Dic 032014
 

4. Dove passeggiano Geri Spini e Matteo d’Acquasparta?
  Proviamo a immaginarlo

In un precedente intervento (riprendo da lì la numerazione dei paragrafi) ho cercato di spiegare come la novella di Cisti fornaio (Decameron, VI, 2), apparentemente leggera, piena di atti cortesi e raccontata con il tono incantato di una favola, sia in realtà una vera e propria trappola per il lettore: i tempi descritti dalla novella (e precisamente indicati dall’autore: «avendo Bonifazio papa […], mandati in Firenze certi suoi nobili ambasciadori per certe sue gran bisogne»: dunque l’estate del 1300) erano stati per Firenze tutt’altro che incantati. Altro che favola, una tragedia! A loro volta, i personaggi che si fermano a bere il vino di Cisti, Geri Spini e Matteo d’Acquasparta erano stati tutt’altro che che allegri e amabili gentiluomini disposti a passeggiate spensierate per le vie della città. Ci troviamo di fronte, come ho dimostrato, a un vero e proprio inganno perpetrato dal Boccaccio nei confronti dei suoi lettori. Ma è un inganno palese: lo scrittore vuole che il lettore sappia di essere ingannato: infatti i contemporanei dello scrittore, i primi lettori del Decameron, sapevano perfettamente in quale situazione si era trovata la loro città nei mesi terribili di quella ambasciata; e noi, che contemporanei non siamo, possiamo saperlo altrettanto bene se appena leggiamo qualche pagina del Compagni o del Villani o una biografia di Dante. È davvero singolare che nessun critico del Boccaccio abbia notato finora la contraddizione palese fra il tono della novella e il tempo e i luoghi nei quali essa è collocata.

I tempi e i luoghi, ho detto. Nel precedente intervento, oltre a dare il testo della novella, ho descritto i tempi e i personaggi. Qui è necessario che io mi occupi dei luoghi dove la novella stessa si svolge. Per farlo, provo a immaginare quale fosse il percorso seguito dall’ambasceria papale in compagnia di Geri Spini. Tuttavia assicuro i miei lettori che un freno alla mia immaginazione è costituito da un forte ancoraggio delle mie ipotesi a fatti certi.

Parto da una dato incontrovertibile: anche per quanto riguarda i luoghi, come fa per i tempi, il Boccaccio ci fornisce indicazioni molto precise. Geri Spini e Matteo d’Acquasparta, con i loro “famigliari” (più probabilmente un piccolo stuolo di guardie del corpo, se si considerano le circostante non favorevoli e le persone non immacolate delle quali stiamo parlando), usciti da palazzo Spini in piazza Santa Trinita (indicata nella piantina qui sotto con il triangolo rosso in basso a sinistra), «quasi ogni mattina davanti a Santa Maria Ughi passavano» (la chiesetta, demolita nell’800, si trovava nel 1300 nel posto indicato nella piantina dal quadrato rosso: oggi è il punto nel quale via Monalda confluisce in piazza Strozzi). Qui, accanto alla chiesa o proprio di fronte a essa, Cisti aveva il suo forno; e questo è un fatto storicamente dimostrato che avvalora le indicazioni di luogo fornite dal Boccaccio: Domenico Maria Manni, nella sua Istoria del Decamerone di Giovanni Boccaccio, scrive: «[…] in un libro manoscritto in cartapecora della Congrega maggiore del 1300, appunto, tra i nomi dei confrati e commessi di essa Congrega, chiesa per chiesa, sotto quelli di Santa Maria Ughi, a carte 69 tergo, vi si legge il nome di Cisto fornaio»[1]. «Passavano», è scritto nella novella; quindi, per trattare «i fatti del papa», dopo essere “passati” davanti al forno di Cisti e dopo avere approfittato del suo buon vino, andavano da qualche altra parte. Dove?

Mi sono impegnato a basarmi su fatti certi. E i fatti ci dicono che quelle di Matteo d’Acquasparta e del suo accompagnatore fiorentino non erano passeggiate qualsiasi. Quei due non avevano nessuna voglia di andare a zonzo. Dopo la entrata in carica dei nuovi sei priori (15 giugno) l’Acquasparta sperava di ottenere, anche approfittando dei continui scontri tra Bianchi e Neri, la concessione della “balìa”. Egli chiedeva cioè per se stesso, data la situazione eccezionale di lotte intestine, la somma dei poteri normalmente affidati ai priori e al Consiglio dei Cento: oggi parleremmo di una dichiarazione dello stato d’assedio con la nomina di un comandante supremo. Una trattativa così delicata portava senza ombra di dubbio il legato del papa nella sede dei priori e non, come pure è stato sostenuto[2], a discutere con i capi dei Bianchi e dei Neri. Si può pensare che avrebbe voluto essere lui, data l’altissima autorità della quale era rappresentante, a ricevere i priori: non certo a palazzo Spini, magari in una sede ecclesiastica. Ma ciò non era assolutamente possibile, neanche in una situazione eccezionale. I priori infatti, una volta eletti, per i due mesi di durata del loro mandato non potevano muoversi dalla loro sede. Dal 1301 questa sede sarebbe stata definitivamente collocata nel nuovissimo Palazzo della Signoria. Ma in quell’estate del 1300 il palazzo era ancora in costruzione e la sede provvisoria si trovava o nella Torre della Castagna (oggi all’incrocio tra via Dante Alighieri e piazza San Martino: nella piantina è indicata con il triangolo rosso in alto a destra) o, poco più in là (venendo da Santa Maria degli Ughi), nel popolo di San Procolo (oggi subito al di là di via del Proconsolo).
Chiunque potrebbe notare che la via più breve per andare da piazza Santa Trinita alla Torre della Castagna o a San Procolo non passava affatto per Santa Maria degli Ughi e, dunque, per il forno di Cisti. La via più breve (nella piantina è il percorso verde) passava per quelle che oggi sono via di Porta Rossa, via della Condotta e, da qui, a sinistra per l’attuale via dei Magazzini: ed ecco, in fondo a via dei Magazzini, piazza San Martino e, sulla destra della piazza, la Torre della Castagna. Pochi minuti a piedi anche se, magari, senza il vino di Cisti. Non deve essere stato, tuttavia, un bicchiere di vino, per quanto buono, fresco e appena spillato, a convincere il legato del papa e Geri Spini a fare una via più lunga. No, il fatto è che a via della Condotta, all’altezza di quello che ancora oggi si chiama vicolo de’ Cerchi, c’erano le case di Vieri de’ Cerchi (inquadrate nella piantina in un rettangolo rosso), capo dei Bianchi e padre di Ricoverino il cui naso (lo ricorda bene chi ha letto l’intervento precedente) era stato tagliato poco più di un mese prima, durante i disordini di Calendimaggio, proprio da Piero Spini, figlio di Geri: insomma, per il padre del feritore di Ricoverino non era tanto raccomandabile passare da quelle parti; e nemmeno per quello strano legato del papa così amico dei Neri doveva essere tanto sicuro passare sotto la casa del capo dei Bianchi. In alternativa l’ambasceria papale accompagnata da Geri Spini doveva fare un percorso che, partendo da Piazza Santa Trinita, attraversava le odierne via Tornabuoni, via Porta Rossa (per un piccolo tratto), via Monalda, piazza Strozzi (nell’angolo dove si trovava Santa Maria degli Ughi), via degli Anselmi, un piccolo tratto di via Pellicceria, la stretta via di San Miniato tra le torri, un piccolo tratto di via Calimala, via Orsanmichele, via de’ Tavolini, via Dante Alighieri per arrivare, da qui, in piazza San Martino.

Ecco spiegato, allora, il passaggio di Geri Spini e Matteo d’Acquasparta davanti al forno di Cisti. Nulla vieta, è ovvio, che lungo quel percorso i due coltivassero anche altri interessi oltre a quello del buon vino. Poco prima di raggiungere Santa Maria degli Ughi la piccola comitiva passava proprio davanti alla Torre della famiglia Strozzi (oggi in via Monalda 15: il palazzo Strozzi che noi conosciamo sarebbe stato costruito solo tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo, poco più avanti a sinistra rispetto alla chiesetta); e gli Strozzi, che in quegli anni cominciavano ad allargare i propri affari, guardavano certamente con attenzione alla possibilità di affiancare gli Spini nei prestiti al papa le cui casse erano allora vuote[3]. Chissà: forse il banchiere e l’ambasciatore avevano a loro volta interesse a prendere contatti con un altro banchiere, oggi diremmo, d’assalto e comunque ben fornito di contanti. Non lo sapremo mai, ma certo la Torre degli Strozzi era lì. La chiesetta di Santa Maria degli Ughi si trovava, inoltre, a metà strada tra Palazzo Spini e la Torre degli Agli (oggi in via dei Vecchietti 6, che è fuori dalla piantina riportata qui sopra). Quella degli Agli (una antica e nobile famiglia schierata con i Neri) era la più munita torre di Firenze. E anche in questo caso si può realisticamente immaginare che i due singolari personaggi non disdegnassero di dare un’occhiata a qualche posto ancora più munito di palazzo Spini: un posto che poteva rivelarsi utile nel caso dell’aggravarsi dei problemi – diciamo così – di ordine pubblico. Fatto sta che, quando la necessità si presentò davvero, dopo l’attentato di metà aprile, il cardinale scelse effettivamente un sito particolarmente munito, anche se, come si è visto nell’intervento precedente, preferì andare oltrarno (quindi completamente fuori dal centro cittadino) dai Mozzi, al di là del Ponte alle Grazie.

Molte ipotesi si possono avanzare, ma una cosa è certa: per Matteo d’Acquasparta e Geri Spini l’attraversamento del centro di Firenze non era affatto una passeggiata. Gli spostamenti da palazzo Spini dovevano essere motivati da ragioni di importanza vitale, nel senso letterale del termine: nel senso, cioè, che ciascuno dei due personaggi rischiava la vita ogni volta che si esponeva in pubblico. Tutti i dati storicamente documentati, la effettiva esistenza del forno di Cisti, il reale svolgersi nell’estate del 1300 dell’ambasceria di Matteo d’Acquasparta, le trattative (certe) che portavano (molto probabilmente) il legato del papa nella sede dei priori e altri dati ancora servono al Boccaccio per intessere meglio il suo inganno.
È possibile che i due e la loro scorta si fermassero effettivamente da Cisti (almeno una volta lo avranno anche fatto, perché no?), ma tutto impedisce di pensare alla spensierata piacevolezza di quella sosta in una città devastata dalla guerra civile e spaventata dalle decisioni che il papa avrebbe potuto prendere; inoltre l’esilio di Geri Spini e l’attentato a Matteo d’Acquasparta fecero certamente – e malamente – finire senza nessun convito di addio qualunque tipo di passeggiata, sia che fosse dettata dagli obblighi e dalle finalità dell’ambasceria (un periodo di “balìa” di Matteo d’Acqusparta, motivato dai disordini in atto, ma in realtà con lo scopo di facilitare il passaggio di Firenze e della Tuscia nel Patrimonio di San Pietro), sia che fosse ispirata da qualche più gaudente motivazione.

5. Perché il Boccaccio ci inganna?

Resta da capire perché il Boccaccio abbia intessuto il suo inganno. Che fosse un inganno, che egli ne fosse consapevole e che abbia impiegato tutta la sua arguzia per far sì che i suoi contemporanei percepissero con chiarezza tutta la falsità di quel racconto fin troppo leggiadro di una città incantata è certo. Per averne un’ulteriore conferma basta pensare a ciò che il Boccaccio osserva, circa venti anni dopo avere scritto quella novella, nel suo commento al VI canto dell’Inferno, quello nel quale Dante parla del suo incontro con Ciacco nel terzo cerchio[4]. Compiuta, con la descrizione dei fatti di quella terribile estate (e con l’esplicito richiamo all’ambasceria dell’Acquasparta), un’analisi approfondita dei versi con i quali Ciacco profetizza i disordini e le divisioni di Firenze[5], il Boccaccio conclude: «Nondimeno, chi di questa istoria vuole pienamente sapere, legga la Cronica di Giovanni Villani, per ciò che in essa distesamente si pone»[6]. Più chiaro di così?

Perché, allora, l’inganno? Naturalmente, questa è oggi una domanda senza risposta. Posso solo dire, per non lasciare incompiuta questa mia analisi, che a me questa novella fa venire in mente, per una certo non casuale associazione di idee, una delle scene più famose della cinematografia mondiale: quella nella quale Charlie Chaplin, ne Il grande dittatore, rappresenta Hitler che gioca con un mappamondo e bamboleggia, nella stanza dalla quale decideva la morte di milioni di esseri umani, con allegri passi di danza. La situazione, a pensarci bene, è la stessa. Ne Il grande dittatore, sia l’autore del film sia gli spettatori sapevano benissimo che Hitler aveva tutt’altro che giocato e bamboleggiato: e l’effetto di tragedia si moltiplica proprio per il paradosso dell’immagine apparentemente comica e ludica. Allo stesso modo, nella novella di Cisti Fornaio, il bamboleggiamento di due mascalzoni per le strade di Firenze e gli scambi di cortesie tra uno di questi e un fornaio dovevano creare, per paradosso, un effetto di particolare inquietudine nell’animo di chi, appena letta la collocazione temporale della novella, era necessariamente portato a ricordare i giorni della tragedia fiorentina. L’unica differenza è che il film di Chaplin fu realizzato, come è noto, in medias res, nel pieno dell’accadere delle cose (nel 1940), mentre il Boccaccio propone la sua novella a mezzo secolo esatto degli eventi ai quali si riferisce. Ma lo sgomento degli spettatori de Il grande dittatore e dei lettori della novella di Cisti fornaio è certamente paragonabile: terminata la lettura della seconda novella della sesta giornata del Decameron, un lettore fiorentino del XIV secolo doveva essere sconvolto.


[1] Giovanni Maria Manni, Istoria del Decamerone di Giovanni Boccaccio, Firenze, 1742, pp. 392-393.
[2] Il Manni, nell’opera citata qui sopra, ipotizza che l’ambasceria pontificia si recasse alternativamente dai Cerchi e dai Donati, ma questo sarebbe potuto accadere se Matteo d’Acquasparta avesse avuto effettivamente intenzione di fare da paciere, ciò che è escluso tanto dalla testimonianza del Compagni quanto dalle analisi dei documenti svolte dagli storici posteriori, fino a oggi.
[3] Era stata molto costosa per Bonifacio VIII la guerra contro i Colonna e i francescani spirituali estremisti (tra i quali Iacopone da Todi), che si era conclusa appena un anno prima (estate 1299) con distruzione di Palestrina. Avevano poi dissanguato le casse del pontefice le altre spese dedicate al tentativo fallito, ma dispendiosissimo, di costruire una nuova città più a valle di quella distrutta). È forse opportuno ricordare che la guerra contro i Colonnesi fu condotta con la forma di una “crociata” e che in quell’epoca il fidato Matteo d’Acquasparta (i cui confratelli francescani spirituali erano assediati da Bonifacio) aveva avuto dal papa l’incarico di predicare la crociata, tra l’altro, proprio in Toscana.
[4] È probabilmente un caso, ma non si può non notare la vicinanza di date tra il giorno nel quale Dante immagina avvenuta la profezia di Ciacco (l’8 aprile del 1300), i fatti di Calendimaggio annunciati nella profezia (verificatisi appena tre settimane dopo) e l’ambasceria di Matteo d’Acquasparta (cominciata il 1° giugno, quindi un mese esatto dopo Calendimaggio) durante la quale il Boccaccio colloca il tempo della novella di Cisti fornaio.
[5] Rispondendo alla domanda con la quale Dante gli aveva chiesto: «ma dimmi, se tu sai, a che verranno / li cittadin de la città partita; s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione / per che l’ha tanta discordia assalita» (vv. 60-63), Ciacco risponde:
«[…] dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione
Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l’altra sormonti
con la forza di tal che testè piaggia».
Inferno, vv. 64-69.
[6] Giovanni Boccaccio, Esposizioni sopra la Comedia di Dante, a c. di Giorgio Padoan, Milano, Mondadori, 1965, p. 354.

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