l’uomo guardava all’immagine della donna. Qui non si parla dei poeti (certo, durante Stilnovo, l’immagine della donna angelo serviva a proiettare verso il più alto livello possibile l’idea stessa del fare poesia, era una scelta di politica culturale), ma si parla del senso comune. Ebbene, nel senso comune, la figura angelica della donna era servita e continuava a servire come alibi. La donna finiva facilmente per sdoppiarsi nell’immaginario maschile: da una parte l’angelo, la donna che (al contrario di quanto accadeva per i poeti: ecco dunque la necessità di distinguere) prima o poi si sarebbe sposata, ma non si toccava fino al matrimonio e si toccava poco anche dopo. Dall’altra, il diavolo, colei che soddisfaceva gli istinti, fosse l’amante “stabile”, come accadeva per gli strati più alti della società, o la prostituta del postribolo, che “serviva” un po’ a tutti.

La poesia di Saba è un primo – provvisorio e ambiguo, ma certo – sintomo di questo cambiamento del punto di vista. Non c’è nessun angelo. E dunque non è necessario nessun diavolo. Le vicende esistenziali del poeta, che verranno dopo, sembrano smentire questa nuova prospettiva, ma non è così. In quella pollastra, giovenca, cagna, coniglia, rondine, pecchia si avverte proprio il cambiamento in corso. Non cambia ancora la storia degli atti personali, forse, ma certamente quella dell’immaginario collettivo di una parte del mondo.
Il cambiamento che allora cominciava appena ad avvertirsi nell’aria si è poi sviluppato nel Novecento. Tanto che oggi non c’è più nessuna cultura che consideri “normale” il fatto che il buon padre di famiglia, per non offendere i sentimenti e il pudore dell’angelica moglie, si tolga qualche sfizio al bordello dove, chi ci andava, andava con gli amici, faceva conversazione, non aveva timore di mostrarsi. Oggi, chi lo fa, lo fa di nascosto. Se c’è un gruppo di persone che lo fa senza che ciascuno abbia timore di farsi vedere dagli altri, il senso comune le considera depravate.
Ma, si sa, la storia non va diritta per la sua strada: fa strade tortuose e a volte torna indietro. Ad Arcore è tornata indietro, si dimostrino o no reati e pagamenti (ma la vicinanza al potere una volta ripagava di per sé: non c’era bisogno di ragionieri). La storia del modo in cui l’uomo entra in rapporto fisico e di idee con la donna è purtroppo tornata indietro da tempo in mille tv, o comunque in quelle contano, nelle quali la “donna-diavolo” occhieggia con il corpo bene in mostra e sottintende che da qualche parte, proprio lì, davanti ai televisori, qualche “donna-angelo” sta facendo la sua parte di brava moglie mentre il marito sbava e sogna di essere lui il padrone della tv che certamente, o prima ha messo, o dopo metterà le mani su quei corpi e potrà così allontanare la sua ossessiva paura della morte. Questo è il danno peggiore che il paese riceve da un circolo vizioso di potere, media, soldi, cortigianeria. Questo è il danno peggiore perché il senso comune è trascinato all’indietro da chi dovrebbe governare, oltre che le istituzioni e l’economia, anche la cultura. Ogni giorno che passa è dunque un passo indietro. È un rogo di saperi e pensieri che pensavamo fossero consolidati, non di destra o di sinistra, ma semplicemente nostri, appartenenti al nostro patrimonio di idee. Tali da costituire, per ciò stesso, una base di speranza. Ogni giorno che passa con questo Presidente del Consiglio è dunque un passo indietro della speranza. Ne siamo tutti, uomini e donne, mortificati e offesi. Ma molti, per fortuna, ne sono anche indignati.

Dieci anni di Wikipedia

Mi unisco alle celebrazioni per i dieci anni di Wikipedia, di cui sono un piccolo ma convinto “donor”, con la citazione di una similitudine tanto bella quanto convincente di Kevin Driscoll, dj ed esperto di new media:


L’unica cosa che, nella mia esperienza di vita, posso pensare in un certo modo simile a Wikipedia fuori da internet è quando capita che voi andiate sulla spiaggia e che lì vi sia un gruppo di persone intente a fare un castello di sabbia. E voi potete giusto aggiungervi e cominciare a fare un’altra parte del castello e poi collaborare insieme con tutti. E allora altri possono pensare qualcosa come “oh quei tipi stanno facendo un enorme castello di sabbia”. E allora anche loro si lasciano coinvolgere e la situazione finisce per ingigantirsi tanto che voi non potete più chiedere i nomi delle persone. Intanto continuate a lavorare al castello tutti insieme. E nessuno è il proprietario di quel castello di sabbia. Voi lo costruite tutti insieme e tutti ne siete orgogliosi. E tutti voi beneficiate ciascuno del lavoro dell’altro così che potete realmente ciascuno contare sull’aiuto di ciascun altro. E Wikipedia è come quel castello di sabbia, salvo il fatto che nessuna onda dell’oceano arriverà per cancellare Wikipedia.


Auguri!

A tutti i lettori di questo blog faccio gli auguri con le parole di un messaggio che ho ricevuto da Pedro Pablo Gutiérrez González, docente di Comunicazione audiovisiva all’università di Vigo e amico di scrittori e poeti spagnoli e italiani.


Auguri speciali per la felicità in questi giorni, rinnovabili automaticamente per il resto della vostra vita.
Che nel 2011 nessuna cosa possa togliere la voglia di stare bene insieme, di fronte a un buon vino.
Non smettete di sognare. La gioia arriva sempre.


La poesia non è sull’Aventino

Alcuni amici si sono meravigliati del fatto che i miei Versi inutili, a leggerli, non corrispondono all’idea che se ne erano fatta, prima ancora di leggerli, in base al titolo. Pensavano a testi di ripiegamento e di rinuncia, a una sorta di mio ritiro sull’«Aventino» in attesa di tempi migliori.
E invece mi scrivono di aver trovato un testo «impegnato» contro certi perversi meccanismi economici e di potere del mondo contemporaneo. Spero di aver ben sintetizzato quello che pensano. E comunque li ringrazio. Non credo, comunque, di aver sbagliato titolo.

Né credo che la parola «impegnato» corrisponda all’intenzione di questo libro. Non perché sia una cattiva parola (onore a chi pratica l’impegno in letteratura), ma perché io non sono affatto dispiaciuto che la (mia) poesia sia inutile. Ho già scritto in questo blog che l’inutilità è per me una prospettiva “forte” dalla quale guardare il mondo e dunque non la concepisco davvero come una collinetta (sia pure amena come l’Aventino romano) nella quale starmene tranquillo ad aspettare che qualcun altro abbia a cuore un mondo migliore e si batta per realizzarlo. Sia chiaro: non sono affatto tranquillo.

Già nel 1975 Montale, quando individuava nell’inutilità il carattere proprio della poesia, ne cancellava al tempo stesso quel senso di inadeguatezza, di insufficienza e di inettitudine che a suo tempo aveva contrassegnato l’autoflagellazione dei crepuscolari e lo presentava come un «titolo di nobiltà». E, in questi anni, sempre più il valore dell’inutilità è stato ipso facto, cioè per il fatto stesso di essere tale, una contraddizione tanto nobile quanto insanabile rispetto alla presuntivamente utile e produttiva “normalità” quotidiana; una contraddizione guardata con così grande sospetto dagli interessati custodi di questa “normalità” da spingerli a tener fuori la poesia dall’orizzonte stesso dei generi della scrittura contemporanea e a relegarla in una sorta di controllata nicchia da poche centinaia di copie di tiratura. Un esilio, e neanche dorato: questo è certo. Un esilio che non tocca, tutti lo vedono, la letteratura o la saggistica «impegnate».

Il fatto è che il valore dell’inutilità contraddice in particolare, per la sua natura stessa e in modo totale, le cosiddette “regole del mercato” e più ancora tutti quei poteri economici e politici che di esse si fanno scudo per trasformare gli stati in rappresentanti di tornaconti particolari anziché dell’interesse generale, garanti dei dividendi anziché di “regole” diverse. A guardar bene, si scopre una cosa che, se non fosse tragica, sarebbe divertente: la rinuncia non è quella di chi scrive «versi / come sempre, come è / nella loro essenza, / inutili»; è quella degli stati, o meglio, per non essere qualunquisti, di quei governi che hanno messo gli stati sull’Aventino dell’economia e ne hanno fatto impotenti vedette di quello che succede, salvo naturalmente a farli scendere di corsa da quello stesso Aventino quando tornaconti e dividendi soffrono qualche malanno.

In Italia c’è qualcosa di più. La notte che stiamo attraversando è determinata qui dal fatto che questa sostanziale rinuncia dello stato si mischia a una ridente ostentazione sia dei tornaconti privati sia degli stessi privati costumi (i latini dicevano mores). Ridente, ma certi ghigni di cartapesta dimostrano che quel riso è forzato. Questi costumi, che si pretenderebbero riservati, vengono invece appositamente fatti vedere – e non solo dal buco della serratura – per essere presentati come desiderabili ai più e non goduti solo da chi non può permetterseli perché ahilui, fuori dal mercato e dal potere: il massimo della sfiga. E il guaio è che tanti di coloro che non possono permettersi questi costumi si sentono davvero sfigati.

Perciò viviamo in una notte e non in un qualsiasi travagliato e difficile giorno. E perciò l’inutilità della poesia assume, qui e ora, nel «buio che s’intorbida» ogni minuto di più, un carattere di contraddizione ancora più radicale di quello che ha sempre avuto anche in altri tempi e in altri luoghi.

La poesia è la contraddizione.
Chi vuole uscire da questa notte provi a far tornare la poesia dall’esilio.
Amici, fatelo voi.

L’Apologia di Socrate

Sere fa la televisione non offriva molto. Violenze su un campo di calcio e banalità sulla giustizia spacciate per pareri di politici esperti e – ancor peggio – di esponenti del governo in un talk show. Uno dei tanti.
Meglio una buona lettura. E allora ho preso dagli scaffali della libreria una vecchia edizione delle opere di Platone. Volevo leggere l’Apologia di Socrate. Lo scopo era quello di riconciliare la mia mente con qualcosa di serio, guarda caso, proprio intorno alla violenza dei privati e alla giustizia dello Stato

Saranno stati vent’anni che non tornavo su questo testo. E l’altra sera mi sono reso conto di aver fatto male. È un testo da rileggere almeno una volta l’anno. È più salutare che fare le analisi del sangue. Se ti confronti con questo testo, capisci chi sei e come stai molto di più che non guardando i valori della glicemia e del colesterolo.

L’Apologia è la difesa che Socrate fa di se stesso davanti ai giudici per rispondere alle accuse che un gruppo di violenti gli aveva rivolto imputandogli, in sostanza, di essere ateo e di corrompere i giovani. Anche nell’Atene di allora non mancavano ultras nazionalisti non molto diversi da quelli che oggi girano per certi stadi di calcio.
Platone scrisse quest’opera probabilmente molto giovane, pochissimo tempo dopo il processo (avvenuto nel 399 a.C.), quando le parole dette da Socrate dovevano essere ricordate da molti e si deve quindi pensare che la ricostruzione che egli fa del discorso del suo maestro sia molto fedele. C’è forse una contaminazione della filosofia di Socrate con una concezione dell’«idea» più propriamente platonica. Ma non è questo che importa. D’altro canto non sono un esperto di filosofia, ma solo un lettore qualsiasi.

Quello che importa è che esce fuori dall’Apologia la straordinaria personalità di un uomo che non si piega né alla violenza diretta dei suoi accusatori, né a quella indiretta dei giudici (che avrebbero voluto vederlo «piangere e lamentarsi e fare molte altre cose di lui indegne») in virtù di un’idea del male che costituisce, a mio parere, la pietra di paragone di ogni morale laica. Il male non è, per Socrate, la morte; è invece, certamente, per ciascun uomo, commettere atti ingiusti o empi, cioè contrari alle leggi dello Stato o ai valori universali.

Da questa posizione Socrate ricava per sé, durante il processo e poi durante la carcerazione (come si vede poi nel Critone, altra opera che mi sono affrettato a rileggere) una totale libertà intellettuale che gli consente di trasformare la sua difesa in una rivendicazione altissima della sua “sapienza”. Una “sapienza” che è tale, come è noto, proprio in quanto riconosce a priori i suoi limiti e che fa di questa azione del riconoscere ciò che non si sa una missione dettata da un’ispirazione che Socrete stesso considera di natura “divina” (il “demone” che gli sta dentro e che lo spinge a non fermarsi neanche di fronte al rischio della morte).

Per riconoscere ciò che non si sa Socrate non aveva fatto altro che andare in giro per la città a esaminare chi si credeva sapiente e a convincerlo che in realtà la sua è solo una presunzione di sapienza senza reale contenuto. Sapeva bene che questo gli procurava molti nemici, particolarmente in un’epoca di tirannia o di incertezza politica come quella seguita alla sconfitta ateniese nella guerra con Sparta. Ma non per questo aveva smesso di esercitare il suo magistero.

E ora, durante il processo, questa sua coerenza gli dà la forza necessaria per fare due cose che probabilmente né i suoi accusatori né i giudici si aspettavano. La prima è riaffermare, davanti al più grande uditorio possibile (i cittadini ateniesi che assistono al processo e gli stessi cinquecento giudici che lo condanneranno) il metodo dell’«esame» come quello che consente di verificare ciò che si sa e di distinguerlo da ciò che si crede di sapere: una lezione pubblica di filosofia straordinaria, tanto più perché chi la pronuncia sa bene che è l’ultima. La seconda è quella di preferire la morte piuttosto che rinunciare alla propria missione trasformando così questa missione in un valore assoluto per i suoi contemporanei e per chiunque, dopo di allora, voglia vivere come un uomo e non come una bestia.

«Si è fatta ora di andare: io a morire, voi a vivere – dice ai giudici concludendo la terza parte della sua Apologia – chi di noi andrà a stare meglio è nascosto a tutti tranne che al dio».

Penso di aver fatto proprio bene a spegnere la tv e mettermi a leggere l’Apologia.

2010: l’11 giugno alla Notte della Poesia di Genova

L’11 giugno ho partecipato alla “Notte della poesia”, una grande festa dei versi “detti”, recitati e cantati che si svolge ogni anno nel centro storico di Genova nell’ambito del Festival internazionale di poesia grazie all’iniziativa (e all’inesauribile lavoro) di Claudio Pozzani.

La mia lettura, La vita dell’isola e altre vite (versi tratti dalla prima sezione de La mente irretita) si è svolta alle 22.15, a Palazzo Nicolosio Lomellino, in via Garibaldi 7. Intanto, sin dalle sei di sera, la parte del centro storico di Genova che si sviluppa intorno a via Garibaldi si era riempita di pubblico e i palazzi si andavano illuminando per ospitare nelle loro sale o nei loro cortili letture e concerti.

Lo spazio nel quale Palazzo Nicolosio Lomellino ha ospitato la Notte della poesia è stato il suo cortile, aperto da un lato sulla strada e chiuso, dall’altro, su una grotta incorniciata da uno straordinario ninfeo formato da due tritoni che sorreggono volute con al centro quella che sembra una maschera del teatro antico (se fosse davvero così, la destinazione di questo luogo alla recitazione sarebbe proprio quella originaria).
Nella grotta scorre una piccola vena d’acqua il cui suono, continuo e intermittente al tempo stesso, costituisce un accompagnamento perfetto alla voce umana.

Dopo un pomeriggio dedicato alla poesia dialettale, il programma della serata, seguito da circa settanta persone, è stato dedicato a un recital su Dino Campana, alla mia lettura e a quella del poeta siciliano (ma genovese di adozione) Angelo Guarnieri. In quelle ore, in altre decine di sale e di cortili la poesia, per una volta, la faceva da padrona.

Stereotipi della poesia

Giudizi e pregiudizi, tra tolleranza e indifferenza

C’è una tendenza a giudicare oggi la poesia con la stessa considerazione che a suo tempo dai conquistatori europei del Nuovo mondo veniva riservata alle religioni dei nativi o, più tardi, da parte dei piantatori (sempre europei e sempre nel Nuovo mondo) si accordava alle altre religioni degli schiavi provenienti dall’Africa: perdite di tempo alle quali si poteva anche accondiscendere, a condizione che riti e cerimonie non disturbassero le attività accreditate come “produttive” presso il buon senso comune e che restassero confinate in un ambito considerato di natura sub-umana, se non prettamente ferina.

Ecco, l’idea che si ha oggi comunemente della poesia è che sia una sorta di animismo sostanzialmente innocuo, ma da non diffondere perché la sua inutilità e improduttività sono comunque di cattivo esempio.

Questa tendenza è accompagnata da due pre-giudizi che sembrerebbero smentirla e invece decisamente la confermano. Entrambi derivano dal considerare la poesia, romanticamente (?), sinonimo di “eccesso”, di “sregolatezza”, di “sproporzione” rispetto alla normalità del reale e così via.

Capita così che si servano del concetto di poesia – come scrive Giancarlo Majorino ne La dittatura dell’ignoranza – «per tutto ciò che evoca grandezza, purezza, somma bravura eccetera, tant’è che, immergendoci nell’imbarazzo, si può sentir parlare di “poeta delle nevi”, di “poesia della pizza”, di ogni cantautore quale poeta. Trattandosi di un regime autoritario ponente al centro di tutto la merce, le cose, il potere e altre bellezze del genere, non stupiscono – conclude Majorino – tali attribuzioni idiote, testimonianti la non-conoscenza dello scrivere in versi» (p. 55).

Il secondo pre-giudizio porta addirittura alla pubblicità. Leo Hickman ha notato qualche mese fa sul “Guardian” (The rise of poetry in advertising, 2 dicembre 2009) che «molte aziende, incluso McDonald’s, si stanno orientando verso la poesia per pubblicizzare i loro prodotti» e si domanda (e domanda ad alcuni poeti) se questo sviluppo sia ben accolto. Le risposte che riceve non sono per la verità strettamente pertinenti, ma quello che colpisce nell’uso della “poesia” in pubblicità sono due cose: la strapotenza della rima e, ancora una volta, l’idea di “eccesso” e “sregolatezza”. Stereotipi da far riconoscere a tutti i costi, come una ballerina africana necessariamente ricoperta di banane.
In Italia, una fortunata campagna pubblicitaria di una nota azienda automobilistica, realizzata da un notissimo showman, si basava proprio sulla recitazione di una poesia da parte di un presunto poeta di lingua presuntivamente francese. Lui eccessivo e sregolato. La pubblicità ributtante, ma istruttiva.

Ora, il fatto è che nei casi citati da Hickman, in quello che ho appena ricordato (e certamente in tutti gli altri che non mi vengono in mente e che non conosco), quando si tratta di pubblicità, si parla di poesia proprio nel senso che io ho cercato di definire all’inizio. I poeti hanno, in pubblicità, la stessa funzione che ha una ben nota maschera di gorilla negli spot di un famoso aperitivo: si tollerano la sua invadenza e le sue battutacce proprio perché è un gorilla.

Ecco, questo è l’atteggiamento nei confronti della poesia: la parola giusta è “tolleranza”. Si può accettare, basta non esagerare. Guai a far sedere quel gorilla in mezzo a persone serie che hanno il loro da fare.

2010: il 24 e il 25 febbraio a Bussolengo, a Torino e a Genova

Prima di guardare. E dopo

Il 24 febbraio a Bussolengo e a Torino, e il 25 a Genova, due belle letture. Sono stati incontri di tipo molto diverso, ma con lo stesso titolo, Prima di guardare. E dopo. Il titolo, il filo che, nelle due occasioni, ha legato i testi, è tratto da un verso della poesia Hai ragione, Bruno che i libri. Ho scritto di recente (basta leggere qui) che «la poesia non descrive, agisce». Proprio questo carattere, insito nel suo stesso nome, fa sì che la poesia, senza farlo apposta, costituisca una sorta di punto di osservazione privilegiato. La realtà che essa non descrive, ma crea, è tutta mentale. Ed è, per questo, una poderosa istigazione a riflettere. Guardare da questo punto di osservazione può essere decisivo per chi vive in una società senza altra prospettiva che quella del “prodotto” e dell’efficienza. Il fatto è che, prima di guardare, tutti possono dire: «non lo sapevo». E dopo?
Sarà per questo che leggere poesia richiede sforzo. Non perché sia meno comprensibile della prosa, ma perché impegna, anche quando non sembra, a ripensare se stessi e il mondo.

Il luogo della rivelazione

Il 24 febbraio i miei amici di Torino e della Valle di Susa hanno voluto inserire un omaggio alle mie poesie nell’ambito delle celebrazioni del 150° anniversario della fondazione del liceo “Norberto Rosa” che ha le sue sedi a Susa e a Bussoleno. Tre scuole hanno partecipato alla festa e collaborato alla lettura. Oltre al liceo “Rosa”, l’istituto professionale “Galilei”, che ha curato la parte organizzativa e la conduzione della giornata, e il liceo “Teatro Nuovo”, liceo artistico con indirizzo teatrale. A Bussoleno la mattina (Sala polivalente) e a Torino nel pomeriggio (Teatro Alfieri) quattro studenti-attori del Liceo “Teatro nuovo” di Torino, Alice Baronio, Alberto Greco, Camilla Nigro e Luca Viola, con la regia di Enrico Fasella, hanno messo in scena, con un bell’accompagnamento musicale, i testi di quindici poesie tratte da La mente irretita e da I segnalibri di Berlino.

E i miei versi hanno cominciato un nuovo cammino. Ho già scritto (qui) che cosa significa ascoltare i versi “detti” e quale differenza ci sia tra questo ascolto e la lettura con gli occhi dalla pagina di un libro. Ho anche scritto quale emozione possa suscitare il mescolarsi della musica alla voce di chi legge: voce con voce, suono con suono, in un unico flusso di segni pur diversi tra loro.
Ma il cammino che la sperimentazione del Teatro nuovo ha fatto compiere ai miei versi è nuovo perché si è arricchito di un ulteriore universo di segni: del linguaggio gestuale. I gesti degli attori hanno aggiunto alla dimensione fonica quella spaziale, anzi, per la bravura del regista, hanno creato lo spazio adatto perché la dimensione fonica trovasse il suo luogo “naturale” per esprimersi. Unito al gesto, collocato in uno spazio che di volta in volta si espandeva ai quattro angoli del palcoscenico o si racchiudeva nel corpo dell’unico attore in quel momento recitante, ogni verso, più che detto, è stato “rivelato”, come se apparisse per cogliere lo spettatore impreparato di fronte a una emozione via via sempre più intensa.

E ora una citazione di chi ha reso possibili le letture del 24 febbraio, letture che – bisogna dire – non hanno avuto solo il momento dello spettacolo, ma anche quello della presentazione e della riflessione sui testi.

Enzo Marvaso ha curato con intelligenza creativa tutta l’organizzazione e ha retto, dal vivo, le fila dei due eventi. Roberto Scollo ha fornito una interpretazione critica acuta e di ampio respiro dei due libri dai quali sono state tratte le poesie. Germana Erba, direttrice del Teatro nuovo, ha immesso nella realizzazione dello spettacolo tutta l’energia che anima la sua passione di artista e di persona di scuola.

E il luogo della confidenza

Il 25 febbraio ho letto una decina di poesie edite e inedite alla Stanza della Poesia di Genova, diretta da Claudio Pozzani con Claudia Pastorino. Parlare di un’atmosfera completamente diversa rispetto a quella del giorno prima è davvero poco. La Stanza della Poesia è un piccolo spazio di una ventina di posti ricavato in un’ala di Palazzo ducale. È frequentato da habitués, lettori o autori di poesie, gente che di poesia ama parlare e che vuole capire.

In questo caso la mia voce non aveva altro accompagnamento che l’attenzione tesa di questo piccolo pubblico di habitués. Alla fine, senza aspettare che io lo chiedessi, ecco le domande, in particolare sulle suggestioni nate dalle poesie tratte da I segnalibri di Berlino. Poi tutti a sciamare verso i carruggi che stanno lì sotto, tranne la signora Pozzani, la mamma di Claudio. È stata lei a fermarsi per chiudere il pesante portone di legno di quel piccolo spazio di confidenza nella poesia.

La poesia non descrive, agisce

Postilla a una lettura sul paesaggio

L’altra sera sono stato invitato a leggere quattro o cinque poesie, nella saletta della Biblioteca comunale di Velletri. La lettura era nell’ambito di una manifestazione organizzata dal circolo “La Spinosa per l’Ambiente” e intitolata Prima che l’incanto sparisca. Si trattava di difendere uno straordinario “balcone” di Velletri affacciato verso sud, un “balcone” dal quale si vedono, da una parte, i monti Lepini e, dall’altra, il Circeo e le isole pontine. Nei giorni di foschia, le isole non si vedono più e tutto il resto sembra galleggiare su un’onda azzurra e appare come un incantesimo. Ora, il fatto straordinario è che questo “balcone” non si trova sul pendio di un colle fuori dalla città, ma si offre a chi passa lungo una delle vie del centro storico. Al suo posto, è prevista la costruzione di un parcheggio in parte interrato e in parte sopraelevato: tre piani destinati a oscurare per sempre una vista amata e celebrata – e dipinta – da pittori e vedutisti del Sette e dell’Ottocento e, soprattutto, cara a tutti gli abitanti di Velletri.

Il caso vuole che una delle mie poesie, Azzurro sprofondare (titolo originale Oggi che la pianura: si trova ne La mente irretita), sia stata scritta proprio in relazione a quel “balcone” e a quella vista. Da qui l’invito. Che ho accolto molto volentieri. Ora voglio solo aggiungere all’intervento che ho svolto in seguito a quell’invito, una postilla che, in poche parole (decisamente troppo poche), ho esposto anche ai presenti alla manifestazione.

Il fatto è che la poesia non descrive la realtà. Da questo punto di vista, qualche capzioso avrebbe potuto notare che la mia presenza lì era incongrua. In effetti la poesia, piuttosto, tramuta la realtà o, più semplicemente, la fa. Il verbo greco poiéin significa, per l’appunto, fare. E giustamente, in un intervento del 2004, Franco Loi ricorda: «Perché i greci l’han chiamata ‘fare’? Potevano chiamarla composizione o elaborato o racconto ecc. Ma, come sappiamo da Socrate, le parole antiche sono le più vicine alla sostanza e al senso delle cose. La poesia agisce».

Ed è proprio così. La poesia non descrive, ma «agisce». E in che cosa consiste il suo “agire”? Sembrerebbe complicato rispondere a questa domanda, ma basta dire che il suo “agire” consiste nel “creare”, perché, come è del tutto evidente, la poesia “fa” da nulla. Da questo suo “fare” partendo da nulla dipendono sia la sua profonda necessità di un rito (le regole, quando c’erano, o sempre, la musica) sia la sua assoluta inutilità.

Qualcuno potrà pensare che con questo carattere della inutilità della poesia sono un po’ fissato (basta guardare quello che ne ho scritto qui). Ma non è così. In questo caso deduco la sua inutilità dal dato di fatto che il suo “creare”, a differenza di quello che viene attribuito alla divinità o alla natura, non produce nulla. La poesia, insomma, viene dal e approda al nulla, ma lo fa attraverso un processo che è ben diverso da quello dell’esistere che ha, in quanto “esistenza” concreta, una fase in cui la realtà c’è e si percepisce. Si potrebbe dire che la poesia approda al nulla prima ancora di esistere e che proprio per questo è, più e oltre che una grande metafora dell’esistenza, il grande specchio dove possiamo vedere, in forma – per così dire – accelerata, il nostro divenire e restarne, al tempo stesso, affascinati e sconvolti.

E dunque, seppur certamente “inutile”, in particolare ai fini urbanistici propri di quella manifestazione, la mia presenza lì non era incongrua. Nei miei versi non c’è davvero una “descrizione” della pianura che si estende tra Velletri e il Circeo, ma quella pianura “creata” dalla poesia, proprio per il suo essere nulla, per il suo essere del tutto deresponsabilizzata da ogni rapporto con ciò che concretamente esiste, può suggerire all’immaginazione persino di più di quanto non possa fare, con la sua pur cangiante bellezza, la vista determinata e “fattuale” che si gode dal “balcone” di Velletri.

E, mi sembra, il pubblico lo ha avvertito.