Una traduzione da Frank O’Hara

Frank O’ Hara (1926-1966) è un poeta vissuto troppo poco. È stato un artista multiforme, amante della musica ed esperto di arti visuali, tanto da essere curatore delle sezioni di Pittura e Scultura del Museum of Modern Art di New York.

A questa città ha dedicato molti dei suoi versi, tra i quali questa poesia, A Step Away from Them (qui il testo originale), della quale offro una nuova traduzione. La poesia è già stata egregiamente tradotta da Paolo Fabrizio Iacuzzi nel volume Frank O’ Hara, Lunch Poems, edito negli Oscar Mondadori nel 1998. Sui marciapiedi di Manhattan (non bisogna dimenticare che O’ Hara lavorava al Moma, sulla 53th, a due passi dalla 5th Avenue) la vita che passa all’ora della pausa pranzo si incontra – come per caso, ma non per caso – con ricordi di amici da poco scomparsi, ma soprattutto con il cuore che il poeta si porta in tasca: perché si tratta, semplicemente, di un libro di poesie. Buona lettura e buon anno.

Frank O’ Hara
A un passo da loro


È la mia pausa pranzo, così vado
a spasso in mezzo ai taxi dai colori
ronzanti1. Prima, scendo lungo il marciapiede
dove i manovali riempiono di sandwich
e Coca cola i loro torsi sporchi
e unti e hanno gli elmetti gialli
in testa. Li proteggono dai mattoni
che cadono, suppongo. Poi lungo la
Avenue dove le gonne fanno mulinello
sui tacchi e si sollevano al passare sopra
le grate. Il sole è caldo, ma i
taxi rimescolano l’aria. Io guardo
gli orologi a prezzi scontati. Ci
sono gatti che giocano nella segatura.
                             Su
verso Times Square dove il cartellone
luminoso soffia il fumo sulla mia testa e più in alto
cola una cascata di luce. Un
negro sta in un portone e muove uno
stuzzicadenti svogliatamente su e giù.
Da una fila una ragazza bionda gli fa l’occhiolino: lui
sorride e si gratta il mento. Tutto
all’improvviso è un clacson che suona: sono le dodici e quaranta di
un giovedì.
        I neon alla luce del giorno sono
proprio una delizia, come potrebbe scrivere
Edwin Denby2, e così le lampadine alla luce del giorno.
Mi fermo per un cheeseburger al Jiuliet’s
corner. Giulietta Masina, moglie di
Federico Fellini, è bell’attrice3.
E frappè di cioccolato. Una signora
in volpe in una giornata come questa fa salire il barboncino
su un taxi.
        Ci sono tanti Porto
Ricani sull’Avenue oggi e questo
la rende bella e calda. Prima
è morta Bunny4, poi John Latouche5,
poi Jackson Pollock6. Ma la
terra è piena, come lo era la vita, di loro?
E uno ha mangiato e uno va a spasso,
supera le edicole con le riviste di nudi
e i manifesti della corrida e
il Manhattan Storage Warehouse7,
che presto butteranno giù. Io
pensavo sempre che ci avrebbero fatto l’Armory
Show8 là.
       Un bicchiere di succo di papaya
e di nuovo al lavoro. Il cuore me lo porto in
tasca, è il libro di Poesie di Pierre Reverdy9.



Note

  1. Taxi … ronzio: traduco così la bellissima e intraducibile espressione “hum-colored / cabs”. Hum è il ‘ronzio’ e i taxi newyorkesi hanno appunto il colore, giallo e nero, delle api ronzanti.
  2. Edwin Denby, (1903-1983), poeta e critico che frequentava a New York la cerchia di artisti della quale faceva parte Frank O’ Hara.
  3. In italiano nel testo.
  4. Violet R. “Bunny” Lang (1924-1956), attrice, scrittrice, poetessa, animatrice del Poets’ Theater di Cambridge nel Massachusets.
  5. John Latouche (1914-1956), musicista e scrittore (in particolare librettista) molto popolare a New York negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento.
  6. Jackson Pollock (1912-1956), pittore, reso famoso dal suo stile detto “action painting” che ha influenzato per decenni l’arte americana ed europea.
  7. Manhattan Storage Warehouse, storica costruzione sulla Quarantaduesima strada, effettivamente abbattuto pochi anni dopo.
  8. Armory Show, titolo attribuito alla mitica mostra d’arte tenuta nel 1913 nel deposito di armi del 69° Reggimento a New York. In quella mostra furono presentate circa 1300 opere delle avanguardie europee che per la prima volta vennero conosciute oltre Atlantico. Dopo quella data ci furono negli Stati Uniti alcune mostre simili, anche se meno importanti, che mantennero comunque il nome di Armory Show.
  9. Pierre Reverdy (1889-1960), poeta francese amato dai surrealisti e dai cubisti, ritratto da Modigliani, molto noto negli Stati Uniti dove però solo nel 1969 uscì una antologia delle sue poesie tradotte.

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