Dic 292011
 

Ho lamentato più volte, anche su questo blog, la disattenzione dei quotidiani nei confronti della poesia. Disattenzione che, in parte, è certamente conseguenza del fatto che la poesia, con la sua originaria e costituzionale inutilità, contraddice tutte le regole di produttività, di competitività e di mercato alle quali la società contemporanea si ispira e delle quali i media, dal canto loro, si fanno – tranne rare eccezioni – portabandiera. Ma, in parte, questa stessa disattenzione è frutto anche di negligenza e ignoranza. La lettura della poesia richiede fatica. Il “verso”, ciascun “verso” di cui un testo poetico è composto, è, come dice la parola, una “svolta”: una “svolta” determinata dal suono (quelle che Pessoa, attraverso il suo eteronimo Álvaro De Campos, chiamava «pause speciali e innaturali»), che mette ogni volta il lettore di fronte a una scelta di senso. Nessun altro tipo di lettura ci spinge in maniera così costante e perentoria a un simile esercizio della coscienza e della libertà. Non a caso Harold Bloom parla di una vera e propria «missione» della poesia (sul termine «missione», che traduce «mission», si potrebbe discutere, ma non è questo il luogo): quella di «aiutarci a diventare liberi artefici di noi stessi» e afferma che «l’arte di leggere la poesia è un autentico esercizio di accrescimento della coscienza, forse il più autentico fra tutti i modi salutari».
Ma in questi giorni è successo qualcosa che, almeno in piccola misura, contraddice questa accusa che io rivolgo ai quotidiani. Il “Corriere della Sera” annuncia infatti la collana Un secolo di poesia, trenta volumi a costo contenuto che verranno allegati al giornale una volta la settimana nei prossimi mesi e di cui viene fornita una prima prova, al costo simbolico di un euro, con l’Elogio dei sogni di Wisława Szymborska. Una scelta, quella del “Corriere della Sera” alla quale plaudo senza riserve, al di là dei poeti e dei testi che saranno scelti.

Tuttavia, come dimostra la permanenza di varie copie del volume di Szymborska sul bancone del mio giornalaio, c’è ancora molto da fare. La gente è così disabituata alla possibilità stessa di leggere libri di poesia che, a quanto pare, non ha voluto aggiungere neppure un euro al costo del giornale per portarsi a casa l’Elogio dei sogni. E non è questione di crisi: è che siamo spinti tutti, piuttosto che alla fatica della scelta, piuttosto che alla verifica di senso dopo ogni svolta che facciamo, alla riposante tranquillità che deriva dal lasciare che altri scelgano al posto nostro e che altri diano un senso alle nostre vite.
Sennò, perché avremmo vissuto così questi ultimi venti anni?

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