Gen 272013
 

Per il giorno della memoria 2013

Come è noto, Primo Levi non riuscì a tornare a casa subito dopo la liberazione da Auschwitz. È bene sapere che il giorno della memoria ricorda proprio l’apertura dei cancelli di Auschwitz, a opera dell’Armata rossa, il 27 gennaio 1945. Dopo una vera e propria odissea, che poi raccontò ne La tregua (1963), Levi arrivò a Torino il 18 ottobre del 1945. Poco tempo dopo, nel gennaio del 1946, cominciò a lavorare in una fabbrica di vernici, poi in un’altra, e nel settembre dell’anno successivo, dopo un breve fidanzamento, sposò Lucia Morpurgo, la «compagna» invocata nel quarto verso della poesia Attesa, che vi propongo di leggere qui di seguito.
La sua vita sembrava quindi essere rientrata nel binario di una esistenza piuttosto comune, un lavoro, una famiglia. Tuttavia Primo Levi non nascondeva il suo bisogno di testimoniare, il bisogno di non essere affatto un uomo comune, ma colui che racconta ciò che ha visto e a cui nessuno può credere, il bisogno di essere colui che dice l’indicibile. In quegli stessi anni andava infatti scrivendo Se questo è un uomo, pubblicato nel 1947 dalla piccola casa editrice Torinese Da Silva, ma, in un primo tempo, senza grande risonanza. E, fin dai primi giorni del ritorno a casa, aveva cominciato a scrivere poche, meditate, intense poesie. Tra queste, con la data del 2 gennaio 1949, scrisse Attesa.

Uno degli assilli più tormentosi che angustiò Primo Levi lungo tutto il corso della sua esistenza riguardava il possibile ritorno di ciò che egli aveva testimoniato proprio perché non tornasse. Coloro che avevano compiuto lo sterminio erano, loro sì, uomini comuni, portati a essere belve certamente dalle loro individuali debolezze e viltà, ma anche da una serie di circostanze più generali, di correità sociali, di parole d’ordine condivise in un delirio di comunicazione di massa. Erano circostanze che non attenuavano, secondo Levi, le colpe individuali, ma ne chiarivano l’orizzonte e ne costituivano lo scenario. Oltre che alle debolezze dei singoli, bisognava – e bisogna – dunque opporsi con tutti gli strumenti offerti dalla cultura, dal senso critico e dalla consapevolezza storica, proprio a quella degenerazione della società. Questa la lezione di Primo Levi e la sua risposta all’assillo del possibile ritorno dell’orrore.
Attesa è espressione di questo assillo. Ma, per noi, a un quarto di secolo dalla scomparsa di questo straordinario uomo e grandissimo scrittore, rimane anche un avvertimento.
Negli anni appena trascorsi, una delle colpe più gravi delle quali si è macchiata la destra berlusconiana è stata quella di aver dato legittimità, con posti in parlamento, con alleanze negli enti locali e nelle regioni, con poltrone di sottogoverno e – persino peggio – con una ammiccante accondiscendenza culturale, alle espressioni più retrive e volgari del neofascismo e del neonazismo.
Né si può tacere di un partito con posizioni razziste principale alleato di governo. Certo, in tutta Europa si è verificato negli anni più recenti un tentativo di queste ideologie di cavalcare frustrazioni e scontenti popolari, di offrire facili ricette di violenza, di trovare capri espiatori in primo luogo negli ebrei, ma anche negli immigrati e in tutti coloro che vengono additati come diversi. Ma fuori d’Italia (con l’unica, preoccupante eccezione dell’Ungheria), i vari partiti di destra hanno tenuto sempre queste frange estreme fuori da ogni possibile alleanza, magari a costo di non vincere le elezioni o di non raggiungere la maggioranza per governare. Solo in Italia forze che si autodefiniscono “moderate” (e, fino all’altro ieri, anche coloro che oggi si autodefiniscono “centristi”) hanno avuto una totale spudorata mancanza di responsabilità e hanno così portato l’intero paese ad abbassare la guardia di fronte ai fenomeni di antisemitismo e di razzismo che, difatti, hanno assunto proporzioni inusitate.
Attesa ci coinvolge con il suo terribile ritmo di marcia, sottolineato dalle anafore e dalla forza degli accenti interni dei versi. Ci coinvolge, ci addita la possibilità del ritorno di un orrore già «noto» e costituisce oggi per questo, a ben sessantaquattro anni da quando è stata scritta (quasi la mia intera vita!), un avvertimento forte e ancora attuale, da non dimenticare. Nel giorno della memoria e in tutti gli altri giorni.

Primo Levi, Attesa (Da Ad ora incerta, Garzanti, 1984)


Questo è tempo di lampi senza tuono,
Questo è tempo di voci non intese,
Di sonni inquieti e di vigilie vane.
Compagna, non dimenticare i giorni
Dei lunghi facili silenzi,
Delle notturne amiche strade,
Delle meditazioni serene,
Prima che cadano le foglie,
Prima che il cielo si richiuda,
Prima che nuovamente ci desti,
Noto, davanti alle porte,
Il percuotere di passi ferrati.

2 gennaio 1949


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