Ott 162010
 

Sere fa la televisione non offriva molto. Violenze su un campo di calcio e banalità sulla giustizia spacciate per pareri di politici esperti e – ancor peggio – di esponenti del governo in un talk show. Uno dei tanti.
Meglio una buona lettura. E allora ho preso dagli scaffali della libreria una vecchia edizione delle opere di Platone. Volevo leggere l’Apologia di Socrate. Lo scopo era quello di riconciliare la mia mente con qualcosa di serio, guarda caso, proprio intorno alla violenza dei privati e alla giustizia dello Stato

Saranno stati vent’anni che non tornavo su questo testo. E l’altra sera mi sono reso conto di aver fatto male. È un testo da rileggere almeno una volta l’anno. È più salutare che fare le analisi del sangue. Se ti confronti con questo testo, capisci chi sei e come stai molto di più che non guardando i valori della glicemia e del colesterolo.

L’Apologia è la difesa che Socrate fa di se stesso davanti ai giudici per rispondere alle accuse che un gruppo di violenti gli aveva rivolto imputandogli, in sostanza, di essere ateo e di corrompere i giovani. Anche nell’Atene di allora non mancavano ultras nazionalisti non molto diversi da quelli che oggi girano per certi stadi di calcio.
Platone scrisse quest’opera probabilmente molto giovane, pochissimo tempo dopo il processo (avvenuto nel 399 a.C.), quando le parole dette da Socrate dovevano essere ricordate da molti e si deve quindi pensare che la ricostruzione che egli fa del discorso del suo maestro sia molto fedele. C’è forse una contaminazione della filosofia di Socrate con una concezione dell’«idea» più propriamente platonica. Ma non è questo che importa. D’altro canto non sono un esperto di filosofia, ma solo un lettore qualsiasi.

Quello che importa è che esce fuori dall’Apologia la straordinaria personalità di un uomo che non si piega né alla violenza diretta dei suoi accusatori, né a quella indiretta dei giudici (che avrebbero voluto vederlo «piangere e lamentarsi e fare molte altre cose di lui indegne») in virtù di un’idea del male che costituisce, a mio parere, la pietra di paragone di ogni morale laica. Il male non è, per Socrate, la morte; è invece, certamente, per ciascun uomo, commettere atti ingiusti o empi, cioè contrari alle leggi dello Stato o ai valori universali.

Da questa posizione Socrate ricava per sé, durante il processo e poi durante la carcerazione (come si vede poi nel Critone, altra opera che mi sono affrettato a rileggere) una totale libertà intellettuale che gli consente di trasformare la sua difesa in una rivendicazione altissima della sua “sapienza”. Una “sapienza” che è tale, come è noto, proprio in quanto riconosce a priori i suoi limiti e che fa di questa azione del riconoscere ciò che non si sa una missione dettata da un’ispirazione che Socrete stesso considera di natura “divina” (il “demone” che gli sta dentro e che lo spinge a non fermarsi neanche di fronte al rischio della morte).

Per riconoscere ciò che non si sa Socrate non aveva fatto altro che andare in giro per la città a esaminare chi si credeva sapiente e a convincerlo che in realtà la sua è solo una presunzione di sapienza senza reale contenuto. Sapeva bene che questo gli procurava molti nemici, particolarmente in un’epoca di tirannia o di incertezza politica come quella seguita alla sconfitta ateniese nella guerra con Sparta. Ma non per questo aveva smesso di esercitare il suo magistero.

E ora, durante il processo, questa sua coerenza gli dà la forza necessaria per fare due cose che probabilmente né i suoi accusatori né i giudici si aspettavano. La prima è riaffermare, davanti al più grande uditorio possibile (i cittadini ateniesi che assistono al processo e gli stessi cinquecento giudici che lo condanneranno) il metodo dell’«esame» come quello che consente di verificare ciò che si sa e di distinguerlo da ciò che si crede di sapere: una lezione pubblica di filosofia straordinaria, tanto più perché chi la pronuncia sa bene che è l’ultima. La seconda è quella di preferire la morte piuttosto che rinunciare alla propria missione trasformando così questa missione in un valore assoluto per i suoi contemporanei e per chiunque, dopo di allora, voglia vivere come un uomo e non come una bestia.

«Si è fatta ora di andare: io a morire, voi a vivere – dice ai giudici concludendo la terza parte della sua Apologia – chi di noi andrà a stare meglio è nascosto a tutti tranne che al dio».

Penso di aver fatto proprio bene a spegnere la tv e mettermi a leggere l’Apologia.

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