Lug 152012
 

Nata a New York nel 1932, ma vissuta poi quasi sempre a Potomac, nei pressi di Washington D.C., Linda Pastan ha cominciato a pubblicare le sue poesie piuttosto tardi. La sua prima raccolta, A Perfect Circle of Sun, è del 1971. La poesia Gone Missing, della quale do qui sotto la traduzione, è tratta dalla raccolta The Last Uncle: Poems, pubblicata nel 2002.

Questa poetessa esce un po’ fuori dalle correnti più conosciute della grande poesia americana degli ultimi sessant’anni. Uno dei temi che lei affronta più volentieri – e che è invece quasi totalmente assente nei poeti della Beat generation o in quelli della East Cost a lei contemporanei – è quello della famiglia. Gone Missing (qui il testo originale), dedicata al distacco dei figli, rappresenta bene il modo in cui Linda Pastan affronta questo argomento: senza fronzoli, senza sentimentalismi, con una lucida coscienza dei rapporti umani che si stabiliscono nell’ambito familiare.
Tutto è rappresentato con immagini apparentemente banali, ma che invece lasciano il segno, e con un ritmo tagliente di straordinaria efficacia che ho cercato di mantenere nella traduzione.
Un grazie di cuore a Danièle Robert per i consigli con i quali ha aiutato la mia traduzione di questo testo.

Linda Pastan, Gone missing (da The Last Uncle: Poems, 2002)
Traduzione di Michele Tortorici, Scomparso


Sul confine indistinto
tra senso
e insensatezza
un ragazzo fa un passo oltre
il limite del mondo
e si porta dietro un maglione
blu, un rasoio e
le tasche svuotate
delle cose che si lascia dietro
tutta la sicurezza. La notte

non si muove, l’unica luce
una falce di luna.
Lascia lo spazzolino da denti
le lettere disegnate del suo nome
e una visione, una foto precisa,
di ciò che noi temiamo più di tutto:
i nostri figli diletti liberati
a nostra insaputa o per caso
nel mondo meraviglioso
che non perdona.


Giu 042012
 

Nel mio recente intervento (che si può leggere qui) sulla poesia di Jack Kerouac Sept. 16, 1961, POEM, della quale ho dato la traduzione con il titolo Poesia del 16 settembre 1961, ho citato anche il romanzo più conosciuto di Kerouac, On the Road. Ho citato con precisa cognizione di causa – dato che l’avevo sotto gli occhi – la traduzione recente, opera di Michele Piumini, che riproduce Il “rotolo” del 1951, cioè il testo originale rimasto per tanti anni inedito (Jack Kerouac, On the Road. Il “rotolo” del 1951, Oscar Mondadori, 2010). Ho invece citato a memoria – poiché non ho più il volume che avevo letto alla fine degli anni Sessanta – la traduzione che ricordavo essere opera di Fernanda Pivano. Doppio errore: errore di presunzione, perché mi fido sempre troppo della mia memoria; e conseguente errore di citazione perché Fernanda Pivano ha sì curato la prefazione di quel volume (Jack Kerouac, Sulla strada, Oscar Mondadori, 1967: questo è il libro che io ho avuto in mano a suo tempo), ma non la traduzione, che è dovuta invece a Magda De Cristofaro.
Ad aiutarmi nella correzione di questo errore è stato proprio Michele Piumini, il più recente traduttore del romanzo di Kerouac, con una gentilissima email della quale l’ho ringraziato privatamente e lo ringrazio ora pubblicamente. Lo ringrazio perché la traduzione è sempre, quando è buona, una straordinaria opera letteraria ed è giusto attribuire i meriti di quest’opera a chi di dovere. In questo caso a Magda De Cristofaro. A proposito: la traduzione di Piumini merita davvero un salto in libreria.

Mag 212012
 

Jack Kerouac (1922-1969) è stato conosciuto in vita, più che per i suoi testi poetici, per i suoi romanzi, in particolare On the Road. Divenuto un testo cult della Beat generation e venduto in più di tre milioni di copie in tutto il mondo, questo romanzo fu scritto nel 1951, ma fu pubblicato solo nel 1957, per problemi con il maccartismo imperante in quegli anni e, con la Prefazione di Fernanda Pivano, fu tradotto in italiano nel 1959 da Magda De Cristofaro con il titolo Sulla strada, [vd. qui la mia precisazione]. La prima edizione non censurata di On the Road, tuttavia, è stata pubblicata solo nel 2007 ed è stata tradotta in italiano da Michele Piumini solo nel 2010. A quasi mezzo secolo dalla sua scomparsa, attenuati i clamori di una biografia prima da ribelle, poi da alcolizzato, la rilettura dei versi di Jack Kerouac offre un universo di significati e una cifra stilistica che forse a suo tempo sono stati sottovalutati.

I versi di Sept. 16, 1961, POEM (Poesia del 16 settembre 1961) rappresentano una straordinaria, angosciata riflessione sui limiti di ciò che diviene (il «coming and going» ossessivamente richiamato nel testo della poesia) e sulla possibilità – o impossibilità? da qui l’angoscia – del paradiso. È il grande tema, anche questo forse non chiaramente percepito, dell’intera opera di Kerouac: come dimenticare che il personaggio principale di On the Road, l’alter ego dell’autore, si chiama, appunto, Sal Paradise? Ma qui, rispetto alla ridondanza della prosa di Kerouac, questo tema assume una stupefacente intensità. Un giorno, il 16 settembre del 1961, diventa il giorno nel quale si fanno i conti con il tempo, con la speranza, con la disperazione (che però non prevale mai), il giorno nel quale la vita si fa totalmente simbolo del divenire e chi vive aspetta che i suoi grandi interrogativi si sciolgano.

Questo bellissimo testo, pubblicato per la prima volta nel secondo numero (1962) della rivista di controinformazione culturale “The Outsider”, ha una storia singolare relativa all’espressione «chinese poetry» del v. 32. L’espressione è stata modificata (forse per il problema del riferimento alla Cina?) in vari modi da tutti gli editori della poesia. Quando, nel 1964, Fernanda Pivano la tradusse per l’antologia Poesia degli ultimi americani, utilizzò l’espressione «civilized poetry», Kerouac le scrisse chiedendole ragione del cambiamento e risultò che il testo di riferimento per la traduzione era stata proprio una copia di “The Outsider”, una rivista che veniva stampata a mano a partire da diversi originali. Fernanda Pivano cambiò la traduzione, ma ancora nell’ultima edizione (maggio 2011) di Poesia degli ultimi americani, il testo originale a fronte contiene la variante «civilized poetry» con evidente discrepanza rispetto alla traduzione «poesia cinese». La complessa storia di questo verso e dell’intera poesia è stata raccontata qui dal critico inglese e storico della Beat generation Dave Moore.

Sept. 16, 1961, POEM è apparsa con il testo che, a partire dal sedicesimo verso, scorre via via verso destra, come se, sotto ai primi quindici versi si aprisse un baratro. Il quindicesimo verso dice:«I suddenly realized all things just come and go». E da qui comincia la riflessione sul profondo abisso del divenire. È per questo che i versi sono disposti così? Neanche Dave Moore, nell’analisi che ho già citata, affronta questo problema. Ma a me piace pensare che sia proprio così. In ogni caso, questo, cioè il rispetto della grafica originale, è il motivo per il quale qui sotto non offro la trascrizione dei due testi, l’originale e la traduzione, ma due link a file pdf che ne rispettano meglio la grafica, soprattutto nel caso in cui qualcuno volesse farne il download (ciò che è possibile alla sola condizione di rispettare le regole di Creative Common Licence come indicato nella colonna qui a fianco.

Sept. 16, 1961, POEM

Poesia del 16 settembre 1961

 

Apr 082012
 

Di solito si celebra la Pasqua con poesie tradizionali. Oppure, più di recente, si è diffusa nel web a questo scopo una una poesia di Pascoli, Gesù, tratta dal Piccolo vangelo. Questa raccolta, rimasta incompiuta, fu pubblicata da Maria Pascoli, la sorella del poeta, nella prima edizione delle Poesie varie proprio un secolo fa, nel maggio del 1912, quindi poco più di un mese dopo la scomparsa di Giovanni, avvenuta il 6 aprile di quell’anno, sabato santo. Tornerò sul Piccolo vangelo (quest’anno è pur sempre il centenario della morte di questo grande poeta e, come ho appena ricordato, proprio della pubblicazione di questa singolare raccolta pascoliana), ma oggi voglio presentare un testo decisamente più originale, forse addirittura sconosciuto in Italia, di Jill Alexander Essbaum.

Nata nel 1971 a Bay City (Texas), Jill Alexander Essbaum è una poetessa che unisce nei suoi versi una intensa carica di erotismo e una forte – a volte si direbbe lancinante – tensione religiosa. Easter (Pasqua), la poesia che voglio presentare oggi (qui il testo originale), pubblicata nel fascicolo di gennaio 2011 del “Poetry Magazine”, è uno straordinario esempio di come questa duplicità di ispirazione sia in realtà costituita da un’unica, alacre volontà di confrontarsi con l’assoluto. La stanza di Jill Alexander Essbaum, la stanza che la chiude e la fa sentire sola, non è serrata da una porta qualsiasi, ma dalla stessa lastra di marmo caduta giù dalla tomba dalla quale Cristo è risorto.
Si tratta di un’immagine potente e sconvolgente. Ma anche di un modo severo, anzi inflessibile, di dichiarare la propria umanità, una umanità che, mentre – e proprio perché – aspira all’assoluto, si trova a fare i conti con le proprie porte chiuse: nel caso della nostra poetessa, con una capacità di amare e di essere amata che finisce nel momento stesso in cui si realizza.

Jill Alexander Essbaum, Easter
Traduzione di Michele Tortorici, Pasqua


è la mia stagione
di sconfitta.

Anche se tutto
è verde

e la morte
è trascorsa,

mi sento sola.
Come se la pietra

rotolata giù
dal vertice

della tomba
si fosse incassata

nel telaio della porta
della mia stanza,

e chiunque
io abbia mai amato

viva felicemente
soltanto dopo

che io ho potuto averlo.
E ogni volta

che Gesù risorge
mi viene in mente

questo marmo
infatti:

nessuno di loro
torna indietro.


Feb 062012
 

Ho presentato qualche tempo fa la traduzione di una poesia di Frank O’ Hara, A Step Away from Them, appartenente alla raccolta Lunch Poems. Nella stessa raccolta si trova una delle poesie più belle di questo poeta e, forse, una delle più belle di tutta la produzione poetica americana del Novecento. È la poesia The Day Lady Died (qui il testo originale), dedicata al 17 luglio del 1959, giorno della morte di Lady Day. Con questo nome veniva chiamata la grande cantante blues Billie Holiday (1915-1959: qui a fianco nella foto), amatissima dagli intellettuali newyorkesi di quegli anni e, in particolare, dal gruppo di poeti e scrittori noto come la “Scuola di New York”.

Come la poesia che ho già tradotto, anche questa ha una eccezionale “leggerezza” sia nel seguire lo scorrere del tempo sia nell’inserire in questo scorrere, come due sorelle indivisibili, la vita e la morte.
Manhattan è lo straordinario ambiente nel quale tutto questo avviene: le sue strade, le sue librerie, le sue rivendite di alcolici, i suoi tabaccai. E, infine, i suoi locali: spesso, allora come oggi, apparentemente piccoli bar. Ma, se entri, senti subito che la musica di un pianista o di una piccola band è di alto livello e magari riconosci un volto o una voce nota che ti aspetteresti di trovare solo in rinomati teatri di Broadway. La Bowery, la zona di Manhattan che si estende a fianco di Bowery street, è piena di questi locali e Frank O’ Hara ne era uno dei più assidui frequentatori.

Frank O’Hara, The Day Lady Died
Traduzione di Michele Tortorici, È morta lady Day[1]


Sono le dodici e venti a New York un venerdì
tre giorni dopo il giorno della Bastiglia, sicuro
è il Cinquantanove e vado in cerca di un lustrascarpe
perché parto alle quattro e diciannove, a Easthampton
arriverò alle sette e quindici e dopo subito a cena
e non so se qualcuno mi farà da mangiare

cammino su per la strada dove l’afa comincia a farsi sentire
e prendo un hamburger e un frappè e compro
quell’odioso del New World Writing, così vedo che fanno
in questi giorni i poeti del Ghana
                         vado in banca
e miss Stillwagon (l’ho saputo anch’io che di nome fa Linda)
per una volta nella vita non si mette a guardare il mio saldo
e da Golden Griffin prendo un piccolo Verlaine
per Patsy [2], illustrazioni di Bonnard, ma non mi
dispiacerebbe Esiodo, trad. di Richmond Lattimore o
la nuova commedia di Brendan Behan [3] o Le balcon o Les Nègres
di Genet, ma non li prendo, rimango con Verlaine
finché vado a dormire, praticamente, con irresolutezza

e per Mike faccio due passi al negozio di liquori
di Park Lane e chiedo una bottiglia di Strega
poi me ne torno per dove ero venuto fino alla Sesta Avenue
e al tabaccaio dello Ziegfield Theater e
come niente fosse chiedo una stecca di Gauloises e una stecca
di Picayunes, e una copia del New York Post dove c’è il viso di lei
e da quel momento sono pieno di sudore e penso che
me ne stavo appoggiato alla porta del cesso, al 5 spot [4],
mentre lei sussurrava una canzone a Mal Waldron [5] accosto
alla tastiera e tutti, me compreso, smettevamo di respirare.


 


[1] Il gioco di parole del titolo originale è intraducibile
[2] Patsy Southgate (1928-1998), scrittrice e traduttrice, molto vicina al gruppo di poeti della “Scuola di New York”
[3] Brendan Behan (1923-1964), poeta, romanziere e scrittore teatrale irlandese, attivista repubblicano, molto rappresentato a Broadway proprio in quel periodo
[4] Mitico bar cabaret al numero 5 di Cooper Square, sul lato sud di Bowery street. Dal 1956 vi si esibirono i maggiori artisti del jazz e del blues
[5] Mal Waldron (1925-1902), pianista newyorkese, accompagnò regolarmente Billie Holiday dal 1957 fino alla morte della cantante

Gen 012012
 

Frank O’ Hara (1926-1966) è un poeta vissuto troppo poco. È stato un artista multiforme, amante della musica ed esperto di arti visuali, tanto da essere curatore delle sezioni di Pittura e Scultura del Museum of Modern Art di New York. A questa città ha dedicato molti dei suoi versi, tra i quali questa poesia, A Step Away from Them (qui il testo originale), della quale offro una nuova traduzione. La poesia è già stata egregiamente tradotta da Paolo Fabrizio Iacuzzi nel volume Frank O’ Hara, Lunch Poems, edito negli Oscar Mondadori nel 1998. Sui marciapiedi di Manhattan (non bisogna dimenticare che O’ Hara lavorava al Moma, sulla 53th, a due passi dalla 5th Avenue) la vita che passa all’ora della pausa pranzo si incontra – come per caso, ma non per caso – con ricordi di amici da poco scomparsi, ma soprattutto con il cuore che il poeta si porta in tasca: perché si tratta, semplicemente, di un libro di poesie. Buona lettura e buon anno.

Frank O’Hara, A un passo da loro (da: Lunch poems, 1964)


È la mia pausa pranzo, così vado
a spasso in mezzo ai taxi dai colori
ronzanti [1]. Prima, scendo lungo il marciapiede
dove i manovali riempiono di sandwich
e Coca cola i loro torsi sporchi
e unti e hanno gli elmetti gialli
in testa. Li proteggono dai mattoni
che cadono, suppongo. Poi lungo la
Avenue dove le gonne fanno mulinello
sui tacchi e si sollevano al passare sopra
le grate. Il sole è caldo, ma i
taxi rimescolano l’aria. Io guardo
gli orologi a prezzi scontati. Ci
sono gatti che giocano nella segatura.
                            Su
verso Times Square dove il cartellone
luminoso soffia il fumo sulla mia testa e più in alto
cola una cascata di luce. Un
negro sta in un portone e muove uno
stuzzicadenti svogliatamente su e giù.
Da una fila una ragazza bionda gli fa l’occhiolino: lui
sorride e si gratta il mento. Tutto
all’improvviso è un clacson che suona: sono le dodici e quaranta di
un giovedì.
        I neon alla luce del giorno sono
proprio una delizia, come potrebbe scrivere
Edwin Denby [2], e così le lampadine alla luce del giorno.
Mi fermo per un cheeseburger al Jiuliet’s
corner. Giulietta Masina, moglie di
Federico Fellini, è bell’attrice [3].
E frappè di cioccolato. Una signora
in volpe in una giornata come questa fa salire il barboncino
su un taxi.
       Ci sono tanti Porto
Ricani sull’Avenue oggi e questo
la rende bella e calda. Prima
è morta Bunny [4], poi John Latouche [5],
poi Jackson Pollock [6]. Ma la
terra è piena, come lo era la vita, di loro?
E uno ha mangiato e uno va a spasso,
supera le edicole con le riviste di nudi
e i manifesti della corrida e
il Manhattan Storage Warehouse [7],
che presto butteranno giù. Io
pensavo sempre che ci avrebbero fatto l’Armory
Show [8] là.
         Un bicchiere di succo di papaya
e di nuovo al lavoro. Il cuore me lo porto in
tasca, è il libro di Poesie di Pierre Reverdy [9].


.
[1] Taxi … ronzio: traduco così la bellissima e intraducibile espressione “hum-colored / cabs”. Hum è il ‘ronzio’ e i taxi newyorkesi hanno appunto il colore, giallo e nero, delle api ronzanti.
[2] Edwin Denby, (1903-1983), poeta e critico che frequentava a New York la cerchia di artisti della quale faceva parte Frank O’ Hara.
[3] In italiano nel testo originale.
[4] Violet R. “Bunny” Lang (1924-1956), attrice, scrittrice, poetessa, animatrice del Poets’ Theater di Cambridge nel Massachusets.
[5] John Latouche (1914-1956), musicista e scrittore (in particolare librettista) molto popolare a New York negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento.
[6] Jackson Pollock (1912-1956), pittore, reso famoso dal suo stile detto “action painting” che ha influenzato per decenni l’arte americana ed europea.
[7] Manhattan Storage Warehouse, storica costruzione sulla Quarantaduesima strada, effettivamente abbattuto pochi anni dopo.
[8] Armory Show, titolo attribuito alla mitica mostra d’arte tenuta nel 1913 nel deposito di armi del 69° Reggimento a New York. In quella mostra furono presentate circa 1300 opere delle avanguardie europee che per la prima volta vennero conosciute oltre Atlantico. Dopo quella data ci furono negli Stati Uniti alcune mostre simili, anche se meno importanti, che mantennero comunque il nome di Armory Show.
[9] Pierre Reverdy (1889-1960), poeta francese amato dai surrealisti e dai cubisti, ritratto da Modigliani, molto noto negli Stati Uniti dove però solo nel 1969 uscì una antologia delle sue poesie tradotte.

Ott 022011
 

Ralph Waldo Emerson (Boston, 1803 – Concord, 1882) è un filosofo e scrittore americano, oggi molto rivalutato, che ha attraversato l’intero xix secolo con la sua vita e le sue opere. Tra queste, le poesie non rappresentano certo, nel complesso, la parte migliore. E tuttavia alcune riescono a raggiungere una straordinaria profondità di pensiero con una altrettanto straordinaria leggerezza di immagini: queste sono, dunque, grandi poesie.
La più nota, anche per una citazione che ne fa Harold Bloom nel volume The Art of Reading Poetry, è The Rhodora (Il Rododendro). L’ho letta qualche anno fa, ma ne sono rimasto particolarmente colpito quando l’ho riletta nel febbraio scorso, perché, nel frattempo, inaspettatamente e troppo precocemente, fiorivano nel mio giardino tre piante di rododendro. Così mi è venuta voglia di tradurla. Con il risultato che tutti potete leggere qui sotto.

Ralph Waldo Emerson, The Rhodora, On being asked, whence is the flower (Da Early Poems of Ralph Waldo Emerson. New York, Boston, Thomas Y. Crowell & Company, 1899, prima ed. 1847)


In May, when sea-winds pierced our solitudes,
I found the fresh Rhodora in the woods,
Spreading its leafless blooms in a damp nook,
To please the desert and the sluggish brook.
The purple petals fallen in the pool
Made the black water with their beauty gay;
Here might the red-bird come his plumes to cool,
And court the flower that cheapens his array.
Rhodora! if the sages ask thee why
This charm is wasted on the earth and sky,
Tell them, dear, that, if eyes were made for seeing,
Then beauty is its own excuse for Being;
Why thou wert there, O rival of the rose!
I never thought to ask; I never knew;
But in my simple ignorance suppose
The self-same power that brought me there, brought you.


Traduzione di Michele Tortorici, Il Rododendro
A chi mi ha chiesto da dove viene questo fiore


In maggio, quando i venti dal mare venivano
a trafiggere le nostre solitudini, trovavo
il rododendro che, appena sbocciato, nei boschi
sprigionava la nudità dei suoi fiori da un canto
umido per appagare di sé l’abbandono
di quel luogo e il corso lento
del ruscello. I petali viola caduti
nello stagno con il loro incanto facevano
allegra l’acqua torbida; qui sarebbe potuto venire
il cardinale rosso a rinfrescare
le sue piume e a corteggiare il fiore
che fa apparire così dimesso il suo vestito.
Rododendro! Quando i saggi ti domanderanno perché
questo fascino
è come buttato via sulla terra e nel cielo,
tu dirai loro, caro, che, se gli occhi
sono stati fatti per vedere, allora
la bellezza ha in sé la sua ragione
per Essere; perché eri là, tu, rivale
della rosa! Io non ho mai pensato
di chiederlo; io non l’ho mai saputo;
ma nella mia inettitudine immagino
che la stessa identica forza ha portato
qui me e ha portato anche te.


Mar 092011
 

Nel mio precedente intervento su questo tema ho cercato di spiegare perché ha senso porsi la domanda: “che cosa fa la poesia?” Vorrei aggiungere qui che ha senso, oltre che per il motivo intrinseco che ho già spiegato, anche per uno estrinseco, ma da non sottovalutare per le conseguenze che ne derivano. Questo secondo motivo consiste nel fatto che è praticamente impossibile rispondere a un’altra – purtroppo frequentissima – domanda: “che cosa è la poesia?”. Una domanda che viene posta a quasi tutti i poeti in quasi tutte le circostanze, dagli interventi del pubblico alla fine di una lettura alle interviste degli esperti.
È capitato anche a Franco Fortini di sentirsela porre in un’intervista Rai. E ha risposto come poteva, cioè in modo formale:


[…] si può dire che nel linguaggio umano c’è una funzione che tende a mettere in evidenza soprattutto, o almeno in modo particolare, il linguaggio stesso, ad attirare l’attenzione sulla forma della comunicazione. Ebbene questa è la funzione poetica.


Naturalmente Fortini precisa poi in che cosa consista esattamente questa funzione e introduce da par suo alcune importanti e nuove considerazioni. Ma resta – e non può non restare – sul piano formale. Perché la verità è che sarebbe assurdo chiedere a un falegname: “Scusi, che cos’è la falegnameria?”, cioè la sua specifica “arte del fare”, quando basterebbe chiedergli: “Scusi, ma lei, con la sua arte, che cosa fa?”. E poiché ποíησις è un fare, perché mai domandarsi che cosa è quel fare quando è tanto più semplice – e, come vedremo, più produttivo – domandarsi e domandare, appunto, che cosa fa.

Per rispondere a questa domanda (e non all’altra) sono risalito alle origini e ricorderete che ho cominciato a rileggere Esiodo, con quei suoi straordinari primi versi della Teogonia nei quali la leggerissima danza delle Muse ci parla con tutta evidenza della leggerezza della parola poetica. Leggiamo ora poco più di altri venti versi della Teogonia (si parla sempre delle Muse):


Andate via di là, dentro a una nebbia
densa camminavano insieme nella notte e lasciavano andare
la voce bellissima per levare inni
a Zeus splendido dell’egida e a Era, signora
argiva che va con calzari dorati,
e alla figlia di Zeus splendido dell’egida, Atena dagli occhi
luminosi d’azzurro e a Febo Apollo e ad Artemide che dardi
effonde e a Poseidone che possiede la terra e alla terra
causa sussulti e a Temi che dobbiamo onorare
e ad Afrodite dagli occhi
fulminanti e a Ebe dalla corona
d’oro e alla bella Dione
e a Leto, a Iapeto, a Crono dai mille raggiri,
a Eos, al grande Elio, a Selene lucente, a Gaia, al grande
Oceano, alla nera
Notte e alla sacra
stirpe di tutti coloro
che non hanno destino di morte e che sono in eterno.
Sono state loro che a Esiodo una volta
hanno insegnato come fare bei canti, mentre alle pendici
del divino Elicona portava
le pecore al pascolo. E a me prima di tutto
queste parole dissero
le dee, Muse dell’Olimpo, figlie di Zeus splendido dell’egida:
«Pastori, che vivete
nei campi e nell’avvilimento, nient’altro che stomaco, noi
sappiamo dire molte cose false che sono
simili a quelle vere, ma noi
sappiamo, quando lo vogliamo, cantare cose che il vero
disvelano».
Questo dissero le figlie del grande Zeus, dal parlare
compiuto e al posto del bastone mi offrirono un ramo
rigoglioso di alloro che avevano
appena raccolto, bellissimo; e mi ispirarono
il suono della parola che raccoglie
l’alito divino perché io celebrassi ciò che sarà e ciò che è stato
e mi ordinarono di levare inni alla stirpe
dei beati che sono in eterno,
ma cantare proprio loro per prime e per ultime, sempre.


In questi versi (9-34) Esiodo ci fa capire altre cose che si aggiungono – ma non tolgono nulla – a quell’immagine di leggerezza che ci ha così colpiti nei primi otto versi. E sono tutte cose che riguardano il “che cosa fa” la parola poetica.
In primo luogo, “nomina”, cioè conferisce un nome. Nel dire delle Muse, la parola poetica, senza cessare di essere leggera, ha tuttavia la forza di aggiungere un nome al nome degli dei. Questo nome che si aggiunge designa gli dei più del loro stesso nome proprio. È il modo attraverso il quale gli dei vengono, più ancora che ri-definiti, ri-creati, creati in modo che possano essere riconoscibili dagli uomini non come loro creatori, ma come loro creature. Ventisette secoli dopo anche Pascoli riconoscerà al poeta-fanciullino questa capacità di nominare: senza lui, cioè senza il fanciullino, «non solo non vedremmo tante cose a cui non badiamo per solito, ma non potremmo nemmeno pensarle e ridirle, perché egli è l’Adamo che mette il nome a tutto ciò che vede e sente». «Mette il nome», e dunque ri-crea con la parola, rubando il mestiere a Dio, se così è permesso dire.
In secondo luogo, la parola poetica trasforma chi la dice. Non importa chi egli sia. Nel momento in cui sostituisce al proprio bastone (il fare quotidiano, il fare che serve per vivere) l’alloro (il fare attraverso la parola, che non ha utilità immediata), l’uomo diventa poeta e il suo compito, il compito che lo identifica, diventa far sentire la sua «αὐδήν», il suono della voce, il suono della parola.
Infine – e qui entriamo nel vivo della questione che ci siamo posta – questo suono esprime per Esiodo un rapporto con l’assoluto, «raccoglie / l’alito divino» e conferisce per questo al poeta la capacità di celebrare «ciò che sarà e ciò che è stato».

Che cosa fa dunque, per Esiodo, la poesia? Fa – questo è il senso dei versi che abbiamo letto – qualcosa di molto simile a quello che fa la filosofia. Fa il “disvelamento” del vero riguardo a «ciò che sarà e ciò che è stato» cioè alle esperienze umane – e dunque necessariamente temporali – dell’essere. Ma, allora, che differenza c’è tra ποíησις, ed ἐπιστήμη, tra il fare del poeta e il fare del sapiente (ἐπιστήμων) ? Fanno la stessa cosa?
No. Il ποιητής fa il disvelamento del vero attraverso il racconto del mito, o meglio, attraverso il suo entrare nel mito, attraverso il suo confondersi con il mito; l’ἐπιστήμων, il φιλόσοφος, è colui che ama contemplare la verità nella φύσις (la natura, concepita come essere originario dell’universo, come l’insieme di ciò che è) e, per far questo, verifica l’alterità della φύσις rispetto a lui. Entrambi, come suggerisce Daniele Guastini (Prima dell’estetica. Poetica e filosofia nell’antichità, Roma-Bari, Laterza, 2003, p. 16) citando Aristotele, partono però da un’esperienza di θαύμα (meraviglia), di reazione di fronte a qualcosa che non si sa: «Chi prova un senso di dubbio o di meraviglia avverte di non sapere (per questo colui che ama il mito è in qualche modo filosofo: infatti il mito è composto da cose che destano meraviglia)».
C’è, insomma, alle origini del pensiero greco un legame forte tra il fare poetico e la ricerca di τὰ εόντα (ciò che è): il poeta è colui che fa il disvelamento di τὰ εόντα attraverso la sua capacità di confondersi con il mito e, quindi, di dire il mito con il suono della sua parola.

Di tutto questo dovremo ricordarci quando vedremo in che modo questa idea del fare poetico è potuta arrivare fino a noi.
Naturalmente, continua …

Feb 262011
 

In questo mio primo intervento su «Che cosa fa la poesia?» parto dalla importanza che si deve attribuire al significato originario della parola “poesia”: ποíησις è l’atto del fare, del creare. Naturalmente, non basta affatto affermare questa importanza: il problema nasce non appena cominciamo a pensare alle conseguenze di quel significato. Si ha un bel dire che ποíησις è fare: ma, allora, che cosa fa la poesia?
Una cosa è affermare che quel nome non è un caso. Ricordo di nuovo qui, per la loro chiarezza, le parole, che ho già citato a suo tempo (qui), di Franco Loi : «Perché i greci l’han chiamata ‘fare’? Potevano chiamarla composizione o elaborato o racconto ecc. Ma, come sappiamo da Socrate, le parole antiche sono le più vicine alla sostanza e al senso delle cose. La poesia agisce».
Altra cosa, e decisamente più difficile, è cercare di capire in che modo, concretamente, essa agisca. Che cosa fa?

Per rispondere a questa domanda ci vorranno molti di questi post; ma, come dico nella colonna qui a fianco, e come sa bene chi mi conosce, io non ho fretta. E voi?
Il primo passo che vorrei compiere parte da una serie di riflessioni che ho sviluppato di recente a proposito della poesia “detta”. Sono convinto infatti che il modo giusto per affrontare correttamente la questione che ho posto sia quello di partire dal fatto che l’origine della poesia occidentale come noi la conosciamo è “orale” e che la sua storia, anche quando è stata storia di testi scritti, è sempre rimasta connaturata, non alla lettura di parole scritte con qualsiasi tecnologia su un qualsiasi supporto, ma all’ascolto – magari, in tempi recenti, solo immaginato – del suono di quelle parole. Quando parlo di ciò che la poesia fa, io mi riferisco dunque a ciò che fa con il suono delle parole. Questo sarà evidente soprattutto a conclusione delle considerazioni che qui cominciano, ma sarà anche un filo rosso che mi guiderà e che di conseguenza anche i lettori dovranno cercare di non perdere.

Cominciamo dunque dalle origini.

Propongo una mia traduzione dei primi otto versi della Teogonia di Esiodo. Nella danza delle Muse, il poeta greco (vissuto tra la seconda metà dell’VIII e i primi decenni del VII secolo a.C.) crea una straordinaria rappresentazione della leggerezza della parola.


Cominciamo a cantare delle Muse che abitano
il monte grande e divino Elicona e che all’ombra
azzurra della fonte e all’altare
del potente figlio di Crono con delicati
piedi danzano. Bagnavano
i morbidi corpi nei fiumi
Permesso e Ippocrene e nel divino
Olmeio e riempivano di danze la cima
dell’Elicona: belle e desiderabili sui piedi
velocemente ondeggiavano.


Qualche verso più avanti, però, Esiodo ci insegna che, proprio con quella parola così leggera, la poesia può fare molto. Che cosa fa, dunque, Esiodo con la parola poetica? Ne riparleremo.

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