Non ti dimentico, Nanda!

Si è conclusa il 28 aprile scorso a Santa Margherita Ligure la tre giorni di letture, musica e performance organizzata in occasione della consegna del premio Fernanda Pivano: un premio che cerca di mantenere viva in Italia la conoscenza della letteratura americana contemporanea.
Già, perché di quel ponte straordinario gettato tra le due sponde dell’Atlantico dalla cultura, dall’intelligenza e dalla passione di Fernanda Pivano oggi è rimasto ben poco.
Chi vuole tenersi informato sulle ultime tendenze della poesia americana non ha più un punto di riferimento solido: può trovare qualcosa sul sito della casa editrice City Lights, ma, se cerca una visione d’insieme, una interpretazione, un’idea di fondo, può scordarselo. Ancora peggio se cerca tutte queste cose in una antologia con traduzioni.
Peccato. C’è tanto da scoprire nei versi dei poeti americani d’oggi.

Peccato. Io non ho mai dimenticato il vero e proprio senso di “scoperta” che provai quando ebbi tra le mani e sotto gli occhi la Poesia degli ultimi americani, la straordinaria antologia che Fernanda Pivano aveva curato per Feltrinelli nel 1964.
È inutile che io usi qui tante parole. Di quel libro, che porto spesso con me quando viaggio in treno, ho scritto in una poesia uscita nella raccolta Il cuore in tasca, del 2016. E la trascrivo qui sotto. Ma è forse il caso di ricordare che lo stesso titolo di questa raccolta nasce dal mio rapporto con gli “americani” scoperti grazie all’antologia di Fernanda Pivano. Esso è infatti una citazione (dichiarata nell’esergo della poesia che dà, appunto, il titolo al volume) da una poesia di Frank O’ Hara (potete trovare qui la mia traduzione), autore che ho letto per la prima volta in quella preziosa antologia.

Io non ti dimentico, Nanda!

Michele Tortorici
Treno fermo (da Il cuore in tasca, Manni, 2016)


Sarmenti a terra tra un filare e l’altro si vedono
davanti al finestrino, nella vigna. È tempo
di potature. È, per la precisione, il venti di gennaio il giorno
che scorre intorno a questo treno fermo: un tizio
– dicono con indifferenza i passeggeri
seduti da questo lato nel vagone prima
del mio – attraversava, forse, i binari alla stazione che abbiamo
appena superata. È stato
– dicono con indifferenza i passeggeri –
buttato giù come un birillo
del bowling, ha fatto un salto di lato ed è caduto
sul marciapiede; schiacciato no, comunque. Non è grave
– dicono con indifferenza i passeggeri.

Tutto a posto allora, se non fosse
che siamo fermi e di questa vigna, da dietro il finestrino, chi è rimasto
a guardarla, come per esempio ho fatto io, conosce
oramai tutti i filari, i sostegni
– pali di cemento: quelli
di legno non si usano più – le piante più giovani alla nostra
sinistra, a destra le più vecchie. E la terra indurita aspetta
irrefutabilmente un aratro (ammesso
che si chiamino ancora così le macchine che la rivoltano).

Un vecchio libro che mi piace spesso
portare in tasca, gli Ultimi americani di Fernanda Pivano, antologia
dalle pagine lise
ormai (ci tengo ancora dentro la lunga pagina-manifesto allegata
con la Bomba di Gregory Corso), è una buona
compagnia, è vero. Ma non si adatta, con le irrequietudini
pensose che ancora spande, alla situazione. Ora
il treno è stato riportato indietro
alla stazione di Falciano–Mondragone–Carinola: fuori
viavai di gente, carabinieri, rilievi della scientifica col gesso
sul marciapiede (si fanno anche quando non muore
nessuno? Comincio
a preoccuparmi: sarà vero che non è grave il tizio?) segnali
numerati. E insieme
la domanda «Quando si riparte?» ripetuta ma non si sa bene
rivolta a chi. La Berlino di Ferlighetti – amato autore di tante
altre poesie bellissime – non mi ha mai convinto
molto e mi convince
poco anche adesso. La Bomba invece
la leggo e la rileggo: stendo da una parte e dall’altra
la pagina-manifesto – versione originale
e traduzione. Il fungo atomico che i versi
disegnano mi colpisce ancora e, dentro, gli scoppi
di parole. A cinquant’anni,
quasi, dalla prima volta: Kennedy
era morto da un anno, poco più, non ricordo
con precisione; e la bomba
era nelle teste
di noi che avevamo vissuto – eravamo ragazzi,
ma mica tanto – il muro
di Berlino e poi la crisi
di Cuba. Al ventesimo
Congresso del Pcus, allora sì che eravamo,
neanche ragazzi,
bambini. Generazione del quarantasette. Da quanto
tempo la bomba
era nelle nostre teste! Ma poi anche la speranza. Non era
così male essere ragazzi in quegli anni.

Ora che il treno ha quasi due ore e mezza di ritardo, non si vedono
più i sarmenti: la vigna
è poco più avanti della stazione, sempre la stessa, dove il treno
è fermo adesso ed è comunque buio fitto attorno
ai piccoli coni gialli che i fari
proiettano sul marciapiede. Niente
della vigna: filari, sostegni, piante più giovani e più vecchie; niente
della vigna, potrei più vedere a quest’ora. All’improvviso
si riparte.


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