La musica delle parole

«L’iniziazione a un mistero – afferma Gilberto Scaramuzzo nella Presentazione – è quel che deve aspettarsi chi si avvia alla lettura di questo libro. Il mistero cui si viene iniziati è un mistero bello: leggere la poesia. […] L’intento di queste pagine non è quello di insegnare un sapere ma di insegnare un potere. E insegnare un potere richiede un’opera creativa. Difficile non avvertire come l’autore voglia che chiunque legga le sue pagine arrivi a godere in proprio di uno dei luoghi più belli dell’essere umani».
Nel saggio che dà il titolo a questo volume, La musica delle parole, l’autore – continua Scaramuzzo – «ha il pregio di padroneggiare la difficile arte di giungere nei luoghi semplici, e così, in questa sua opera, la poesia viene riscoperta anche come creazione di un ritmo e, grazie ai suoni delle parole, di un’armonia; quindi come ri-creazione della dimensione spazio-temporale e, perciò, come ri-conoscimento dell’eterno».

Gli altri saggi del volume costituiscono in gran parte una sorta di esemplificazione di come, concretamente, leggere specifici testi poetici, sia nella loro unicità e singolarità (è il caso dei saggi sul primo canto della Commedia dantesca, sul Natale del 1833 del Manzoni e sulla quasi sconosciuta poesia del Pascoli Gesù), sia – attraverso precise analisi ipertestuali – nel lungo cammino che a volte compie la parola poetica (è il caso del saggio su La speranza fallace da Cavalcanti a Petrarca fino a Leopardi e di quello su La neve. Un’immagine leggera del confondersi di vita e morte, da Cavalcanti a Pascoli). A questi interventi se ne affiancano altri che costituiscono vere e proprie sorprendenti incursioni critiche sul terreno della prosa (La novella di Cisti fornaio. Boccaccio inganna i suoi lettori e Lorenzino de’ Medici come Cesare Borgia? C’è da ridere). Tutti sono il frutto di letture svolte senza pregiudizi, con mente sgombra: di conseguenza, con risultati critici originali e, in qualche caso, straordinariamente innovativi rispetto a tradizioni interpretative spesso appiattite sul “già visto” e sul “già detto”.