Apr 252016
 

Una decina di anni fa ho visto per caso nella libreria di una stazione ferroviaria la nuova edizione di un vecchio libro che avevo letto da ragazzo, le Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (Einaudi, 2002; l’edizione che avevo letto io era quella del 1952 che mio padre conservava bene in vista nella sua monumentale libreria di mogano: libreria che, mentre scrivo queste righe, mi guarda da dietro le spalle). Dato che mancava ancora del tempo alla partenza del treno, ho preso in mano quel libro e ho cominciato a rileggere quelle pagine così belle e così forti. Le ho rilette con la mia esperienza di insegnante e, mentre quando le avevo lette per la prima volta non avevo fatto caso all’età di coloro che le avevano scritte, a distanza di quarant’anni l’età di alcuni di quei condannati a morte mi ha colpito come una stilettata: avevano – ho pensato – l’età dei miei alunni di quando insegnavo al liceo, diciassette, diciotto, diciannove anni.
Mi aveva colpito in particolare, e non l’avevo notato alla prima lettura o non me lo ricordavo, il tono di quelle lettere: niente di “eroico”; erano, sì, “ultime” parole, ma scritte come se si trattasse di una partenza, con serenità, con accettazione. La morte era nel conto delle cose possibili. Ecco: si trattava di dar conto di questa cosa ai genitori, agli amici, alla fidanzata. E coloro che avevano quella straordinaria forza d’animo erano ragazzi. Sarebbero potuti essere miei alunni.
Durante il viaggio, uno dei miei tanti Roma-Torino del quale non ricordo però la ragione precisa, ho scritto, sull’onda dell’emozione di quella rilettura, la poesia che propongo qui sotto, Alunni, che qualche anno dopo è entrata a far parte della mia raccolta di versi La mente irretita. Questa poesia è poi diventata molto cara a tanti colleghi. Uno ha voluto che fosse trascritta sulla “pergamena” di saluto che gli è stata donata dalla scuola quando è andato in pensione, altri l’hanno letta a loro volta ai loro alunni; Manuela Vico, straordinaria insegnante di francese animatrice del Premio di poesia “Inter-Alpes” (al quale partecipano alunni della provincia di Cuneo e della regione francese della Provence-Alpes-Maritimes) ha voluto farne una specie di colonna sonora delle manifestazioni nelle quali si articola questo premio e spesso la fa leggere e la commenta con sempre rinnovata emozione.

Oggi le ultime testimonianze – lettere, appunti, fogli di diario – di condannati a morte e di deportati della resistenza italiana sono conservate nel sito ultimelettere.it che consiglio a tutti di andare a visitare con l’attenzione che merita. Da questo sito (e non dal libro che ho letto e riletto) traggo le lettere di tre ragazzi di diciassette anni che mi sembra facciano capire, meglio di qualsiasi “commento”, il senso della mia poesia Alunni.

Lettera di Ludovico Ticchioni (Tredicino) a … scritta in data 17-01-1945 da Carcere


17 gennaio
Sono sicuro che oggi
sarà il mio ultimo
giorno di vita.
Non mi importa
di morire.


Lettera di Domenico Caporossi (Miguel) alla Madre scritta in data 21-02-1945


21/2/1945
Cara Mamma Vado a morire,
ma da partigiano, col sorriso sulle labbra
ed una fede nel cuore. Non star malinco=
nica io muoio contento. Saluta amici e
parenti, ed un forte abbraccio e bacioni
alla piccolo Imperio e Ilenio e
il Caro Papa, e nonna e nonno e di
ricordarsene sempre. Ciau Vostro figlio
Domenico


Lettera di Lorenzo Alberti (Renzo) ai familiari


[Fronte]

Cara Mamma, sono stato preso
da dei tedeschi a Upega e sono stato
condannato a morte.
Non stai a piangere e né a strillare non
dai colpa a nessuno. Vivi tranquilla
ci hai ancora il fratello che ti
tiene compagnia. Ti può aiutare
nella vecchiaia.
Lo so che dopo tanti sacrifici
ti trovi un figlio di meno. Non
ti arrabbiare!
Caro papà vivete tranquilli
in famiglia come principi.
Sono morto senza
torture
Caro Fratello non piangere
aiuti bene ai

[Retro]

genitori senza farli arrabbiare.
Cari famigliari salutatemi tutti
i cari conoscenti e parenti
dite a loro che il destino volle così.
Vi saluto tutti
Renzo


Ecco, Ludovico, Domenico, Renzo, e tanti altri come loro, li avrei voluti come alunni. Dedico questa poesia a tutti gli alunni che ho avuto.

Michele Tortorici, Alunni (da La mente irretita, Manni, 2008)


Rileggendo
le Lettere dei condannati a morte della Resistenza

Alunni vi avrei voluti nell’ora
che vi ha sommersi la storia,
che vi ha affrancati la vostra
temeraria purezza,
che vi ha innalzati la speranza
nella parola che s’invera
come un giuramento.

Alunni vi avrei amati per potere
imparare la fede che attraversa
la morte come un’onda
di piena penetrata
nel mare. Vi avrei cercati per dare
inaspettate risposte alle troppe
impazienti pagine che ho letto. Vi avrei
attesi perché non si chiudesse
il portone della scuola e avrei scavato
per voi macerie di futuro
in offerta d’amore.

Avreste forse anche voi
prestato la vostra fede alle parole
che ho fatto scorrere sui banchi, ai versi
di libertà, alle note a piè di pagina sull’uomo
che s’infutura e che s’india; avreste
forse anche voi bevuto l’inganno
propizio di umani simulacri
senza professione di modernità.

Alunni vi avrei abbracciati per ricevere
il vostro contagio, per raccogliere
le lettere che avete scritto e custodirle
nell’archivio della scuola. Lì
un altro insegnante, dopo secoli
d’inettitudine, avrebbe scoperto
le pagine nascoste e portato
a nuovi alunni le vostre
parole per inverarle ancora
come un giuramento.


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