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2018 – Una confessione spontanea (Manni) Scelto come libro del mese di ottobre 2018 dalla piattaforma di notizie online EzRome che contiene anche una mia intervista a cura di Donata Zocche. È una domenica di luglio in un complesso di casette al mare, al Circeo. In una pace scandita da letture, bagni e grigliate, il giorno prima si scopre l’assassinio di un contadino che, in mezzo a quelle casette, allevava le sue mucche. Odetta, coinvolta come testimone, ne ha di cose da raccontare. Al commissario puntiglioso, alle sue amiche Anita e Olga e – forse – anche all’assassino. Nel frattempo, quell’oasi di tranquillità ha cominciato a rivelare vizi e segreti che nessuno sospettava, e tanto meno Odetta. Tuttavia, dall’osservatorio privilegiato della sua insonnia, aiutata da uno sguardo acuto e ironico, sarà proprio lei a dipanare una matassa che pareva senza capo né coda e nella quale bene e male, come spesso accade, sono mescolati fino a essere indistinguibili.

2018 – Due bugie di Dante (Anicia) Presentato dalla Société Dantesque de France alla Sorbonne Nouvelle il 14 dicembre 2018. Quando, in quella occasione, il presidente della Dantesque mi ha presentato, ha parlato di me come di un «écrivain rebelle». E probabilmente la definizione era giusta se riferita ai risultati del mio lavoro così come essi si rivelano in questo libro. Tuttavia, nel metodo, il mio lavoro è stato assolutamente tradizionale: analisi e confronto dei testi con riferimento diretto alle fonti. Da questo metodo è emerso un fatto sul quale poco si è esercitata nel corso dei secoli la critica dantesca, ma che è, di per sé indubitabile: a tutti i personaggi contemporanei a Dante che compaiono nella Commedia i primi commentatori cercarono di dare una precisa identità storica anche quando, come capita in molti casi nell’Inferno, quei personaggi sono citati con appena un nome o un soprannome. I commentatori sono riusciti a identificarli? In qualche caso quei personaggi non avevano affatto una identità storica: Dante, semplicemente, se li era inventati. E allora? Beh, allora leggete il libro.

2018 – Piante del mio giardino (Campanotto) è un poemetto che dichiara sin da una breve citazione in epigrafe , «Genus omne animantum», la sua ispirazione lucreziana, (Lucrezio, De rerum natura, I, 4), ma che non si propone affatto come un poema scientifico e, meno che mai, filosofico. In questo libro riferisco, molto più semplicemente, le conversazioni che faccio con le mie piante e il modo in cui trascorriamo insieme il tempo. L'ispirazione lucreziana è evidente nel modo in cui, lungo tutto il poemetto, seguo i cicli vitali che si susseguono nel mio giardino: con allegra adesione ai ritmi del divenire, ma anche con precise descrizioni della mia partecipazione a questi ritmi in qualità di giardiniere, «giardiniere, per volontà e competenza, / “professionale” (non amo / la falsa modestia), ma per lampanti e immodificabili / dati biografici, “non professionista”», come mi è sembrato giusto precisare nel poemetto. Riflessione sulla vita? Manuale di giardinaggio in versi? Non chiedete a me di rispondere a queste domande. Leggete il libro e rispondete voi stessi: vi avverto sin d’ora che il libro susciterà in voi tanti altri interrogativi. Piante del mio giardino è stato pubblicato nello splendido allestimento “all’antica” e con la splendida grafica dell’editore Campanotto, che ringrazio di cuore.

2016 – Il cuore in tasca, Manni. La poesia, «durante lo scorrere / ordinario del tempo», aiuta a vivere, soprattutto quando certi minuti che «devono credersi importanti», «vi arrivano / addosso con brutalità, a passi pesanti, e vi aggrediscono». Nella Presentazione Francesco Muzzioli scrive di versi ironici e discorsivi, con parole che sono cose e però dicono altro. Annota che non c'è nulla di ermetico o di sottilmente evocativo in questa poesia che, nell'ampio tratto di un verso preferibilmente lungo, mostra affabilità verso il lettore. È un volare basso. Parte sì dalle cose, ma per distorcere la loro quieta e normale apparenza, per leggerle da una posizione critica, vale dire vedendole non come “dati”, ma come punti nodali: nodi che, dice il poeta, «alla mia mente piace sciogliere. Per ogni nodo che riesco a sciogliere / mi sento più libero».

2016 – La vita dell’isola. Poesie a Favignana, Armando Siciliano editore. Le poesie pubblicate in questo volume costituiscono una lunga dichiarazione d’amore all’isola di Favignana da parte di una delle voci poetiche italiane più originali e, anche per questo, tra le più conosciute fuori dei confini nazionali, soprattutto in Francia. Una dopo l’altra si rivelano al lettore come parti di una specie di poemetto il cui carattere non è, al di là delle apparenze, né descrittivo né autobiografico, ma riflessivo. Come scrive l’autore nella sua Piccola guida non convenzionale dell’isola, che apre il volume, infatti, «la vita dell’isola di Favignana […] è una rappresentazione così circostanziata del divenire che ciascuno di noi vi si può riflettere come in uno specchio e, in quel riflettersi, riesce a perdere, se lo vuole, ogni paura del tempo».

2016 – La musica delle parole. Come leggere il testo poetico, Anicia. Nella sua Prefazione, Gilberto Scaramuzzo ha scritto: «L’iniziazione a un mistero è quel che deve aspettarsi chi si avvia alla lettura di questo libro. Il mistero cui si viene iniziati è un mistero bello: leggere la poesia. […] L’intento di queste pagine non è quello di insegnare un sapere ma di insegnare un potere. E insegnare un potere richiede un’opera creativa. Difficile non avvertire come l’autore voglia che chiunque legga le sue pagine arrivi a godere in proprio di uno dei luoghi più belli dell’essere umani». Nel saggio che dà il titolo a questo volume, La musica delle parole, l’autore «ha il pregio di padroneggiare la difficile arte di giungere nei luoghi semplici, e così, in questa sua opera, la poesia viene riscoperta anche come creazione di un ritmo e, grazie ai suoni delle parole, di un’armonia; quindi come ri-creazione della dimensione spazio-temporale e, perciò, come ri-conoscimento dell’eterno». Gli altri saggi del volume costituiscono in gran parte una sorta di esemplificazione di come, concretamente, leggere specifici testi poetici. Insieme con i saggi che si occupano di testi in prosa, essi sono il frutto di letture svolte senza pregiudizi, con mente sgombra: di conseguenza, con risultati critici originali e, in qualche caso, straordinariamente innovativi rispetto a tradizioni interpretative spesso appiattite sul “già visto” e sul “già detto”.

2015 – Fine e principio, Anicia (volume illustrato stampato in cinquecento copie numerate che non vengono vedute attraverso la normale distribuzione libraria: qui le istruzioni per acquistarlo. I versi dei quali si compone questo libro, scritti con diversi propositi tra il 2011 e il 2014, sono scaturiti tutti dalla contaminazione con opere d’arte visuale o con altri versi (quelli delle Metamorfosi di Ovidio, che qualche anno fa ho riletto con rinnovate emozioni) o con entrambe le cose. Ho successivamente proposto questi versi a Marco Vagnini – industrial e graphic designer ma, in questo caso, semplicemente “illustratore” – perché mettesse in moto, per una nuova contaminazione, la sua folgorante capacità di dare forma a un pensiero così complesso e dalle origini così felicemente ingarbugliate. Infine, li ho riscritti tenendo conto anche delle illustrazioni. Benché si possa affermare che i versi della poesia di ogni tempo si siano sempre contaminati con altro da sé, a questi è certamente capitato di contaminarsi più ancora che a tutti gli altri. Da qui il sottotitolo del libro, che non è un vezzo, ma una constatazione.

Tortorici – Due perfetti sconosciuti, Manni (si può ordinare in tutte le librerie, anche in quelle on line; qui l’elenco, via via aggiornato, delle librerie dove è sempre disponibile) Nella quiete di una domenica d’inverno, tra mezzogiorno e il primo pomeriggio, in un appartamento del quartiere romano di San Lorenzo, Odetta, ex libraia ora affittacamere, chiacchiera, uno dopo l’altro, con due perfetti sconosciuti. Le sue parole danno voce a un mondo, delineano un modo di pensare, con i suoi dubbi e con i suoi perché, mescolano in una conversazione frenetica impianti elettrici e personaggi della letteratura, questioni d’affitto e ragionamenti sull’essere, osservazioni sull’uso del bidè e critiche alle leggi della finanza, multe per divieto di sosta e liberazione sessuale. Nei due dialoghi si dipana con leggerezza la storia di una vita, prendono forma le sue ragioni e il suo senso, e si rivela, nel finale, un sorprendente segreto. Un romanzo dalla scrittura agile, arguta e coinvolgente, capace di trascinare il lettore in quella casa, in quella domenica, in quelle ore, e di farlo partecipare – terzo interlocutore nascosto – alla spumeggiante conversazione di Odetta.

2012 – Viaggio all’osteria della terra, Manni Ha scritto Mario Lunetta nell'Introduzione: «Con quest’ultima raccolta di Michele Tortorici il lettore si trova di fronte al dipanarsi di una tentazione metanarrativa continuamente respinta, ai confini dell’ombra di un “romanzo in versi” che recalcitra a farsi addomesticare. Pressoché aboliti i flashes visivi che nel libro di esordio del poeta (La mente irretita, Manni 2009) erano una delle più forti cifre di riconoscibilità  – pure all’interno di un continuo affiorare problematico –, qui è affidata soprattutto alla memoria (dei viaggi, degli amici vivi o perduti, delle sensazioni fisiche) e all’indagine mentale la saldatura poematico-narrativa dei singoli componimenti, che sembrano funzionare come schegge di un discorso ininterrottamente alla ricerca della propria unità, dentro il possibile senso disperso del tempo e dell’esistenza».

2010 – Versi inutili e altre inutilità, Edicit (non è distribuito in libreria con i normali canali. È disponibile in alcune librerie e si può acquistare on line; le istruzioni per farlo sono qui) Ho già scritto, nelle pagine di questo mio blog, a proposito della inutilità della poesia. Una inutilità che non costituisce un rifugio, un luogo nel quale appartarsi di fronte a quello che succede. È anzi per me un (o addirittura il) punto di vista forte dal quale guardare il mondo. Versi inutili e altre inutilità, un piccolo libro di tre poesie, è uno sguardo rivolto al mondo proprio da questo punto di vista. E da qui, vi assicuro, si vede una notte profonda. Però si riesce anche a vedere oltre.Il libro è illustrato. I vsi sono accompagnati – lasciatemelo dire: amorevolmente accompagnati – dalle illustrazioni di Marco Vagnini, designer e docente dell’Isia (Istituto superiore per le Industrie artistiche) di Roma. Abbiamo fatto lavorare insieme le nostre immaginazioni, Marco Vagnini e io, e ne è uscito, anche per l’ottimo lavoro grafico dell’editore, più che un volume di testi poetici, un “oggetto” da toccare e da guardare nel suo insieme, oltre che da leggere, o meglio, mentre si legge. Le pagine, a cominciare dalla copertina che si vede qui sopra, affiancano infatti alle parole disegni di una assoluta purezza grafica che ti prendono per mano nella lettura.

2009 – I segnalibri di Berlino – Berliner Lesezeichen, Campanotto Questo libro è nato come diario di un mio viaggio a Berlino nel 2007: tre poesie su come questa città e la non lontana Lipsia vivono il rapporto con la memoria e l’ansia di futuro. Ma anche tre poesie d’amore per luoghi segnati da un’atmosfera di fiaba non meno che da importanti testimonianze di cultura e di storia. Poi, al ritorno, al confronto con la cronaca, con una cronaca di violenze esplicitamente collegate, dai loro stessi autori, all’ideologia nazista, è nata una quarta poesia, il Poscritto. La particolarità di questo libro è che i testi delle poesie in italiano sono seguiti dalla traduzione in tedesco realizzata da Giangaleazzo Bettoni, di professione avvocato (anzi giurista ai massimi livelli), ma soprattutto studioso per passione della poesia tedesca e traduttore per hobby. Questa traduzione de I segnalibri di Berlino è l’unica testimonianza palese di un aspetto della sua cultura certamente riservato e personale, ma non per questo meno qualificato di quello pubblico del giurista di fama.

2008 – La mente irretita, Manni, ora anche nella traduzione francese di Danièle Robert La pensée prise au piège (Vagabonde, 2010). Ha scritto Mario Lunetta nella sua Introduzione. «La poesia di Tortorici si nutre di due sources fondamentali: da una parte la campagna/paesaggio e il mare/paesaggio, dall’altra le città, con al centro Roma. Dalla mutevolezza in qualche misura immobile della campagna e della casa che vi abita in certi periodi dell’anno, il poeta trae le sue myricae, peraltro senza nessuna suggestione pascoliana, semmai con la memoria attenuata di certe aspre tinte montaliane. […] È piuttosto il rapporto con la realtà urbana che prende toni di drammatica alienazione. È la città il vero inferno dell’oggi, e in essa si determina la perdita dell’identità dell’individuo. È una sfida inevitabile, e Tortorici non vi si sottrae. Così egli si vive come animale metropolitano non solo nella sua Roma, ma nei flashes molto vividi scattati su Bologna, Venezia, New York: luoghi davvero di un passaggio esistenziale non turistico ma sempre carico di coscienza del tempo».

I miei libri di poesie sono usciti, ora posso dirlo, troppo tardi. Ho scritto poesie da sempre, più o meno da quando avevo sei o sette anni. Ricordo bene che i miei primi versi riguardavano con una certa ossessività la pioggia, le pozzanghere, le persone inzaccherate dal fango, gli ombrelli e così via. Poi, dopo la scuola e l’università, la attività di ricerca mi ha portato a occuparmi di poesia – per così dire – dall’altra parte della “barricata”, cioè dalla parte del critico e dello studioso. Ed è probabile che proprio questa nuova posizione rispetto alla “barricata” mi abbia spinto a tenere rigorosamente chiusi in un cassetto i versi che, comunque, continuavo a comporre. Devo anche dire che da ragazzo e da adulto, da studente e da studioso, non ero mai pienamente soddisfatto di quello che scrivevo. È stato nel 2003 che il mio amico Renzo Nanni, alla fine della presentazione di un suo libro di poesie, Una vita quasi un secolo, mi disse che io avevo interpretato i suoi versi con la sensibilità di uno che le poesie, oltre a leggerle, le scriveva. Quando gli confidai dei miei versi “nel cassetto”, mi rispose che non aveva senso scrivere qualcosa per tenerla segreta. «È un atto di superbia – aggiunse, con un tono severo che mi sorprese -; devi avere l’umiltà di sottoporti alla lettura degli altri». Dopo quella conversazione, che facemmo mentre andavamo in pizzeria a concludere la serata, ho cominciato a pensare di rendere pubblici i versi che avevo scritto. Poi presi un’altra decisione. Avrei pubblicato solo i versi che non avevo ancora scritto. Quelli di tutti gli anni precedenti li ho copiati su un hard disk e li ho in parte disattentamente cancellati. E forse è stato meglio così. Nel 2004 Renzo Nanni è scomparso e, da allora, quello che era un impegno soltanto con me stesso si è trasformato in una promessa alla sua amicizia e alla sua memoria. Ho cominciato a raccogliere le poesie scritte dal 2003 in poi, con qualche eccezione per alcuni testi scritti nel 2002; e ho cominciato a pensare, ogni volta che ne scrivevo una nuova, che non sarebbe rimasta segreta, ma sarebbe stata letta. Cominciavo, per ispirazione di un amico, il mio mestiere di poeta. Infine, ho chiesto a un altro caro amico, Mario Lunetta, di dirmi con sincerità se considerava pubblicabili le poesie che avevo raccolto. Come le considerava è ora scritto nella Presentazione a La mente irretita.

Il ricordo di Renzo Nanni non si è mai allontanato da me.
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