Dic 052020
 

La “veccia”: dalla mensa povera del topo di Orazio fino alla poesia del Novecento

Nel mio precedente intervento sulla VI Satira del II Libro di Orazio, a proposito di un’eco in quella satira della Bucolica III di Virgilio, ho ricordato che la storia della letteratura – e, in particolare, quella della poesia – non è una sequenza di testi, ma una interazione tra testi: è fatta di testi che si rispondono come echi, di testi che rimandano l’uno all’altro come se fossero colpiti dalla pallina di un flipper. Avevo concluso il mio intervento con la promessa che avrei seguito quella «pallina» a partire da Orazio fino ad arrivare al XX secolo. Ecco: mantengo qui la mia promessa. In questo caso la molla che spinge la «pallina» è la traduzione della parola ervum con l’italiano ‘veccia’. Questa parola, che forse in molti di voi risuona per il ricordo, magari non esplicito, di un verso famosissimo di un poeta del Novecento (che per ora non vi rivelo), percorre vie impensabili nel corso dei secoli. Per seguirle avrò bisogno di due puntate: quindi, alla fine, gli interventi sul topo di Orazio saranno tre.

Ho già avvertito nel precedente intervento che nella mia traduzione io ho usato la parola ‘veccia’ perché ho voluto adottare lo stesso termine usato più di due secoli fa da Antonio Pagnini [1].
Vi assicuro che non si è trattato di un vezzo intellettualistico: ecco, in particolare, le ragioni della mia scelta. Ervum indica in latino varie leguminose, tra le quali anche la lenticchia. Tuttavia, in nessuno dei due luoghi che ho citato, la VI Satira del II Libro di Orazio e la Bucolica III di Virgilio, è possibile pensare che i poeti vogliano alludere alle lenticchie. Infatti, come abbiamo visto, Orazio attribuisce al topo gusti umani e parla di ervum come di un cibo povero di sostanza (tenue) mentre le lenticchie non lo sono affatto. Virgilio parla addirittura di ervum come di un alimento per bovini ed è escluso che le lenticchie potessero essere utilizzate, allora e mai più, in quel modo. “Veccia” indica in italiano proprio un genere di leguminose povere e prevalentemente destinate all’alimentazione animale. Se non è la stessa erba alla quale pensava Orazio, almeno le assomiglia molto. ‘Veccia’ è un termine che, nella storia della nostra lingua, è rimasto a lungo circoscritto al linguaggio popolare e a quello tecnico dell’agricoltura (e, in questo ambito, è usato ancora oggi): di conseguenza era quasi del tutto sconosciuto alla letteratura italiana “colta” fino a quel 1814. E dopo? Le cose sono cambiate, ma non dobbiamo avere fretta: cominciamo dal principio.

Il primo testo letterario italiano – naturalmente non “colto” – in cui è presente questa parola potrebbe essere un sonetto caudato di Domenico di Giovanni (1404-1449) il barbiere poeta fiorentino noto come il Burchiello. Ahi! Ci troviamo in un bel guaio. Infatti ho usato il condizionale. Proprio perché “popolare”, molto popolare, l’opera del Burchiello ha costituito per un bel po’, ai suoi tempi e per qualche secolo, una specie di “cassa comune” poetica dalla quale attingere e nella quale versare i più svariati componimenti purché fossero scritti “alla burchiellesca”. «[…] il nome di Burchiello divenne quello di uno stile e i copisti cessarono presto di distinguere tra imitatori e imitato», ha scritto, con una sintesi perfetta, Claudio Giunta [2]. Il sonetto al quale io mi riferisco, Io vidi un dí nel Serpilongo un fosso, compare, al posto CCCII, in una fortunata edizione settecentesca, Sonetti del Burchiello, del Bellincioni e d’altri poeti fiorentini alla burchiellesca, Londra, 1757 (senza indicazione dell’editore, ma in realtà pubblicato in Toscana, probabilmente a Lucca: Londra come sede di pubblicazione serviva per evitare i problemi di censura del Granducato). Come si vede già dal titolo, anche questa raccolta è un’opera collettiva e non è ben chiaro in che modo sia stata attribuita al Burchiello la paternità di alcuni sonetti e non di altri e viceversa. L’edizione critica curata venti anni fa da Michelangelo Zaccarello [3], basata sulla cosiddetta Vulgata quattrocentesca (la più autorevole edizione del XV sec., del 1481) , non riporta, tra gli altri, proprio questo sonetto. Lo stesso vale anche per le altre edizioni quattrocentesche che io sono riuscito a consultare. La conseguenza che se ne può trarre è la seguente: il sonetto (che non si sa da chi sia stato scritto), a un certo punto (ma quando? Anche questo è incerto), è entrato nella tradizione burchiellesca e l’edizione del 1757 non è andata evidentemente troppo per il sottile e lo ha attribuito al Burchiello in persona. I versi che ci interessano si riferiscono a un gruppo di poveracci che vendono legna per pochi soldi:


Così la mala povertà gli doma,
di verno scalzi, e pochi panni addosso:
pan di saggina, di miglio, e di vecce,
son le vivande della pecorella [
4],
[…]


Ecco: in questi versi la veccia è uno degli ingredienti di un pane che contiene di tutto tranne il grano. Cibo dei poveri. Non sappiamo, come ho chiarito sopra, se questi versi siano proprio del Burchiello, ma non dimentichiamo che sono versi a lui attribuiti in una edizione settecentesca molto diffusa. Non dimentichiamolo, perché tra poco ci torneremo.

Nel frattempo parliamo della presenza del termine «veccia» in un’altra opera, questa volta di un autore della letteratura “colta”: dell’Ariosto. L’opera alla quale mi riferisco è la sua II Satira, scritta nel 1517. Date le perplessità che ho espresso prima, magari è proprio questa la prima volta che la ‘veccia’ si trova in un testo della letteratura italiana. Dunque, la ‘veccia’ compare, come l’ervum, in una satira: uno di quei componimenti nei quali l’Ariosto si richiama direttamente proprio a Orazio con citazioni e rimandi a volte espliciti, a volte più nascosti, ma comunque segno di un costante riferimento a un vero e proprio modello; uno di quei componimenti, bisogna aggiungere, nei quali il linguaggio popolare, naturalmente come citazione scherzosa, non solo non era escluso, ma anzi era richiesto dal genere. Nella II Satira, indirizzata al fratello Galasso, il poeta se la prende con tutti i gradi della carriera ecclesiastica, dal chierico al papa. Proprio lui che stava per recarsi a Roma per ottenere i benefici economici di una parrocchia, ma, questo era il punto, senza l’obbligo del sacerdozio [5]. Ebbene, all’interno di questa sua invettiva anticlericale, l’Ariosto afferma che, quanto più è ricco, tanto più chi ricopre alti gradi ecclesiastici «assottiglia / la spesa» e, di conseguenza, i suoi servi sono ridotti oltre che a mangiar meno carne, ad adattarsi «al pan di cui la veccia / nata con lui, né il loglio fuor si cribra» <[6]. Ancora una volta la fame dei poveri: e il pane fatto con ingredienti che non riescono a spegnere quella fame.

Ma torniamo al Pagnini. Questo è il momento giusto per leggere la sua traduzione degli ultimi versi della Satira II, vi di Orazio:


[…] Cotesta vita
non fa per me. Te la rinunzio [
7]. Il bosco
e la mia tana da’ perigli immune
di secche vecce mi faran contento.


Non è del tutto escluso che il Pagnini abbia tradotto il tenue ervum oraziano con «secche vecce» perché aveva trovato questo termine in un trattato di mezzo secolo prima, Delle specie diverse di frumento e di pane, e della panizzazione, pubblicato nel 1765, con un certo successo, da Saverio Manetti. Ho già accennato al fatto che il termine, oltre che al linguaggio popolare, apparteneva anche a quello tecnico dell’agronomia. Tuttavia, è assai probabile che, per preparare il proprio stile alla traduzione delle Satire di Orazio, il Pagnini abbia letto quelle dell’Ariosto e, pur avendo preferito l’endecasillabo sciolto rispetto all’uso ariostesco della terzina per questo genere poetico, non abbia però dimenticato certi momenti particolarmente intensi di quella sua lettura. Di certo l’attacco anticlericale della II Satira era uno di quelli difficili da dimenticare, soprattutto in considerazione del fatto che il Pagnini era un sacerdote dell’Ordine dei Carmelitani! Per la stessa considerazione sorvolerei sulla eventualità che il Pagnini abbia letto i Sonetti del Burchiello, del Bellincioni e d’altri poeti fiorentini alla burchiellesca, ciò che è possibile, ma che avrebbe comportato altri seri problemi di coscienza. Di una cosa però possiamo essere certi: che, dopo quella sua traduzione (attenzione, non ho detto: “a causa di quella sua traduzione”, ma soltanto “dopo”) il termine ‘veccia’, nella forma singolare o plurale, lascia tracce importanti nei testi della nostra letteratura. E, se dico importanti, un motivo c’è.

Le prime due tracce le troviamo infatti, niente meno, nei Promessi sposi, già nell’edizione del 1827 e, con piccole varianti, in quella del 1840. Di «veccia» o «vecce» il Manzoni parla nel cap. XII (quello, per intenderci, della cosiddetta “rivolta del pane” al culmine della carestia) e nel cap. XXIV (quello nel quale Lucia viene liberata dopo la conversione dell’Innominato). Nel cap. XII chi parla è uno dei manifestanti; nel XXIV è la «buona donna» che don Abbondio ha condotto ad assistere Lucia al momento della liberazione e che subito dopo, l’ha portata a casa sua e le ha generosamente preparato da mangiare Leggiamo:
Ed. 1827


Cap. XII
«Baroni!» sclamava un altro: «si può far di peggio? sono arrivati fino a dire che il gran cancelliere è un vecchio rimbambito, per torgli il credito, e comandare essi soli. Bisognerebbe fare una gran capponaia, e cacciarveli dentro, a vivere di veccia e di loglio, come volevano trattar noi.»
Cap. XXIV
«Tutti s’ingegnano oggi a metter tovaglia,» aggiugneva: «fuor che quei poveretti che stentano ad aver pane di veccia e polenta di saggina; però oggi da un signore così caritatevole sperano di buscar tutti qualche cosa. Noi, grazie al cielo, non siamo in questo caso: tra il mestiere di mio marito, e qualche cosa che abbiamo al sole, si campa.»


Ed. 1840


Cap. XII
«Scellerati!» esclamava un altro: «si può far di peggio? sono arrivati a dire che il gran cancelliere è un vecchio rimbambito, per levargli il credito, e comandar loro soli. Bisognerebbe fare una gran capponaia, e cacciarveli dentro, a viver di veccia e di loglio, come volevano trattar noi.»
Cap. XXIV
«Tutti s’ingegnano oggi a far qualcosina,» aggiungeva: «meno que’ poveri poveri che stentano a aver pane di vecce e polenta di saggina; però oggi da un signore così caritatevole sperano di buscar tutti qualcosa. Noi, grazie al cielo, non siamo in questo caso: tra il mestiere di mio marito, e qualcosa che abbiamo al sole, si campa. […]»


Lucia in una illustrazione del cap. XXIV dei Promessi Sposi realizzata per l’ed. 1840 da Francesco Gonin

Due osservazioni è necessario fare sull’uso manzoniano della parola ‘veccia’.

La prima, piuttosto semplice, riguarda il fatto che, come forse pochi sanno, il Manzoni era un espertissimo “fattore” che aveva studiato, approfondito e applicato, in particolare nella sua tenuta di Brusuglio, i metodi di coltivazione di moltissime piante, da quelle da giardino a quelle da frutta alla vite. In particolare, per quanto riguarda cereali e foraggi e l’alternanza di queste colture, collaborava con la famiglia di mons. Luigi Tosi (la sua guida spirituale a Milano dopo la conversione) ai lavori per la bonifica di terreni aridi nella zona di Malpensa. Quindi, quando parlava di ‘veccia’ sapeva benissimo di che erba si trattava [8]. Si può ben dire, letteralmente, che il Manzoni conoscesse la botanica dalla a alla zeta, poiché aveva studiato la nomenclatura di Carlo Linneo e lavorò per gran parte della sua vita al progetto di un Saggio di una nomenclatura botanica [9] che aveva addirittura l’ambizione di superare la classificazione linneana.

La seconda osservazione riguarda proprio il testo dei due passi dove compare la ‘veccia’ (nella forma singolare o plurale).
Nel cap. XII si parla di gran signori che meriterebbero di «viver di veccia e di loglio», proprio come loro avrebbero voluto far vivere i poveracci. A nessuno può sfuggire come l’associazione della veccia e del loglio richiami da vicino i versi ariosteschi che prima ho citato. Il Manzoni, che certamente li conosceva, li aveva in mente quando ha messo quelle parole in bocca a un popolano? È probabile: il riferimento sociale determinato dal contrasto ricchi-poveri, è assai simile. È difficile non pensare che la pallina, dalla II Satira dell’Ariosto sia schizzata al cap. XII dei Promessi sposi.
Nel cap. XXIV si parla proprio di pane. Come il Manzoni ci racconta nelle righe precedenti a quelle che ho trascritto qui sopra, la donna che aiuta Lucia e che sta per offrirle «un buon cappone» ricusa, «con un certa rustichezza cordiale, i ringraziamenti e le scuse» che la stessa Lucia rinnova ogni tanto. Il ragionamento della buona donna è, in sostanza, questo: altri hanno problemi; io e la mia famiglia no; quindi Lucia non stia a preoccuparsi. Chi ha dei problemi? Beh, ma quelli che stentano persino ad avere «pan di vecce e polenta di saggina». Qui, anche se nel testo manzoniano si intromette il riferimento alla polenta, la vicinanza delle vecce e della saggina – voce schiettamente toscana per una graminacea che in italiano si chiama sorgo e in Lombardia è detta melega – fa subito pensare al Burchiello. Un Burchiello che doveva essere noto al Manzoni già prima del suo cosiddetto “risciacquamento dei panni in Arno”, dato che, sia pure con ‘veccia’ al singolare, la frase compare nell’ed. del 1827. Questa volta la presenza della ‘saggina’ basterebbe da sola a togliere ogni dubbio. Ma c’è un particolare decisivo: se andiamo a dare un’occhiata ai libri posseduti dal Manzoni – sorpresa! O forse no? – troviamo l’edizione del 1757 dei Sonetti del Burchiello, del Bellincioni e d’altri poeti fiorentini alla burchiellesca[10]. Quell’edizione, indipendentemente dalla sua correttezza filologica, aveva fatto rimbalzare proprio bene la pallina di quel flipper del quale ho detto, per metafora, all’inizio di questo intervento questo intervento.

Ho parlato di tracce importanti del termine ‘veccia’ nella letteratura italiana dai primi dell’Ottocento in poi. E, dopo quelle che abbiamo trovato nei Promessi sposi, non vi sembrano forse importanti anche quelle che troviamo in Pinocchio? Importantissime, direi, dato l’immediato e straordinario successo di pubblico che ha avuto quel libro. Tanto importanti che, con il ritrovamento di queste tracce, avvierò il mio terzo intervento su quello che ormai chiamo familiarmente il topo di Orazio.

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  1. Antonio Pagnini, Le Satire e l’Epistole di Q. Orazio Flacco trasportate in versi italiani, Pisa, Ranieri Prosperi, 1814.
  2. Claudio Giunta, A proposito de I Sonetti del Burchiello, a cura di Michelangelo Zaccarello, in “Nuova Rivista di Letteratura Italiana”, Vol. 7, n. 1-2 (2004; ma stampato nel 2005), p. 451.
  3. Michelangelo Zaccarello, a cura di, I sonetti del Burchiello. Edizione critica della vulgata quattrocentesca, Bologna, Commissione per i testi di lingua – Casa Carducci, “Collezione di opere inedite e rare, 155”, 2000.
  4. pecorella: qui, probabilmente, con il senso di ‘persona mite’, persona umile.
  5. «Giovanni Fusari, arciprete di Sant’Agata (Faenza) e amico dello famiglia del Poeta, aveva designato Ludovico quale suo successore. Il Poeta si era rivolto, per ottenere la necessaria dispensa ad tria incompatibilia e quella dall’obbligo del sacerdozio, al cardinale Giovanni de’ Medici, con cui era in buone relazioni: v. lett. 2 (IX); ma la pratica ebbe esito (1514) solo quando il Cardinale fu fatto papa, col nome di Leone X. Il beneficio sarebbe passato al Poeta dopo la morte del Fusari, e per questo egli aveva trascurato di pagare le tasse di registrazione e le altre imposte relative; ma ecco giungere notizia che altri cercava di sottentrare al Poeta nel beneficio, approfittando della mancata registrazione, magari ripromettendosi di disfarsi poi del Fusari avvelenandolo. Per difendere gli interessi propri e quelli del Fusari, l’Ariosto partì in gran fretta per Roma, dove giunse a metà dicembre del 1517; e la satira dev’essere di poco anteriore alla sua partenza (novembre-dicembre)» (Cesare Segre, Nota introduttiva alla Satira II, in Ludovico Ariosto, Satire e lettere, Ricciardi, Milano-Napoli, 1954).
  6. al pan … cribra: ‘al pane fatto con una farina da cui non si setacciano né la veccia, che nasce in mezzo al grano, né il loglio’.
  7. te la rinunzio: ‘rinunzio a essa in favore tuo’.
  8. Si veda, per questo aspetto della biografia e della cultura manzoniana, Maurizio e Letizia Corgnati, Alessandro Manzoni «fattore di Brusuglio», Milano, Mursia, 1984.
  9. oggi in: Alessandro Manzoni, Scritti linguistici inediti, I, Premessa di Giovanni Nencioni. A cura di Angelo Stella e Maurizio Vitale, Milano, Centro nazionale studi manzoniani, 2000
  10. Milano, Biblioteca del Centro nazionale di studi manzoniani, coll. CS.M 806. Il volume è segnato come «postillato»: quindi il Manzoni lo aveva letto e ci aveva preso degli appunti. La descrizione del volume in questione è la seguente: «Legatura in pelle; piatti riquadrati con cornici impresse in oro; sul dorso tassello in rosso con tit. dell’opera impresso in oro; caselle alternate con fregi singoli e seminato di fregi a piccoli ferri impressi in oro; nel taglio dei piatti filetti in oro. – Tagli dorati. – Segnacolo in seta verde. – Contropiatti e risguardi in carta marmorizzata. – ».

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