Una «soverchiante tempesta emotiva»

Testimonianze dall’oltretomba dantesco

Di recente i giudici della Corte d’Appello di Bologna hanno pubblicato le motivazioni in base alle quali hanno dimezzato la condanna (da trenta a sedici anni) a un omicida per gelosia. A indurre l’uomo al delitto sarebbe stata una «soverchiante tempesta emotiva». È stata questa considerazione che ha influito «sulla misura della responsabilità penale» dell’imputato.

Non voglio qui soffermarmi sulle reazioni a questa sentenza (la più gentile è stata che quei giudici hanno ripristinato il “delitto d’onore”), quanto su una conseguenza che nessuno si aspettava: la notizia delle motivazioni dei giudici di Bologna, passato qualche giorno, il tempo necessario per un viaggio nell’Oltretomba dantesco, è arrivata nell’Empireo, fino alle orecchie del Padre Eterno. Naturalmente Lui, nella sua onniscienza, sapeva ab aeterno che quella sentenza sarebbe stata emessa e che le sue motivazioni sarebbero state quelle che poi effettivamente sono state; e aveva anche preso, ab aeterno, le decisioni del caso: il marzo dell’anno 2019 dell’era volgare avrebbe visto uno sconvolgimento dell’oltretomba solo di poco meno importante di quello avvenuto con la discesa di Cristo agli Inferi.

A quanto risulta da testimoni attendibili che sono riusciti a farmi arrivare le loro dichiarazioni, questo sconvolgimento si è appena verificato. Anche nell’Oltretomba dantesco è stato infatti applicato il principio in base al quale, se un delitto è stato compiuto per impulso di una «soverchiante tempesta emotiva», ciò deve influire sulla misura della responsabilità: dunque sono state emesse nuove sentenze nei confronti delle anime a suo tempo ingiustamente condannate.

Lucifero nella illustrazione di Gustave Doré

Incredibile a dirsi, secondo queste testimonianze, il primo a giovarsi di questa nuova considerazione delle responsabilità è stato, nientemeno, Lucifero. D’altro canto, come è possibile negare che la sua ribellione fosse dovuta a una «soverchiante tempesta emotiva»? Non solo non è possibile negarlo. Ciò risulta con tutta evidenza nell’unico passo dell’Antico Testamento che ne parla: «Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell’aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli? Eppure tu pensavi: Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell’assemblea, nelle parti più remote del settentrione. Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò uguale all’Altissimo. E invece sei stato precipitato negli inferi, nelle profondità dell’abisso!» (Isaia, 14, 12-15). Fin troppo chiaro: un angelo, magari un po’ superbo, vede il trono dell’altissimo e come può non essere colto da una «soverchiante tempesta emotiva» che lo spinge a ribellarsi? Il Padre Eterno, sulla base delle motivazioni dei giudici di Bologna, ha dovuto, almeno parzialmente, riabilitare Lucifero e gli altri angeli a suo tempo insorti contro di Lui. In particolare, Lucifero, non più ritenuto responsabile di ribellione a Dio, è stato estratto dal ghiaccio del Cocito dove era conficcato ed è stato mandato a scontare il ben più lieve peccato di superbia nella prima cornice del Purgatorio.

Ed ecco la sintesi di numerose convergenti testimonianze (tanto per restare nel linguaggio della procedura penale) sul suo arrivo alla nuova destinazione. Sputati dalle sue tre bocche Giuda, Bruto e Cassio, risalita la «natural burella» che porta dall’Inferno al Purgatorio, dopo avere risposto con il gesto dell’ombrello alle rimostranze di Catone che, nella sua qualità di custode di quel regno dell’Oltretomba, voleva fermarlo con le buone o con le cattive, Lucifero, raggiunto il suo più confortevole luogo di pena, si è lasciato docilmente mettere sul collo il pietrone sotto al quale dovrà girare intorno al monte, insieme agli altri penitenti, per espiare il suo peccato.

A questo punto, raccontano i testimoni, è successo l’irreparabile. Al vederselo accanto, con le ali da pipistrello ancora mezze gelate e un aspetto a metà tra quello del mostro infernale e quello dell’angelo, Oderisi da Gubbio, per la sorpresa, si è girato verso la sua sinistra con una mossa improvvisa tanto che il pietrone che gli pesava sul collo gli è caduto sull’alluce del piede destro con due conseguenze orribili: un dolore lancinante e una bestemmia terrificante. Detto fatto, il povero Oderisi – che dopo circa ottocento anni di giri del monte sotto il pietrone, era sul punto di essere promosso al Paradiso – si è ritrovato in un attimo precipitato nel terzo girone del settimo cerchio dell’Inferno, disteso sulla sabbia rovente e sotto una pioggia di fuoco, non lontano da Capaneo che rideva di lui e bestemmiava secondo il suo solito.

Catone, anche in questo caso, aveva provato a fermare Oderisi che correva in direzione vietata, ma stavolta era stato fermato da un crampo al braccio, certo segno della volontà celeste.

Poiché le revisioni dei processi nell’Oltretomba si fanno in tempi brevissimi, pochi istanti dopo il passaggio in direzione vietata da parte di Oderisi, una folla immane costituita da circa i due terzi delle anime dannate (tutte a suo tempo giudicate senza tener conto della «soverchiante tempesta emotiva» che le aveva indotte a peccare) si è assiepata all’ingresso della «natural burella»: un vero pandemonio. Poiché si trattava di anime e non di corpi, sono riuscite a passare a migliaia per volta e, a migliaia, sono transitate correndo davanti all’esterrefatto Catone, tutte, quasi fossero d’accordo, facendo come Lucifero il gesto dell’ombrello e ciascuna scatenata verso la cornice di sua competenza. I vecchi occupanti delle cornici della montagna, sprovviste di parapetti, sono stati spinti di sotto e c’è stato chi, tra loro, a forza di cadere, è precipitato di nuovo nell’Antipurgatorio. Un caos indescrivibile e ingovernabile: in questo le testimonianze sono univoche.

Dei milioni, o forse miliardi, di anime passate in questo modo dalla dannazione perpetua alla speranza del Paradiso, la più nota, quella alla quale, secondo i testimoni, anche le altre guardavano con aria al tempo stesso di compiacimento e di sorpresa, era l’anima di Gianciotto Malatesta, l’omicida di Paolo e Francesca. Il suo peccato, dovuto senza ombra di dubbio a una «soverchiante tempesta emotiva», è stato derubricato da assassinio a tradimento di parenti e affini (punito nella prima zona del nono cerchio, la Caina, proprio nel fondo dell’Inferno) a un atto d’ira dovuto anche alle sue poco felici esperienze di vita. Ciò ha comportato, tenuto conto della pena già scontata, una sua chiamata diretta al Paradiso, dopo un attraversamento pro forma del Purgatorio e una sosta di qualche ora nella cornice degli iracondi. Tutto sarebbe andato per il meglio per l’ormai quasi beato Gianciotto, se, arrivato nel Paradiso terrestre, egli, inesperto delle regole di quel regno dell’Oltretomba, non avesse sessualmente molestato Matelda mentre questa lo immergeva nelle acque del Lete. Detto fatto, ecco un’altra anima percorrere in direzione vietata prima il monte e poi la «natural burella» verso l’Inferno, sempre con la contrarietà di Catone, ancora una volta bloccato con il segno celeste del crampo al braccio mentre cercava di fermare Gianciotto.

Il vero guaio è stato che Gianciotto, tirato fuori da Caina, destinato al Paradiso, è stato infine, in seguito al suo palpeggiamento di Matelda, definitivamente assegnato al cerchio dei lussuriosi. Qui, inutile dirlo, ha trovato Paolo e Francesca che, come due colombi, se ne andavano uniti nella tempesta infernale. Colto da una nuova «soverchiante tempesta emotiva» – come non capirlo! –, trascinato da ben due tempeste, Gianciotto ha dunque tentato di uccidere per la seconda volta i due amanti. Alla fine, il Padre Eterno ha deciso che per lui le motivazioni dei giudici di Bologna erano inapplicabili, che Caina era il posto giusto per fargli scontare la condanna e lo ha conficcato di nuovo nel ghiaccio.

Nel frattempo, aggiungono i testimoni, si è avuto un vero terremoto nelle istituzioni dell’Oltretomba.

Minosse, disgustato dalla sentenza dei giudici di Bologna e, ancor più, dalla sua applicazione nell’Oltretomba, si è dimesso: si è staccato la coda con un morso, l’ha lasciata all’entrata del secondo cerchio dell’Inferno, luogo dove aveva da sempre giudicato i dannati, e, giudicatosi da solo, è andato a conficcarsi nel ghiaccio di Cocito per il gran tradimento che aveva così commesso.

A sua volta, Catone, umiliato dai gestacci di milioni di anime dannate diventate improvvisamente purganti, ancor più umiliato dai segnali inviatigli dal Padre Eterno quando aveva cercato di fermare le anime purganti che correvano in direzione vietata, si è suicidato per la seconda volta affogandosi nell’acqua melmosa delle pendici della montagna del Purgatorio. Detto fatto, questa volta è stato spedito nella selva dei suicidi, trasformato in un cespuglio di mirto e sistemato accanto a Pier delle Vigne dal quale viene ossessionato con le continue lamentele che questi rivolge ai cortigiani di Federico II. Non potendo suicidarsi per la terza volta, Catone si punisce da solo strappandosi i rami e regalandoli a tre suicidi sardi che li usano per fabbricare, in una distilleria clandestina nascosta nella stessa selva, il classico liquore.

Altre testimonianze sono annunciate per i prossimi giorni. Intanto sembra che, assenti Minosse e Catone, nell’Inferno e nel Purgatorio si stia verificando un incontrollato via vai di anime. Per evitare nuovi guai in tutto questo marasma, Matelda è scappata e si aggira sulla terra sotto mentite spoglie (forse nelle vesti di una nuova dirigente del movimento #MeToo), mentre sulle sponde del Lete e dell’Eunoè si sono piazzati al suo posto posteggiatori abusivi che svolgono – abusivamente, appunto – le sue funzioni e che nessuno, neanche il Padre Eterno, riesce a cacciare.

 

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