Nov 082012
 

Torno a parlare di scuola, trascinato – direi – dagli eventi

Ma comincio con una piccola premessa metodologica (soltanto tre punti in poche righe, non vi preoccupate) per non essere confuso con i qualunquisti.
1. Non soltanto sono lontanissimo dalla cosiddetta antipolitica, ma credo che la politica, come tutte le attività umane, possa essere buona o cattiva;
2. credo che solo la politica buona, e non l’antipolitica, possa produrre governi buoni;
3. credo ancora nella differenza tra destra e sinistra, ma non sono così settario da credere che solo nella parte nella quale mi riconosco, la sinistra, possa esserci politica buona: sono convinto tuttavia che la buona politica di sinistra abbia il compito di far camminare il mondo in avanti e di renderlo migliore (forward, ‘avanti’, è stata la parola d’ordine dei sostenitori di Obama), mentre la buona politica di destra ha il compito di conservare il mondo così com’è nel migliore dei modi (nessun partito di destra si offende se lo chiamano “conservatore”).

Detto questo, vengo al dunque e ricordo che qualche tempo fa ho scritto un intervento (L’istruzione al centro) nel quale lamentavo, da parte dei nostri politici di destra e di sinistra (da qui la necessità della premessa che avete appena letto), una sostanziale dimenticanza rispetto al problema della qualità dell’istruzione e a quello del suo valore strategico nelle politiche di sviluppo. Naturalmente, rimprovero questa dimenticanza più ai politici di sinistra, perché sono loro che dovrebbero ricordare la frase di Nelson Mandela secondo la quale «l’istruzione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo».
È chiaro – questo il senso di quanto affermavo – che chi vuole conservare il mondo così com’è (non bello, siamo d’accordo?), anche quando governi rettamente, non è interessato a innalzare la qualità dell’istruzione: le masse istruite chiedono, inevitabilmente, più potere. Lo stesso vale per i populisti di ogni risma dei quali l’Italia sembra avere un ben fornito semenzaio: il populismo attecchisce sulla credulità e sulla cieca devozione al capo, e da un popolo istruito potrebbe essere relegato nel folklore politico degno dell’uno, due per cento al massimo; solo l’ignoranza diffusa può dare ai populisti maggioranze di governo o percentuali a due cifre. Ma chi vuole davvero migliorare il mondo deve sentire come suo obbligo primario quello di migliorare l’istruzione di tutti: proprio perché solo così tutti potranno partecipare consapevolmente al processo di cambiamento. Nel mio intervento precedente avevo citato due esempi importanti di attenzione alla scuola: il discorso di Ed Miliband al congresso del Labour Party a Manchester e l’annuncio dell’investimento in libri di testo open source da parte del governatore democratico della California, Jerry Brown.
Da allora è passato più di un mese e non mi sembra di avere avvertito, ad esempio nella contesa per le primarie del centrosinistra, la pronunzia della parola “scuola” in un contesto strategico da parte di nessuno dei contendenti. I miei interessi (la lettura, la scrittura) mi tengono lontano dai talk show e da tanti discorsi politici, ma non dalla lettura dei quotidiani. Se qualche politico italiano si fosse sbilanciato a parlare di scuola in termini strategici, penso che lo avrei notato. Tuttavia chiedo ai venticinque lettori di questo blog di segnalarmi qualcosa che mi fosse sfuggito. Non parlo, lo dicevo già nell’intervento che ho citato, di programmi scritti (per lo più male e sempre per addetti ai lavori), ma di prese di posizione pubbliche, di grande ascolto e di presa popolare. Parlo di qualcuno che ci metta la faccia nel dire che la scuola è al centro della sua concezione dello sviluppo, è al primo posto del suo programma politico.

Dimenticata nel dibattito politico italiano, la scuola continua tuttavia a collocarsi al centro delle prospettive politiche di rinnovamento fuori dai nostri confini. L’ultima presa di posizione di questo genere, che io sappia, viene niente meno che dal discorso di Barak Obama per la vittoria alle elezioni. Finiti i preliminari di rito, acclamato in diretta da decine di migliaia di persone e, attraverso gli schermi televisivi, da decine di milioni, una volta passato alla proposta politica per il futuro degli Stati Uniti, Obama ha detto: «[…] despite all our differences, most of us share certain hopes for America’s future. We want our kids to grow up in a country where they have access to the best schools and the best teachers» («Nonostante tutte le nostre differenze, la maggior parte di noi condivide alcune speranze per il futuro dell’America. Vogliamo che i nostri bambini crescano in un paese dove abbiano accesso alle scuole migliori e ai migliori insegnanti». La prima cosa che il neo presidente americano ha detto riguardo al futuro della sua azione politica – e al futuro del paese – ha riguardato la scuola.
So bene che non basta. Che Obama dovrà tradurre in proposte concrete questo slogan da discorso alle masse, che dovrà fare i conti con una Camera dei rappresentanti a maggioranza ancora repubblicana. So tutto questo, ma intanto l’ha detto.

E in Italia non lo dice nessuno. Né i “tecnici”, né la destra (ma dov’è la destra italiana oggi?), né la sinistra. Anzi, in Italia sono tutti rimasti talmente stupiti da questa priorità data da Obama alla scuola che un grande giornale progressista, “la Repubblica”, che pure ha pubblicato integralmente il discorso del Presidente, nel farne il riassunto in tre ‘titoletti’, ha messo la frase che io ho citato qui sopra non al primo posto, dove si trovava, ma all’ultimo, e l’ha trascritta sotto la parola chiave «La tecnologia»: controllate se non vi fidate: pag. 3 del giornale dell’8 novembre. In Italia non ci possono credere, non ci crede nessuno. E così, a destra e a sinistra, dentro i partiti e tra i partiti, con le primarie e senza le primarie, contendono (per non dire fanno cicaleccio) tutti su tutto, ma «nonostante tutte le loro differenze», su una cosa sono d’accordo: di scuola non si parla, o almeno non se ne parla come di un settore strategico per lo sviluppo.

E va bene, mi toccherà abbonarmi al “New York Times”.

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