Che vergogna!

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Giu 252014
 

Un viaggio in treno da Roma a Fano

Tempo fa ero stato avvertito da un caro amico, il poeta e performer Giampaolo Roffi, di una bella mostra sulla poesia visiva a Fano (Belle parole: chiude sabato prossimo, ne parlerò presto su questo blog) e ieri mi sono messo in viaggio per andarla a vedere. Nel fare via internet i biglietti del treno mi ero subito accorto che non sarebbe stata una cosa tanto facile: all’orario buono per me non c’era né uno dei due intercity giornalieri né l’unico “frecciabianca”; solo “regionali veloci”. Niente di male, ho pensato, dato che non avevo nessuna fretta e che il “RV” delle 11.28 mi avrebbe portato comunque in meno di quattro ore a Falconara e da lì, con una coincidenza piuttosto sicura (quaranta minuti di scarto), sarei stato a Fano per le quattro e mezza: avrei avuto il tempo per una doccia, per un breve riposo, e per una tranquilla passeggiata a Palazzo Corbelli, dove, nelle sale della galleria “Carifano”, la mostra avrebbe aperto alle 18.30.

Pronti, via! Un primo problema si è presentato al momento in cui è apparso sul display luminoso della stazione Termini il numero del binario, 1ES, inutile abbreviazione di 1 EST, ma senza l’indicazione, che sarebbe stata invece utilissima, che il medesimo binario si trova esattamente a mezzo chilometro dalla stazione propriamente detta. Niente di male, ho pensato un’altra volta, dato che sono un buon camminatore e che, come sempre, ero in largo anticipo sull’orario di partenza. Difatti ho raggiunto perfettamente in tempo il mio “RV”, un trenino di due vagoni che dava l’impressione di essere abbandonato al sole in uno scenario desolato. Ma era solo un’impressione. Bastava salire e si capiva subito che quei due vagoncini non erano affatto abbandonati, erano anzi pieni, pienissimi e trovare un posto a sedere non è stato facile. Niente di male, ho pensato, una volta che mi sono seduto nel penultimo o terzultimo posto libero: il calore umano di tanti passeggeri ci avrebbe aiutati tutti a sopportare il freddo intenso prodotto, già prima della partenza, da un’aria più “sconsiderata” che “condizionata”.

Nel frattempo riflettevo sul nome di questi treni che una volta si chiamavano “accelerati” e ora “veloci”. Li chiamano così, mi domandavo, per esorcizzare, con questi riferimenti semantici alla rapidità, la loro lentezza? Oppure quei nomi li usano proprio per sottolineare quella lentezza persino con una punta di cattiveria, come certe volte fanno i ragazzi a scuola quando chiamano “occhio di lince” un loro compagno particolarmente miope? La seconda, forse.

Eh, va bene. Pronti, via! Il secondo problema che ho notato non viene di solito considerato tale: il treno è partito con circa dieci minuti di ritardo. Ma posso affermare con certezza che nessuno dei treni che ho preso da un anno a questa parte (mi sembra inutile risalire più indietro) è mai partito perfettamente in orario. È l’abitudine che non fa considerare un problema questi ritardi nella partenza. Sciatteria? Non lo so. Niente di male, ho pensato comunque, dato che c’è tutto il tempo per recuperare.

Solo venti minuti dopo ho cominciato a pensare che qualcosa di male dovesse esserci in quel viaggio. Forse l’ottimismo che avevo ripetutamente ostentato a me stesso era fuori luogo. Il treno, infatti, dopo la regolare fermata a Tiburtina, si era piantato come un albero in aperta campagna e non non si muoveva da un pezzo. Qualcosa di male deve proprio esserci, ho pensato. Ma che cosa? Come al solito, a lungo nessuna comunicazione è stata fatta ai viaggiatori. Infine, dopo più di un quarto d’ora, un sintetico avviso ci annunciava che la sosta del treno era “dovuta per motivi di precedenze”. L’unico scopo di questo avviso era farci capire che l’amore per la sintassi, qualora provato da chi aveva predisposto quel testo, non era comunque per niente corrisposto. Infatti non ci era stata detta la sola cosa che ci interessava, cioè quanto a lungo potevano durare quei “motivi di precedenze”. La risposta a questo interrogativo è venuta dai fatti: molto. La sosta è durata molto; abbastanza da fare accumulare al treno circa quaranta minuti di ritardo. Ahi, che male! Proprio i quaranta minuti di scarto della coincidenza che io consideravo sicura.

Pronti via! Di nuovo. La ripresa del movimento del treno, salutata da tutti con soddisfazione, ci ha portati in breve, via Orte, Nera Montoro, Narni, Terni e Spoleto, fino a Trevi dove un nuovo e, questa volta, inaspettato e indesiderato annuncio ci ha avvertito che chi viaggiava per Falconara doveva cambiare treno a Foligno. Questo non era assolutamente previsto. Dunque il panico. La metà di noi (io, da un po’ immerso nella lettura, ero compreso in questa metà) era convinta di trovarsi già a Foligno e si è precipitata verso le uscite, ma è tornata indietro come una molla dopo che i primi, una volta scesi sul marciapiedi della stazione, avevano letto la targa con il nome di Trevi e avevano fatto un non facile, ma comunque deciso e tumultuoso, dietro front. I viaggiatori stranieri, poiché tutti gli annunci venivano fatti rigorosamente solo in italiano (e in quell’italiano) seguivano il flusso dei più, ma, dopo il tira e molla al quale avevano assistito, si erano accasciati sui loro posti in attesa di una catastrofe sconosciuta, ma ritenuta imminente.

In queste condizioni di spirito e di fisico siamo arrivati a Foligno. Qui era davvero il momento di scendere, ma solo per noi che eravamo diretti a Falconara. Coloro che erano diretti a Perugia dovevano restare sul treno d’origine. Gli stranieri, dovunque fossero diretti, sono scesi e hanno preso l’altro treno, sempre con l’idea che seguire il flusso dei più fosse comunque la cosa migliore da fare. D’altro canto, tutti noi, anche quelli in possesso di un po’ di inglese, eravamo già abbastanza abbrutiti (lo confesso con personale imbarazzo e disagio) da fregarcene completamente della loro destinazione giusta o sbagliata.

Ancora una volta, pronti, via! Dopo il cambio imprevisto, il ritardo era salito a circa quarantacinque minuti. Ma nessuno ce lo ha detto. Sul nuovo convoglio, infatti, nessun annuncio. Niente di niente fino all’arrivo a Falconara. Sembrava che non ci fosse personale a bordo. Come ho fatto allora a sapere del ritardo? Nel trambusto, consultando freneticamente il mio tablet per capire se avevo altre possibilità di arrivare in tempo a Fano nel caso probabile in cui fosse saltata la mia coincidenza, mi sono accorto che una app (si chiamano così, non chiedetemi perché, i programmi per i tablet e gli smartphone), “Prontotreno”, aveva al suo interno una opzione, “Stato treno”, dalla quale – rete telefonica permettendo – si poteva seguire passo passo, o meglio, stazione dopo stazione, il passaggio del treno e il ritardo rispetto all’orario previsto. Un libro in una mano, il tablet nell’altra, e il gioco era fatto. Una serie di leggeri miglioramenti prontamente registrati dall’app, mi ha fatto sperare: il ritardo andava scendendo verso i trentacinque minuti.

Devo aggiungere qui, per dovere di cronaca, che il passaggio da un treno con dieci gradi circa di temperatura a quest’altro con almeno venticinque (aria condizionata rotta o scelta sadica?) aveva intanto fatto sgorgare in tutti noi piccoli e diffusi ruscelletti di sudore e forse in qualcuno, anche per il protrarsi del viaggio, l’esigenza di ruscelletti di altro e più escrementizio genere. Fatto sta che il treno non profumava davvero e, vicino alle toilettes scrupolosamente d’annata, puzzava in modo insopportabile. Io e gli altri che dovevamo prendere la coincidenza per Fano, tuttavia, eravamo talmente concentrati sul trascorrere del tempo e sul ritardo del treno che i nostri sensi, come accade in queste occasioni, erano attutiti, tanto che persino i meravigliosi luoghi attraversati non avevano suscitato in noi nessuna emozionata meraviglia, come invece avrebbero dovuto.
Finalmente, ecco, il treno rallenta in vista della stazione di Falconara e tutti ci precipitiamo verso l’uscita in anticipo perché siamo a pochi minuti dall’agognata coincidenza e non vogliamo perderla. Una ragazza, arrivata con il respiro affannato sulla piattaforma dell’uscita (vicina alla toilette), nel riprendere fiato, ha insufflato nei polmoni una zaffata della puzza terribile che lì aleggiava e ha cominciato ad avere violenti conati di vomito, finiti soltanto, senza ulteriori e più effusive conseguenze, all’apertura della porta da dove la ragazza stessa si è poi praticamente gettata a corpo morto sul marciapiedi della stazione con il rischio, data la situazione di generale prostrazione morale, di essere calpestata e sopraffatta. Un barlume di pietà umana rimasto in noi ha scongiurato questo rischio. Eravamo ancora esseri umani ed eravamo a Falconara, incredibilmente, in tempo per la coincidenza per Fano. Dunque, tutti giù di corsa per le scalette fino al sottopassaggio dove il display mostrava i treni in partenza e il relativo numero di binario: e, a fianco al treno per Fano delle 16.01, era scritto: “sopp”, abbreviazione per “soppresso”. Il treno successivo alle 16.49.

Inutile protestare. Con chi poi? Unica alternativa due passi per Falconara. Uscito dalla stazione, vedo un’edicola con il “Resto del carlino” in bella mostra e il titolo: “Italia. Il giorno del giudizio”. Ecco, mi sono detto, era tutto previsto, come facevo a non saperlo? Il titolo però non si riferiva a una catastrofe ferroviaria che avesse fatto prospettare, in tutto il pianeta, solo la fine della penisola italiana, ma alla imminente partita Italia-Uruguay (conoscendo l’esito della partita, si potrebbe dire con facile ironia che la nazionale italiana di calcio è andata ai Mondiali come un treno o, meglio, come i suoi treni).

E comunque, per l’ennesima volta, pronti, via! Alle 16.49, direte voi. No, perché, dovendo partire da Ancona alle 16.40 e dovendo arrivare a Falconara alle 16.48, il treno della nuova coincidenza è riuscito ad accumulare cinque minuti di ritardo su otto di percorso – un bel record – ed è poi arrivato a Fano con dieci minuti di ritardo su ventotto di percorso – forse non un record, questo, ma comunque, bisogna riconoscerlo, una bella prestazione!

Un salto in albergo, una rapida doccia, un cambio completo di biancheria e di abiti e via alla mostra, non con una tranquilla passeggiata, come avevo previsto di fare, ma a passo rapido. Una mostra stupenda, permettetemi di parlarne in un prossimo intervento.
Lasciatemi riposare.

E lasciatemi dire che, più e oltre che disappunto, più e oltre che rabbia, ho provato alla fine di quel viaggio una indicibile vergogna per come, in questo paese bello e sventurato, vengono trattati i cittadini e per la noncuranza con la quale si manca di rispetto al loro diritto costituzionale alla mobilità.

P.S.
Non vi parlo del viaggio di ritorno: tutto quasi normale. Sul treno Falconara-Roma, i soliti dieci gradi di temperatura ma, bisogna dirlo, due soli minuti di ritardo (per questo ho scritto “quasi normale”). Tutto come al solito, dunque, compresa – per me che abito a Velletri – la soppressione del treno da Ciampino delle 13.14 (questa volta neanche annunciata dal display, ma comunicata a voce ai viaggiatori in attesa sul marciapiedi da un funzionario delle Ferrovie apparentemente, e forse ragionevolmente, in fuga), il ritardo di circa dieci minuti del treno successivo e, insomma, le solite due ore abbondanti per percorrere i trentotto chilometri che dividono la capitale d’Italia dalla amena località dei Castelli romani dove ho scelto di vivere.

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