Apr 052010
 

Giudizi e pregiudizi, tra tolleranza e indifferenza

C’è una tendenza a giudicare oggi la poesia con la stessa considerazione che a suo tempo dai conquistatori europei del Nuovo mondo veniva riservata alle religioni dei nativi o, più tardi, da parte dei piantatori (sempre europei e sempre nel Nuovo mondo) si accordava alle altre religioni degli schiavi provenienti dall’Africa: perdite di tempo alle quali si poteva anche accondiscendere, a condizione che riti e cerimonie non disturbassero le attività accreditate come “produttive” presso il buon senso comune e che restassero confinate in un ambito considerato di natura sub-umana, se non prettamente ferina.

Ecco, l’idea che si ha oggi comunemente della poesia è che sia una sorta di animismo sostanzialmente innocuo, ma da non diffondere perché la sua inutilità e improduttività sono comunque di cattivo esempio.

Questa tendenza è accompagnata da due pre-giudizi che sembrerebbero smentirla e invece decisamente la confermano. Entrambi derivano dal considerare la poesia, romanticamente (?), sinonimo di “eccesso”, di “sregolatezza”, di “sproporzione” rispetto alla normalità del reale e così via.

Capita così che si servano del concetto di poesia – come scrive Giancarlo Majorino ne La dittatura dell’ignoranza – «per tutto ciò che evoca grandezza, purezza, somma bravura eccetera, tant’è che, immergendoci nell’imbarazzo, si può sentir parlare di “poeta delle nevi”, di “poesia della pizza”, di ogni cantautore quale poeta. Trattandosi di un regime autoritario ponente al centro di tutto la merce, le cose, il potere e altre bellezze del genere, non stupiscono – conclude Majorino – tali attribuzioni idiote, testimonianti la non-conoscenza dello scrivere in versi» (p. 55).

Il secondo pre-giudizio porta addirittura alla pubblicità. Leo Hickman ha notato qualche mese fa sul “Guardian” (The rise of poetry in advertising, 2 dicembre 2009) che «molte aziende, incluso McDonald’s, si stanno orientando verso la poesia per pubblicizzare i loro prodotti» e si domanda (e domanda ad alcuni poeti) se questo sviluppo sia ben accolto. Le risposte che riceve non sono per la verità strettamente pertinenti, ma quello che colpisce nell’uso della “poesia” in pubblicità sono due cose: la strapotenza della rima e, ancora una volta, l’idea di “eccesso” e “sregolatezza”. Stereotipi da far riconoscere a tutti i costi, come una ballerina africana necessariamente ricoperta di banane.
In Italia, una fortunata campagna pubblicitaria di una nota azienda automobilistica, realizzata da un notissimo showman, si basava proprio sulla recitazione di una poesia da parte di un presunto poeta di lingua presuntivamente francese. Lui eccessivo e sregolato. La pubblicità ributtante, ma istruttiva.

Ora, il fatto è che nei casi citati da Hickman, in quello che ho appena ricordato (e certamente in tutti gli altri che non mi vengono in mente e che non conosco), quando si tratta di pubblicità, si parla di poesia proprio nel senso che io ho cercato di definire all’inizio. I poeti hanno, in pubblicità, la stessa funzione che ha una ben nota maschera di gorilla negli spot di un famoso aperitivo: si tollerano la sua invadenza e le sue battutacce proprio perché è un gorilla.

Ecco, questo è l’atteggiamento nei confronti della poesia: la parola giusta è “tolleranza”. Si può accettare, basta non esagerare. Guai a far sedere quel gorilla in mezzo a persone serie che hanno il loro da fare.

Feb 272010
 

Prima di guardare. E dopo

Il 24 febbraio a Bussolengo e a Torino, e il 25 a Genova, due belle letture. Sono stati incontri di tipo molto diverso, ma con lo stesso titolo, Prima di guardare. E dopo. Il titolo, il filo che, nelle due occasioni, ha legato i testi, è tratto da un verso della poesia Hai ragione, Bruno che i libri. Ho scritto di recente (basta leggere qui) che «la poesia non descrive, agisce». Proprio questo carattere, insito nel suo stesso nome, fa sì che la poesia, senza farlo apposta, costituisca una sorta di punto di osservazione privilegiato. La realtà che essa non descrive, ma crea, è tutta mentale. Ed è, per questo, una poderosa istigazione a riflettere. Guardare da questo punto di osservazione può essere decisivo per chi vive in una società senza altra prospettiva che quella del “prodotto” e dell’efficienza. Il fatto è che, prima di guardare, tutti possono dire: «non lo sapevo». E dopo?
Sarà per questo che leggere poesia richiede sforzo. Non perché sia meno comprensibile della prosa, ma perché impegna, anche quando non sembra, a ripensare se stessi e il mondo.

Il luogo della rivelazione

Il 24 febbraio i miei amici di Torino e della Valle di Susa hanno voluto inserire un omaggio alle mie poesie nell’ambito delle celebrazioni del 150° anniversario della fondazione del liceo “Norberto Rosa” che ha le sue sedi a Susa e a Bussoleno. Tre scuole hanno partecipato alla festa e collaborato alla lettura. Oltre al liceo “Rosa”, l’istituto professionale “Galilei”, che ha curato la parte organizzativa e la conduzione della giornata, e il liceo “Teatro Nuovo”, liceo artistico con indirizzo teatrale. A Bussoleno la mattina (Sala polivalente) e a Torino nel pomeriggio (Teatro Alfieri) quattro studenti-attori del Liceo “Teatro nuovo” di Torino, Alice Baronio, Alberto Greco, Camilla Nigro e Luca Viola, con la regia di Enrico Fasella, hanno messo in scena, con un bell’accompagnamento musicale, i testi di quindici poesie tratte da La mente irretita e da I segnalibri di Berlino.

E i miei versi hanno cominciato un nuovo cammino. Ho già scritto (qui) che cosa significa ascoltare i versi “detti” e quale differenza ci sia tra questo ascolto e la lettura con gli occhi dalla pagina di un libro. Ho anche scritto quale emozione possa suscitare il mescolarsi della musica alla voce di chi legge: voce con voce, suono con suono, in un unico flusso di segni pur diversi tra loro.
Ma il cammino che la sperimentazione del Teatro nuovo ha fatto compiere ai miei versi è nuovo perché si è arricchito di un ulteriore universo di segni: del linguaggio gestuale. I gesti degli attori hanno aggiunto alla dimensione fonica quella spaziale, anzi, per la bravura del regista, hanno creato lo spazio adatto perché la dimensione fonica trovasse il suo luogo “naturale” per esprimersi. Unito al gesto, collocato in uno spazio che di volta in volta si espandeva ai quattro angoli del palcoscenico o si racchiudeva nel corpo dell’unico attore in quel momento recitante, ogni verso, più che detto, è stato “rivelato”, come se apparisse per cogliere lo spettatore impreparato di fronte a una emozione via via sempre più intensa.

E ora una citazione di chi ha reso possibili le letture del 24 febbraio, letture che – bisogna dire – non hanno avuto solo il momento dello spettacolo, ma anche quello della presentazione e della riflessione sui testi.

Enzo Marvaso ha curato con intelligenza creativa tutta l’organizzazione e ha retto, dal vivo, le fila dei due eventi. Roberto Scollo ha fornito una interpretazione critica acuta e di ampio respiro dei due libri dai quali sono state tratte le poesie. Germana Erba, direttrice del Teatro nuovo, ha immesso nella realizzazione dello spettacolo tutta l’energia che anima la sua passione di artista e di persona di scuola.

E il luogo della confidenza

Il 25 febbraio ho letto una decina di poesie edite e inedite alla Stanza della Poesia di Genova, diretta da Claudio Pozzani con Claudia Pastorino. Parlare di un’atmosfera completamente diversa rispetto a quella del giorno prima è davvero poco. La Stanza della Poesia è un piccolo spazio di una ventina di posti ricavato in un’ala di Palazzo ducale. È frequentato da habitués, lettori o autori di poesie, gente che di poesia ama parlare e che vuole capire.

In questo caso la mia voce non aveva altro accompagnamento che l’attenzione tesa di questo piccolo pubblico di habitués. Alla fine, senza aspettare che io lo chiedessi, ecco le domande, in particolare sulle suggestioni nate dalle poesie tratte da I segnalibri di Berlino. Poi tutti a sciamare verso i carruggi che stanno lì sotto, tranne la signora Pozzani, la mamma di Claudio. È stata lei a fermarsi per chiudere il pesante portone di legno di quel piccolo spazio di confidenza nella poesia.

Feb 132010
 

Postilla a una lettura sul paesaggio

L’altra sera sono stato invitato a leggere quattro o cinque poesie, nella saletta della Biblioteca comunale di Velletri. La lettura era nell’ambito di una manifestazione organizzata dal circolo “La Spinosa per l’Ambiente” e intitolata Prima che l’incanto sparisca. Si trattava di difendere uno straordinario “balcone” di Velletri affacciato verso sud, un “balcone” dal quale si vedono, da una parte, i monti Lepini e, dall’altra, il Circeo e le isole pontine. Nei giorni di foschia, le isole non si vedono più e tutto il resto sembra galleggiare su un’onda azzurra e appare come un incantesimo. Ora, il fatto straordinario è che questo “balcone” non si trova sul pendio di un colle fuori dalla città, ma si offre a chi passa lungo una delle vie del centro storico. Al suo posto, è prevista la costruzione di un parcheggio in parte interrato e in parte sopraelevato: tre piani destinati a oscurare per sempre una vista amata e celebrata – e dipinta – da pittori e vedutisti del Sette e dell’Ottocento e, soprattutto, cara a tutti gli abitanti di Velletri.

Il caso vuole che una delle mie poesie, Azzurro sprofondare (titolo originale Oggi che la pianura: si trova ne La mente irretita), sia stata scritta proprio in relazione a quel “balcone” e a quella vista. Da qui l’invito. Che ho accolto molto volentieri. Ora voglio solo aggiungere all’intervento che ho svolto in seguito a quell’invito, una postilla che, in poche parole (decisamente troppo poche), ho esposto anche ai presenti alla manifestazione.

Il fatto è che la poesia non descrive la realtà. Da questo punto di vista, qualche capzioso avrebbe potuto notare che la mia presenza lì era incongrua. In effetti la poesia, piuttosto, tramuta la realtà o, più semplicemente, la fa. Il verbo greco poiéin significa, per l’appunto, fare. E giustamente, in un intervento del 2004, Franco Loi ricorda: «Perché i greci l’han chiamata ‘fare’? Potevano chiamarla composizione o elaborato o racconto ecc. Ma, come sappiamo da Socrate, le parole antiche sono le più vicine alla sostanza e al senso delle cose. La poesia agisce».

Ed è proprio così. La poesia non descrive, ma «agisce». E in che cosa consiste il suo “agire”? Sembrerebbe complicato rispondere a questa domanda, ma basta dire che il suo “agire” consiste nel “creare”, perché, come è del tutto evidente, la poesia “fa” da nulla. Da questo suo “fare” partendo da nulla dipendono sia la sua profonda necessità di un rito (le regole, quando c’erano, o sempre, la musica) sia la sua assoluta inutilità.

Qualcuno potrà pensare che con questo carattere della inutilità della poesia sono un po’ fissato (basta guardare quello che ne ho scritto qui). Ma non è così. In questo caso deduco la sua inutilità dal dato di fatto che il suo “creare”, a differenza di quello che viene attribuito alla divinità o alla natura, non produce nulla. La poesia, insomma, viene dal e approda al nulla, ma lo fa attraverso un processo che è ben diverso da quello dell’esistere che ha, in quanto “esistenza” concreta, una fase in cui la realtà c’è e si percepisce. Si potrebbe dire che la poesia approda al nulla prima ancora di esistere e che proprio per questo è, più e oltre che una grande metafora dell’esistenza, il grande specchio dove possiamo vedere, in forma – per così dire – accelerata, il nostro divenire e restarne, al tempo stesso, affascinati e sconvolti.

E dunque, seppur certamente “inutile”, in particolare ai fini urbanistici propri di quella manifestazione, la mia presenza lì non era incongrua. Nei miei versi non c’è davvero una “descrizione” della pianura che si estende tra Velletri e il Circeo, ma quella pianura “creata” dalla poesia, proprio per il suo essere nulla, per il suo essere del tutto deresponsabilizzata da ogni rapporto con ciò che concretamente esiste, può suggerire all’immaginazione persino di più di quanto non possa fare, con la sua pur cangiante bellezza, la vista determinata e “fattuale” che si gode dal “balcone” di Velletri.

E, mi sembra, il pubblico lo ha avvertito.

Nov 122009
 

Nel suo altro confondersi: una performance di voce e musica

Che le poesie dette siano diverse da quelle scritte è esperienza comune. Una esperienza che molti hanno conosciuto attraverso le letture dantesche di Benigni. Ma tutti noi sapevamo che ascoltare il ritmo del verso attraverso il medium di una voce è altra cosa rispetto al sentire quel ritmo dentro di te quando il medium di una pagina di versi consiste solo nei tuoi occhi.
Nel secondo caso è più forte la riflessione: la poesia la leggi per studiare a fondo tutto quello che di lei ti aspetta con calma lì sulla pagina.
Nel primo caso vince l’emozione: la poesia la ascolti per farla entrare dentro di te, nelle tue vene e, solo attraverso di esse, nel tuo cervello.

Edoardo Sanguineti ha detto (in una intervista a Donatella Coccoli, per “Left”, dell’ottobre 2008): «Io ho sempre pensato a una scrittura da eseguire, non solo quando scrivevo testi teatrali. Anche quando la scrittura poteva essere un testo poetico, io pensavo sempre a un’esecuzione vocale».
Credo che tutti i poeti pensano alle proprie poesie come poesie, se non proprio «da eseguire», almeno da dire. Per quanto mi riguarda, c’è forse qualcosa in più. Quando compongo i miei versi, io in un primo momento non li scrivo. Me li dico. Li imparo a memoria e me li ripeto mentalmente più volte fino a sentire battere il loro ritmo come qualcosa di vitale e di necessario, che mi appartiene. Soltanto allora prendo la penna e ne scrivo alcuni. Infine, mi siedo davanti al computer e li scrivo e riscrivo tutti mille volte fino a che anche le parole che vedo non suonano come quelle che mi ero dette.
Essere dette, avere una voce, appartiene quindi all’essenza stessa delle mie poesie.

Ma c’è qualcosa che riguarda tutte le poesie: quando il medium della voce si integra con la musica e la dizione diventa esecuzione (quella di cui parla Sanguineti), l’emozione sgorga ancora più forte e la capacità di penetrazione del verso si fa più incisiva.
Per questo, su impulso e con la collaborazione di Annalisa Spadolini (a destra nella foto), musicista e amante della poesia, dalla scorsa estate abbiamo cominciato a pensare alla preparazione di una performance di letture poetiche e musica. Si è unita a noi in questa avventura la chitarrista Simonetta Camilletti (a sinistra nella foto).
E a fine settembre la performance è stata realizzata.

È Nel suo altro confondersi. Le poesie che ho scritte sono diventate, a tutti gli effetti, poesie dette, eseguite. Il flauto di Annalisa e la chitarra di Simonetta non costituiscono infatti nella performance lo sfondo della lettura dei miei testi. Sono, anche per la bravura delle interpreti, altre voci che si confrontano e si uniscono al tempo stesso con la mia voce e la mia “presenza”.

Il titolo, Nel suo altro confondersi, lo abbiamo tratto dall’ultimo verso della poesia Azzurro sprofondare (qui anche nella bella traduzione francese di Danièle Robert) per sottolineare il tema del rapporto conoscitivo o affettivo con ciò che è “altro”. Questo tema, pur con qualche divagazione, lo abbiamo sviluppato in due parti. La prima, I giorni dell’isola e altri giorni, contiene una decina di poesie legate a questo tema e tratte da La mente irretita; la seconda, Berlino e le altre, porta questo stesso filo conduttore a legare altre poesie tratte sia da I segnalibri di Berlino sia da La mente irretita. In tutto una ventina di testi e tra questi anche alcuni inediti.

La prima a Velletri, il 26 settembre. Ci ha ospitati la sala dell’Antico casale di Colle Ionci, messa cortesemente a disposizione da Valeriano Bottini.
Una replica a Roma, nello straordinario Salone Borromini della Biblioteca Vallicelliana, l’11 novembre. Ospite, in questo caso, la direttrice, Maria Concetta Petrollo Pagliarani, coadiuvata dalla bravissima Valentina D’Urso che ha anche introdotto la performance.

Ott 052009
 

Nel corso dell’estate, come ho registrato in questo blog, le mie poesie hanno cominciato a viaggiare al di là delle Alpi. E, al ritorno dalle vacanze, ho trovato un invito a partecipare con una lettura al Festival du livre di Mouan-Sartoux.

Mouan-Sartoux è una deliziosa cittadina della Provenza, sulle colline che guardano verso Cannes, e il suo Festival è un susseguirsi di incontri e di dibattiti che si svolgono sì con un calendario ma anche con molta libertà negli spazi aperti tra bancarelle di libri usati e nuovi. Una bella atmosfera di festa e di confronto.

La lettura è stata bilingue. Mentre io ho letto i testi italiani di alcune poesie tratte dal mio libro La mente irretita, due poeti francesi (ma ottimi conoscitori dell’italiano), hanno letto le traduzioni, opera della bravissima Danièle Robert (ne parlo qui). Ad aiutarmi sono stati Laurent Léon (qui a fianco sulla destra), coordinatore per l’Italia della Primavera dei poeti, e Yves Hughes (a sinistra nella foto), dell’Associazione “Podio” di Grasse, una cittadina non distante da Mouan-Sartoux, famosa per le sue fabbriche di profumi.

Set 232009
 

Il 22 settembre, alle 21.00, al Centro culturale di via 1° maggio di Marano sul Panaro, lettura insieme ad Antonella Kubler. Roberto Galaverni ha presentato l’incontro, che si è svolto nell’ambito dell’Anteprima del PoesiaFestival dell’Unione Terre di Castelli in provincia di Modena. Qui il programma.
A Marano sul Panaro le iniziative del PoesiaFestival, fortemente volute dal sindaco, Emilia Muratori, sono seguite con straordinaria passione, competenza e spirito di servizio da Ada Pelloni, responsabile del Settore Istruzione, Cultura e Assistenza del Comune.

Devo spendere qualche parola sulla mia compagna di lettura. «Antonella Kubler – scrive Giorgio Bàrberi Squarotti nella Prefazione al bel libro Un alambicco, per favore – si è inventata un genere poetico di tenace originalità, nell’essenzialità del ritmo e delle figurazioni sì prosciugati, ma per più efficacemente allora offrire il passaggio del discorso dal quotidiano e dal minimo dell’esperienza, delle considerazioni, dei commenti, delle situazioni che ogni giorno si incontrano, fino alla sentenza suprema, alla rivelazione sublime del senso del mondo e della vita».

Antonella (nella foto qui a fianco) ha letto poesie da Un alambicco per favore (Genesi, 2008) e da Polverine (Book, 2006). Nelle sue brevi poesie il suono di ogni verso è come se si staccasse da una realtà che avevamo accanto, ma ci era sfuggita, per raggiungerci dopo un processo di purificazione che fa diventare ogni parola – e non di rado il verso è costituito da una sola parola – assoluta, totale. È la parola che porteremo con noi, che ci aiuterà a capire. Forse, proprio per quella sua qualità, non avremo il coraggio di pronunciarla, ma non fa niente. Quando leggiamo i versi si Antonella Kubler, sentiamo che a poco a poco cominciamo ad appartenere a loro.

Non bisogna lasciarsi ingannare dalla brevità delle sue poesie. Non sono piccole poesie, ma intense poesie. E non deve ingannare neanche la leggerezza, a volte ironica, di certi versi: è la leggerezza con la quale le parole rappresentano la vita (è giusto che sia così, ce lo ha insegnato Calvino), ma la cosa rappresentata – la vita – non per questo pesa di meno. Se i contenuti delle poesie di Antonella Kubler fossero di metallo, quel metallo avrebbe un peso specifico molto alto, statene certi.

Set 032009
 

Un’immagine di Angèle Paoli

Dal 30 agosto il bellissimo blog della poetessa còrsa Angèle Paoli, Terres de femmes, ha pubblicato Vicino al faro, una poesia de La mente irretita tratta dalla sezione La vita dell’isola, con la splendida traduzione inedita di Danièle Robert, una nota biografica e una recensione. Terres de femmes dal 2004 ospita testi della migliore poesia europea contemporanea e importanti riflessioni critiche della stessa Paoli.

Il faro del quale parlo nella poesia è quello di Punta sottile che si trova all’estremità occidentale di Favignana e guarda l’altra isola dell’arcipelago, Marettimo.

«La musique de Michele Tortorici – scrive Angèle Paoli – saisit le lecteur dans une infinie douceur, l’enveloppe, l’entraîne dans ses rythmes, ses ruptures, ses vagabondages joyeux ou mélancoliques, la pureté de son phrasé. Profondeur de la réflexion, poésie de l’intime qui donne à penser avec retenue, élégance et délicatesse. Un mot magnifique de la langue italienne résume l’ensemble de ces qualités: Morbidezza».

Giu 302009
 

È uscito il 30 maggio a Marsiglia “Il Particolare 19&20”, fascicolo di giugno 2008 (ma naturalmente con un anno di ritardo) di una originale rivista francese di «Art – Littérature – Théorie critique», per usare le parole del suo sottotitolo. Al primo posto, tra le molte sezioni e gli articoli che occupano le oltre duecentocinquanta pagine del fascicolo, La Pensée prise au piège, una sostanziosa antologia di dieci poesie tratte da La mente irretita, presentate con la traduzione a fronte di Danièle Robert (qui una recensione al fascicolo de “Il Particolare” con la citazione della traduzione della poesia Le parole che ho letto, tratta dalla sezione Come ogni giorno de La mente irretita).

Danièle Robert è autrice, tra l’altro de Le chants de l’aube de Lady Day (1993), straordinaria e appassionata biografia di Billie Holiday. Traduce dall’inglese, dal latino e dall’italiano. Nel 2007 ha ricevuto il prix Jules Janin dell’Académie française per la traduzione di Ovidio, Lettres d’amour, lettres d’exil.

Giu 282009
 

Il 26 giugno la Biblioteca civica di Rivoli si è riempita di poesia. “La Primavera dei poeti” (direttore artistico e coordinatore Laurent Léon, rappresentante in Italia dell’evento nazionale francese “Le Printemps des poètes”) ha riunito due poeti francesi di Grasse, Brigitte Broc e Yves Hugues, la poetessa cubana Velia Lechuga Rey e due italiani, Eleonora Manzin, presidentessa onoraria dell’associazione “Les Drôles” e chi scrive (che ha presentato due poesie tratte da La mente irretita). Ha letto Piero Leonardi, accompagnato da Katia Zunino (arpa e percussioni). La Biblioteca ha curato l’organizzazione con Claudia Murabito.

Mentre, fuori dalla Biblioteca, la giornata piovosa si concludeva con un crepuscolo umido e poi con una notte piuttosto fredda, l’arpa di Katia Zunino ha creato, nella sala di lettura, una calda e diffusa emozione. Il pubblico ha seguito le parole dei poeti, in un arcobaleno di tre lingue diverse, come sospeso, come se non ci fosse altro lì attorno che il suono di quelle parole – dette dai poeti e dette dalla voce profonda e gentile di Piero Leonardi – e di quella musica.

Non c’era un posto vuoto.

Nella quarta di copertina del programma c’era l’invito «Scrivi una poesia e fai un regalo». E qualcuno scriveva.

Alla fine, dopo due ore, nessuno voleva uscire.

Feb 022009
 

Il Caffè delle “Giubbe rosse”, a Firenze, è uno dei luoghi mitici della letteratura e, in particolare, della poesia degli ultimi cento anni. Essere lì a leggere i miei versi al pubblico seduto ai tavolini della della parte interna della sala, davanti al pannello di vetro i cui colori danno una particolare caldissima tonalità alla poca luce diffusa, è stata un’emozione profonda.

Qualche mese prima avevo ricevuto con grande gioia l’invito di Massimo Mori, poeta e critico, responsabile degli “Incontri letterari” del caffè fiorentino. Ma Massimo ha fatto ben più che inviarmi un invito. A conclusione della serata del 29 ha svolto, in pochi minuti, un’analisi de La mente irretita, dei suoi luoghi, dei suoi ritmi, dei suoi chiodi fissi, che ha costituito per tutti i presenti una sintesi perfetta con la quale uscire dal caffè e ricordarsi del libro.

Da sinistra a destra, Cosma Siani, MT, Daniele Barca e Massimo Mori

La presentazione è stata svolta con una intervista di Daniele Barca – che ha costituito il filo rosso della serata – durante la quale io ho fatto alcune letture e Cosma Siani ha sviluppato interventi critici sempre puntuali e rigorosi, sia nell’analisi interna delle poesie, sia in quella degli echi della poesia novecentesca e non solo. Tra il pubblico, devo citare la presenza della poetessa Liliana Ugolini.

Daniele Barca è filologo e si occupa di comunicazione (soprattutto per la didattica). Cosma Siani, docente di «Lingua e traduzione inglese» all’Università di Cassino, è un critico molto attento agli sviluppi della poesia contemporanea, in particolare anglo-americana; oltre a numerosi saggi, ha scritto recensioni e critiche per “L’Indice”, per “Poesia” e per molte riviste letterarie non solo italiane.

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