Giorgio Bárberi Squarotti

È morto qualche giorno fa il poeta, lessicologo, storico della letteratura, dantista Giorgio Bárberi Squarotti. È stato un critico estraneo a tutte le scuole critiche, un accademico estraneo a tutte le accademie. Deve essere per questo che i giornali (quelli di carta, quelli in tv e quelli sul web: insomma, i giornali di tutti i generi) hanno dato alla sua scomparsa lo stesso spazio che avrebbero potuto dare a un incidente domestico capitato a un concorrente minore del Grande fratello.
Invece, Bárberi Squarotti è stato uno dei più grandi intellettuali che ha attraversato la storia d’Italia nell’ultimo secolo. Le poche righe che gli dedico qui, con il ritardo proprio delle notizie che do in questo blog, data la necessaria brevità degli interventi in uno strumento di comunicazione come questo, non gli rendono il merito dovuto, ma almeno possono contribuire a restituirgli – spero – la dimensione che gli spetta nel panorama della cultura italiana.

Ho messo al primo posto, tra le qualifiche con le quali ho voluto ricordarlo, quella di poeta. Ma ne parlerò alla fine di questo mio intervento. Comincio quindi da quella di lessicologo. Molti dei coccodrilli tirati fuori all’ultimo minuto nelle redazioni (anche se si sapeva che stava male e avrebbero potuto prepararli per bene nelle ultime settimane) hanno dimenticato (molti: per fortuna non tutti) l’opera colossale che lui ha diretto, il Grande dizionario della lingua italiana edito dalla UTET: dizionario intitolato sì a Salvatore Battaglia che ne ha cominciato la pubblicazione nel 1961 e l’ha curata fino alla morte (1971) portandola al settimo volume, ma diretto e condotto a compimento, fino al ventunesimo volume proprio da Bárberi Squarotti. Un lavoro titanico. Il primo e, finora, l’ultimo dopo il Dizionario del Tommaseo compilato e stampato tra il 1865 e il 1879. Sarebbe bastata quest’opera, nella quale ogni parola è accompagnata da infinite citazioni che indicano il cammino da essa percorso lungo la storia della nostra lingua, per ricordare Bárberi Squarotti come uno dei giganti della cultura italiana di questi decenni. Sarebbe bastata se della lingua italiana e della sua storia interessasse davvero qualcosa a qualcuno in un’epoca in cui tutti si lamentano che è poco conosciuta, ma sembrano farlo più per apparire nei salotti buoni delle conversazioni mondane che non per intima convinzione.
Dello storico della letteratura voglio citare qui un’altra “grande opera” da lui diretta e pubblicata dalla UTET, la Storia della civiltà letteraria italiana, una storia “all’antica”, di quelle con i dati e i fatti, con i titoli delle opere e le date, una storia, insomma di quelle alle quali affidarsi senza dubbi né esitazioni (e anche senza stare troppo a cercare dove trovare le notizie) per collocare lungo la linea del tempo un classico appena letto, la raccolta di un poeta della quale si siano sbirciati due o tre componimenti: già, ma chi legge più i classici italiani? Accanto a questa “grande opera” voglio citare, quasi per contrapposizione, tutti i saggi e gli interventi grandi e piccoli (alcuni piccolissimi) che ha dedicato alla letteratura contemporanea da lui seguita con uno scrupolo e una competenza ineguagliabile.
E ora veniamo al dantista. Studioso di Dante per tutta la vita, Bárberi Squarotti ha pubblicato con Franco Angeli nel 2011 un libretto di duecento pagine, dal titolo minimalista, Tutto l’Inferno, che rappresenta il compendio di una sapienza non sbandierata, ma praticata nell’analisi, si può dire, di ogni terzina, di ogni verso, di ogni espressione di questa cantica della Commedia. Un tesoro di osservazioni sempre documentate, molte originali, alcune di assoluta novità: tutte dettate con la sobrietà di una prosa piana e chiara, senza sbavature e senza affermazioni apodittiche. Doveva essere il primo passo di un’analisi dell’intero poema dantesco, ma – così mi aveva confidato l’ultima volta che ci siamo visti –, pur avendo rinunciato a quasi tutti gli altri suoi impegni, temeva di non riuscire a portarla a termine.

Ecco, infine, il poeta. Un poeta colto? Un poeta coltissimo? Certo, ma chi leggesse le poesie di Giorgio Bárberi Squarotti senza conoscere il nome dell’autore potrebbe avere l’impressione di una purezza del senso e del verso – un verso al tempo stesso così antico per il suo ritmo e così moderno per come riesce a sp(r)ezzare quel ritmo – dovuta all’ingenuità di un giovane poeta; potrebbe pensare che la leggerezza di certe immagini, indimenticabili quelle di certe occasioni di vita in città (la sua Torino) ma non solo, dipenda dalla leggerezza degli anni e del pensiero di chi ha scritto. Ma la grandezza di Bárberi Squarotti come poeta sta nel fatto che quella purezza e quella leggerezza sono il frutto ottenuto da una sapienza capace di dimenticare se stessa, da una dottrina vittoriosa nella battaglia condotta per liberarsi dal suo essere dotta. Le poesie di uno dei massimi critici e storici della letteratura italiana non si rivelano mai come l’esercizio “in più” di quella sapienza e di quella dottrina. Esse si rivelano a chi le legge, al contrario, come il distillato prezioso di una vita dedicata, sì al culto della parola, ma in primo luogo – e pienamente – vita.
D’altro canto è capitato a me qualcosa di singolare quando sono andato a trovarlo nella sua casa di via Duchessa Jolanda, la via – a proposito delle occasioni di vita in città – di quella «ragazza / ah forse non più giovane, ma intatta, / la maglia azzurra, corta, i fianchi lucidi, / nudi e abbronzati ancora» che sembra l’immagine più pura e leggera della giovinezza e che è, invece, il segno dell’attesa, della «pura forma davanti alla porta / vanamente aperta perché entri il tempo»1. Bene, nelle mie purtroppo rare visite in quella casa mi è capitato di chiacchierare con il professore su argomenti che sembravano cadere uno dopo l’altro senza un intendimento preciso. E poi, uscito di là, mi rendevo conto di avere un peso in più sulle spalle, come se avessi portato con me uno zaino e in quello zaino qualcuno, di nascosto, avesse aggiunto il carico di una saggezza nuova che avrei potuto possedere, sì, ma a patto di filtrarla da una inestimabile pagina di storia: quella che avevo appena vissuto nella casa che avevo appena lasciato.

P.S.
La riservatezza non può farmi trascurare qui di accennare, sia pure da ultimo e di sfuggita, all’attenzione che Bárberi Squarotti ha avuto per la mia poesia. Sin da quando ha letto la mia prima raccolta, La mente irretita (2008), mi ha scritto: «Caro Tortorici, ho letto i Suoi versi [sì, mi scriveva usando la maiuscola!] con molta ammirazione e con la gioia di incontrare una poesia tanto sapiente, profonda, valorosa». Per la mia seconda raccolta, Viaggio all’osteria della terra (2012), ha avuto una predilezione particolare. Non solo ha scritto che la considerava «un’opera di straordinaria bellezza», una poesia «grandiosa, fra visioni, viaggi, paesaggi, città strade, incontri», ma ha anche voluto essere lui a presentarla al Salone del Libro di Torino e per farlo ha interrotto, almeno per un giorno, i suoi studi danteschi. Le foto che appaiono qui sono state scattate appunto in quella occasione: nella foto qui sopra il momento nel quale Bárberi Squarotti viene presentato da Cinzia Burzio; nella foto il alto uno dei passaggi nei quali parla del mio libro. Di quella sua attenzione, di quel tempo che mi ha dedicato nonostante l’ansia che aveva di portare avanti il suo lavoro su Dante, voglio dirgli grazie. Gliel’ho già detto di persona più volte, ma oggi che tanti l’hanno dimenticato voglio dirglielo ancora più forte: GRAZIE.


 

Scusate il silenzio

È da molto tempo che non scrivo su questo blog. I miei venticinque lettori non devono pensare però che mi sia dimenticato di loro.
È vero piuttosto il contrario: ho pensato al mio pubblico e ho scritto molto. Tuttavia, poiché la mia capacità di scrivere non è infinita, sono stato costretto a trascurare questo blog, anziché altro (gli editori sono più esigenti dei lettori di blog, scusatemi).
Quello che ho scritto in questi mesi sarà pubblicato, penso, tra la fine di quest’anno e i primi mesi del prossimo. Avremo quindi modo di riparlarne.
Tuttavia, per farmi perdonare del lungo silenzio, vi propongo una poesia tratta dalla sezione Senza ragione della mia nuova raccolta di versi Il cuore in tasca, un libro del quale vi ho parlato qui.
Ecco, questa poesia parla proprio del silenzio, già nel titolo: La speranza e il silenzio. Anzi, ve lo anticipo, parla proprio di una delle ragioni del silenzio di questo blog, anche se si tratta di ragioni riferite nientemeno al luglio del 2012 (l’intervento che cito nella poesia è questo): ma c’è proprio tanta differenza tra allora e oggi? La speranza e il silenzio sarà uno dei testi che leggerò domani, quando Valerio Marucci presenterà Il cuore in tasca alle 17 nel Salone Borrominiano della Biblioteca Vallicelliana di Roma. Buona lettura.

Michele Tortorici
La speranza e il silenzio
(da Il cuore in tasca, Manni, 2016)


In questi giorni che la speranza è – come direbbe
il nostro caro e amato padre Dante –
«buia assai più che persa», il fatto che con calma io me ne vada
a spasso con le mani dietro la schiena
per il Corso può sembrare incoerente. Qualcuno potrebbe accusarmi
di scarso impegno sociale. Altri
potrebbero sollecitarmi a scrivere, se non
tutti i giorni almeno qualche volta, sul mio blog,
micheletortorici punto ittì, parole di fuoco, utili
a scuotere coscienze. Ma
c’è già chi ne scrive: lascio fare. Nel mio blog, poi,
figuriamoci! L’ultimo
post che ho scritto parlava di Ovidio, anche se l’argomento
che mi ero imposto di affrontare era quello dell’acqua
come bene comune: lo vedete? Le mie parole
si rivelano, a ben considerare, sempre inutili. Sono inguaribile.

In questi giorni che la speranza è – come direbbe
il nostro caro e amato padre Dante –
«buia assai più che persa», le parole,
quelle che, con il chiarore che hanno naturalmente
dentro di sé, potrebbero
attenuare l’oscurità mi va di pensarle e poi,
questo è il fatto, invece che di scriverle sul mio blog, mi va di tenerle
a mente come facevo con le filastrocche
che mio padre cantilenava; mi va di tenerle
a mente come se potessi imprigionarle per un incantesimo
nel tronco di una vecchia pianta – sono vecchio, infatti – rimasta
tanto tempo nello stesso posto. E queste vecchie piante, come tutte
le piante del resto, sono mute. E le filastrocche
hanno sì parole, ma le loro parole
sono senza ragione e sono senza senso, lo sanno tutti:
uno due e tre
né lu papa nun è re,
nun è re né lu papa
né lu beccu nun è crapa,
nun è crapa né lu beccu
né lu rusignolu nun è sceccu
.

In questi giorni che la speranza è – come direbbeIl fatto è che c’è un grande silenzio nella mia testa. E le parole
che penso con il fine preciso di dirle e di scriverle, quelle
inutili della poesia, non spezzano
questo silenzio, piuttosto lo accrescono. Non è da pochi giorni
d’altro canto, non so più nemmeno io da quanto tempo succede,
che la speranza è «buia assai più che persa». E pensare parole,
quelle utili
a scuotere le coscienze, scriverle
sui blog o sui giornali – lo fanno in tanti –
non funziona, è evidente. Bisogna pensarle, è vero. Bisogna pensarne
anche di quelle che possono sembrare utili: utili
almeno per scongiurare l’accusa
di scarso impegno sociale. Bisogna pensarne mica tante, però,
di queste parole. Soprattutto,
penso che sia meglio evitare di fare ricorso alle solite
parole. Allora, meglio le filastrocche. Mio padre, poi,
ne trovava di originali tanto che in seguito non le ho più sentite
dire da nessuno, mi sono rimaste
a mente, sarà per un incantesimo, anche se magari
non ricordo proprio
tutte le strofe, tutte le rime:
nun è sceccu lu rusignolu,
continua così, va bene, e poi? Forse continuava
né la ramorazza non è citrolu,
ma non ricordo proprio più: che peccato! Silenzio.

In questi giorni che la speranza è – come direbbeEcco, il silenzio. Non dico tanto: se con un minuto
di silenzio si ricordano i morti, quanto dovrebbe durare
il silenzio necessario per pensare ai vivi? Proviamo
un’ora. Si potrebbe ripetere
la prova una volta la settimana. Poi si potrebbe ripetere due volte,
tre volte, quattro, cinque, sei, sette volte la settimana: una volta
al giorno, dunque,
da raggiungere con un buon allenamento
perché è faticoso
il silenzio. La potremmo chiamare l’ora
della speranza, l’ora che la speranza
diventa meno buia, meno persa: senza ragione, solo per il silenzio.


Il male, il dolore e i dubbi del Manzoni

Da parecchio tempo rifletto su quanto il Manzoni ha scritto a proposito del male e del dolore. Da una trentina d’anni. L’autore de I promessi sposi affronta questo problema, oltre che nel romanzo, un po’ in tutte le sue opere. Ma io ho posto al centro della mia riflessione una poesia poco conosciuta e che di solito non si studia a scuola, Il Natale del 1833. Ora voglio parlarne qui.
Avverto subito che non è una poesia “natalizia” nel senso festoso del termine. Se ne parlo adesso non è perché siamo ancora vicini all’atmosfera delle feste appena trascorse, ma perché questa mattina la parola “male” è risuonata in un momento davvero difficile per tutte le persone che vivono nelle zone terremotate: quello segnato da nuove scosse in un territorio nel quale l’enorme quantità di neve caduta negli ultimi giorni impedisce persino di scappare. «Non so se abbiamo fatto qualcosa di male – ha detto il sindaco di Amatrice –, me lo chiedo da ieri, due metri di neve e ora pure il terremoto. Che devo dire? Non ho parole». Poco dopo, un sacerdote amante dei social network, don Aldo Antonelli, citava queste parole nel riferire  uno scambio di battute con una sua amica su Facebook. Ecco che cosa scrive il sacerdote:


Tre grandi e terribili scosse: ore 10,25 magnitudo 5,3; ore 11,14 magnitudo 5,5 e 11,26 magnitudo 5,3. Le avverto come paralizzanti mentre sto nel mio studio di Avezzano in provincia dell’Aquila e ne do notizia su facebook.
Un’amica commenta: “Don, una preghiera, Don”.
Io, lapidario, rispondo: “Per queste cose non prego!”.
L’amica aggiunge: “Boh … va beh … scusi ma non la capisco… Però… Va bene… Io prego sempre per tutto di solito!”.
Poco più tardi, il sindaco di Amatrice (mi sembra, non ricordo bene), raccontando la situazione veramente disarmante di un paese distrutto e di gente martirizzata dalla neve, dal gelo e da queste continue scosse, pone la domanda, per me infelice ma imbarazzante per certi credenti la cui fede è più vicina al credulismo dell’impaurito che alla “fedeltà” evangelica, pone la domanda: “Mi chiedo cosa abbiamo fatto di male?”.
Ecco, sia chiaro, per coloro che credono e per coloro che non credono e anche per coloro che credono di credere: il dio del Vangelo e il Dio della fede cristiana non è il dio a guardia della metereologia e/o a garanzia dei fenomeni naturali.
È il Dio che aiuta la coscienza del credente ad assumersi le sue responsabilità, a essere cosciente delle sue limitatezze e a disporre di se stesso ai fini di una convivenza solidale. In questo contesto la preghiera non è una polizza di assicurazione contro gli infortuni e gli inconvenienti legati alle nostra precarietà e all’instabilità del creato. È piuttosto un accendere in sé la coscienza della propria piccolezza e la fiamma di una forza che sa farci stare in piedi e ci dà speranza anche nelle sventure.


Avverto ancora, a proposito di queste ultime parole di don Aldo Antonelli (tra le quali ne spicca una tipicamente manzoniana: «sventure»), che la poesia della quale voglio parlare qui non è “natalizia” neanche nel senso consolatorio del termine. Che poesia è, insomma? Leggiamola.
È una poesia scritta, appunto, in occasione di una sventura personale. Alle otto di sera del 25 dicembre del 1833 era morta la moglie del Manzoni, Enrichetta Blondel. Il testo autografo de Il Natale del 1833 porta, insieme al titolo (che consiste soltanto nella data di quella morte) e all’epigrafe tratta dal Vangelo di Luca, la data del 14 marzo 1835, quella in cui probabilmente lo scrittore ne interruppe la composizione con la frase, apposta dopo la prima parola della quinta strofa, «Cecidere manus»1.


14 marzo 1835

Tuam ipsius animam pertransivit gladius
Luc., II, 35.

Sì che Tu sei terribile!
Sì che in quei lini ascoso,
In braccio a quella Vergine,
Sovra quel sen pietoso,
Come da sopra i turbini
Regni, o Fanciul severo!
È fato il tuo pensiero,
È legge il tuo vagir.

Vedi le nostre lagrime,
Intendi i nostri gridi;
Il voler nostro interroghi,
E a tuo voler decidi.
Mentre a stornar la folgore
Trepido il prego ascende
Sorda la folgor scende
Dove tu vuoi ferir.

Ma tu pur nasci a piangere,
Ma da quel cor ferito
Sorgerà pure un gemito,
Un prego inesaudito:
E questa tua fra gli uomini
Unicamente amata,
Nel guardo tuo beata,
Ebra del tuo respir,

Vezzi or ti fa; ti supplica
Suo pargolo, suo Dio,
Ti stringe al cor, che attonito
Va ripetendo: è mio!
Un dì con altro palpito,
Un dì con altra fronte,
Ti seguirà sul monte.
E ti vedrà morir.

Onnipotente …

Cecidere manus


Questo testo non si trova di solito nelle antologie scolastiche. Esso non appartiene perciò al patrimonio culturale dei cittadini italiani, neppure di quelli che hanno studiato alle scuole superiori. È un testo conosciuto quasi soltanto dagli specialisti del Manzoni. E anche questi ultimi raramente hanno svolto studi veramente approfonditi sul Natale del 1833. Trent’anni fa Mario Pomilio ha dato il titolo di questo inno incompiuto a un suo romanzo che indaga il disperato e inquietante porsi del Manzoni di fronte al problema del dolore; tuttavia, neanche dopo la pubblicazione di quel romanzo (Rusconi, Milano 1983), la critica manzoniana è sembrata accorgersi della straordinaria importanza di questi versi. Peccato!
Il Natale del 1833 pone almeno un interrogativo tanto semplice (e forse perciò ignorato dagli specialisti, che in genere amano le cose difficili) quanto necessario: perché, dopo la morte della moglie, Manzoni scrisse di nuovo un inno sul Natale a oltre un ventennio di distanza da quando, nel 1813, ne aveva già composto un altro? Perché, insomma, il Manzoni ritenne di dover riflettere di nuovo sul rapporto tra la nascita di Cristo e la redenzione?
È vero che quello del rapporto tra la nascita (attenzione: la nascita, non la morte) di Cristo e la redenzione è uno dei grandi problemi di fede che lo scrittore si pone nell’intero corso della sua esistenza: il Dio che, per operare la redenzione dell’umanità si fa storia, anzi deve farsi storia; si fa carne, anzi deve farsi carne. Ed è anche vero che all’interno della riflessione manzoniana su questo problema la figura di Enrichetta occupa un posto decisivo. Enrichetta, con la sua conversione sofferta ma fortemente voluta, aveva determinato, in sostanza, anche la svolta di Alessandro. Enrichetta aveva costituito per lui l’occasione e lo stimolo della sua personale redenzione. Enrichetta lo aveva costretto a confrontarsi con la presenza di Dio nella storia, ad abbandonare incertezze e ambiguità e a convertirsi a sua volta con quella che possiamo considerare la prima vera e grande scelta di vita del giovane Manzoni.
Il dolore per la scomparsa della moglie si lega dunque allo smarrimento per lo spegnersi di una luce, per il venir meno di un forte punto di riferimento. Se si tiene conto di ciò, non può sorprendere che la morte di Enrichetta abbia determinato una cesura nella esistenza del Manzoni, anzi si comprende pure qualcosa che altrimenti potrebbe sembrare incredibile (soprattutto a noi moderni): e cioè che il dolore per quella perdita sia stato superiore in lui a quello per le numerose – precedenti e successive – perdite dei suoi figli. Solo se si tiene conto di ciò che Enrichetta aveva significato per la sua crescita spirituale si afferra insomma il motivo per cui le mani dell’uomo Manzoni, prima ancora che quelle del poeta, non hanno potuto proseguire nella composizione di quell’inno: il motivo non era legato semplicemente alla constatazione del male (la morte della persona amata) e alla conseguenza del dolore (in colui che l’aveva amata), ma al modo in cui il Manzoni era arrivato a scegliere, insieme a Enrichetta, una concezione – e, coerentemente, una pratica – di vita.

Quella constatazione, di per sé, non sembra essere per il Manzoni motivo di afasia e lo dimostra il fatto che l’inno, per quanto interrotto, non si possa affatto considerare un frammento né – meno che mai – un urlo sregolato. Esso è invece, come testimonia l’autografo così tormentato, una composizione di fortissimo impegno letterario la cui stessa dura tensione espressiva è determinata da una complessa struttura retorico-sintattica.
Ma c’è di più: se è vero che il testo del Natale del 1833 si presenta come lo spezzone di uno schema più ampio rimasto nella forma di scarni appunti di idee, è anche vero che la parte rimasta non ha la provvisorietà di un abbozzo, ha una sua finitezza, una sua interna coerenza e una sua solida organizzazione formale. Questa è imperniata intorno ai due «sì» con i quali si apre la prima strofa e ai due «ma» dei versi iniziali della terza. Inoltre le quattro strofe che il poeta ha portate a termine, così come sono strutturate, contengono un ragionamento in sé compiuto.

Nelle prime due strofe lo scrittore fa un’affermazione impegnativa e, al tempo stesso, compromettente: «Sì che Tu sei terribile!», un’affermazione che egli sente il bisogno di legittimare anzitutto per sé, come a rispondere con quel «Sì» a una domanda che egli stesso lungamente si era posto. Attraverso l’uso del presente dell’indicativo, sottolineato da una struttura ricca di parallelismi e di anastrofi, l’iniziale affermazione si sviluppa poi come in una dimostrazione stringente. L’essere «terribile» del Cristo nascente consiste nella imposizione della sua volontà rispetto ai destini individuali, e ciò indipendentemente da ogni preghiera umana. In tal modo la preghiera non è lo strumento attraverso il quale la constatazione del male trova una risposta né il dolore trova la possibilità di essere lenito. In questo don Aldo Antonelli ha perfettamente ragione a dire: «Per queste cose non prego». Nei versi del Manzoni la preghiera, le «lagrime», i «gridi» rivolti dall’uomo a Cristo diventano una sanzione del male avvenuto e del dolore che ha provocato: la loro essenza non può essere quella di richieste e meno che mai di richieste intese a far piegare in qualche modo il volere divino, ma è addirittura – inesorabilmente – quella di un assenso, della accettazione di una volontà inappellabile. È questo il senso dei versi conclusivi di queste prime due strofe: «Mentre a stornar la folgore / Trepido il prego ascende / Sorda la folgor scende / Dove tu vuoi ferir..».

La terza e la quarta strofa, introdotte da quei due «ma» che prima ho sottolineato, mediante l’uso di alcune importanti forme di futuro («sorgerà », «seguirà», «vedrà»), proiettano il Natale nel tempo in cui esso verrà a trovare il suo compimento attraverso il realizzarsi dell’atto della redenzione: anche questa redenzione, anche questo riscatto universale sono visti come il frutto di una preghiera inascoltata; persino dal cuore ferito del Cristo si leverà «un prego inesaudito». Non la storia dell’uomo soltanto, «ma» anche la storia di Dio, «ma» anche quella dimensione temporale nella quale Dio si è calato per farsi lui uomo sono state segnate da un «prego inesaudito». La storia degli uomini non è diversa dalla storia di Cristo né dalla storia della madre di lui. Il dolore dell’uomo che prega, inascoltato, per «stornar la folgore» da sé costituisce il ripetersi individuale della universalità di una nascita, quella di Gesù, finalizzata alla redenzione.

Qui il Manzoni vede la ragione di un Dio «onnipotente» e «terribile». E vede che il dolore non deriva dall’assenza di Dio, ma – ancora una volta: inesorabilmente – dalla sua presenza come redentore; attraverso il dolore, anzi proprio perché non può sfuggire a esso, l’uomo può individualmente redimersi. Nel mondo degli uomini il dolore non si giustifica quindi «nonostante Dio» (come sembra interpretare Mario Pomilio nel romanzo che ho citato), ma in suo nome: il dolore appartiene a quello che dovrebbe essere considerato l’atto più alto della sua misericordia. Il volere di questo Dio «terribile» e «onnipotente» si contrappone a quello dell’uomo e si afferma senza appello nei confronti dell’uomo. Il volere di questo Dio «terribile» e «onnipotente» trova la propria ragione in quella sua discesa nella storia che ha diviso in due la storia stessa: la redenzione.

Ma, all’interno di questo tipo di rapporto con Dio, qual è il posto dell’uomo nella storia? Questa è la domanda che Manzoni si pone di nuovo alla morte di Enrichetta. Il Dio di Ermengarda e di Napoleone, il Dio di Lucia e di Cristoforo, sia pure attraverso il dolore, la «provida sventura», imponeva ai chiamati dalla grazia una scelta, un sì o un no, reclamava una risposta nella quale, per un verso, si esprimeva interamente la libertà dell’uomo e, d’altra parte, si dispiegava lo stesso libero svolgimento della storia di ciascun individuo e, di conseguenza, della Storia. In quella visione guai alla creatura incapace di scegliere: Gertrude ne è l’immagine esemplare e il suo destino il destino esemplare.
Nel Natale del 1833 Manzoni dà alla domanda su qual è il posto dell’uomo nella Storia una risposta molto diversa rispetto a quella che aveva dato in passato. Altro che scelta! Ora egli vede una contraddizione insanabile tra la onnipotenza di Dio e la libera scelta dell’uomo: la prima qui sembra sopraffare la seconda; il dolore non si presenta più come una chiamata né impone, di conseguenza, alcun tipo di risposta, quanto piuttosto – per l’ennesima volta: inesorabilmente – una adesione. La contraddizione resta non risolta, né lo sarà più in alcun altro scritto del Manzoni.
Si trova forse qui la radice dell’ostinato successivo silenzio narrativo del Manzoni? Quel silenzio deriva dall’impossibilità di scrivere più una storia di uomini liberi, chiamati alla responsabilità delle proprie scelte? Quel silenzio deriva dalla motivata impossibilità che ora il Manzoni avverte, di aggiungere l’aggettivo «provida» al nome «sventura» e di dare quindi un senso al dolore? L’uomo Manzoni non sappiamo; lo scrittore chiude, con la rassegnata indifferenza alla contraddizione che gli si è aperta davanti come un baratro, un ciclo della propria esistenza che era cominciato, nel nome di Enrichetta, con la sua personale «scelta» del 1810: la conversione.

Nonostante tutto, Auguri!
La speranza della luce in un rito del 21 dicembre a Salisburgo

Oggi, più o meno a quest’ora (scrivo alle 16.30) o poco più tardi, si svolge a Salisburgo, davanti alla cattedrale, un rito pagano. Sì, un rito pagano davanti alla cattedrale. Vi ho assistito di persona quasi dieci anni fa mentre nella grande Domplatz fervevano le attività delle bancarelle del Christkindlmarkt, il mercatino di Natale. E per questo, capite, il ricordo di quel ventuno dicembre mi è venuto in mente proprio in questi giorni.
Dalla scalinata della chiesa è uno spettacolo vedere quel mercatino nel buio della sera: un buio che sembra precipitare troppo presto e che però, lì, mette ancora più in rilievo lo scintillio delle luci.
Mi trovavo sulle scale per scattare qualche foto quando ho visto arrivare un gruppo di “mostri” danzanti. Subito si sono create due ali di folla, una dalla parte del mercatino e una dalla parte della cattedrale. In mezzo, la danza dei mostri si è conclusa, dopo molte evoluzioni, intorno a un fuoco che simboleggiava la speranza del risorgere della luce a primavera. Così mi spiegava, con pazienza per la mia pessima comprensione del tedesco, un salisburghese. Di fronte al mio stupore, lui sembrava compiaciuto del fatto che un rito pagano si svolgesse liberamente davanti alla cattedrale e in presenza delle bancarelle di Natale: «Die Hoffnung ist immer gut»,”La speranza è sempre un bene”, credo che mi abbia detto. E poi qualcos’altro che non ho capito.

Ho chiesto in seguito informazioni anche ad altre persone e ho saputo che, nelle religioni pagane pre-cristiane di quella zona delle Alpi, Frau Perchta, il capo di quei “mostri”, era una creatura semidivina che soprintendeva al passaggio del solstizio d’inverno. Le creature demoniache che l’accompagnavano si chiamavano Perchten. Le maschere che attraversavano la piazza rappresentavano per l’appunto queste straordinarie creature disposte a celebrare la luce persino nel giorno più breve e buio dell’anno. Un segno di speranza – di cocciuta speranza, mi verrebbe da dire – che mi ha quasi commosso allora e mi ha di nuovo e più fortemente commosso quando l’ho ricordato nei giorni scorsi di fronte allo scempio del mercatino di Natale sul Ku’damm di Berlino.
Attraverso quel rito salisburghese si capisce infatti perché, con o senza Frau Perchta, nessuno da quelle parti può pensare di rinunciare ai mercatini, simbolo essi stessi della luce nei giorni più bui dell’anno. Chi lo facesse rinuncerebbe anche alla speranza nel domani. E difatti i mercatini non sono, come tanti credono, soltanto un luogo di shopping ma un’importante festa di futuro. Per questo continuano a essere aperti, in Germania, in Austria e dovunque questa tradizione sia radicata.
E ci aiutano a sperare, quei mercatini. Ci aiutano tutti: noi tranquilli cittadini d’Europa così come i disperati delle parti del mondo distrutte dalle guerre. Nel profondo del buio, c’è chi celebra la luce perché sa che verrà.
Per questo, nonostante tutto, Auguri!

Trascrivo qui sotto una poesia che ho scritto allora, poco dopo essermi allontanato dalla Domplatz di Salisburgo, e che mi sembra, anche vista con il senno di poi, abbastanza rappresentativa dello spirito di quel rito del 21 dicembre.

Michele Tortorici
Il baratto dei Perchten (da Viaggio all’osteria della terra, Manni, 2012)


E poi i Perchten la luce, che la notte
precipitosa del ventuno
di dicembre aveva spenta, l’hanno riaccesa loro con le fiaccole
e insieme con le danze che mimavano
più lunghe giornate e facevano già festa
alla venuta della primavera.

Nella piazza infuocata Frau Perchta e i Perchten barattavano
– se ho ben capito – l’adesso con il dopo, il freddo e il buio
presenti con la stagione ancora da venire.

Un baratto speciale: come è possibile calcolare
la congruità di uno scambio tra quello che c’è e la speranza
di quello che sarà? Anche se
– a dire il vero – i Perchten di tutto il susseguirsi
delle stagioni, per il fatto
che di anno in anno ugualmente
si ripetono, sanno – o credono
di sapere – pressoché tutto, pensano comunque
di potersi fidare. La notte
del solstizio, in ogni caso, non hanno dubbi i Perchten
sul crescere del giorno il giorno dopo.


Mio padre e La classe degli asini

Oggi voglio ricordare i cento anni dalla nascita di mio padre. È vero che la ricorrenza cade, per la precisione, domani. Ma ci sono due ragioni per le quali non è comunque sbagliato che io la ricordi oggi.
La prima è che, per un errore dell’incaricato del Comune di Favignana che allora registrò la sua venuta al mondo, su tutti i documenti “ufficiali” mio padre, anziché il 16, risulta nato con un giorno di anticipo, il 15 novembre: oggi, appunto.
La seconda ragione è che la ricorrenza dei cento anni dalla nascita di mio padre è stata celebrata ieri sera, nientemeno, dalla Rai: naturalmente “a sua insaputa”, come capita, almeno a dire dei responsabili, per tante azioni ignobili che si commettono, ma anche, nel caso di ieri sera, per una azione nobile.
L’azione nobile è stata quella di trasmettere un film-tv, La classe degli asini, che, nonostante qualche errore storico e una notevole trascuratezza nella descrizione dell’amministrazione scolastica, ha richiamato bene e con argomenti forti alla mente degli italiani una pagina bellissima della storia della scuola italiana: anzi, una pagina che ha fatto bella la scuola italiana. Di quella pagina, la battaglia per l’abolizione delle “classi differenziali”, mio padre ha scritto non poche righe.
Ecco i fatti. Uno dei primi provvedimenti del primo governo di centro-sinistra, al quale mio padre, benché simpatizzante del Pci, guardava con diffidente simpatia, fu la riforma della scuola media. Un evento epocale che, a quindici anni dalla entrata in vigore della Costituzione, ne attuava uno dei principi fondamentali, quello dell’obbligo scolastico in un ordinamento uguale per tutti fino ai quattordici anni. Quella legge, la 1859 del 31 dicembre 1962 (sì avete letto bene: uscì nella G.U. dell’ultimo dell’anno), entrata in vigore dall’anno scolastico successivo, conteneva una serie di misure straordinariamente innovative per la società italiana che veniva da secoli di analfabetismo e che, anche in quegli anni di boom economico incipiente, aveva una percentuale altissima della popolazione che non proseguiva gli studi dopo la “licenza elementare” oppure li proseguiva in quelli che venivano chiamati “corsi di avviamento professionale”. La legge 1859 impose per tutti il nuovo ordinamento. Ripeto: un evento epocale.
Tuttavia, all’articolo 12, quella legge affermava: «Possono essere istituite classi differenziali per alunni disadatti (sic!) scolastici». In un primo tempo non tutti si resero conto che quell’articolo, pur con tutte le garanzie che prevedeva, sanciva a tutti gli effetti una una vera e propria segregazione degli alunni con difficoltà. E in molte scuole cominciarono a nascere le “classi differenziali”. Non in quelle dove mio padre è stato preside.
Con pochi colleghi sparsi un po’ in tutta Italia, ma soprattutto nel centro e al nord – e, ho scoperto ieri sera alla tv, anche con una collega di Torino che aveva un pressante motivo personale per condurre quella battaglia –, mio padre fu tra coloro che si batterono, contro la segregazione prevista da quell’articolo di legge, per un principio contenuto in una parola che allora non era particolarmente diffusa né particolarmente amata: “integrazione”.

Basandosi sul fatto che la legge prevedeva la possibilità, ma non l’obbligo, della istituzione delle classi differenziali, questi presidi chiedevano essenzialmente due cose: che gli alunni con difficoltà o disabilità anche gravi fossero inseriti nelle classi insieme a tutti gli altri; che «le forme adeguate di assistenza, l’aggiornamento degli insegnanti e ogni altra iniziativa utile» che la legge prevedeva per le classi differenziali fossero resi disponibili anche per quelle classi nelle quali, senza che fossero “differenziali”, venivano inseriti gli alunni con difficoltà o disabilità.

I presidi che condussero quella battaglia, come si è visto bene nel film-tv, si assunsero responsabilità personali molto serie e attirarono in un primo tempo le critiche sia dell’amministrazione scolastica (ricordo che mio padre parlava a casa di convocazioni non proprio “amichevoli” da parte del Provveditore agli Studi dell’epoca), sia delle famiglie che non volevano “disadattati” e “anormali” in classe a fianco dei loro figli.
Mio padre non era tipo che si facesse scoraggiare dai superiori ed era invece un tipo convincente, non per banali capacità retoriche, ma perché in lui la dedizione e la buona fede trasparivano. Insomma, la battaglia che quei pochi presidi condussero ebbe successo e portò, prima, a forme di sperimentazione di classi comprendenti alunni con difficoltà o disabilità e, nel 1977, alla approvazione della legge 517. Questa aboliva le classi differenziali e istituiva «attività scolastiche di integrazione anche a carattere interdisciplinare, organizzate per gruppi di alunni della stessa classe o di classi diverse, ed iniziative di sostegno, anche allo scopo di realizzare interventi individualizzati in relazione alle esigenze dei singoli alunni». Oggi quel principio di integrazione contenuto nella legge 517 è visto come un punto di riferimento valido a livello planetario e, sotto questo aspetto, la scuola italiana è considerata difatti una delle prime al mondo.

Ecco, di mio padre avrei potuto ricordare la sapienza di linguista, poiché fu tra i primi a studiare in Italia, negli anni Sessanta del secolo scorso, i testi fondamentali della linguistica strutturale (spendendo una fortuna nell’acquisto di libri stranieri che faceva venire dalla Francia) e fu tra i pochissimi che, invece di seguire pedissequamente quelle teorie, le reinventò in maniera originale per una didattica innovativa. Avrei potuto ricordare la passione del latinista che lo aveva portato leggere per intero la collezione dei “Classici latini” della Zanichelli e a tenere sul suo comodino, negli ultimi giorni terribili della malattia che lo ha portato alla morte, il De Officiis di Cicerone. E invece, spinto dal film-tv della Rai, ricordo oggi, nella ricorrenza dei cento anni dalla sua nascita, una battaglia civile che mi sembra connaturata al suo essere stato, nel corso della sua vita, prima ancora che un intellettuale, un uomo buono e giusto per il quale la “persona” in quanto tale veniva prima di tutto. Un uomo buono e giusto del quale tengo strette nella memoria la severa dolcezza del padre e la durissima tempra del combattente.

Grazie papà.

Ignoranza digitale: Eschilo e Dante possono aiutarci a capire

Alcuni recenti fatti di cronaca (uno molto triste, il suicidio di una donna di trentuno anni, uno decisamente salottiero se non addirittura frivolo, l’assalto di molti internauti alla giornalista Natalia Aspesi per la sua confessione di non conoscere il Foscolo) hanno spinto tanti “esperti” e “commentatori” ad affrontare di fretta un tema che merita forse una attenzione e una riflessione più distese e comunque slegate dall’attualità.
Il tema è quello dell’essenza dei new media. Essa consisterebbe – riassumo e, necessariamente, banalizzo – nel fatto che questi media sono incontrollabili per la velocità della divulgazione delle informazioni e per la conseguente diffusione di queste ultime in misura esponenziale: cioè, a ogni livello della velocissima divulgazione delle informazioni, il numero di coloro che ne vengono a conoscenza non si moltiplica per due, per tre etc., ma si eleva alla seconda, alla terza potenza e così via.
Il che è vero. Ma è anche vero che nessuno si è preso la briga di insegnarci come ci si comporta in relazione a questi media. Insegnare, non dico a quelli della mia generazione (per i quali tuttavia, una volta, c’era il maestro Manzi: che nostalgia!) ma almeno a quelli che, ben dopo l’avvento di questi media, sono andati a scuola e hanno ora trenta o quarant’anni e a quelli che a scuola ci vanno adesso e ci andranno nei prossimi anni.
Veloci, e dunque incontrollabili, questi media. Anche le onde del mare in tempesta lo sono e nessuno pretende di controllarle: però è abbastanza normale che ciascuno di noi voglia uscire vivo da una imbarcazione che navighi attraverso quelle onde.

Da oltre sessant’anni, da quando McLuhan parlava di «età elettrica» della comunicazione e inventava il concetto di «villaggio globale» (ricordate: «L’elettricità ha ridotto il globo a poco più che un villaggio»1?), si è affermata la tendenza a vedere nella velocità il carattere specifico dei new media. Magari, nei sistemi aziendali, la velocità unita all’organizzazione2. ma soprattutto la velocità. Questa tendenza si è accentuata negli ultimi decenni, con il passaggio dall’«età elettrica» della quale parlava McLuhan a quella “digitale”. Ancora di più si è rafforzata da quando in questa “età digitale” sono entrati di prepotenza gli smartphone, cioè dal 2007 in poi. Ma è un errore. E questo errore non ci aiuta a capire il fenomeno: e dunque non ci aiuta, per riprendere la metafora precedente, a uscire vivi dalle onde del mare in tempesta.

La velocità della trasmissione non è affatto, di per sé, una prerogativa dei media dell’età “elettrica” o di quella digitale. Basta leggere questo brano che risale – niente meno! – alla metà del quinto secolo a.C.:


GUARDIA
Dei ! Vi chiedo di liberarmi da questo tormento, questa guardia che dura da un anno. Dormire qui rannicchiato, sulla reggia degli Atridi, accovacciato come un cane! Ormai so riconoscere le costellazioni degli astri notturni, quali portano l’inverno, quali l’estate ai mortali: i signori luminosi del cielo, so quando tramontano, so quando sorgono.
Anche ora sto all’erta, aspettando il segnale di una fiaccola: un lampo di fuoco da Troia che porti la notizia, l’annuncio che la città è stata presa.
Questo comanda il cuore maschio della signora, questo spera. E io, nella notte inquieta, sto in questo giaciglio umido che non protegge i miei sogni – la paura, non il sonno, mi è vicina, sempre presente e non mi lascia chiudere serenamente le palpebre al sonno – e quando provo a intonare una nenia, a canterellare piano piano – così, con la musica, cerco di combattere il sonno – allora piango la disgrazia di questa casa e lamento com’era governata bene un tempo.
Ma dovrebbe arrivare finalmente la liberazione da questa fatica: dovrebbe apparire dalle tenebre la buona novella con la luce del fuoco.
Eccoti, fiaccola! Ecco il bagliore che fa splendere nella notte la luce del giorno e una lunga serie di danze, in Argo, per la grazia di questo evento.


Eschilo, Agamennone (459/458 a.C.), Atto I, scena I

Non basta? Vogliamo un’altra testimonianza? Eccola:


Io dico, seguitando, ch’assai prima
che noi fossimo al piè de l’alta torre,
li occhi nostri n’andar suso a la cima

per due fiammette che i vedemmo porre,
e un’altra da lungi render cenno,
tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.

E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
dissi: “Questo che dice? e che risponde
quell’altro foco? e chi son quei che ’l fenno?”.


Dante Alighieri, Inferno, VIII, 1-9

Nel primo brano Eschilo ci parla della velocità e dell’efficacia del sistema di comunicazione organizzato per ricevere a Micene la notizia della vittoria dei Greci nella guerra di Troia. Nel secondo brano, Dante ci descrive un sistema sostanzialmente identico e altrettanto efficace usato dai diavoli della Città di Dite (la parte più bassa dell’inferno) per comunicare tra loro. Scritti a circa millesettecento anni di distanza l’uno dall’altro e il più recente settecento anni fa, entrambi questi brani ci ricordano che le informazioni potevano correre alla velocità della luce (o quasi) anche molto tempo fa. Il fatto è che tanto Eschilo quanto Dante pongono l’accento, più che sulla velocità della comunicazione, su altri aspetti decisamente più importanti – allora come oggi.

Nella tragedia di Eschilo il punto della questione è l’uso che viene fatto di quella comunicazione veloce. Come è noto, essa permise a Clitennestra e a Egisto di preparare con molto anticipo l’assassinio di Agamennone e consentì loro di compiere il delitto – per così dire – con la sicurezza del risultato: cioè con il massimo dell’efficacia. Nell’ottavo canto dell’Inferno Dante ci descrive con precisione quello che potremmo chiamare “l’effetto di tracimazione” della comunicazione: nelle teorie della prima metà del Novecento, la comunicazione è stata spesso descritta come un processo che avviene dentro un canale, ma nella realtà colui che in quelle teorie veniva chiamato l’«emittente» non sa mai – mai – a chi, oltre che al destinatario designato, arriverà il suo messaggio: un messaggio necessariamente portato a tracimare dalle sponde di quel “canale”. Sulle mura della Città di Dite i diavoli si scambiano un messaggio i cui destinatari sono loro stessi e un altro diavolo (Flegiàs); tuttavia, persino in un posto non poi tanto frequentato (certamente molto meno del web ai nostri giorni), quel messaggio tracima verso due destinatari imprevisti che non riescono magari a coglierne il contenuto preciso, ma sanno che esso è stato inviato e tanto basta perché si mettano in guardia. Quando Flegiàs arriva, Virgilio, il più “esperto” dei due “destinatari imprevisti” del messaggio, è già pronto ad accogliere quel diavolo a modo suo: «Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto», gli urla (con un verso dal ritmo bellissimo, sul quale meriterebbe di fare uno studio a parte) e quello, che già godeva per la soddisfazione di traghettare sulla palude Stigia altre due anime dannate, è costretto a ricredersi:


Qual è colui che grande inganno ascolta
che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.


Dante Alighieri, Inferno, VIII, 22-24

Se dunque la velocità non è, di per sé, il fatto nuovo che rende nuovi i media “digitali” (anche a differenza di quelli “elettrici”), che cos’altro è che li rende tali?
Il fatto nuovo, rispetto al quale bisognerebbe attrezzarsi con nuove competenze, è questo: i contenuti, una volta che siano stati digitalizzati, non sono altro che “bit”3, con tutto ciò che questo comporta, come aveva già capito nel 1995 Nicholas Negroponte:


Quando tutti i media saranno digitali – poiché i bit sono bit – si avranno immediatamente due risultati fondamentali.
Primo, i bit si possono mescolare facilmente. Si possono usare e riusare, insieme o separatamente. L’insieme di audio, video e dati viene chiamato multimedia; sembra complicato, ma non è altro che una mescolanza di bit.
Secondo, nasce un nuovo tipo di bit – un bit che ti parla di altri bit. Questi nuovi bit hanno tipicamente la funzione delle “etichette”, usate dai giornalisti per identificare i loro appunti. Esse sono normalmente usate anche dagli autori scientifici ai quali si chiede di fornire, insieme all’articolo, alcune parole chiave. Questi bit supplementari possono costituire un indice del contenuto o una descrizione sintetica dei dati che seguono. […] Questi bit non si possono né vedere né sentire, ma danno delle informazioni a voi, al vostro computer o a strumentazioni particolari4.


In sostanza, ci fa capire Negroponte, oltre ai caratteri della immodificabilità, della riproducibilità e della “mescolabilità” (qui si aprirebbe un discorso sul concetto di multimedia, che io invece non apro affatto), il contenuto trasmesso da un medium digitale ne ha almeno altri due particolarmente importanti: quello che è espresso in sequenze di bit (byte), quindi, sempre nello stesso modo, e quello che il dato digitale può contenere al suo stesso interno un metadato, cioè un aiuto per capire di che categoria di informazione si tratta.

Si noti che la disponibilità di metadati differenti (da intendere qui come codifiche differenti) porta a differenti interpretazioni: […] la stringa di 3 byte 01000001 01000001 01000001 può essere intesa come tre caratteri alfabetici (e allora, secondo il codice ASCII, decodificata in “AAA”) oppure come i livelli delle tre luci componenti un colore (e allora, secondo la codifica RGB, decodificata in un grigio scuro)5.

Negroponte non parla di velocità, ma di qualità delle informazioni trasmesse con strumenti digitali. C’è qualcuno che ha ragionato in questi decenni su una questione così decisiva? Forse qualche studioso, ma certo non le persone comuni che pure tutti i giorni a tutte le ore usano quegli strumenti e fruiscono delle informazioni codificate e trasmesse da quegli strumenti.

Tra le tante belle parole a vuoto scritte nei documenti dell’Unione Europea ci sono quelle con le quali la «competenza digitale» è stata inserita tra le «otto competenze chiave per l’apprendimento permanente» dei cittadini: «apprendimento permanente», quindi diritto anche di coloro che hanno la mia età. Altre belle parole a vuoto si trovano nelle “raccomandazioni” rivolte dall’Unione ai paesi membri perché questi facciano conseguire ai loro cittadini questa competenza, naturalmente insieme alle altre. Se, invece di essere parole a vuoto, fossero azioni di politica culturale e scolastica, sarebbe interessante notare quanto quelle contenute nella Raccomandazione relativa alla «competenza digitale» (la trovate qui, insieme alle altre sulle «otto competenze chiave») abbiano a che vedere con ciò che ci hanno detto, ormai un po’ di tempo fa, Eschilo e Dante.

Infatti, quando la Raccomandazione parla di «spirito critico» nell’uso delle «tecnologie della società dell’informazione», di «consapevolezza delle opportunità e dei potenziali rischi di Internet e della comunicazione tramite i supporti elettronici» e finalizza l’uso del computer a «reperire» e «valutare» le informazioni (oltre che a tutto il resto), ci fa capire che la «competenza digitale» riguarda prevalentemente, non la velocità, ma il trattamento delle informazioni. La «competenza digitale» è insomma centrata sul contenuto, su quel contenuto che nei media digitali sembra dissolversi in sequenze di bit e, invece, è sempre là, con la sua forza e – starei per dire – con la sua fisicità. La «competenza digitale» è dunque una sorta di epistemologia applicata, in quanto si occupa dei fondamenti, della natura, dei limiti e delle condizioni di validità del sapere compreso nei contenuti digitali, e, dall’altra – di conseguenza –, è una delle condizioni per la riflessione critica di chi voglia consapevolmente esercitare la propria cittadinanza.

Come avevamo già capito con la lettura di Eschilo e di Dante, il problema non è allora la velocità della comunicazione ma è – da sempre – quello della consapevolezza che abbiamo di come si usa, di perché si usa e di chi usa l’informazione in essa contenuta. Il fatto che essa sia trasmessa attraverso media digitali, se siamo “competenti”, può aiutarci a verificarne la pertinenza, la validità e a collocarla al posto giusto nel sistema – non necessariamente sequenziale, anzi preferibilmente ipertestuale (ma qui si aprirebbe un altro non facile capitolo di riflessione e approfondimento) – nel quale organizziamo tutte le informazioni che acquisiamo: quella che una volta si chiamava, senza troppe complicazioni, “conoscenza”.
Se non siamo “competenti”, può aiutarci ad affondare alla guida di una imbarcazione non adatta ad attraversare le onde del mare in tempesta.


 

Il centenario della battaglia di Verdun

Il presidente francese Mitterrand e il cancelliere tedesco Kohl si tengono per mano davanti all’ossario di Douaumont (settembre 1984)

Nessun giornale italiano ne parla (non ho una completa rassegna stampa, ma da una rapida occhiata che ho dato in edicola, temo proprio che sia così: intanto ecco che cosa ne dice la BBC) e dunque rimedio io per i venticinque lettori di questo blog. Ecco la notizia: si celebra oggi in Francia, con un incontro tra il presidente francese Hollande e la cancelliera tedesca Merkel, il centenario della battaglia di Verdun (21 gennaio-15 dicembre 1916).
Naturalmente, domani anche i giornali italiani – e oggi i telegiornali – parleranno di questo incontro per quanto di attuale i due leader diranno in tema di economia, di migrazioni, di banche, di lavoro e di chissà che altro. Io voglio invece parlare del motivo inattuale per il quale i due leader si incontrano. Lo fanno perché da poco più di settanta anni in Europa di battaglie come queste non ce ne sono state più. E loro due sono tra coloro che si augurano che non ce ne siano mai più. È vero, ci sono state altre guerre in Europa in questi settanta anni: la Guerra dei Balcani (1991-1995), con l’assedio di Sarajevo – a pochi passi dai nostri confini –, ha dimostrato a chi lo avesse dimenticato a quali atrocità può portare un conflitto armato tra popoli fino a poco prima “amici”. Ma non ci sono state battaglie atroci e sanguinose come quella di Verdun nella quale persero la vita sul campo più di quattrocentomila soldati tedeschi e francesi: quattrocentomila morti tra i quali non sono “computati”, perché non si è mai riusciti a contarli, i militari e i civili che morirono tra i circa ottocentomila avvelenati dai gas: molto più di un milione tra morti e feriti in un solo campo di battaglia!

Mi sembra opportuno ricordare con solennità questo centenario perché vedo accanto a me, in Italia e fuori d’Italia, il risorgere di partiti isolazionisti e nazionalisti oggi alleati tra loro nel volere la fine dell’Unione Europea e domani, necessariamente, pronti a scannarsi l’un l’altro (anzi pronti a mandare a scannarsi i giovani dei rispettivi paesi, mentre loro staranno a guardare) per un lembo di territorio, per un orgoglio ferito, per una alleanza non rispettata, per un migrante in più o in meno da accogliere o non accogliere.

Ho avuto la fortuna di vivere nel più lungo periodo di pace che questa parte del mondo ha conosciuto in tutta la sua storia millenaria. Per millenni, per un motivo o per un altro (spesso, nell’antichità, per risolvere problemi di esistenza), popoli vicini, tribù diverse dello stesso popolo, fazioni avverse delle stesse tribù si sono scannati senza interruzioni se non di pochi anni (al massimo poco più di una quarantina tra il 1870 e il 1914) seminando, in particolare, il territorio lungo il quale corrono oggi i confini tra Francia e Germania di una quantità incalcolabile di cadaveri: decine di milioni? No, forse centinaia di milioni. Oggi, là dove ci sono ancora certamente i resti scheletriti o solo le polveri di quei cadaveri, corrono autostrade che attraversano i confini da uno stato all’altro senza bisogno di passaporto e dove in un minuto si vedono passare auto con targhe di venti diversi paesi europei (mi sono preso il gusto di fare questo conto una volta che percorrevo l’autostrada da Baden Baden a Strasburgo): auto di persone che vanno a divertirsi, che vanno a fare affari, magari anche affari sporchi, che vanno a insegnare o a studiare, che vanno a fare l’amore. Tutto, tranne che la guerra.

Ecco perché mi sembra opportuno ricordare il centenario di Verdun: non per quanto di attuale potranno dirsi oggi Hollande e Merkel, ma per quanto di inattuale c’è nel ricordo, che giustamente loro vogliono celebrare, di una guerra europea. Anche per i miei nipoti vorrei che il ricordo di una guerra europea fosse inattuale. Voi no?

Il mito siamo noi

Il 18 maggio alle 21, al teatro Porta Portese di Roma, alcuni miei testi poetici
letti attraverso una azione scenica che ne sottolinea il rapporto con il mito

Da Giambattista Vico in poi il mito è stato considerato una forma di conoscenza, anzi la forma originaria di quel vocabolario dell’anima umana che si è venuto via via costruendo nel rapporto tra le cose e le parole che ha attraversato la storia di noi esseri pensanti, osservanti e parlanti. Secondo Hegel, il mito fa parte, sì, «della pedagogia del genere umano, poiché eccita ed attrae ad occuparsi del contenuto», tuttavia «siccome in esso il pensiero è contaminato da forme sensibili, [il mito] non può esprimere ciò che vuole esprimere il pensiero. Quando il concetto si è fatto maturo, non ha più bisogno di miti». Ci sarà però un motivo se gli esseri umani continuano a voler conoscere attraverso il mito, anzi, spesso, vogliono conoscere se stessi attraverso il mito.

Prendiamo un caso esemplare della poesia del Novecento: Umberto Saba. Nel 1933, nella raccolta Parole, Saba scrive una poesia dal titolo Ulisse. Leggiamola.


O tu che sei sì triste ed hai presagi
d’orrore – Ulisse al declino – nessuna
dentro l’anima tua dolcezza aduna
la Brama
per una
pallida sognatrice di naufragi
che t’ama?


E ora leggiamo anche il commento che lo stesso Saba ha fatto di questa poesia nella sua Storia e cronistoria del Canzoniere:


La breve poesia Ulisse, una delle più brevi di tutto il Canzoniere e nella quale riecheggia il motivo della “Brama”, offre al lettore quello che “preso a sé” è forse il più bel verso di Saba1: «pallida sognatrice di naufragi». Ulisse al declino è probabilmente il poeta stesso. Nella figura di quell’astuto greco egli si è più volte (non sappiamo se a torto o a ragione; probabilmente più a torto che a ragione) “eroicizzato”. (vedi anche quella che, fino a oggi, è la sua ultima poesia: il componimento omonimo che chiude Mediterranee).


Per capire il rapporto esemplare di Saba con il mito leggiamo dunque, infine, come il poeta nelle vesti di critico di se stesso ci suggerisce, questo secondo componimento intitolato Ulisse, inserito nella raccolta Mediterranee, del 1946, con la quale si chiudeva l’edizione del Canzoniere pubblicata nel 1948.


Nella mia giovanezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.


Umberto Saba

È fin troppo facile osservare che il Saba cinquantenne di Parole vede se stesso in un «Ulisse al declino» che potrebbe, lui eroe della “Brama” per antonomasia, non avere più brama «per una / pallida sognatrice di naufragi» (è vero: un verso bellissimo!). Quello di Saba è un dubbio. E da quel dubbio germina la prima poesia che ha, non a caso, la forma di una breve domanda.
È altrettanto facile osservare che nella seconda splendida poesia (splendida, nel senso proprio della parola: che splende di luce marina, solare, smeraldina) il Saba di Mediterranee, di quasi quindici anni più vecchio, si riflette invece in un Ulisse tutt’altro che in declino: non a caso questa poesia è dominata, splendidamente, dalla parola rima “al-largo” che ci rimanda all’Ulisse navigatore, anzi all’Ulisse insaziabile, dantesco più che omerico.
Ma queste due facili osservazioni nascono dall’implicita persuasione che “il mito siamo noi”. Non avremmo nemmeno potuto abbozzarle nella nostra mente se non fossimo intimamente convinti che, per conoscerci, per conoscere noi stessi e la relazione che abbiamo con gli altri («il porto / accende ad altri i suoi lumi», scrive Saba con questa consapevolezza), possiamo ricorrere al mito; qualche volta dobbiamo ricorrere al mito, a quel patrimonio di immagini e racconti che qualcuno ha studiato, qualcuno no, ma che sono disponibili per l’immaginario di tutti noi da migliaia di anni, anzi sono l’immaginario di noi da migliaia di anni. Perché facciamo questo? Scrive Michail Lifšic che «nei miti il mondo reale si presenta sotto l’angolo visuale della libertà». Certo la libertà di pensare il mondo prima del λόγος: prima e anche più arditamente di quanto sia consentito al λόγος (nonostante quello che ne pensa Hegel). Ma, soprattutto, penso io, la libertà di sentire il nostro divenire come indefinito, come parte di un indefinito e infinito trascorrere nel quale ciascuno di noi conosce mentre ri-conosce e mentre si ri-conosce.

Questo è l’angolo visuale sul mondo che il mito ci dà. Guai se ce ne privassimo.
Per questo ho riunito in una “azione scenica” intitolata Il mito siamo noi la lettura di alcune mie poesie che, in modo più o meno diretto, si legano con fili fortissimi a quel patrimonio al tempo stesso così lontano e così vicino. L’ho fatto per sollecitare nuova conoscenza, ri-conoscimento di sé e degli altri.
Il 18 maggio prossimo alle 21 questa “azione scenica” sarà eseguita, nella bella Sala Brecht del teatro Porta Portese di Roma, da me, da Paola Nanni e da Monica Bianchi, accompagnati dal flauto impareggiabile di Annalisa Spadolini.

25 aprile. La Resistenza dei ragazzi

Una decina di anni fa ho visto per caso nella libreria di una stazione ferroviaria la nuova edizione di un vecchio libro che avevo letto da ragazzo, le Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (Einaudi, 2002; l’edizione che avevo letto io era quella del 1952, nella foto qui a fianco, che mio padre conservava bene in vista nella sua monumentale libreria di mogano: libreria che, mentre scrivo queste righe, mi guarda da dietro le spalle). Dato che mancava ancora del tempo alla partenza del treno, ho preso in mano quel libro e ho cominciato a rileggere quelle pagine così belle e così forti.
Le ho rilette con la mia esperienza di insegnante e, mentre quando le avevo lette per la prima volta non avevo fatto caso all’età di coloro che le avevano scritte, a distanza di quarant’annil’età di alcuni di quei condannati a morte mi ha colpito come una stilettata: avevano – ho pensato – l’età dei miei alunni di quando insegnavo al liceo, diciassette, diciotto, diciannove anni.
Mi aveva colpito in particolare, e non l’avevo notato alla prima lettura o non me lo ricordavo, il tono di quelle lettere: niente di “eroico”; erano, sì, “ultime” parole, ma scritte come se si trattasse di una partenza, con serenità, con accettazione. La morte era nel conto delle cose possibili. Ecco: si trattava di dar conto di questa cosa ai genitori, agli amici, alla fidanzata. E coloro che avevano quella straordinaria forza d’animo erano ragazzi. Sarebbero potuti essere miei alunni.
Durante il viaggio, uno dei miei tanti Roma-Torino del quale non ricordo però la ragione precisa, ho scritto, sull’onda dell’emozione di quella rilettura, la poesia che propongo qui sotto, Alunni, che qualche anno dopo è entrata a far parte della mia raccolta di versi La mente irretita. Questa poesia è poi diventata molto cara a tanti colleghi. Uno ha voluto che fosse trascritta sulla “pergamena” di saluto che gli è stata donata dalla scuola quando è andato in pensione, altri l’hanno letta a loro volta ai loro alunni; Manuela Vico, straordinaria insegnante di francese animatrice del Premio di poesia “Inter-Alpes” (al quale partecipano alunni della provincia di Cuneo e della regione francese della Provence-Alpes-Maritimes) ha voluto farne una specie di colonna sonora delle manifestazioni nelle quali si articola questo premio e ogni volta la fa leggere e la commenta con sempre rinnovata emozione.

Oggi le ultime testimonianze – lettere, appunti, fogli di diario – di condannati a morte e di deportati della resistenza italiana sono conservate nel sito ultimelettere.it che consiglio a tutti di andare a visitare con l’attenzione che merita. Da questo sito (e non dal libro che ho letto e riletto) traggo le lettere di tre ragazzi di diciassette anni che mi sembra facciano capire, meglio di qualsiasi “commento”, il senso della mia poesia Alunni.

Lettera di Ludovico Ticchioni (Tredicino) a … scritta in data 17-01-1945 da Carcere

17 gennaio
Sono sicuro che oggi
sarà il mio ultimo
giorno di vita.
Non mi importa
di morire.

Lettera di Domenico Caporossi (Miguel) alla Madre scritta in data 21-02-1945

21/2/1945
Cara Mamma Vado a morire,
ma da partigiano, col sorriso sulle labbra
ed una fede nel cuore. Non star malinco=
nica io muoio contento. Saluta amici e
parenti, ed un forte abbraccio e bacioni
alla piccolo Imperio e Ilenio e
il Caro Papa, e nonna e nonno e di
ricordarsene sempre. Ciau Vostro figlio
Domenico

Lettera di Lorenzo Alberti (Renzo) ai familiari

[Fronte]

Cara Mamma, sono stato preso
da dei tedeschi a Upega e sono stato
condannato a morte.
Non stai a piangere e né a strillare non
dai colpa a nessuno. Vivi tranquilla
ci hai ancora il fratello che ti
tiene compagnia. Ti può aiutare
nella vecchiaia.
Lo so che dopo tanti sacrifici
ti trovi un figlio di meno. Non
ti arrabbiare!
Caro papà vivete tranquilli
in famiglia come principi.
Sono morto senza
torture
Caro Fratello non piangere
aiuti bene ai

[Retro]

genitori senza farli arrabbiare.
Cari famigliari salutatemi tutti
i cari conoscenti e parenti
dite a loro che il destino volle così.
Vi saluto tutti
Renzo

Ecco, Ludovico, Domenico, Renzo, e tanti altri come loro, li avrei voluti come alunni. Dedico questa poesia a tutti gli alunni che ho avuto.


Michele Tortorici

Alunni (da La mente irretita, Manni, 2008)


Rileggendo
le Lettere dei condannati a morte della Resistenza

Alunni vi avrei voluti nell’ora
che vi ha sommersi la storia,
che vi ha affrancati la vostra
temeraria purezza,
che vi ha innalzati la speranza
nella parola che s’invera
come un giuramento.

Alunni vi avrei amati per potere
imparare la fede che attraversa
la morte come un’onda
di piena penetrata
nel mare. Vi avrei cercati per dare
inaspettate risposte alle troppe
impazienti pagine che ho letto. Vi avrei
attesi perché non si chiudesse
il portone della scuola e avrei scavato
per voi macerie di futuro
in offerta d’amore.

Avreste forse anche voi
prestato la vostra fede alle parole
che ho fatto scorrere sui banchi, ai versi
di libertà, alle note a piè di pagina sull’uomo
che s’infutura e che s’india; avreste
forse anche voi bevuto l’inganno
propizio di umani simulacri
senza professione di modernità.

Alunni vi avrei abbracciati per ricevere
il vostro contagio, per raccogliere
le lettere che avete scritto e custodirle
nell’archivio della scuola. Lì
un altro insegnante, dopo secoli
d’inettitudine, avrebbe scoperto
le pagine nascoste e portato
a nuovi alunni le vostre
parole per inverarle ancora
come un giuramento.


Marco Vagnini: la forma delle idee

Marco Vagnini, lo straordinario illustratore di due mie brevi raccolte di versi, è scomparso improvvisamente a cinquantuno anni il 14 febbraio scorso. Lui scriveva di sé con modestia di essere un «industrial designer, ma anche un graphic designer e un professore di design dell’ISIA (Istituto Superiore per le Industrie Artistiche) di Roma». Nel ricordarlo a due mesi dalla morte, io posso dire di lui che era un creatore di bellezza.

Era un artista a tutto tondo perché la sua passione era trovare la ragione delle forme che ci stanno attorno: le forme degli oggetti e delle loro rappresentazioni, le forme che lo spazio assume se racchiuso da qualche elemento, le forme nelle quali ci si presenta, nella sua terrestrità, la materia (nella foto qui a fianco Marco Vagnini è accanto a una delle sue opere di pittura materica, che lui chiamava “artefatti naturali”) e, infine, la forma più difficile da trovare, la forma delle idee.
Che cosa vuol dire “la forma delle idee”?
Per spiegarlo devo ripercorrere un periodo bello della vita di Marco e della mia. Poco meno di vent’anni fa l’ISIA collaborava con il Ministero dell’Istruzione per la realizzazione di opere di design, dagli opuscoli per la diffusione delle novità legislative (erano gli anni dell’introduzione dell’autonomia scolastica) fino agli stand con i quali il Ministero partecipava a mostre, fiere e altre situazioni di rapporto diretto con i cittadini. A lavorare per queste occasioni erano Enzo Manili, anche lui a suo tempo professore di design all’ISIA e, appunto, Marco Vagnini, allora suo assistente. Non poche riunioni di lavoro si svolgevano nello studio di Manili in Piazza Giovine Italia. Più che riunioni di lavoro erano cantieri di idee dove si cercava in primo luogo di realizzare un progetto che allora sembrava un po’ pazzo (e che doveva esserlo davvero, dato che nessun “saggio”, successivamente, si è più proposto di realizzarlo): rendere “più bello” il rapporto del Ministero con i cittadini. “Più bello”, sì. Certo, quelli erano gli anni nei quali le nuove norme sulla comunicazione pubblica (oggi del tutto dimenticate, pure se ancora vigenti!) puntavano a qualificare il rapporto tra istituzioni e cittadino nel senso della trasparenza e della semplicità; ma proprio per raggiungere questo obiettivo, noi che ci riunivamo in quello studio (i più assidui, insieme a Manili e Vagnini, eravamo il direttore dell’allora Servizio per la Comunicazione del Ministero, Luigi Catalano, e io) pensavamo che quel rapporto dovesse essere, innanzitutto “più bello”. Via il grigiore connesso, nell’immaginario dei più, a un’istituzione come il Ministero e largo ai colori e alla fantasia. Nel corso di queste discussioni Enzo Manili, genero di Fosco Maraini e orgoglioso proprietario di una copia autografata del suo bellissimo libro di poesie nonsense La gnòsi delle Fanfole, ogni tanto leggeva alcuni di quei versi come via di fuga dalle insensatezze di vecchie norme e vecchi pregiudizi (insensatezze vere e concrete, a differenza dei nonsense di parole della Gnòsi) e poi, ripresa in mano la fidata matita momentaneamente abbandonata a favore del libro, continuava tranquillamente il suo lavoro. Una mattina spiegò in che cosa consisteva, secondo lui, il lavoro del designer: lo spiegò a noi, ma soprattutto a Marco, che comunque, ci fece capire, aveva ascoltato parecchie altre volte quella “lezione”, da allievo prima ancora che da assistente: il lavoro del designer consisteva, secondo Manili, nel «trovare la forma delle idee».

Qualunque allievo avrebbe colto il senso metaforico di quel discorso e si sarebbe fermato lì. Marco no. Marco ha sempre preso sul serio la lezione del suo maestro. Anzi, si potrebbe dire che ha voluto essere più risoluto ancora del suo maestro in quella ricerca. Qui a fianco ecco un esempio di come Marco interpretava l’insegnamento di Manili e, al tempo stesso, seguiva l’idea di rendere più bello il rapporto del Ministero con i cittadini. Non era usuale che gli uffici del Ministero avessero un logo e tuttavia fu Marco stesso a farci notare come un ufficio che nasceva con lo scopo di comunicare meglio non poteva farne a meno: doveva essere riconoscibile; il compito che quell’ufficio si proponeva doveva avere la sua forma e lui l’avrebbe trovata. Eccola, nell’immagine qui a fianco. Questo logo, collocato in basso a destra in tutti i documenti usciti dalla Direzione generale per la Comunicazione (evoluzione del Servizio per la Comunicazione, nato insieme alle norme sull’autonomia scolastica), ha reso in quegli anni riconoscibile la Direzione generale per la Comunicazione più  e meglio di qualunque dichiarazione o spiegazione in merito.

Non voglio dire niente qui di molte delle “grandi opere” (gli stand per esposizioni o manifestazioni pubbliche, in particolare) realizzate da Enzo Manili e Marco Vagnini, anche perché sarebbe impossibile distinguere la mano dell’uno da quella dell’altro. Non posso tuttavia fare a meno di mostrare (nella foto qui a fianco) la straordinaria “Ruota dell’autonomia”: uno stand informativo sui vari aspetti dell’autonomia scolastica presentato al ComPa 2001 e che ha ricevuto in quell’occasione il Premio del cittadino “Diritto all’informazione” attribuito, attraverso una votazione dei visitatori, allo stand migliore.
Voglio invece ricordare una iniziativa di Marco che riguarda proprio la sua convinzione che una istituzione dovesse essere “bella” nel suo porsi in relazione con i cittadini. Parlo degli anni a cavallo tra i due secoli durante i quali, a causa dell’avvento generalizzato dei computer, gli uffici del Ministero avevano rinunciato alla costosa – e bellissima – carta intestata stampata dal Poligrafico dello Stato (anche perché il Ministero in quegli anni aveva cambiato nome: da Ministero della Pubblica istruzione a Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) e usavano per i documenti ufficiali, dalle circolari ai decreti, normali fogli bianchi in testa ai quali stampavano, ognuno con un carattere diverso, con un corpo diverso, qualche volta con una centratura non perfetta, la scritta istituzionale con sotto il nome dell’ufficio. Una specie di sciatteria generalizzata e, come si può immaginare, chi ama la bellezza può magari sopportare la bruttezza, ma non la sciatteria. Anche in questo caso, fu Marco a fare notare a noi della Direzione generale per la Comunicazione questo aspetto decisamente sconveniente della comunicazione ministeriale. E fu lui a porvi rimedio.
Come? In modo non facile. Ricavò, uno per uno, da una vecchia carta intestata, i bei caratteri calligrafici della scritta “Ministero della Pubblica Istruzione”; sulla base di quei caratteri, tracciò, da straordinario designer, le lettere mancanti per la nuova scritta (per esempio la U e la R maiuscole), si procurò attraverso l’apposito ufficio del Quirinale l’emblema della Repubblica e, infine, realizzò la nuova scritta, su una e su due righe (quella che vedete qui a fianco), pronta per rispondere alle diverse esigenze dei vari uffici. Dati i tempi che corrono, devo forse aggiungere che fece questo lavoro nei pochi spazi di tempo libero che aveva e che non ne ricavò alcun compenso. A noi della Direzione generale per la Comunicazione, non restò che trasmettere il file a tutti gli uffici del Ministero con la raccomandazione di usare con un semplice copia e incolla quella scritta per tutte le comunicazioni ufficiali. Naturalmente, poiché l’amore per la bellezza uno non se lo può dare, ma lo deve avere dentro di sé, allora e oggi quella raccomandazione non è stata sempre seguita.

Copertina Versi inutiliNessuno può meravigliarsi quindi, se, quando ho pensato di realizzare un libro di poesie illustrato, io mi sono rivolto a Marco Vagnini.
La prima volta nel 2010. Il libro è Versi inutili e altre inutilità, del quale riproduco qui a fianco la copertina, di una impareggiabile “purezza” grafica. Una purezza talmente assoluta che lo stesso grafico dell’editore, al vedere quella copertina, rinunciò ad aggiungere il nome, appunto, dell’editore per non introdurre in essa nessun elemento nuovo, che sarebbe stato di disturbo.
La seconda volta l’anno scorso. Il libro è Fine e principio e chi vuole può leggere qui, insieme alle notizie sui versi che vi sono raccolti, il senso della collaborazione tra me e Marco: un senso talmente importante, ai fini stessi della comprensione del libro, che abbiamo deciso di pubblicare, in appendice alle poesie, lo scambio di email che lo documentava. Di questo libro riproduco qui sotto l’illustrazione all’ultima delle quattro poesie che vi sono raccolte. È una elaborazione grafica di una foto della sala delle “Foglie cadute” (in ebraico “Schalechet”) dello Jüdisches Museum di Berlino.
Questa sala rievoca la Shoah in modo molto particolare (qui a destra una vista parziale della sala in una foto diversa da quella sulla quale ha lavorato Marco Vagnini). Alta e lunga, ha il pavimento ricoperto di maschere di metallo con la forma di bocche che urlano. Chi vi entra per la prima volta non sa che cosa fare, ma una hostess invita a non fermarsi e a camminare su quelle maschere di metallo fino in fondo alla sala. Appena calpestate, quelle maschere, per l’attrito dell’una sull’altra, stridono con un’eco che si ripercuote sulle pareti e che dà l’impressione di urli ripetuti.
Chi esce dalla sala dopo averla percorsa fino alla fine ed essere ritornato indietro è una persona diversa da quella che vi era entrata: è come se l’intera storia dell’umanità pesasse sulle sue spalle, ma anche – almeno così è stato per me, in particolare quando ho visitato quella sala per la seconda volta – come se da quel peso potesse nascere una speranza.
Nella poesia scaturita dalla mia esperienza di quella sala, Nuove progenie, ho cercato di riversare tanto il terribile peso del male della storia quanto la potente forza della speranza.
Come dare forma a questa idea? Marco ha creato una prospettiva artificiale nella quale dal fondo oscuro emerge la luce, anzi, le stesse maschere di metallo diventano un elemento luminoso per chi ha il coraggio di guardarle. Una invenzione al tempo stesso bellissima e fedelissima al testo poetico del quale a lungo avevamo parlato insieme.
Alla fine dello scorso anno, proprio per il senso di speranza che porta dentro di sé ho pubblicato su questo blog la poesia Nuove progenie (qui: dove trovate anche molte notizie che aiutano a penetrare il senso di questi versi) in un post di auguri per il 2016. Non avrei mai pensato che l’avrei ripubblicata, a distanza di qualche mese – come ora sento il bisogno di fare – per ricordare il mio carissimo e giovane amico Marco Vagnini, creatore di bellezza.

 

Michele Tortorici
Nuove progenie (da Fine e principio, Roma, Anicia, 2015)


Schalechet

Quando ho visto nel museo,
come foglie cadute, maschere di metallo con la forma
di urli; quando, passo
dopo passo, quelle maschere io le ho sentite stridere, è tornato
alla mia mente con chiarezza l’avvertimento di Temi: «Liberatevi
delle vesti e gettate
dietro di voi le ossa di colei
che con magnanimità vi ha partoriti». Dopo l’ultimo diluvio,
dovevamo non
continuare, una dopo l’altra, generazioni
e generazioni di uomini e di donne come se ciò che era stato
non fosse stato, ma
ricominciare nuove stirpi, fare nascere
nuove progenie dalle ossa della terra.

Schalechet

Quando ho visto nel museo,
come foglie cadute, maschere di metallo con la forma
di urli; quando, passo
dopo passo, quelle maschere io le ho sentite stridere, ho capito
l’avvertimento di Temi. Dopo l’ultimo diluvio,
quegli urli scolpiti nel ferro erano loro
le nuove ossa che la terra, con spietata
magnanimità ci offriva perché, liberati delle vesti, affrancati
dall’ostinato volere
ricordare – quelli, dico, che hanno voluto
ricordare –, le gettassimo dietro di noi per fare nascere
nuovi uomini e nuove donne.

Schalechet