Parigi: le mie «vie amiche» ferite a morte

La prima volta che sono stato a Parigi, circa mezzo secolo fa, avevo fatto nei mesi precedenti una vera e propria indigestione di romanzi di Simenon sul commissario Maigret. Così, di Parigi, senza averla mai vista, conoscevo strade, piazze, bar, locali di tutti i generi e un sacco di curiosità. Buona parte del tempo che vi ho trascorso sono stato in giro proprio in quei posti dei quali, attraverso le inchieste di Maigret, sapevo quasi tutto e che mi sembrava, più che di vedere per la prima volta, letteralmente, di ri-vedere. Una passeggiata senza limiti di tempo me la sono concessa a boulevard Richard-Lenoir, dove Simenon immagina che si trovi, al numero 132, la casa nella quale il commissario vive con sua moglie. Ho percorso il boulevard dalla Bastille all’incrocio con avenue de la République e poi sono tornato indietro attraverso la miriade di vie grandi e piccole (tra le prime boulevard Voltaire) che segna quella vivacissima parte di Parigi.
Dappertutto la gente affollava i locali, ma non come da noi: non per una consumazione, magari seduti a un tavolino, e via; era evidente che molti passavano lungo quelle strade la loro giornata, avevano libri, scrivevano.

Quando, pochi anni fa, sono ritornato a Parigi con mia moglie, ho condotto anche lei a boulevard Richard-Lenoir con l’intento di ritrovare i vecchi zincs, i bar con il bancone di zinco, che avevo frequentato tanto tempo prima nelle vie intorno alla Bastille (nella foto qui a fianco un vecchio zinc a due passi da boulevard Voltaire). Naturalmente di quei bar non ce n’era più quasi nessuno: alcuni sì, però e forse ci sono ancora perché ultimamente sono tornati di moda. In ogni caso, in quasi mezzo secolo non era cambiato il modo che avevano i parigini (e i molti stranieri diventati parigini di adozione) di frequentare le proprie vie: il modo è quello di abitarci. Certe vie di Parigi sono luoghi di abitazione, non di passaggio. Sto preparando in questi giorni una lezione su Ungaretti e sul suo Porto sepolto e penso adesso che è certamente più di un secolo che funziona così: Ungaretti frequentava gli intellettuali che vivevano a Parigi nel 1914, da Apollinaire a Modigliani, da Marinetti a Palazzeschi, da Boccioni a De Chirico a tanti altri, soprattutto nei caffè di quella città; forse anche un po’ a casa loro (o, meglio, nei salotti che contavano e dove tutti si ritrovavano senza darsi appuntamento), ma soprattutto nei caffè, nelle vie. È più di un secolo che funziona così, che le vie di Parigi sono case all’aperto dove, certo, si passa, ma soprattutto si vive. La libertà e la laicità (e, per gli artisti, la creatività) a Parigi si imparano per strada ben più che sui manuali di storia.

I terroristi hanno dunque colpito nel segno: le vie, i caffè, i locali, le sale da concerto (che spesso sono caffè di giorno). Hanno colpito luoghi, non del passaggio, ma della vita dei parigini, simbolo di una libertà della vita quotidiana (non so come altro definirla) che probabilmente non ha l’eguale nel mondo. E hanno colpito anche me, profondamente, perché io stesso – e non solo a Parigi – amo le vie delle città che visito, più dei loro monumenti o musei. Lì, nelle vie, trovo la vita delle città e ne prendo un poco in prestito. In particolare, nelle vie di Parigi mi sono sempre sentito a casa. E ci tornerò per sentirmi a casa.
Nella mia ultima raccolta di poesie, Viaggio all’osteria della terra, ho raccolto le poesie che hanno per oggetto le vie delle città in una sezione intitolata Le vie amiche. Tra queste «vie amiche» ce n’è una di Parigi, rue Lepic, che si trova, per la verità, un po’ distante dalla Bastille, nel XVIII arrondissement, ma che ha molto in comune (tra l’altro, anche la frequentazione di Maigret) con le vie che convergono verso la Bastille e che incrociano boulevard Voltaire, oggetto di alcuni degli attacchi terroristici di ieri sera. La trascrivo qua sotto (nel testo originale e nella bellissima traduzione che ne ha dato Danièle Robert) per ricordare la vita di tutti coloro che si trovavano in quelle strade, in quei locali, in quelle sale da concerto: ci si trovavano come a casa loro e adesso non ci sono più.

Michele Tortorici
Rue Lepic (da Viaggio all’osteria della terra, Manni, 2012)


Questa strada non finisce, come potrebbe sembrare, all’incrocio
con rue des Abesses. Con una specie di “u” larga fa un giro
intorno alla collina e arriva oltre
il Moulin de la Galette, comunque
non ho capito bene fino a dove. Un po’ è un inganno,
ma principalmente
è che vuole avere con te più confidenza.
Questa strada vorrebbe esserti casa, anzi vorrebbe essere
il corridoio della tua casa, il tuo cammino intimo, la quotidiana
abitudine che hai di girare per le stanze, magari
senza far niente, forse un caffè, forse, al più, qualcosa
da sbocconcellare − piedi nelle pantofole, profumo,
a certe ore, di dopobarba, ad altre
ore, di donna.

Questa strada vorrebbe esserti compagna, mettersi
sottobraccio a te, ostentare la sua civetteria per farsi stringere
più forte − farsi toccare il seno persino, scandalizzare se ci sono
benpensanti che guardano.

Questa strada vorrebbe esserti amico, parlare di libri
e di sport, cantare per te le canzoni
che escono dalle finestre aperte, sedersi
su una panchina e ascoltare quello che dici – mettersi
a cercare se da qualche parte, appostato,
c’è ancora Maigret, chi lo sa?

Questa strada vorrebbe esserti − quello che è −
strada di mulini, prestare le sue ruote alla tua mente e farti
macinare farine delle vite
che passano sui suoi marciapiedi, andari
affrancati, alternative − che non avresti pensato, fuori da qui −
del divenire, figurazioni
della tua libertà possibile. Principalmente
è che vuole avere con te più confidenza.


Rue Lepic
nella traduzione di Danièle Robert


Cette rue ne finit pas, comme on pourrait le croire, à l’angle
de la rue des Abbesses. Dans une sorte de large “u” elle tourne
autour de la colline et arrive au-delà
du Moulin de la Galette, du reste
je n’ai pas bien compris jusqu’où. C’est un peu une ruse,
mais avant tout
c’est qu’elle veut être plus en confiance avec toi.

Cette rue voudrait être pour toi une maison, ou plutôt voudrait être
le couloir de ta maison, ton chemin intime, l’habitude
que tu as chaque jour de tourner dans les pièces, même
sans rien faire, peut-être un café, peut-être, tout au plus, quelque chose
à grignoter – les pieds dans les pantoufles, parfum,
à certaines heures, d’après-rasage, à d’autres
heures, de femme.

Cette rue voudrait être pour toi une compagne, bras dessus
bras dessous, afficher sa coquetterie pour se faire serrer
plus fort – se faire même toucher la poitrine, scandaliser s’il y a
des bien-pensants qui regardent.

Cette rue voudrait être pour toi un ami, parler de livres
et de sport, chanter pour toi les chansons
qui sortent des fenêtres ouvertes, s’asseoir
sur un banc et écouter ce que tu dis – se mettre
à chercher si quelque part, embusqué,
il y a encore Maigret, qui sait ?

Cette rue voudrait être pour toi – ce qu’elle est –
la rue des moulins, prêter ses roues à ta pensée et te faire
moudre le grain des vies
qui passent sur ses trottoirs, allures
affranchies, alternatives – auxquelles tu n’aurais pas pensé, ailleurs qu’ici –
du devenir, figures
de ta liberté possible. Avant tout
c’est qu’elle veut être plus en confiance avec toi.


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