Dic 222013
 

Due intellettuali di grido (e di sinistra) hanno pubblicato di recente un libro ciascuno per dichiarare la propria insoddisfazione nel rapporto con i loro figli, ragazzi che hanno preso strade diverse, soprattutto nel modo di pensare, da quelle ipotizzate e desiderate dai rispettivi illustri padri. Io ho pubblicato l’anno scorso (nel mio più recente libro di versi, Viaggio all’osteria della terra) una poesia scritta nel 2008 – e che trascrivo qui sotto – nella quale esprimo tutta la mia gioia per il fatto che i miei figli, Giacomo e Mario, hanno preso, in piena autonomia di pensiero e di cuore, le loro strade. Per quanto mi riguarda, oltre a essere stato loro vicino il più possibile, con il più grande amore possibile, ho cercato proprio di far crescere, insieme al loro fisico e alla loro cultura, il senso del loro “essere sé”, del loro “fare da sé”.

In questa crescita sono stato, semplicemente, accanto ai miei figli. Fino a quando non ho constatato che si allontanavano da me. E allora, proprio allora, ho capito che avevo svolto bene il mio compito. Sono ormai uomini fra i trenta e i quarant’anni, hanno preso le loro strade e sono strade nuove. Ecco, il bello è che sono strade nuove; e sono io che mi trovo a doverle percorrere per capire dove i miei figli stanno andando. D’altro canto, come sanno bene tutti i miei amici, a me piace molto viaggiare. I miei figli sono il mio viaggio più bello, sono la mia città futura: e questa città io sono ben felice che siano loro a costruirla.
Ora, da qualche mese, questo viaggio e questa città si sono riempiti di una nuova, grande felicità portata dall’arrivo di una nipotina, Lucrezia, figlia di Giacomo e Loredana, una bambina meravigliosa che, sono certo, comincerà a poco a poco a costruire la sua strada, ancora una nuova strada, ancora una città futura: una città talmente futura che io non riuscirò di certo a vederla tutta. Ma, che importa? È così bello sapere che ci sarà!

L’augurio che faccio a tutti per le prossime feste, per il prossimo anno e per tutti gli anni è che ciascuno abbia la possibilità di costruire la sua strada e che questa strada sia nuova e diversa da tutte le altre. E, a chi ha figli o figlie, auguro di vedere ancora nuove e diverse strade: le strade intraprese dai loro ragazzi e ragazze. Perché il bello dei nostri figli è che siano sé e non che siano come noi li vorremmo.
Buone feste e Buon 2014 a tutti.

Michele Tortorici, Due ragazzi e le stelle (Da Viaggio all’osteria della terra, Manni, 2012)


Ragionando, penso spesso che i miei figli – quei due
ragazzi alti che mi hanno
accompagnato allo stadio l’altra sera e mi hanno offerto
il biglietto e il panino e una serata noi tre così fisicamente
vicini, stretti
a sentire l’uno le voci urlate e i cori
degli altri due – sì penso dentro di me che oggi
quei due ragazzi posso
amarli non perché nel loro
sangue hanno il mio, non solo per la vita
data e presa e per quella passata insieme e per gli anni
che abbiamo trascorso a penetrare il mondo e a inseguire,
giocando un poco e un poco no, il senso
di ciò che vi accadeva – parole poche: lo sanno
tutti che io dico solo
poche parole per amore.

Ragionando, penso spesso che li amo oggi perché sono
quello che sono. Certo che vedo anche un poco me in ognuno
di loro, ma vedo che sono sé
principalmente. E mi appago ad amarli così dopo che tanto
tempo il filo forte
che me li legava era d’esser loro padre.

Ragionando, penso adesso che non basterebbe
la vita data e presa e quella passata insieme a farmeli
amare oggi. Oggi li amo invece
come sono. E li vedo
come si vedono – penso – nascere le stelle, stelle
che sono là dove sono da un tempo immenso e che la luce
ci hanno mandato per un immenso spazio e solo
alla fine di quel lungo andare all’improvviso
ci appaiono. È successo così che, fino
a un certo punto, io questa luce così forte in loro
non la vedevo; era come se – lontanissima – dovesse ancora
giungere, guardavo – è naturale –
quella tenue tanto
da vicino da me riflessa, e quelle stelle non potevano
in tutto a me apparire. Ecco, così li amo questi due
ragazzi oggi, amo il dono che hanno, quello che ora
– dopo il lungo cammino della luce – posso
vedere, non già solo
quello che di mio in loro riconosco. Amo
le storie nuove che hanno incominciato.


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