Gen 052019
 

Vi faccio gli auguri per questo anno appena cominciato con dei versi di Walt Whitman che credo non siano mai stati visti come versi capaci di esprimere un augurio e che il poeta stesso non ha certo pensato come tali.

Difatti, quella che vi propongo non è una poesia festaiola, ma quale augurio più bello posso farvi rispetto a quelle parole che il poeta americano ha riferite a se stesso, anche se le ha messe, come per troppa modestia, tra parentesi: «Sono ampio, contengo moltitudini»?

“Contenere” moltitudini è molto più che “accoglierle”.
È unirsi all’universo animato: fino a unirsi proprio a quelle “foglie d’erba” che danno il titolo al grande libro di Whitman e dalle quali il poeta dichiara di voler rinascere nel componimento immediatamente successivo a quello che vi allego, il n. 52: il componimento che conclude il Canto di me stesso. Vi auguro di “essere ampi”, di saper “contenere moltitudini”.

Walt Whitman, Canto di me stesso, 51 (versione del 1892), in Foglie d’erba, vv. 1043-1148


The past and present wilt—I have fill’d them, emptied them,
And proceed to fill my next fold of the future.

Listener up there! what have you to confide to me?
Look in my face while I snuff the sidle of evening,
(Talk honestly, no one else hears you, and I stay only a minute longer.)

Do I contradict myself?
Very well then I contradict myself,
(I am large, I contain multitudes.)

I concentrate toward them that are nigh, I wait on the door-slab.

Who has done his day’s work? who will soonest be through with his supper?
Who wishes to walk with me?


Traduzione di Michele Tortorici


Il passato e il presente sfioriscono – li ho riempiti, li ho svuotati.
E insisto: riempirò la mia prossima piega del futuro.

Ascoltatore lassù! Che cosa devi confidarmi?
Guardami in faccia mentre annuso la sera che viene di soppiatto,
(Parla con franchezza, nessun altro ti ascolta e io resto non più di un minuto.)

Mi contraddico?
Benissimo, mi contraddico.
(Sono largo, contengo moltitudini.)

Mi concentro verso quelli che sono vicini, aspetto sulla porta.

Chi ha finito la sua giornata di lavoro? Chi farà prima con la sua cena? A chi piace camminare con me? Parlerai prima che me ne vada? O ci proverai quando sarà già troppo tardi?


Vi auguro di essere pronti sempre a dire la vostra prima che sia troppo tardi. E spero in un 2019 di serenità e di soddisfazioni per tutti voi.

 

Ott 052018
 

Nel mio recente poemetto Piante del mio giardino, in alcuni versi rivolti alle piante ma chiaramente dedicati ai miei simili, spiego che i baccanali, le feste del superamento del limite (nel caso specifico parlo dell’allegra incoscienza con la quale l’umanità procede verso un insostenibile riscaldamento del pianeta), hanno sempre una fine nefasta. Per farlo ricordo in quei versi che, «come ci ha spiegato tanto tempo fa / Euripide», i baccanali sono feste che accompagnano «la decapitazione / del futuro, […] / la madre che uccide il figlio e che ne porta / la testa mozzata sulla picca». Queste parole terribili, che le mie piante non hanno preso affatto bene e che i miei simili hanno forse lette (quei pochi che le hanno lette) distrattamente, sono una sintesi di ciò che effettivamente accade in una delle ultime tragedie scritte da Euripide, le Baccanti, rappresentata soltanto nel 403 a.C., dopo la morte del suo autore avvenuta nel 406.
Giorni fa, mentre leggevo sui giornali la notizia di una festa notturna di deputati e senatori inneggianti all’aumento del debito pubblico italiano, mi è tornata in mente quella tragedia. Successivamente, la lettura su Twitter di un commento a quell’episodio, «E gli sventurati festeggiarono», mi ha confermato quel ricordo e, insieme a esso, ha potenziato dentro di me il senso di quella tragedia, che va ben al di là di certi eventi, in sé tanto modesti. Già: «Gli sventurati».

Di solito, proprio con questo aggettivo, «sventurato», si traduce in italiano il termine greco ‘τλήμων’ (tlèmon), la cui radice proto-indo-europea, *telə– o *tla-, si può trovare sia nel verbo greco τλὰω (tlào), sia nei verbi latini tolero e tollo, nonché nelle forme irregolari del perfetto e del supino di fero, tŭli e latum, quest’ultima da *tlatum. Insomma, ‘τλήμων’ è colui che porta, che sopporta ciò che di terribile egli stesso fa, e perciò ‘τλήμων’ può prendere a volte il senso di ‘scellerato’, o ciò che di terribile altri fanno. Ora, Euripide usa ‘τλήμων’ per definire, nella parte conclusiva delle Baccanti, due personaggi, Agave e Penteo, entrambi vittime della follia indotta da Dioniso, ma ciascuno di essi in maniera molto diversa.

Il ballo delle Menadi.
Copia romana di un originale greco del V secolo a.C.
Madrid. Museo del Prado.

Vediamo di che si tratta. In questa tragedia Euripide mette in scena un episodio relativo al mito della fondazione di Tebe.
Cadmo, fondatore della città, aveva avuto solo figlie femmine: Agave, Ino, Autonoe e Semele. Aveva quindi nominato come successore al trono suo nipote Penteo, figlio di Agave. Un’altra delle figlie di Cadmo, Semele, amata da Zeus – violentata? Forse sì, forse no –, una volta rimasta incinta, era stata convinta da Era, sorella e moglie gelosissima di Zeus, a chiedere di poter vedere il suo amante in tutto il suo splendore divino. Era rimasta, naturalmente, incenerita. Ma Zeus era riuscito a salvare il feto dal suo grembo e a farlo sviluppare, al sicuro dalle vendette di Era, cucendolo nella sua coscia. Nacque così Dioniso.
Il nuovo dio fu il benemerito scopritore del vino, del sidro e della birra. Oltre a ciò, pretese di essere anche il meno benemerito promotore di ogni stato di coscienza eccitata (o addirittura di in-coscienza) che spingesse gli uomini e soprattutto le donne (considerate all’epoca esseri un po’ inferiori e perciò più facilmente eccitabili) a superare il proprio limite umano per diventare pienamente possesso del dio. Dioniso era anche un po’ vendicativo e odiava, in particolare Tebe. Qui in molti erano convinti che Semele avesse finto di essere stata sedotta da Zeus per nascondere un peccato molto più banale e totalmente umano. In primo luogo, ne erano convinte le sue sorelle: anche allora, parenti serpenti. Non tutti, inoltre, erano propensi a dare il benvenuto a questa nuova divinità che pure si diceva fosse stata concepita a casa loro. Tra i più testardi a negare che il feto di Semele si fosse sviluppato nella coscia di Zeus e fosse ormai un nuovo dio c’era Penteo.
Qui comincia la tragedia. Dioniso, con la sua voglia di vendetta, arriva a Tebe nelle vesti di uno straniero bellissimo e capace di compiere miracoli, si beffa dei tentativi di Penteo di arrestarlo e, infine, conquista addirittura la sua fiducia fino a far sì che sia lo stesso re di Tebe a chiedergli aiuto per andare a vedere i riti delle menadi: le ‘μαινάδες’ (mainàdes), sinonimo di baccanti, dalla stessa radice del verbo μαίνομαι (màinomai) che significa sia “delirare” sia “far delirare”; infatti le menadi delirano perché Dioniso le fa delirare. Penteo, consigliato dal finto straniero, si veste da donna, si mette una benda in testa che nasconda il taglio maschile dei capelli e, accompagnato dallo stesso finto straniero e da un servo si reca in una valle al di là del monte Citerone dove le donne tebane sembrano intente a lavori leggiadri e a innocui canti. Penteo vuol vedere meglio che cosa fanno le menadi. Ed ecco che cosa succede, nel racconto che fa il servo, appena tornato, sconvolto, da quella valle. Nelle sue parole ben tre volte compare ‘τλήμων’ che, nella traduzione, sottolineo in grassetto. La traduzione stessa (che trascrivo con qualche taglio), in versi liberi, è mia.

Euripide, Baccanti, vv. 1043-1148
Traduzione di Michele Tortorici


Penteo, sventurato, che non vedeva quella moltitudine
di donne, disse all’altro: «Straniero, da dove
siamo non raggiungo con gli occhi le malvagie
menadi; se salgo
su un colle o su un abete alto, allora sì potrò
posare il mio sguardo sulle turpitudini
delle menadi».
Ed ecco vedo compiere dallo straniero un’impresa
meravigliosa; preso
il più alto ramo di un abete che arrivava
al cielo, lo tendeva
giù, lo tendeva, lo tendeva fino al suolo nero; […].
Messo a sedere Penteo sul ramo dell’abete, attento
che lui non fosse sbalzato via, lasciò
che piano piano si rialzasse l’albero tra le sue mani, e l’abete
ritornò saldo e alto nell’alto
cielo mentre aveva, seduto sulla sua cima, il mio padrone.
Fu visto, piuttosto che vedere lui le menadi; difatti
si distingueva proprio bene, lui, messo
a sedere lassù, mentre da parte sua non vedeva,
benché fosse lì presente, lo straniero. E a un cero punto
dall’etere una voce,
che doveva essere quella di Dioniso, gridò: «Fanciulle,
ecco, vi porto quello
che di voi, di me, delle orge si permette
di ridere; fate che la paghi».
Mentre diceva così, davanti al cielo e davanti
alla terra brillò il fuoco di una luce sacra. L’aria
divenne muta, mute
restarono le foglie
della valle boscosa e neppure
si sentivano strida di animali selvatici.
[…]; non appena
riconobbero con chiarezza l’incitamento di Bacco, le figlie
di Cadmo, si slanciarono: avevano
i piedi veloci non meno
di colombe quando si protesero nella corsa: la madre
Agave e quelle che avevano il suo stesso sangue e tutte
le baccanti, attraversato
il corso d’acqua sul fondo valle, balzavano
sui dirupi rese furenti dall’influsso del dio.
Quando videro
il mio padrone seduto sull’albero, prima,
appostate davanti a lui su uno sperone
di roccia, lo colpirono
con pietre tirate a tutta forza, e gli scagliarono
addosso come lance i rami degli abeti,
altre scaraventavano per aria i tirsi contro Penteo,
miserevole bersaglio, ma non lo colpivano. Quello sventurato,
difatti, annientato
dallo sconforto, si trovava
al di là di dove poteva raggiungerlo la loro furia. Poi,
a forza di sconquassarle con rami di quercia
scalzavano le radici con quelle leve prive di ferro. Tuttavia
poiché tutte quelle fatiche non davano
nessun risultato, disse Agave. «Forza,
mettetevi tutt’intorno,
menadi, afferratevi
al tronco e così quell’animale
lassù in alto riusciremo a stanarlo,
perché non riveli
i canti segreti del dio. E quelle
con mille mani abbrancarono
l’abete e lo sradicarono dal suolo.
Tanto stava in alto, tanto dall’alto cadde e rovinò
bocconi a terra Penteo con lamenti infiniti; capiva
difatti quanto
l’estremo male gli fosse vicino.
Fu per prima la madre, ministra del dio, a dare inizio
all’assassinio
e lo aggredì; lui gettò via la benda che gli copriva
il capo perché Agave, sventurata, potesse
riconoscerlo e non lo uccidesse, la carezzò
su una guancia e le disse: «Credimi,
madre, sono io, tuo figlio, sono
Penteo, che tu hai messo al mondo nelle case di Echìone;
abbi pietà, madre e, seppure ho commesso
dei peccati, non uccidere tuo figlio».
Lei sputava bava schiumosa, distorceva
le pupille stravolte perché non era in sé,
priva di senno, era posseduta
da Bacco: Penteo
non riusciva a convincerla.
Lei gli afferra il braccio sinistro con le mani,
fa forza contro i fianchi di quel disgraziato,
gli strappa l’omero: non
con la sua forza; fu il dio
che aggiunse tanta destrezza alle sue mani. Ino
compiva sfracelli dall’altro lato
strappando le carni, Autonoe
gli si scagliava addosso con il resto
delle baccanti. Era tutto un insieme
di grida: l’uno
gemeva con quel poco
di vita che gli restava, le altre
ululavano. Una di loro
portava un braccio, un’altra
un piede, ancora con i calzari, le costole
erano messe a nudo dagli strazi; tutte,
con le mani insanguinate giocavano a palla con le carni
di Penteo. Giaceva
a pezzi il suo corpo, un pezzo
sotto le rocce aspre, un altro pezzo
in mezzo al fogliame della profonda selva, difficile
da trovare; il misero capo fu la madre
a prenderlo tra le mani, a conficcarlo
sulla punta di un tirso e, come fosse quello
di un leone montano, a portarselo
attraverso il Citerone
mentre le sorelle danzavano ancora con le altre menadi.
Lei, compiaciuta di quella caccia infausta, si dirige
qui dentro le mura e dichiara che suo compagno,
colui che l’ha aiutata nella caccia, è stato Bacco, glorioso
vincitore, davvero
trionfatore, sì, ma di lacrime.
Quanto a me, mi allontano dalla sciagura, prima
che Agave raggiunga queste case.


Quelle che, all’inizio dell’episodio, sembrano nient’altro che donne intente a lavori leggiadri (d’altro canto, la menade raffigurata nel bassorilievo del Prado appare come una aggraziata danzatrice), invasate dal dio e ricevuta da lui una forza che di per sé non potrebbero avere, si trasformano in furie. Penteo, raffigurazione concreta, vivente, del futuro di Tebe, viene fatto a pezzi. La madre dilania il corpo del figlio, il suo futuro personale, e ne conficca la testa sulla punta di un tirso. Così finiscono i baccanali: con lo strazio del futuro. «Come ci ha spiegato tanto tempo fa / Euripide».

Giu 112018
 

Come tutti sanno, per la tragedia di Romeo e Giulietta (1594-1595), William Shakespeare si è ispirato alla novella di Luigi Da Porto (1485-1529) Historia novellamente ritrovata dei due nobili amanti, con la loro pietosa morte intervenuta già nella città di Verona nel tempo del signor Bartolomeo della Scala.

In questa novella, scritta intorno al 1524, un’aria fosca regna sin dalle prime righe. Essa comincia infatti con la descrizione della «crudelissima nimistà [inimicizia]» che regnava tra le due famiglie dei Capelletti e dei Monticoli (poi sempre chiamati Montecchi). Nella tragedia di Shakespeare è tutto diverso. Dopo il Prologo che dà notizia dei tristi eventi che seguiranno, l’azione scenica vera e propria comincia con un dialogo tra due servitori attraverso il quale solo indirettamente veniamo informati dei contrasti tra Capuleti e Montecchi. Non si tratta affatto di un dialogo dal tono cupo e angosciato come l’argomento sembrerebbe richiedere.
Tutt’altro. Quello con il quale Shakespeare dà avvio a una delle più dolorose tragedie che egli abbia scritto è un dialogo comico, infarcito di battutacce, doppi sensi (che hanno da sempre messo in difficoltà i traduttori), volgarità: una buffonata che certamente, nel pubblico dell’epoca, in grado di capire al volo battute che oggi mettono in difficoltà persino gli anglofoni, doveva suscitare un’ilarità generalizzata. Per capire meglio e per ricordare questo dialogo a chi da un po’ di tempo non avesse letto o non avesse visto a teatro lo trascrivo qui sotto. L’originale si può leggere qui, in una pagina del bellissimo sito che contiene tutte le opere del drammaturgo inglese accuratamente commentate. La traduzione è mia.

William Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto I, Scena I
Traduzione di Michele Tortorici


Sansone – Ah, Gregorio, puoi star certo che a dire zozzerie non ci frega nessuno.
Gregorio – No, tant’è vero che inzozzare è il nostro mestiere.
Sansone – E se ci fanno zozzate, allora tiro fuori questa (indica la spada).
Gregorio – Fin che vivi, il naso zozzo te lo pulisci con le mani degli altri.
Sansone – Sì, ma se mi fanno incazzare, scatto io veloce con le mie mani.
Gregorio – Però non sei così veloce a farti provocare.
Sansone – Un cane della casa dei Montecchi, quello mi fa scattare.
Gregorio – Già, se ti provocano, scatti, ma chi ha coraggio sta fermo. Tra scattare e scappare la differenza è poca.
Sansone – Un cane di quella casa mi fa scattare a star fermo: uomo o donna dei Montecchi, se ne incontro uno, dalla parte del muro non mi sposto.
Gregorio – Oh, come si vede che sei delicato! Dalla parte del muro passa sempre il più delicato.
Sansone – Vero. Per questo le donne, che sono il massimo della delicatezza, vanno sempre spinte contro il muro. E per questo io caccio dal muro i servi dei Montecchi e ci ripasso le serve.
Gregorio – Qua i padroni se la vedono coi padroni e i servi coi servi.
Sansone – Per me è lo stesso. Mi comporterò comunque da prepotente. Combatterò con i loro uomini e sarò crudele con le loro donne: fino a levargli le teste.
Gregorio – Le teste? alle donne?
Sansone – Le teste alle donne. Ma certo: gli levo la veste. Non è questo che volevi sentirmi dire?
Gregorio – Sono loro che devono sentirlo per bene quando lo prendono.
Sansone – Oh, finché sono capace di stare in piedi, glielo faccio sentire. Lo sanno che sono un bel pezzo di carne.
Gregorio – Davvero? Una carpa? Ma no: se fossi un pesce tu saresti un baccalà. Dai, se hai un’arma, tirala fuori: arrivano due di casa Montecchi.
Sansone – Ho già sguainato la spada. Attacca tu che io ti vengo dietro.
Gregorio – Come? Ti giri indietro e scappi?
Sansone – Non aver paura per me.
Gregorio – Orca madosca, ho paura di te.
Sansone – Restiamo dalla parte della legge: lascia che comincino loro.
Gregorio – Quando gli passo davanti gli do un’occhiataccia e facciano quello che gli piace.
Sansone – Facciano quello di cui sono capaci, piuttosto. Mi mordo il pollice: è un modo di provocarli. Vediamo come la prendono.


Shakespeare, un genio nell’analisi dell’animo umano e delle azioni umane, sapeva benissimo che, sia negli accadimenti più banali sia in quelli di maggiore importanza, può capitare che una tragedia cominci con una pagliacciata.

 


Lug 292015
 

Lawrence Ferlinghetti non ha bisogno di presentazioni. Di lui ho parlato tempo fa in questo stesso blog per il sessantesimo anniversario della sua casa editrice City Lights (qui). Ma, oltre che per le sue eccezionali capacità di organizzatore culturale, Ferlinghetti merita di essere citato per la sua produzione poetica, che spesso è stata considerata una sua “seconda” attività, ma che si è via via rivelata, nel corso della sua lunga vita, una delle più ricche e interessanti degli ultimi sessant’anni.
Dei poeti della Beat Generation, Ferlinghetti può essere considerato il più “europeo”: se tutti quei poeti furono influenzati in particolare dalla letteratura francese dell’Otto e del Novecento (che conobbero direttamente perché quasi tutti vissero a lungo a Parigi), lui più degli altri ha avuto una conoscenza ampia della letteratura di tutto il Vecchio Continente e, anche in virtù di una perfetta padronanza della nostra lingua, ha potuto avere un contatto diretto con i grandi classici italiani da Dante a Pasolini, di entrambi i quali ha tradotto non poche pagine.

Non stupirà, dunque che nella poesia della quale do qui sotto la traduzione, Woodstock Confection, l’idea del fluire del ricordo si esprima con grande naturalezza nella metafora della «Madeleine» proustiana. Ma quello che conta, in questa poesia, è lo straordinario ritmo che, mentre l’autore viaggia «dritto per Woodstock», fa viaggiare anche il lettore, prima ancora che questi possa rendersene conto, verso la parola «poem», “poesia”, quella che conclude il testo. Il difficile della traduzione è consistito per me proprio nel tentativo di restituire in italiano un ritmo il cui rapido fluire corrispondesse a quello originale. Un tentativo, appunto, compiuto da un traduttore dilettante e, per questo, niente affatto in competizione con la traduzione che Massimo Bacigalupo fa di questa stessa poesia nel volume che cito qui sotto.
Nel viaggio che farà fianco a fianco con Ferlinghetti lungo i versi di Woodstock Confection, il lettore italiano troverà una sorpresa: il “cremino”, il gelato alla crema di vaniglia ricoperto di cioccolato e infilato su uno stecco, che noi pensavamo appartenere alla nostra tradizione dolciaria, è stato invece inventato da un danese, Christian Kent Nelson, negli Stati Uniti, ha preso il nome di “Eskimo Pie” e la sua fabbrica (da tempo chiusa – «boarded up» scrive Ferlinghetti nella poesia -, perché la produzione dell’Eskimo Pie è passata a una multinazionale dell’alimentazione) si trova nel nord del New Jersey. È dunque il momento di passare anche noi davanti a questa fabbrica «boarded up» e di ricordare, insieme a Lawrence Ferlinghetti, i “cremini” della nostra infanzia. Buona lettura.

Lawrence FerlinghettiWoodstock Confection
(da Il lume non spento, a c. di Massimo Bacigalupo, Novara, Interlinea, 2006)[1].


Cruising north in northern New Jersey
Headed for Woodstock
I pass the Eskimo Pie factory
Boarded up
But it’s a Madeleine for me
dipped in my memory
The remembrances come floding back
Frozen all those years!
An iceberg of Eskimo Pies
Now melting in my reverie
And those hot New York summers
Parkway Road Bronxville
Down by the railroad tracks
And the first bit of Eskimo Pie
On my lips at home
About to turn
Into a poem!


Traduzione di Michele Tortorici
Dolciumi di Woodstock


In viaggio verso nord nel nord del New Jersey
Dritto per Woodstock
supero la fabbrica dell’Eskimo Pie
È sbarrata
Ma è una Madeleine per me
Inzuppata nella mia memoria
I ricordi tornano a torrenti
Ghiacciati per tanti di quegli anni!
Un iceberg di Eskimo Pie
Che si fonde ora nella mia visione
E quelle roventi estati a New York
Parkway Road, Bronxville
Lungo il tracciato dei binari
E il primo boccone di Eskimo Pie
Sulle mie labbra a casa
Pronto a mutarsi
In una poesia.


 


[1] Il volume curato da Massimo Bacigalupo, è una antologia di poesie scritte da Lawrence Ferlinghetti tra il 2000 e il 2005 realizzata dalle edizioni Interlinea in occasione della consegna al poeta americano del premio LericiPea 2006 per l’opera poetica. Per questo il titolo originale è in italiano.

Giu 132014
 

Mezzo secolo fa, nel mese di giugno del 1964, la casa editrice City Lights – quella di Lawrence Ferlinghetti (della quale parlo qui) –, pubblicava come numero diciannove dei Pocket Poets la raccolta di poesie di Frank O’ Hara Lunch Poems (si può tradurre Poesie per il pranzo, Poesie da consumare a pranzo, probabilmente con il senso di un’espressione come ‘lunch meat’, la ‘carne pronta per il pranzo’ o anche la ‘carne in scatola’). In Italia tre sue poesie sarebbero uscite poco dopo, nel novembre di quello stesso anno, nella raccolta curata da Fernanda Pivano Poesia degli ultimi americani, con la traduzione di Giulio Saponaro. Ma nessuno ci fece caso e confesso che anche io, ragazzo di diciott’anni, dopo aver divorato il volume della Pivano, non ricordavo certo, tra i nomi dei poeti che più mi avevano colpito, quello di O’ Hara. Ma quando, più di trent’anni dopo, nel 1998, sono usciti in Italia i suoi Lunch Poems (a cura e con la traduzione di Paolo Fabrizio Iacuzzi, Mondadori, Oscar Poesia del Novecento), allora sì questo poeta mi ha colpito con la sua straordinaria capacità di seguire con i suoi versi una percezione al tempo stesso leggera e profondissima della realtà.

La realtà è quella delle vie di Manhattan che percorre in su e in giù, dei dipinti dei grandi pittori informali di quegli anni che vede lì, al Moma dove lavora, dei libri che legge e che, anzi, sono il suo cuore, un cuore che può facilmente portare «in tasca» e, infine della musica che ascolta nei locali tra quelle stesse vie di Manhattan e Brooklyn. Già, la musica. Quella realtà, così come nelle voci dei cantanti o negli strumenti dei jazzisti a lui cari, prende anche nei suoi versi forma di musica: una musica che dà l’impressione di essere quella dei pianisti blues che accompagnavano, quando Frank era bambino, i film muti; musica, al tempo stesso, d’atmosfera e d’improvvisazione, basata su un soggetto e liberissima di interpretarlo (o anche di andarsene per conto suo).
La realtà non è dunque “rappresentata” da Frank O’ Hara, ma – come ho scritto prima – “seguita”, con una disponibilità totale alla sorpresa come al disincanto. Frank lavora come un investigatore abituato ai pedinamenti che sa di potersi aspettare di tutto. La realtà, di per sé, lo rassicura: è lì; si tratta solo di andarle dietro, di seguire il suo ritmo.
Nella poesia che segue, Yesterday Down at The Canal, Frank O’ Hara va dietro ai pensieri che gli ha suscitato l’osservazione, in sé banale, di qualcuno che stava con lui al «giù al canale». Ne nasce quasi un monologo interiore, un “flusso di coscienza” (d’altro canto, dov’è il canale? dove c’è acqua se non nello scorrere delle parole di questa poesia?). Ma niente paura: non comincia un “gran romanzo” né russo né irlandese; la leggerezza è sempre lì, nella penna di O’ Hara e ci conduce fino al punto nel quale il poeta manda al diavolo tante «stronzate» su come si vive e su come si può morire.
Una nota sulla traduzione. Dal punto di vista della corrispondenza tra ritmo e realtà, la traduzione che di Lunch Poems ha fatto Paolo Fabrizio Iacuzzi è eccellente. Se ho deciso, in questo mio blog, di dare una nuova traduzione di tre poesie, A Step Away from Them (qui), The Day Lady Died (qui) e quella che segue, non è dunque perché io pensi di poter fare una versione migliore, ma perché sono convinto che la traduzione poetica sia un modo, il più bello, per conoscere davvero un poeta che ha scritto in un’altra lingua e anche, quando si può (quando cioè si conosce quella lingua), per dimostrargli il proprio amore attraverso un suono che corrisponda al suo suono. Anche quando quel poeta non c’è più, anzi proprio allora. Anche cinquant’anni dopo che una poesia è stata composta, anzi proprio allora.
Il tempo invidia i poeti.

Frank O’ Hara, Yesterday down at The Canal (da Lunch Poems, 1964)


You say that everything is very simple and interesting
it makes me feel very wistful, like reading a great Russian novel does
I am terribly bored
sometimes it is like seeing a bad movie
other days, more often, it’s like having an acute disease of the kidney
god knows it has nothing to do with the heart
nothing to do with people more interesting than myself
yak yak
that’s an amusing thought
how can anyone be more amusing than oneself
how can anyone fail to be
can i borrow your forty-five
I only need one bullet preferably silver
if you can’t be interesting at least you can be a legend
(but I hate all that crap)
1961


Traduzione di Michele Tortorici
Ieri giù al canale


Tutto è molto semplice e interessante, dici
questo mi fa venire malinconia, come quando leggo uno di quei gran romanzi russi
mi annoio da morire
certe volte volte è come vedere un cattivo film
altri giorni, più spesso, è come avere un rene che ti fa male forte
dio sa che non ha nulla a che fare con il cuore
nulla a che fare con quelli che sono più interessanti di me
ha ha
questo pensiero è divertente
come si può essere più divertenti di se stessi
come si può non riuscirci
posso prendere in prestito la tua quarantacinque
mi serve solo un proiettile, meglio se d’argento
se non puoi essere interessante almeno puoi essere una leggenda
(ma io odio tutte quelle stronzate)
1961


Apr 052013
 

Mary Jo Salter (n. 1954), originaria del Michigan ma cresciuta a Detroit e Baltimora, ha la straordinaria capacità di passare facilmente dai temi legati alla sua conoscenza diretta di molti paesi, in particolare europei, ad argomenti che appartengono alla più schietta, e talvolta confidenziale, quotidianità domestica.

La poesia della quale propongo la traduzione, Video Blues (qui il testo originale), rientra con tutta evidenza tra questi argomenti. In essa il linguaggio generalmente leggero che caratterizza lo stile di Mary Jo Salter trova equilibrio e misura proprio nell’avvicinarsi a un campo di esperienza solo apparentemente ristretto, ma che in realtà si rivela un mondo complesso e vivace, osservato sempre con consapevolezza e umana comprensione. Da qui una felicità di tono che avvicina questi versi ai migliori esempi della poesia americana dell’ultimo mezzo secolo.

In particolare, Video Blues, come suggerisce il titolo (che lascio senza traduzione perché è abbastanza perspicuo di per sé), valorizza questa felicità di tono con il ritmo e le rime propri di una ballata. La poetessa crea così un’atmosfera nella quale, da una parte, viene voglia di cantare i suoi versi con il sorriso sulle labbra mentre, dall’altra, si capisce bene che la storia raccontata è quella di una ricorrente frustrazione: il rapporto tra l’autore e il lettore si arricchisce in questo modo di un ammiccamento, diventa intesa, arriva alla complicità.

Nella traduzione italiana ho cercato di mantenere la leggerezza e la scioltezza del linguaggio. Per farlo mi sono preso alcune – piccole, per il vero – libertà. Per esempio, nella seconda strofa, ho eliminato nel secondo verso “da ripetere” (nella traduzione di too long to repeat), anche tenuto conto del fatto che in italiano è superfluo; invece che “Ragazzo”, al v. 13, ho tradotto “Dai” che in italiano scorre di più in fine di verso e che ha, in sostanza, lo stesso senso. Poiché tuttavia non volevo stravolgere il testo originale, ho omesso l’uso delle rime. Ho tuttavia mantenuto sempre in fine di verso, puntando sull’effetto di parole-rima, sia “Myrna Loy” sia l’espressione “mandar giù” con la quale traduco il non facile (in questo caso) “enjoy” dell’originale.

Mary Jo Salter, Video Blues
Traduzione di Michele Tortorici


Mio marito ha una cotta per Myrna Loy
e gli piace affittare i suoi film per spassarsela.
Certe sere è proprio dura da mandar giù.

L’elenco delle attrici che potrebbero
averlo al loro servizio è troppo lungo.
(Mio marito ha una cotta per Myrna Loy

Carole Lombard, Pulette Goddard, la timida
Jean Arthur con quella voce secca come grano …)
Certe sere è proprio dura da mandar giù.

Lui svela tutto questo solo per dar fastidio
a una moglie fedele? So che non posso competere.
Mio marito ha una cotta per Myrna Loy.

E una donna non può avere il suo uomo dei sogni? Dai,
io non voglio dire che mi manchi qualcosa nella vita
ma qualche sera potrei davvero godermi

due ore con Cary Grant come con un gioco tutto mio.
Suppongo, tuttavia, che siamo desinati a non incontrarci.
Mio marito ha una cotta per Myrna Loy,
che certe sere è proprio dura da mandar giù.


Feb 072013
 

Ron Koertge (n. 1940) è uno scrittore dell’Illinois la cui fama è dovuta in particolare ai suoi libri per ragazzi, ma scrive anche romanzi di altro genere e poesie nelle quali la sua sensibilità – quella che gli fa avere con i ragazzi un intenso rapporto di condivisione e partecipazione – determina una straordinaria vicinanza alle cose e, tramite le cose, alle parole.

A descriverne il carattere basta questa citazione tratta dal suo sito:
Sometimes I walk into a classroom for a school visit and the students look at each other with a Who’s-the-old-guy? expression on their faces. I don’t blame them. It seems odd to me, too. If my readers are around fifteen, I’m about five times as old as they are.
[Qualche volta entro in una classe per un incontro scolastico e gli studenti si guardano l’un l’altro con un’espressione sulle loro facce che vuol dire: chi è quel vecchio individuo? Non li biasimo. Anche a me sembra strano. Se i miei lettori hanno all’incirca quindici anni, io ho un’età che è quasi cinque volte la loro.]

La poesia Burning the Book (recentissima, 2012: qui il testo originale) coglie cose e parole – verrebbe da dire – allo stato puro, come elementi incorrotti, anzi, come elementi che, per il loro stesso essere incorrotti, incontaminati, sono destinati a sublimare. È così con il libro la cui delicatezza lo fa spaginare e le cui pagine diventano fumo; ed è così per le parole, per i nomi di sentimenti che, con una straordinaria invenzione, egli legge sulle lingue dei ragazzi che guardano la neve a bocca aperta. Ron Koertge si accosta alla realtà del mondo in punta dei piedi, sì, ma nondimeno porta con sé tutti gli attrezzi che servono per scavarci dentro. E di questo scavo ci mostra, quasi con timidezza, i reperti preziosi.

Ron Koertge, Burning the Book
Traduzione di Michele Tortorici, Il libro bruciato


L’antologia di poesie d’amore che ho comprato
per pochi centesimi è, chissà perché, fragile
e si rovina quando la leggo.

Una per volta, butto le pagine sul fuoco
e guardo il fumo che sale
e se ne va.

Sono quasi all’indice quando sento
un brusio nella strada. I miei vicini
stanno a guardare la neve.

Mi metto il giaccone blu e li raggiungo.
I bambini sono in piedi con le bocche
aperte.

Posso vedere nomi – desiderio, estasi, beatitudine –
atterrare sulle loro lingue, poi sparire.


Gen 202013
 

Prima o poi doveva arrivare. Tradurre Emily Dickinson (1830-1886), anche soltanto una piccola poesia come quella che segue, è un po’ come scalare una montagna. Non si può arrivare senza l’equipaggiamento adeguato. Hanno provato a scalare questa montagna i grandi poeti italiani del secolo scorso e posso solo sperare che nessuno di coloro che leggono questa pagina faccia paragoni.
Devo dire che io ci arrivo dopo molto esercizio, dopo aver letto e riletto la poetessa americana e, insieme, tanta altra poesia americana dell’Otto e del Novecento e degli ultimi anni. Ho cercato di costruire di volta in volta un ritmo capace, senza poter ripetere quello originale, di farne sentire tuttavia un’eco. Ho cercato di interpretare (a volte di re-interpretare) mentre traducevo. Insomma, non sono uscito da quella ambiguità fra ‘tradurre’ e ‘tradire’ che costituisce da sempre l’essenza della traduzione poetica, altrimenti impossibile. Tutto questo è stato, mi sembra, sufficiente per le traduzioni che ho fatto fin qui. E per la grande Emily?

Anche in questi pochi versi ho cercato di fare tutto quello che ho appena scritto e con un impegno ancora più intenso. E propongo a tutti i miei lettori i frutti di questo lavoro, di questo mio amore per le parole: per le parole che scrivo e per quelle che scrivono o hanno scritto altri poeti nel corso del tempo, del lungo tempo della poesia. Non ho forse cominciato con Esiodo (qui e qui) il mio impegno di traduttore?

Questi versi di Emily Dickinson ci riportano a un modo bello di ricordare coloro che non ci sono più, anzi di rivedere coloro che non ci sono più, di rivederli vestiti come per una festa e, quasi, di chiamarli a festeggiare ancora. È un modo bello che tende a essere messo da parte per la dimenticanza della morte voluta dalla società dell’apparire o per una idea della morte legata alla sofferenza che sembra essere addirittura vantata da certo mondo cattolico. E invece, guardiamoli con la loro veste color carminio, guardiamoli com’erano nel loro splendore, e facciamo festa con loro. Un bel libro di Dacia Maraini, che ricorda i suoi cari scomparsi, si intitola, appunto, La grande festa. E contiene riflessioni straordinarie su questo passaggio della vita al tempo stesso così naturale e così difficile.

È evidente – ce lo dice la poetessa americana, ce lo aveva detto ancor prima Ugo Foscolo e lo stesso Foscolo lo aveva ripreso da Catullo – che non dobbiamo aspettarci la voce di chi non c’è più, la chiamata, la parola. Il giaciglio è «muto» in Emily Dickinson, il «cenere» è «muto» in Catullo e Foscolo. La parola dobbiamo mettercela noi: la conversazione con i morti, la «celeste […] / corrispondenza d’amorosi sensi» per la quale «si vive con l’amico estinto / e l’estinto con noi» (U. Foscolo, I Sepolcri) richiede che siamo noi prendere l’iniziativa. Ebbene prendiamola. And see!

Emily Dickinson, 15 (1858)
(numerazione dell’edizione a c. di R. W. Franklin, The Poems of Emily Dickinson, 3 voll., Cambridge, The Belknap Press of Harvard University Press, 1998)


She slept beneath a tree –
Remembered but by me.
I touched her Cradle mute –
She recognized the foot –
Put on her carmine suit
  And see!


Traduzione di Michele Tortorici


Lei dormiva sotto un albero –
Non c’ero che io a ricordarla.
Ho toccato il suo giaciglio muto –
Lei ha riconosciuto il passo –
Indossava la veste carminio
  Ed eccola!


Dic 152012
 

Dedico questa traduzione a mio figlio Mario e a Esra,
in occasione del loro matrimonio, che si celebra oggi

La poesia che dedico a Mario e a Esra è di Jane Hirshfield (1953), poetessa e scrittrice newyorchese piuttosto nota negli Stati Uniti ma poco in Italia. Il titolo è A Blessing for Wedding (qui l’originale): io l’ho tradotto con una piccola modifica nella quale si perde la dolce consonanza del titolo originale, ma si evita la orribile consonanza di “z” in una frase come Una benedizione per le nozze.

Rispetto a tanti altri componimenti per nozze dei quali la letteratura di tutto il mondo è piena (e quella italiana non fa eccezione, anzi presenta un capolavoro assoluto come Il gelsomino notturno di Giovanni Pascoli), mi sembra che questa di Jane Hirshfield sia particolarmente augurale. A tutta la vita, alla vita che scorre come ogni altro giorno, con le sue piante e con i suoi animali, con chi muore e con chi nasce, viene affidato il compito, in questo giorno particolare (la cui importanza è sottolineata dalla ossessiva figura retorica dell’anafora basata su «today») di benedire le nozze, il giuramento che attraverserà il tempo nelle parole e nel silenzio.
Questa benedizione viene data in modo sommesso e, al tempo stesso, con forza addirittura «feroce». Una straordinaria chiamata a raccolta di tutto ciò che ci circonda perché, con il benedirla, possegga la coppia che si forma in tutti i giorni che verranno.

Jane Hirshfield, Siano benedette queste nozze
Traduzione di Michele Tortorici


Oggi che i frutti dei cachi sono maturi
Oggi che i volpacchiotti vengono fuori dalle loro tane nella neve
Oggi che dalle uova maculate si liberano gli scriccioli e cantano
Oggi che gli aceri fanno cadere le loro foglie rosse
Oggi che le finestre mantengono la loro promessa di aprirsi
Oggi che il fuoco mantiene la sua promessa di riscaldare
Oggi che qualcuno che voi amate è morto
o qualcuno che voi non avete mai incontrato è morto
Oggi che qualcuno che voi amate è nato
o qualcuno che voi non avete mai incontrato è nato
Oggi che la pioggia precipita fino all’impazienza delle radici aride
Oggi che la luce delle stelle si piega verso i tetti di chi ha fame ed è stanco
Oggi che qualcuno se ne sta dentro la sua ultima pena
Oggi che qualcuno entra nel calore del suo primo abbraccio
Oggi, lasciate che questa luce vi benedica
Con questi amici lasciate che vi benedica
Con la fragranza della neve e della lavanda lasciate che vi benedica
Lasciate che il giuramento di questo giorno si mantenga sfrenatamente e interamente
Attraverso le parole e attraverso il silenzio vi sorprenda entrando nelle vostre orecchie
Nel sonno e nella veglia si dispieghi entrando nei vostri occhi
Lasciate che la sua forza feroce e la sua tenerezza vi posseggano
Lasciate che la sua immensità si manifesti in tutti i vostri giorni.


Siano benedette queste nozze, cari ragazzi!

Ott 312012
 

Karin Gottshall, poetessa americana nata nel 1970, cresciuta nel Michigan, oggi insegnante al College di Middlebury, nel Vermont, ha esordito nel 2007 con la raccolta di versi Crocus (Fordham University Press).

Le sue poesie trasformano spesso in evento ciò che accade nella quotidianità. Ma senza esagerazioni, senza troppi punti esclamativi, insomma. Il testo del quale trascrivo qui sotto la mia traduzione, Un po’ di bugie (More lies, “New Ohio Review”, N° 8, 2010: qui l’originale), è un bellissimo esempio di questo carattere della poesia di Karin Gottshall.
Bellissimo, sì, lasciatemi usare questo aggettivo che tanti critici pensano di poter trascurare quando parlano di poesia e che invece è essenziale. L’evento, in questi pochi versi, diventa addirittura magico. L’invenzione e la realtà chiacchierano tra loro sedute allo stesso tavolino di un bar nel quale, da un momento all’altro, potremmo entrare anche noi che leggiamo. Una straordinaria capacità di partecipare allo scorrere del mondo, allo scorrere di ciò che passa nel mondo: questa è la virtù di Karin Gottshall che la poesia Un po’ di bugie mette in assoluto rilievo. Ed è una virtù, al tempo stesso, leggera e penetrante, come lo sguardo di chi vuole capire la vita, oltre che vederla passare.
Dedico questa traduzione alla memoria di mia sorella Cati, che ci ha lasciati poco più di dieci anni fa, ma non ha lasciato il mio ricordo e il mio cuore.

Karin Gottshall, Un po’ di bugie
Traduzione di Michele Tortorici


Qualche volta dico che vado a incontrare mia sorella al caffè
– anche se non ho sorelle – solo perché è una cosa
tanto bella da dire. Ho sempre pensato così, fin da quando

ho letto un romanzo in cui due sorelle si incontravano ogni volta
nei caffè. Oggi, per esempio, sono andata a spasso da sola
sul marciapiede bagnato, indossavo i miei stivali da pioggia e mi aspettavo

che qualcuno potesse chiedermi dove fossi diretta. Ho comprato
un blocco steno e una batteria da orologio, le vetrine
erano appannate. La pioggia in aprile è una specie di promessa e non costa

niente. Mi sono portata una sporta piena di libri al caffè e ho ordinato
del tè. Mi piacciono i posti con la luce delle lampade. Mi piacciono i posti
dove puoi ascoltare la gente che parla di piccole cose,

come la differenza tra azzurro e ceruleo,
e il prezzo dei tulipani. Scende. Ho osservato
una che potrebbe essere mia sorella: entra e si scuote la pioggia

dai capelli. Ho pensato, magari proprio adesso i fiorai stanno mettendo
in fresco i tulipani, cinque dollari al mazzo. Tutto in giro
per la città ci sono sorelle. Una qualsiasi di loro potrebbe essere la mia.


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