Mar 092020
 

In tempi di Covid-19 mi sono tornate in mente le epidemie vissute dalla mia famiglia e quelle delle quali, con o senza contagio, io stesso ho avuto direttamente esperienza.

La “Spagnola”

La prima epidemia con la quale i miei genitori sono venuti a contatto è stata quella che è rimasta nella storia con il nome di “Spagnola”. Si trattò di una epidemia di influenza sviluppatasi tra l’autunno del 1918 e la primavera del 1920 e che colpì un numero incalcolabile di persone in tutto il mondo uccidendone, secondo stime incerte, tra cinquanta e cento milioni: in Italia fra 350.000 e 600.000.
Mio padre ne ha sempre parlato poco e, ci teneva a precisarlo, solo per sentito dire. Personalmente non ricordava nulla. Ai tempi della Spagnola aveva fra i due e i tre anni e viveva nell’isola di Favignana – dove la Spagnola, forse, non aveva fatto troppi danni. Ricordava soltanto che i suoi genitori ne parlavano come di un grandissimo pericolo scampato.
Mia madre invece aveva quattro anni e mezzo quando la Spagnola cominciò a diffondersi e nel marzo del 1920, quando l’epidemia aveva cessato la sua azione devastatrice, compiva sei anni. Ricordava benissimo. L’anno prima suo padre era morto a Caporetto e la sua famiglia non si era ancora risollevata completamente da quel lutto. Lei viveva con sua madre presso alcuni zii, che in seguito l’avrebbero cresciuta. Abitavano tutti, un po’ stretti, in una casa al centro di Palermo, non lontano dai famosissimi “Quattro canti”. Una zona con una alta densità abitativa, sempre affollatissima. In quella zona, intorno alla sua casa, ricordava mia madre (che, quando si agitava o provava forti emozioni, ricorreva sempre al dialetto), «i genti murianu comu i muschi: prima di tutti i picciriddri», cioè: le persone morivano come le mosche, soprattutto i bambini. Mia madre stessa non riusciva a spiegare come quella famiglia numerosa, conosciutissima nella zona e quindi piena di contatti sociali non fosse stata toccata dalla Spagnola che mieteva vittime lì attorno: una famiglia, già provata, vissuta per più di un anno nel terrore, ma salva.

Il tifo

Mio padre ricordava bene, a sua volta, l’epidemia di febbre tifoidea (non il cosiddetto “tifo petecchiale”, ma una febbre dovuta a una variante della salmonella) che si diffuse in Italia tra il 1929 e il 1930. La ricordava bene perché quella volta proprio lui era stato contagiato. La sua famiglia viveva in quel periodo a Messina e lui, tredicenne, aveva manifestato i sintomi subito in maniera estrema: febbre altissima, mal di pancia fortissimo: tutto al superlativo. Quello che mio padre poteva ricordare era, in realtà l’inizio e la fine della malattia. Nei giorni centrali – mio nonno affermava che erano stati una decina! – non aveva fatto altro che delirare in preda a una febbre che non scendeva sotto i 40°. Ma era un ragazzo forte e, alla fine, se l’era cavata.

La poliomielite

Nella città di Trapani, devastata dai bombardamenti nel corso della Seconda Guerra mondiale, il dopoguerra fu difficilissimo. Le macerie delle case distrutte rimasero lì dov’erano per molti anni; in qualche zona della città per qualche decennio. L’acqua, comunque poca, non arrivava nelle case e bisognava andarla a prendere, a piedi naturalmente, alle poche fontane dove veniva distribuita. Anche il cibo, dopo anni di occupazione alleata, e – ricordavano i miei – soprattutto dopo che gli alleati se n’erano andati, non abbondava e si doveva ricorrere spesso al mercato nero.
In quella città, e in quella situazione, nacque mia sorella nell’agosto del 1945 e sono nato io nel luglio del 1947. Entrambi a casa, con l’intervento della stessa ostetrica: mi sembra che i miei la ricordassero familiarmente come donna Angelina. Nel ritratto che ne faceva mio padre, donna Angelina non avrebbe avuto problemi a comandare un reggimento e, comunque, avendo a disposizione soltanto un civile disarmato come lui, si era sfogata mandandolo in giro a prendere acqua a più non posso e legna per fare bollire quell’acqua in un pentolone installato su un fornello da campo allestito in una stanza della casa davanti a una finestra aperta. Quell’acqua serviva alla disinfezione degli oggetti che donna Angelina realizzava mediante la bollitura di tutto ciò che poteva essere bollito (recipienti, forbici, panni, etc.). Mio padre ricordava la nascita dei suoi due figli con un misto di terrore e divertimento. Il divertimento era dovuto al fatto che tutto era finito bene. Mia sorella e io eravamo nati sani e salvi e mia madre, dopo ciascuno dei due parti, stava benissimo.
I problemi sono venuti dopo. In quegli anni, a Trapani, epidemie di infezioni gastroenteriche facevano strage di neonati. Mia madre aveva imparato dall’ostetrica: bolliva tutto. E mio padre portava a casa acqua e legna: quest’ultima non più per il fornello da campo, proprietà privata dell’ostetrica, ma per una “cucina economica” che, comunque, aveva quel tipo di alimentazione.
Certo, però, la situazione non era rosea. E, in quella situazione, arrivò, tra la fine del 1949 e il 1950, una epidemia di poliomielite.
I miei cercarono di resistere per un po’: noi bambini vivevamo del tutto isolati, accuditi, durante le ore di lavoro dei miei, da una cugina di mio padre, anche lei obbligata alla bollitura di tutto ciò che toccava e portava. Ma, a differenza della Spagnola, che non era entrata nelle case dei miei, la poliomielite entrò nella nostra: ne fu colpita mia cugina, la figlia del fratello di mio padre, che aveva tre mesi più di me e che era l’unica bambina (anche lei molto protetta e a sua volta isolata dagli altri suoi coetanei) che mia sorella e io frequentavamo regolarmente in quella situazione di paura e isolamento. Mia cugina sopravvisse, ma con una gravissima menomazione dell’uso del braccio destro. Intanto altri bambini a Trapani morivano o restavano del tutto paralizzati. Nessuno è mai riuscito a capire come mai mia sorella e io non fossimo stati colpiti dal contagio. Ma le dolorose conseguenze della malattia contratta da mia cugina furono la goccia che fece traboccare il vaso: mio padre e mia madre, insegnanti, erano ancora appena in tempo per chiedere il trasferimento altrove. Lo chiesero subito, per la provincia per la quale c’era il maggior numero di posti: Perugia. E lo ottennero.
Fu così che tutti abbandonammo la Sicilia. Io avevo tre anni. Mia cugina ha poi sopportato con forza straordinaria, e da me sempre ammirata, la sua menomazione. Non ha mai chiesto aiuto e anzi, nel corso della sua vita, è stata lei a prodigarsi per gli altri al di là e al di sopra delle sue forze.
Quella da Trapani fu una fuga, più che in trasloco. Arrivammo a Perugia seguiti dai pacchi contenenti i libri di mio padre. E nient’altro. Qui a fianco ecco due delle migliaia di libri stipati in quei pacchi: si trovano oggi, dopo parecchi altri traslochi, nella mia biblioteca; uno porta ancora il prezzo di uscita del 1932, 16 lire. All’inizio, nell’autunno del 1950, nella casa di viale Antinori che i miei avevano affittato, c’erano quei pacchi e i letti. Sono i primi ricordi che ho: le stanze di quella casa vuote; potrei disegnarne la piantina. Poco dopo, mio padre costruì con le sue mani degli scaffali sui quali i libri furono prontamente messi a posto: l’unica cosa a posto in quella casa. In seguito riuscì a trovare dei mobili usati per arredare il suo studio e la stanza da pranzo. Quelli del suo studio erano orribili e neri. Quelli della stanza da pranzo erano, invece, belli e chiari, niente meno con piccoli bassorilievi lignei. Gli uni e gli altri hanno accompagnato la mia famiglia nei nostri successivi traslochi per decenni. E hanno costituito un ricordo perenne della nostra fuga dalla poliomielite.

L’ “Asiatica”

All’inizio sembrava una cosa esotica. E basta. Il nome evocava un oriente misterioso, ma niente di male. Invece fu una epidemia di influenza che provocò decine di migliaia di morti in Italia. La mia famiglia – come, penso, tutte le altre –  arrivò assolutamente impreparata. Mia madre ricordava le misure di isolamento che i suoi avevano preso ai tempi della Spagnola, quelle che lei e mio padre avevano preso per me e mia sorella all’epoca della poliomielite. Ma quella volta, era il 1957, nessuno di noi prese la minima precauzione. I miei insegnavano entrambi alla scuola media “Tibullo”. Mia sorella frequentava la prima media nella stessa scuola e io la quinta elementare in una scuola che si trovava dalla parte opposta dello stesso enorme fabbricato. Abitavamo a poca distanza da lì. Quartiere Appio-Tuscolano. Tutti i giorni uscivamo la mattina a piedi; io venivo scortato fino all’ultimo gradino dello scalone che portava all’ingresso della mia scuola; i miei proseguivano. La domenica facevamo passeggiate per il centro di Roma con gli amici, in attesa della primavera, quando avremmo fatto le gite ai Castelli. Tutto tranquillo. Io avevo nove anni e mezzo: frequentavo gli amici che abitavano vicino; con uno di questi giocavo a pallone in un corridoio di tre metri per uno.
Fu proprio lui ad ammalarsi per primo. Nessuno si preoccupò. Una settimana dopo a casa eravamo tutti ammalati. Mio padre fu il primo, anche se non voleva darlo a vedere: non si mise a letto, ma era pallidissimo e, in certi momenti, diventava improvvisamente rosso in viso per poi tornare bianco cereo. Mia madre, subito dopo di lui, ebbe per due giorni o tre una febbre leggera. Mia sorella, negli stessi giorni, arrivò con la con febbre fino a 39°, ma poi guarì rapidamente. Io mi ammalai dopo tutti gli altri, ma con febbre a 41°. Sì avete letto bene: febbre a 41°.
Avevamo allora il medico della mutua che, però, chiamavamo “medico condotto”. Tutti i giorni passava due volte a visitare a domicilio i suoi malati. Prendeva delle precauzioni che oggi vengono diffuse da tutti i media: appena entrato a casa e subito prima di uscirne, si faceva accompagnare in bagno per lavarsi a lungo le mani. Disinfettava con alcol denaturato tutti gli strumenti che usava. Ma una cosa mi ricordava i racconti che mio padre faceva di donna Angelina: se faceva delle iniezioni, il nostro medico della mutua, poiché non c’erano allora siringhe monouso, faceva bollire la siringa che portava con sé.
La mia febbre non accennava a scendere. Ricordo perfettamente che si alternavano attorno a me mio padre, mia madre e una ragazza che era stata fatta venire per l’occasione, Edda. Giorno e notte i miei tre infermieri mi applicavano bende fredde sulla fronte. Mia madre dice che sembravo privo di sensi. Invece avevo tutti i sensi e mi sentivo malissimo. Ma sentivo benissimo che i miei chiedevano al medico se ero grave. In quelle occasioni mia sorella scoppiava a piangere.
Ero un bambino magrissimo, un po’ piccolo per la mia età. Quindi non era strano che ci si domandasse se con quel fisico avrei sopportato la malattia. Ma, che io ricordi, il medico ebbe sempre fiducia, o almeno così dava a vedere.
In ogni caso, ce l’ho fatta. Una notte sono stato invaso da un sudore che non finiva mai. La mattina dopo il letto era un lago, ma io non avevo più la febbre.

E ora ecco il covid-19. Ma di questa epidemia non voglio parlare.
Anzi, voglio dire che non è un caso se l’unica immagine di questa pagina è quella di due vecchi libri. Quanta compagnia mi fanno in questi giorni, i libri. E quanto riescono a sgombrarmi la mente dalle troppe parole che vengono strombazzate attraverso tutti i media possibili! Un grazie di cuore ai miei libri vecchi e nuovi.

  2 Responses to “Epidemie passate”

  1. Grazie Michele di questo racconto che ha arricchito la mia giornata da isolato. Torneremo a incontrare le tue poesie

  2. Caro Michele, ho quasi la tua età (sono del 1944) e le mie esperienze sono in parte simili alle tue. Ricordo l’asiatica in casa, con mio padre soprattutto gravemente colpito da morbo e allettato a lungo, curato da un medico coscienzioso il dottor Borrruso (che era anche un politico onesto e appassionato, un consigliere comunale repubblicano, già collega di mia madre al Comune di Roma). Ricordo le ansie di noi figli, contagiati – chi più o meno – per papà, i lunghi silenzi per non turbarlo nella casa di via dei Fienili. Tutto alla fine si risolse, ma le immagini sono vive ancora oggi.
    Simile anche la vicenda della poliomielite. Rammento il confino di 5 figli in campagna, lontano da casa, rammento che la sorte fu per noi fortunata, Non così per il nostro comune, grande amico Adriano, duramente colpito, ma che come la tua cugina ha colto la sventura come occasione e stimolo per una vita degnamente e generosamente vissuta per sé e per gli altri.
    Condivido infine, Michele carissimo, quanto scrivi sul covi-19 e mi ci riconosco in pieno.
    Grazie infine per questa tua bella memoria che ci restituisce la storia non solo di una famiglia, ma pure dello spaccato del.nostro paese. Un grande abbraccio
    Giaime

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