Salvare i libri

Oggi, 10 maggio, l’Associazione italiana biblioteche promuove Libri salvati, una rassegna di letture pubbliche di libri proibiti. La manifestazione si svolge nell’anniversario delle Bücherverbrennungen, i roghi di libri avvenuti la notte del 10 maggio 1933 a Berlino e nelle principali città della Germania, al culmine di una vasta campagna organizzata da Göbbels per la “pulizia” della cultura tedesca mediante il fuoco. Oggi, quindi, in molte biblioteche si sono letti e si continuano a leggere anche in questo momento brani di libri compresi nell’elenco di quelli che furono bruciati in quella tragica notte. Un lungo elenco di autori, che vale la pena di leggere per intero per capire bene di quali abiezioni (oltreché di quali stupidità) può essere capace la barbarie quando si accanisce contro la cultura.

Albert Einstein
Alexander Lernet-Holenia
Alfred Döblin
Alfred Kerr
Alfred Polgar
André Gide
Anna Seghers
Arnold Zweig
Arthur Schnitzler
Bertha von Suttner
Bertolt Brecht
Carl Sternheim
Carl von Ossietzky
Charles Darwin
Egon Erwin Kisch
Émile Zola
Erich Kästner
Erich Maria Remarque
Ernest Hemingway
Ernst Bloch
Ernst Erich Noth
Ernst Glaser
Ernst Toller
Erwin Piscator
Eugen Relgis
Felix Salten
Franz Kafka
Franz Werfel
Friedrich Engels
Friedrich Wilhelm Foerster
Georg Kaiser
Georg Lukács
George Grosz
Grete Weiskopf
H. G. Wells
Heinrich Eduard Jacob
Heinrich Heine
Heinrich Mann
Helen Keller
Henri Barbusse
Hermann Hesse
Ilja Ehrenburg
Isaak Babel
Iwan Goll
Jack London
Jakob Wassermann
James Joyce
Jaroslav Hašek
Joachim Ringelnatz
John Dos Passos
Joseph Roth
Karl Kraus
Karl Liebknecht
Karl Marx
Klaus Mann
Lev Trockij
Leonhard Frank
Lion Feuchtwanger
Ludwig Marcuse
Ludwig Renn
Ludwig von Mises
Maksim Gor’kij
Marcel Proust
Marieluise Fleißer
Max Brod
Nelly Sachs
Ödön von Horváth
Otto Dix
Robert Musil
Romain Rolland
Rosa Luxemburg
Sigmund Freud
Stefan Zweig
Theodor Lessing
Thomas Mann
Upton Sinclair
Vladimir Lenin
Vladimir Majakovskij
Walter Benjamin
Werner Hegemann

In un altro intervento (niente meno, del luglio 2011: quanto è “vecchio” questo blog! L’intervento si trova qui) ho già parlato, in particolare, del rogo dei libri messo in atto il 10 maggio 1933 nella Opernplatz di Berlino (oggi Bebelplatz; ma i berlinesi continuano a chiamarla con il vecchio nome), per sfregio nei confronti delle due grandi istituzioni culturali che su quella piazza si affacciavano e si affacciano ancora oggi: il teatro dell’Opera e la Humboldt-Universität.

Qui voglio invece richiamare il fatto che di quell’evento mi sono ricordato, per un motivo del tutto personale che dimostra quanto quel pezzo di storia d’Europa mi sia penetrato dentro, anche in una poesia della mia ultima raccolta, Il cuore in tasca. Le prime poesie di questa raccolta raccontano l’inizio di una ritrovata voglia di scrivere versi dopo un evento luttuoso che aveva colpito me e la mia famiglia nel maggio del 2013. Nella poesia Non sono bravo a fare lo sputafuoco parlavo appunto delle conseguenze di quell’evento:


[…] ecco, quel giorno e i giorni
che l’hanno seguito: io volevo essere
allora uno sputafuoco, uno di quelli che davanti
ai tendoni del circo attirano il pubblico. Volevo sputare
una bella fiammata e ridurre le parole
che sarebbero dovute uscire
dalla mia testa, voom, in cenere.


Naturalmente, come preannunciato, d’altro canto, dal titolo stesso della poesia, alla fine non avevo bruciato niente:


Non è giusto,
mi sono detto tuttavia e continuo a dirmi e dico a voi,
non è giusto
mai avercela
con le parole. E allora? Niente sputafuoco: mi è capitato
di volerlo essere, va bene, ma poi, basta! Niente fiamme, niente
cenere. Ho ricominciato, allora.
[…]
Ho ricominciato. Che altro
avrei potuto fare? Non sono bravo
– sapete? –, non sono bravo per niente a fare lo sputafuoco.


Tuttavia, appena finito di scrivere quella poesia, non ho potuto fare a meno di scriverne un’altra, perché, proprio ripensando alla Bücherverbrennung di Berlino del maggio 1933, mi ero reso conto di potere essere frainteso. Eccola.

Michele Tortorici
Devo chiarire (da Il cuore in tasca, Manni, 2016)


Devo chiarire,
a proposito del fatto che, come sputafuoco, avrei voluto
incenerire parole,
devo chiarire
che mi riferivo alle parole che stavano ancora dentro
alla mia testa, alle parole che se ne stavano
belle tranquille, ancora tutte rannicchiate lì: parole private, insomma,
di mia stretta – intima, direi – proprietà; niente di pubblico.Devo chiarire
che non mi piace proprio, in generale, bruciare le parole. Perché,
a voi piace? C’è sempre il rischio
– a questo ho pensato solo dopo avere scritto
la poesia sullo sputafuoco –
c’è sempre il rischio che qualcuno vi prenda sul serio
che non capisca, che non disgiunga
il senso metaforico di quel bruciare
da quello letterale o, peggio, che non voglia vedere
la differenza tra il privato e il pubblico. C’è sempre il rischio
che qualcuno dica: «Ecco,
quello lì voleva fare un bel fuoco
con le parole che non gli erano ancora uscite
dalla testa e io voglio farlo
con le parole che sono uscite dalla testa di uno
che a me non piace. Perché
lui sì e io no?». Ce ne sono, statemi a sentire, di quelli
che non perderebbero un minuto se qualcuno
gli desse il la. Ce ne sono, statemi a sentire, di quelli
che non aspettano altro per fare, voom, un falò
– uno di quelli veri, e senza neppure
la virtù circense di uno sputafuoco –
delle parole di qualcuno
che non gli piace. Parole pubbliche, edite:
ricordate? edere, ex dare
1, dare fuori. Libri, ecco.

Devo chiarire
che non dimentico, che non riesco
– sapete? – a dimenticare i versi di Heine:
«Dort, wo man Bücher /
Verbrennt, verbrennt man auch am Ende Menschen».
Primo atto dell’Almansor.
«Là dove i libri /
si bruciano, si bruciano alla fine pure le persone».

Devo chiarire
che certe parole non le dimentico. Altro che bruciarle.


Voglio concludere questo mio ricordo e, con esso, la mia partecipazione alla manifestazione “Libri salvati” con la citazione di poche parole tratte da un’opera di uno degli autori i cui libri furono bruciati il 10 maggio del 1933. L’autore è Thomas Mann e il libro La montagna magica. Poche parole da un’opera monumentale, ma mi sembrano adatte per i nostri tempi, soprattutto pensando a ciò che ha detto di recente, per sottrarsi alle possibili responsabilità penali di una sua scelta politica, un ministro italiano. Ecco le parole pronunciate da uno dei protagonisti del romanzo di Mann, Lodovico Settembrini e rivolte a un altro personaggio emblematico del romanzo, Leo Naphta:


Sie lehren da einen Pragmatismus – erwiderte Settembrini – den Sie nur ins Politische zu übertragen brauchen, um seiner ganzen Verderblichkeit ansichtig zu werden.Gut, wahr und gerecht ist, was dem Staate frommt. Sein Heil, seine Würde, seine Macht ist das Kriterium des Sittlichen. Schön! Damit ist jedem Verbrechen Tür und Tor geöffnet, und die menschliche Wahr-heit, die individuelle Gerechtigkeit, die Demokratie – sie mö-gen sehen, wo sie bleiben …
[Trad. italiana di Renata Colorni, Meridiani Mondadori, Milano, 2010]
Lei sta predicando un pragmatismo – rispose Settembrini – che basta trasporre sul piano politico per coglierne appieno la natura nefasta. È buono, vero e giusto soltanto ciò che giova allo Stato. La sua salvezza, la sua dignità, la sua potenza sono i criteri della morale. Ebbene! con ciò si spalanca la porta a ogni crimine, e la verità umana, la giustizia individuale, la democrazia … può ben vedere dove vanno a finire …


Leggiamo i libri salvati dai roghi di ottantasei anni fa. Sono uno straordinario patrimonio dell’umanità.

Note

  1. Mi riferisco, con queste parole, ad alcuni versi della poesia precedente nei quali richiamavo il fatto che la parola latina edere (‘pubblicare’) vuol dire, appunto ‘dar fuori dalla bocca’ (tanto che significa anche ‘vomitare’), con riferimento al fatto che un’opera si considerava pubblicata quando era detta (‘data fuori dalla bocca’) in pubblico.

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