Lug 202014
 

1. Il testo della novella

Quella di Cisti fornaio è la seconda novella della sesta giornata del Decameron. Tutti l’abbiamo probabilmente studiata a scuola. Ma forse nessuno si è reso conto che, nello scriverla, il Boccaccio ha deciso di ingannare i suoi lettori: non una, ma più volte e in modo decisamente inquietante. Non se ne sono accorti, che io sappia, neanche i critici letterari e gli specialisti del Boccaccio. Ma leggiamo la novella e poi vedremo se l’inganno c’è e, se sì – come io sostengo –, di che inganno si tratta.


Cisti fornaio con una sola parola fa raveder messer Geri Spina
d’una sua trascutata domanda

– Belle donne, io non so da me medesima vedere che più in questo si pecchi, o la natura apparecchiando a una nobile anima un vil corpo, o la fortuna apparecchiando a un corpo dotato d’anima nobile vil mestiero, sì come in Cisti nostro cittadino e in molti ancora abbiamo potuto vedere avvenire; il qual Cisti, d’altissimo animo fornito, la fortuna fece fornaio. E certo io maladicerei e la natura parimente e la fortuna, se io non conoscessi la natura esser discretissima e la fortuna aver mille occhi, come che gli sciocchi lei cieca figurino. Le quali io avviso che, sì come molto avvedute, fanno quello che i mortali spesse volte fanno, li quali, incerti de’ futuri casi, per le loro oportunità le loro più care cose ne’ più vili luoghi delle lor case, sì come meno sospetti, sepelliscono, e quindi ne’ maggior bisogni le traggono, avendole il vil luogo più sicuramente servate che la bella camera non avrebbe. E così le due ministre del mondo spesso le lor cose più care nascondono sotto l’ombra dell’arti reputate più vili, acciò che di quelle alle necessità traendole più chiaro appaia il loro splendore. Il che quanto in poca cosa Cisti fornaio il dichiarasse, gli occhi dello ‘ntelletto rimettendo a messer Geri Spina, il quale la novella di madonna Oretta contata, che sua moglie fu, m’ha tornata nella memoria, mi piace in una novelletta assai piccola dimostrarvi.
Dico adunque che, avendo Bonifazio papa, appo il quale messer Geri Spina fu in grandissimo stato, mandati in Firenze certi suoi nobili ambasciadori per certe sue gran bisogne, essendo essi in casa di messer Geri smontati, e egli con loro insieme i fatti del Papa trattando, avvenne che, che se ne fosse cagione, messer Geri con questi ambasciadori del Papa tutti a piè quasi ogni mattina davanti a Santa Maria Ughi passavano, dove Cisti fornaio il suo forno aveva e personalmente la sua arte esserceva. Al quale quantunque la fortuna arte assai umile data avesse, tanto in quella gli era stata benigna, che egli n’era ricchissimo divenuto, e senza volerla mai per alcuna altra abbandonare splendidissimamente vivea, avendo tra l’altre sue buone cose sempre i migliori vini bianchi e vermigli che in Firenze si trovassero o nel contado.
Il quale, veggendo ogni mattina davanti all’uscio suo passar messer Geri e gli ambasciadori del Papa, e essendo il caldo grande, s’avisò che gran cortesia sarebbe il dar lor bere del suo buon vin bianco; ma avendo riguardo alla sua condizione e a quella di messer Geri, non gli pareva onesta cosa il presummere d’invitarlo ma pensossi di tener modo il quale inducesse messer Geri medesimo a invitarsi. E avendo un farsetto bianchissimo indosso e un grembiule di bucato innanzi sempre, li quali più tosto mugnaio che fornaio il dimostravano, ogni mattina in su l’ora che egli avvisava che messer Geri con gli ambasciadori dover passare si faceva davanti all’uscio suo recare una secchia nuova e stagnata d’acqua fresca e un picciolo orcioletto bolognese nuovo del suo buon vin bianco e due bicchieri che parevano d’ariento, sì eran chiari: e a seder postosi, come essi passavano, e egli, poi che una volta o due spurgato s’era, cominciava a ber sì saporitamente questo suo vino, che egli n’avrebbe fatta venir voglia a’ morti.
La qual cosa avendo messer Geri una e due mattine veduta, disse la terza: «Chente è, Cisti? è buono?»
Cisti, levato prestamente in piè, rispose: «Messer sì, ma quanto non vi potre’ io dare a intendere, se voi non assaggiaste.»
Messer Geri, al quale o la qualità o affanno più che l’usato avuto o forse il saporito bere, che a Cisti vedeva fare, sete avea generata, volto agli ambasciadori sorridendo disse: «Signori, egli è buono che noi assaggiamo del vino di questo valente uomo: forse che è egli tale, che noi non ce ne penteremo»; e con loro insieme se n’andò verso Cisti.
Il quale, fatta di presente una bella panca venire di fuor dal forno, gli pregò che sedessero; e alli lor famigliari, che già per lavare i bicchieri si facevano innanzi, disse: «Compagni, tiratevi indietro e lasciate questo servigio fare a me, ché io so non meno ben mescere che io sappia infornare; e non aspettaste voi d’assaggiarne gocciola!» E così detto, esso stesso, lavati quatro bicchieri belli e nuovi e fatto venire un piccolo orcioletto del suo buon vino, diligentemente diede bere a messer Geri e a’ compagni, alli quali il vino parve il migliore che essi avessero gran tempo davanti bevuto; per che, commendatol molto, mentre gli ambasciador vi stettero, quasi ogni mattina con loro insieme n’andò a ber messer Geri.
A’ quali, essendo espediti e partir dovendosi, messer Geri fece un magnifico convito, al quale invitò una parte de’ più orrevoli cittadini, e fecevi invitare Cisti, il quale per niuna condizione andar vi volle. Impose adunque messer Geri a uno de’ suoi famigliari che per un fiasco andasse del vin di Cisti e di quello un mezzo bicchier per uomo desse alle prime mense. Il famigliare, forse sdegnato perché niuna volta bere aveva potuto del vino, tolse un gran fiasco.
Il quale come Cisti vide, disse: “Figliuolo, messer Geri non ti manda a me.”
Il che raffermando più volte il famigliare né potendo altra risposta avere, tornò a messer Geri e sì gliele disse; a cui messer Geri disse: “Tornavi e digli che sì fo: e se egli più così ti risponde, domandalo a cui io ti mando.”
Il famigliare tornato disse: “Cisti, per certo messer Geri mi manda pure a te.”
Al quale Cisti rispose: “Per certo, figliuol, non fa.”
“Adunque, “ disse il famigliare “a cui mi manda?”
Rispose Cisti: “A Arno.”
Il che rapportando il famigliare a messer Geri, subito gli occhi gli s’apersero dello ‘ntelletto e disse al famigliare: “Lasciami vedere che fiasco tu vi porti”; e vedutol disse: “Cisti dice vero”; e dettagli villania gli fece torre un fiasco convenevole.
Il quale Cisti vedendo disse: “Ora so io bene che egli ti manda a me”, e lietamente glielo impié.
E poi quel medesimo dì fatto il botticello riempiere d’un simil vino e fattolo soavemente portare a casa di messer Geri, andò appresso, e trovatolo gli disse: “Messere, io non vorrei che voi credeste che il gran fiasco stamane m’avesse spaventato; ma, parendomi che vi fosse uscito di mente ciò che io a questi dì co’ miei piccoli orcioletti v’ho dimostrato, cioè che questo non sia vin da famiglia, vel volli staman raccordare. Ora, per ciò che io non intendo d’esservene più guardiano, tutto ve l’ho fatto venire: fatene per innanzi come vi piace.”
Messer Geri ebbe il dono di Cisti carissimo e quelle grazie gli rendé che a ciò credette si convenissero, e sempre poi per da molto l’ebbe e per amico.


2. Il disvelamento dell’inganno

Boccaccio, ho scritto nell’introdurre questa novella, inganna i suoi lettori più volte. Vediamo ora di disvelare in che cosa consistono questi inganni.

La novella di Cisti fornaio illustrata
in un manoscritto del XV secolo

Il primo consiste proprio nella collocazione della novella all’interno della sesta giornata. A conclusione della giornata precedente la regina designata, Elissa, aveva stabilito il tema al quale i novellatori si sarebbero dovuti attenere: «[…] voglio che domane con l’aiuto di Dio infra questi termini si ragioni, cioè di chi con alcun leggiadro motto, tentato[1], si riscotesse[2], o con pronta risposta o avvedimento fuggì perdita o pericolo o scorno». Ebbene, Cisti, come è ben chiaro a chiunque abbia letto il testo qui sopra, non viene affatto provocato, semmai è lui che provoca: beveva così «saporitamente questo suo vino, che egli n’avrebbe fatta venir voglia a’ morti», racconta il Boccaccio. Cisti non fugge neanche «perdita o pericolo o scorno», ma esercita con accorta liberalità un atto (anzi, molti atti) di cortesia. Pampinea, la narratrice di questa novella, non rispetta l’argomento proposto per la giornata. Si potrebbe dire che “è andata fuori tema”.
Altri due inganni si trovano nel titolo. Già con le prime parole, la caratterizzazione di Cisti come «fornaio» ci induce a pensare che la novella abbia qualcosa a che vedere con il pane. Niente di più ingannevole: si parla, invece, di vino. Successivamente, sempre dal titolo, siamo indotti a credere che Geri Spini abbia rivolto a Cisti una domanda azzardata («trascutata»): questa sarebbe la provocazione richiesta – l’abbiamo appena visto – dall’argomento della giornata. Ma la domanda non c’è, anche qui si tratta di un inganno: Geri Spini non fa a Cisti alcuna domanda; rimedia invece, con intuito forse tardivo, a un atto di scortesia di un suo servo.
Due elementi strutturali che hanno grande rilievo nel complesso narrativo del Decameron, il tema della giornata e il titolo della novella, portano il lettore completamente fuori strada, tanto che, quando questi (dopo un lungo incipit teorico su natura e fortuna: se non un altro inganno, almeno un piccolo dirottamento) arriva a leggere la parte della novella nella quale viene effettivamente raccontato il fatto che riguarda Cisti, non si raccapezza più e comincia a domandarsi se il Boccaccio non ce l’abbia con lui.

E naturalmente, non è finita qui. Infatti, l’inganno più grande riguarda il tono della novella.
È un tono di tranquillità e di pace, di scambio di parole e di azioni cortesi; un tono che rimanda a una vita cittadina ordinata, serena. Quella di Cisti fornaio è stata sempre considerata la novella che dimostra come la cortesia venga dal cuore e non dallo stato sociale e come la nobiltà d’animo prescinda da quella di nascita. E l’autore fa di tutto per spingerci a non pensare ad altro che a queste belle e nobili cose. La novella sembra quasi una favola. Abbondano i superlativi (da grandissimo a ricchissimo a bianchissimo a carissimo) e i diminutivi-vezzeggiativi (da orcioletto a botticello), gli aggettivi di senso positivo (bello, buono, nobile), gli avverbi ancora più positivi (da splendidissimamente e saporitamente a lietamente e soavemente). Scrive Luigi Russo all’inizio di una analisi della novella che ha fatto storia: «Tutta la novelletta spira leggiadria e urbanità». E, qualche pagina dopo, conclude: «Il Boccaccio ha avuto il merito di avere appuntito fino all’estremo questa nota dell’urbanità di un uomo, di una città, con una leggerezza e una snellezza rara. La brevità delle parole è il motto araldico di questa spiritualità fiorentina dei tempi di Cisti e di messer Geri»[3].

3. Che tempi erano quelli nei quali si svolge il fatto raccontato e chi erano, storicamente, i protagonisti?

Già: i tempi di Cisti e di messer Geri. Che tempi meravigliosi erano? In che mondo incantevole, anzi incantato, si erano svolti fatti tanto “leggiadri” e “urbani”? Boccaccio, con il gusto perverso di chi inganna ma vuole che il suo inganno venga scoperto, non ce lo nasconde, anzi, in mezzo a tante smancerie, ci fornisce un indizio certo: era il periodo nel quale Bonifacio VIII aveva mandato a Firenze una ambasceria «per certe sue gran bisogne». Poteva essere più preciso di così? Quella ambasceria – famosissima, anzi famigerata – si era svolta dai primi di giugno alla fine di settembre del 1300. Si trattava dunque di un tempo, lontano appena mezzo secolo dalla composizione della novella, tanto terribile che nessuno dei contemporanei dello scrittore poteva averlo dimenticato e che anzi tutti ricordavano certamente con angoscia. Lo ricordava per esperienza diretta chi aveva una sessantina di anni. Chi era più giovane lo ricordava per i racconti atterriti che aveva ascoltato dai più anziani. Infine, chi aveva visto sprofondare le memorie di famiglia tra i morti della peste recente (quella del 1348: il Decameron, ambientato come si sa nel periodo della peste, fu scritto subito dopo, tra il 1348 e il 1351 o poco oltre), lo sapeva bene per aver letto le pagine desolate che ne avevano scritto gli storici. Tra le altre, era certamente diffusa tra i contemporanei del Boccaccio in particolare la Nuova cronica di Giovanni Villani, che, pubblicata nel 1333, aveva goduto di un successo straordinario proprio negli anni immediatamente precedenti e successivi alla peste. Insomma, tutti i fiorentini che leggevano il Decameron sapevano che il mondo nascosto dal Boccaccio sotto tanti inganni non era stato affatto un concentrato di leggiadria e urbanità, ma era stato al contrario un tempo tristissimo durante il quale a Firenze ci si azzuffava tra Bianchi e Neri e, proprio con quella ambasceria, si era corso il rischio concreto di diventare, insieme con tutta la Toscana, una parte periferica del patrimonio di San Pietro.

Tornerò, alla fine della seconda parte di questo mio intervento, sui motivi che possono avere spinto il Boccaccio a perpetrare un inganno tanto più inquietante quanto (anzi: proprio perché) più palese. Ma qui, stupito del fatto che nessun critico abbia mai còlto questo aspetto della novella, voglio approfondire la questione del tempo. L’ambasceria di cui si parla era quella inviata dal papa a Firenze dopo i fatti di “Calendimaggio”. Il primo di maggio (alla latina: “Calendimaggio”, appunto) del 1300, allora a Firenze giorno della festa della primavera, i Neri avevano approfittato della confusione e della folla per assaltare un gruppo di Bianchi in Piazza Santa Trinita. Il figlio del capo dei Bianchi, Ricoverino de’ Cerchi, durante la zuffa aveva avuto il naso tagliato: non una ferita qualsiasi, ma un oltraggio, uno sfregio di solito riservato ai prigionieri di guerra (il Compagni parla in abbondanza di nasi tagliati nella sua Cronica a proposito dell’assedio di Pistoia, I, xxvi). Il 13 maggio Bonifacio VIII invia al al duca di Sassonia, elettore dell’Impero, una lettera chiedendogli di adoperarsi presso l’imperatore Alberto d’Austria, perché andassero a buon fine le trattative riguardanti la rinuncia ai diritti imperiali sulla Tuscia a favore della Santa Sede; il 23 maggio nomina suo legato a Firenze Matteo d’Acquasparta; questi parte il 26 da Roma, arriva a Firenze ai primissimi di giugno e si stabilisce a casa di Geri Spini. Tutto in fretta e furia: bisognava far presto. Le «gran bisogne» derivavano dal fatto che Bonifacio VIII, come Dante sospettava e come dimostra la lettera del 13 maggio[4], voleva integrare la Tuscia nel patrimonio di san Pietro utilizzando i Neri fiorentini, tra i quali c’erano i suoi banchieri, per raggiungere il suo scopo a partire dalla più importante e ricca città della regione. Per farlo, quale pretesto migliore di quello offerto dalle divisioni interne ai vari comuni e, in particolare, a Firenze?

Matteo d’Acquasparta e Geri Spini: oggi ci si chiede chi erano costoro, ma i fiorentini del XIV secolo lo sapevano benissimo.
Per quanto riguarda il primo, bisogna dire che Bonifacio VIII, data l’importanza di quelle sue «gran bisogne», non aveva mandato un ambasciatore qualsiasi. Matteo d’Acquasparta era nientemeno che l’ex ministro generale dell’ordine dei frati minori (1287) eletto cardinale nel 1288, teologo conosciuto in tutta Europa, sottratto ai suoi studi e prestatosi facilmente (troppo facilmente per Dante, che ne parla – male – nel XII del Paradiso) a quella che potremmo chiamare la diplomazia d’assalto del papa.
Di Geri Spini il Boccaccio ci dice che «fu in grandissimo stato» presso il papa. Era, infatti, il suo banchiere. Non proprio l’onestà fatta persona: diciamo che era una specie di Michele Sindona dell’epoca. Ed era anche il padre di Piero Spini, colui che aveva tagliato il naso a Ricoverino de’ Cerchi. Dunque Geri era sì un Sindona, ma dotato anche – in proprio e senza bisogno di appoggiarsi ad altre organizzazioni criminali – delle capacità di un capomafia abbastanza spregiudicato da utilizzare il figlio come picciotto. Geri Spini era stato inoltre colui che, la sera di Calendimaggio, proprio come un capomafia sicuro della sua impunità, aveva offerto l’ospitalità del suo palazzo fortificato (che si trovava – e si trova tuttora – su un lato di piazza Santa Trinita), non solo al figlio, ma a tutti i Neri coinvolti nell’aggressione ai Bianchi e nel ferimento di Ricoverino de’ Cerchi.

Ecco presso quale fior di gentiluomo aveva preso alloggio Matteo d’Acquasparta. Da quel palazzo, dal luogo dove si era svolta la zuffa che aveva incendiato Firenze e aveva offerto al papa il destro per una disinvolta operazione di espansione del Patrimonio di San Pietro, prendeva le mosse, nell’inganno propinato dal Boccaccio ai suoi lettori, la passeggiata sfarfalleggiante e piena di moine e cortesie che vedeva fianco a fianco un rappresentante di primo piano della parte dei Neri e il prestigioso ambasciatore del papa. È molto probabile che il periodo nel quale si svolgevano queste passeggiate debba essere collocato tra la metà del mese di giugno, quando Matteo d’Acquasparta aveva certamente già preso i contatti che gli servivano con gli esponenti della politica e delle istituzioni di Firenze, e la metà del mese di luglio, tra il 15 e il 18, giorni dopo i quali, come vedremo tra poco, il legato papale aveva certamente interrotto qualunque tipo di camminata per le strade di Firenze.

Il Boccaccio, per ingannare ancora di più i suoi lettori, non li avverte in nessun modo che la permanenza del legato del papa presso Geri Spini, indipendentemente dalle più o meno leggiadre passeggiate, non era stata tutta rose e fiori (ricordo ancora che, comunque, i contemporanei dello scrittore lo sapevano benissimo). Tra maggio e giugno Bianchi e Neri avevano continuato a fronteggiarsi, se non con morti e feriti, con risse e scontri continui. E il 23 giugno, vigilia di san Giovanni patrono di Firenze, un altro momento di festa, la processione in onore del santo, alla quale certamente era presente il legato pontificio, si era trasformata in un’ennesima zuffa. Con il pretesto della quale Matteo d’Acquasparta aveva chiesto pieni poteri (la “balia”). A chi li aveva chiesti? Questo è il bello: li aveva chiesti al Consiglio dei Cento nel quale sedeva Dino Compagni e ai sei priori appena nominati per il semestre dal 15 giugno al 15 agosto, tra i quali si trovava Dante Alighieri.
Sì, i giorni di quelle – secondo il Boccaccio – amene passeggiate non erano stati soltanto quelli nei quali si era giocato, con le armi di una guerra civile latente, il destino di Firenze; erano stati anche quelli nei quali Dante, con i provvedimenti adottati come priore, aveva deciso a sua volta il proprio destino di uomo e di intellettuale: un anno e mezzo dopo, Dante, condannato dal governo dei Neri (che avevano preso ormai il potere aiutati da un altro “inviato del papa, Carlo di Valois) per una serie di accuse inverosimili e infondate, prendeva la via dell’esilio.
Uno degli atti dei priori che certamente non era piaciuto né a Matteo d’Acquasparta né al papa fu proprio quello di non concedere la “balia” al legato, il quale fu costretto a passare i mesi da giugno a settembre in tentativi continui – e inutili – di acquisire poteri che gli consentissero di consegnare Firenze al Papa. Durante quei mesi, tra il 15 e il 18 luglio, non si è mai saputo se per effetto di un complotto o per l’azione di uno scriteriato (come afferma il Compagni) il cardinale fu oggetto di un attentato mediante un colpo di balestra schivato per poco. Da quel giorno si rinchiuse nelle fortificatissime case dei Mozzi (che si trovavano oltrarno, poco al di là del Ponte alle Grazie, quindi ben fuori dalle agitate strade del centro cittadino)[5] e il contrasto tra Firenze e il papa divenne, se possibile, ancora più aspro. Ma, quel che conta ai fini dello smascheramento dell’inganno boccaccesco, è che certamente Il legato pontificio non fece più passeggiate né amene né sgradevoli in mezzo a una città così poco sicura per lui. Nel frattempo, come è noto, i priori avevano mandato in esilio i capi dei Bianchi e dei Neri. I primi (tra i quali Guido Cavalcanti) avevano accettato di partire subito per Sarzana; gli altri si erano invece rifiutati in un primo tempo di partire per Città delle Pieve, ma entro la prima metà di luglio partirono. Non risulta che, dopo l’attentato, l’Acquasparta sia tornato a palazzo Spini. E, tra l’altro, Geri Spini era tra i capi dei Neri esiliati: quindi, tra la metà di luglio e i primi di agosto doveva trovarsi a Città della Pieve. A fine settembre Matteo d’Acquasparta, nel lasciare Firenze, lanciava l’interdetto[6] sulla città. Sarebbe stata una rovina, in primo luogo per i Neri, tra i quali si annoveravano i più ricchi banchieri della città. Se non fosse che Corso Donati, lasciato illegalmente l’esilio umbro, si recò personalmente da Bonifacio VIII e lo convinse a revocare l’interdetto. Quanti imbrogli nella novella, quanti imbrogli!

Questo è il tempo, certo piuttosto lontano dalla leggiadria e cortesia che spirano da tutte le righe della novella. E i luoghi? Dei luoghi, in particolare di quelli della passeggiata che avrebbe portato Matteo d’Acquasparta e Geri Spini a passare davanti alla chiesa di Santa Maria degli Ughi, parlerò in un prossimo intervento. Questo è già abbastanza lungo e devo un grazie di cuore ai lettori che sono arrivati fin qui.


[1] tentato: ‘provocato’.
[2] si riscotesse: ‘reagisse’.
[3] Luigi Russo, Letture critiche del Decameron, Bari, Laterza, 1956, pp. 225-230.
[4] Dante sospettava, come detto nel testo, che proprio questi fossero i disegni del papa e aveva ragione. A lungo molti storici hanno pensato che l’autore della Commedia esagerasse con i suoi timori relativi alla volontà di espansione territoriale dello Stato della Chiesa da parte di Bonifacio VIII. Ma documenti pubblicati di recente e relativi alla corrispondenza del papa nei giorni precedenti l’ambasceria di Matteo d’Acquasparta (tra questi la lettera citata) ci dicono che Bonifacio VIII aveva proprio intenzione di fare quello che Dante temeva: prendersi la Toscana. Si veda: Federico Canaccini, Matteo d’Acquasparta tra Dante e Bonifacio VIII, Roma 2008.
[5] Il Canaccini si domanda «se la scelta di risiedere presso i Mozzi fosse […] dettata dalla volontà di sminuire le voci che volevano l’Acquasparta colluso coi Neri, essendo i Mozzi Bianchi, o dalla maggiore sicurezza che le fortificazioni, di cui era dotata la loro dimora, potevano garantire». Si veda: Federico Canaccini, Bonifacio VIII e il tentativo di annessione della Tuscia, in: “Bullettino dell’Istituto storico italiano per il medioevo”, 112 (2010), p. 494, ora anche on line qui. Probabilmente i motivi erano tutti e due. Bisogna inoltre considerare che i Mozzi erano dei Bianchi un po’ speciali, in quanto erano «soci degli Spini presso la curia papale» (Gino Luzzatto, Note a Dino Compagni, Cronica, Torino, Einaudi, 1968, p. 52) e dunque molto interessati sul piano economico, indipendentemente da ogni appartenenza di consorteria, a favorire il legato pontificio.
[6] interdetto: l’interdetto era, in realtà, una misura prevista dal diritto canonico mediante la quale venivano, appunto, interdetti il culto e i sacramenti. Essa però comportava, come conseguenza indiretta, la possibilità per i debitori di non pagare i propri debiti ai cittadini colpiti dall’interdetto.

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