Mag 132020
 

Lettera aperta a Domenico Arcuri

Gentile dott. Arcuri,
scrivo a lei e spero che voglia condividere queste mie osservazioni con i ministri competenti: penso che siano quello della Salute, quello dell’Ambiente e quello dello Sviluppo economico, ma lei ne sa certamente più di me.

Ho letto oggi sui giornali sue dichiarazioni (che ho trovato tra virgolette e che trascrivo allo stesso modo) nelle quali ricorda : «Nelle ultime settimane abbiamo distribuito 36,2 milioni di mascherine, dall’inizio dell’emergenza sono 208,8 milioni. Le Regioni nei loro magazzini ne hanno 55 milioni». Ho letto altresì che, secondo una stima del Politecnico di Torino (della quale però non ho trovato la fonte), per i lavoratori servono già oggi 60 milioni di mascherine al giorno. Solo per i lavoratori.
Quindi, i numeri che lei ha dichiarato come un successo «dall’inizio dell’emergenza» sono di gran lunga inferiori al fabbisogno di una settimana. Ma non voglio fare polemica. Voglio fare insieme a lei, con ottimismo, un po’ di conti. Conti relativi alla fase 3.

In Italia vivono oltre sessanta milioni di persone. Secondo l’uso delle mascherine indicato in uno spot del Governo che va spesso in onda in questi giorni, si può ottimisticamente pensare che, nella fase 3, una persona con normali esigenze abbia bisogno di almeno due mascherine al giorno. Parliamo, ovviamente, delle cosiddette “mascherine di comunità”, cioè quelle «generiche, anche autoprodotte» che tutti devono usare «nei luoghi chiusi e frequentati dagli altri» o anche «all’aperto dove non è possibile mantenere la distanza di almeno un metro dagli altri» (le parole tra virgolette sono citate dallo spot del Governo).

Nella fase 3, una persona che non lavora va magari a fare la spesa la mattina, poi il pomeriggio va a trovare un congiunto o in palestra. Secondo quanto indicato nello spot che ho ricordato, non può usare la stessa mascherina. Quindi due mascherine.
Nella fase 3, una persona che va al lavoro con i mezzi pubblici, svolge il suo lavoro di otto ore in due turni con una pausa pranzo e torna a casa sempre con i mezzi pubblici, ha probabilmente bisogno di più di due mascherine. E quando riapriranno le scuole?
Ma noi facciamo i conti con ottimismo, calcoliamo che i bambini sotto i sei anni non hanno l’obbligo delle mascherine e pensiamo perciò a una media di non più di due mascherine al giorno per ciascuna delle 60 milioni di persone che vivono in Italia. Quindi 120 milioni di mascherine al giorno.

Ora facciamo le moltiplicazioni. In un mese servono 3,6 miliardi di mascherine. In un anno, quanto è presumibile che duri (con ottimismo) la fase 3, servono 43,2 miliardi di mascherine.

Ora facciamo le ipotesi. Ipotizziamo (con molto ottimismo, a giudicare da quello che vedo in giro), che il 90% di queste mascherine, cioè circa 39 miliardi, venga smaltito regolarmente, cioè venga depositato tra i rifiuti indifferenziati. La conseguenza sarà un aumento mostruoso di questo tipo di rifiuti che tutti invece ritengono necessario far diminuire. L’ulteriore conseguenza sarà che oltre quattro miliardi di mascherine saranno buttate non si sa dove e finiranno prima o poi nei nostri fiumi, nei nostri laghi, nei nostri mari.

Ma io non le scrivo per lamentarmi. Le scrivo per prospettare uno scenario diverso. In questo caso vorrei fare i conti con pessimismo e le propongo di pensare alla necessità di quattro mascherine al giorno per ogni persona. In realtà penso proprio che questo sia il numero giusto, né ottimistico né pessimistico, di mascherine che servirà nella fase 3. Quindi 86,4 miliardi di mascherine? Niente affatto. Meno di un miliardo.

Infatti, lo scenario che io le prospetto è quello di mascherine lavabili e riutilizzabili. Stranamente, lo spot del Governo parla a questo proposito di mascherine autoprodotte, ma non di mascherine prodotte dall’industria tessile italiana che è tra le più sviluppate al mondo. Bene, autoprodotte o prodotte da qualcun altro, nello scenario che le prospetto, si tratterà di bende a tre strati (come mi sembra suggeriscano gli scienziati) di tessuto di fibra naturale certificato con due fascette sul davanti sulle quali fissare gli elastici (che ciascuno si procurerà come vuole). Niente di più complicato di un normale piccolo tovagliolo piegato in tre. In questo scenario facciamo, come ho detto, conti particolarmente pessimistici.

Calcoliamo dunque che a ciascuna delle sessanta milioni di persone che vivono in Italia debba servire una prima fornitura di dodici mascherine. Se ogni giorno ogni persona ne usa quattro, la sera, quando si lava le mani, con la stessa acqua e lo stesso sapone (o un po’ di più dell’una e dell’altro, ma senza sprechi) laverà anche le quattro mascherine usate e le metterà ad asciugare. Poiché faccio dei conti pessimistici, immagino che, per asciugare, quelle quattro mascherine ci mettano due giorni. Da qui la necessità di dodici mascherine per persona.

Ora facciamo le moltiplicazioni. Servirà una prima fornitura di 720 milioni di mascherine. Questa prima fornitura, in pacchetti di dodici, potrebbe essere venduta a prezzo calmierato. In seguito, chi smarrirà o danneggerà una delle sue mascherine ne potrà comprare altre a prezzo di mercato. Nel frattempo uno spot del Governo potrà insegnare come farle in casa. Unici obblighi per le eventuali mascherine autoprodotte: i tre strati e il tessuto in fibra naturale certificato.

Nello scenario che le ho prospettato, alla fine di un anno di fase 3 potrebbe esserci circa un miliardo di mascherine da smaltire. Ma saranno in fibra naturale: quindi non finiranno nella raccolta indifferenziata e quelle smarrite o anche buttate via non inquineranno. E poi, dati i tempi, forse sarà meglio che ciascuno trovi un posto in un cassetto per conservarle.

Ora una domanda: questo scenario non le sembra migliore di quello di quello di 43 miliardi di mascherine monouso non riciclabili? Rivolgo la stessa domanda a tutti quelli che leggono questa lettera aperta.

Grazie per l’attenzione.

Michele Tortorici

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