Dic 312015
 

C’è una sala dello Jüdisches Museum di Berlino che suscita una emozione particolare. È quella delle Foglie cadute, Schalechet, una installazione realizzata dall’artista israeliano Menashe Kadishman come metafora della Shoah. Si tratta di una specie di lungo corridoio lungo il quale sono disseminate maschere di metallo le cui bocche sono dilatate, come se urlassero.
Il visitatore che entra in questa sala resta smarrito, non sa esattamente che cosa fare. Allora gli si avvicina una giovane guida – così, almeno, è capitato a me – e gli spiega che il modo di visitare quella sala consiste nel percorrere tutto il corridoio e tornare indietro: è necessario calpestare quelle maschere. Quando urtano tra loro sotto i passi del visitatore, a causa dell’attrito dell’una sull’altra, queste maschere stridono: gli urli scolpiti diventano urli reali, un suono che fa inorridire. In molti escono provati dalla visita a questa sala. Tanti hanno le lacrime agli occhi. Io le avevo.
Sin da quando ho visitato per la prima volta questa sala dello Jüdisches Museum non ho potuto dimenticare l’emozione che avevo provata. L’ho subito registrata in quella specie di diario in versi del mio soggiorno a Berlino del 2007 che è il mio libro bilingue I segnalibri di Berlino – Berliner Lesezeichen (Campanotto, 2009; la traduzione in tedesco è di Giangaleazzo Bettoni). Sono poi ritornato a Berlino (e in quella sala) nel 2011 e ho continuato a riflettere sulla potenza di quella straordinaria evocazione della Shoah. Nel frattempo avevo cominciato a rileggere le Metamorfosi di Ovidio, un testo a me particolarmente caro, e quella volta ho collegato l’emozione che provavo nella sala delle Foglie cadute con il mito di Deucalione e Pirra, il mito pagano del diluvio universale splendidamente raccontato da Ovidio nel primo libro del suo poema: a Deucalione e Pirra, gli unici due esseri umani sopravvissuti al diluvio, la dea Temi ingiunge di fare qualcosa che essi non capiscono subito:


[…] discedite templo
et velate caput cinctasque resolvite vestes
ossaque post tergum magnae iactate parentis!


Ovidio, Metamorfosi, I, vv. 382-384

In realtà le ossa della grande madre (ma io ho tradotto: «colei che con magnanimità vi ha partoriti») sono le pietre della terra. La dea ha chiesto di fare due cose a Deucalione e Pirra: di ricominciare dalla terra e di gettare dietro di sé, non davanti, le pietre.
La prima richiesta era chiara: si trattava di ri-generare l’umanità a partire dalla terra. Dopo un fatto come il diluvio, così devastante per Deucalione e Pirra, allo stesso modo della Shoah per noi, le generazioni non potevano continuare come se nulla fosse stato. Era necessaria una radicale ri-generazione.
Ma questa – ecco il senso della seconda richiesta di Temi – può avvenire solo se chi è ri-generato prende alimento dal passato, da ciò che abbiamo dietro le spalle, non soltanto perché quel passato non sia dimenticato, ma perché il suo ricordo entri addirittura a far parte della nostra stessa natura, del nostro stesso esser nati.

Di diluvi, e non solo metaforici, ce ne saranno ancora. Ma un insegnamento preciso ho ricavato dal mio guardare alla sala delle Foglie cadute attraverso la lente fornita dalla lettura di Ovidio: i diluvi potremo superarli se avremo il coraggio di fare affondare il futuro delle nuove generazioni (delle generazioni nate nuovamente dalla terra, delle «nuove progenie») nel nostro e loro passato. La seconda volta che sono stato in quella sala dello Jüdisches Museum, ho guardato con questo pensiero alle Foglie cadute di Kadishman, e ho visto in quelle maschere di metallo le ossa che Temi ancora una volta ci ingiungeva di prendere per consentirci una ri-generazione. Allora avevo ancora sì le lacrime agli occhi, ma c’era in esse, oltre che la commozione, anche la speranza.

Michele Tortorici, Nuove progenie (da Fine e principio, Roma, Anicia, 2015)


Schalechet

Quando ho visto nel museo,
come foglie cadute, maschere di metallo con la forma
di urli; quando, passo
dopo passo, quelle maschere io le ho sentite stridere, è tornato
alla mia mente con chiarezza l’avvertimento di Temi: «Liberatevi
delle vesti e gettate
dietro di voi le ossa di colei
che con magnanimità vi ha partoriti». Dopo l’ultimo diluvio,
dovevamo non
continuare, una dopo l’altra, generazioni
e generazioni di uomini e di donne come se ciò che era stato
non fosse stato, ma
ricominciare nuove stirpi, fare nascere
nuove progenie dalle ossa della terra.

Schalechet

Quando ho visto nel museo,
come foglie cadute, maschere di metallo con la forma
di urli; quando, passo
dopo passo, quelle maschere io le ho sentite stridere, ho capito
l’avvertimento di Temi. Dopo l’ultimo diluvio,
quegli urli scolpiti nel ferro erano loro
le nuove ossa che la terra, con spietata
magnanimità ci offriva perché, liberati delle vesti, affrancati
dall’ostinato volere
ricordare – quelli, dico, che hanno voluto
ricordare –, le gettassimo dietro di noi per fare nascere
nuovi uomini e nuove donne.

Schalechet


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